L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

Annunci

Quella spinta del fattore «T» (tasse e tassi d’interesse)

Quando i mercati partono con questa velocità viene da chiedersi se si tratta di una fiammata o di un aumento duraturo. La risposta è più complicata di quanto appaia, però si può tentare di analizzare i segnali. Primo: nel corso del 2017 la Fed ha fatto capire che i tassi di interesse aumenteranno gradualmente. Secondo, Donald Trump ha varato la riforma fiscale che prevede un forte abbassamento delle imposte (cosa che piace sempre ai mercati finanziari). Terzo: la Banca centrale europea ha avviato il dimezzamento della politica di acquisto di titoli del debito pubblico (quantitative easing) ma non ha intenzione di rendere più costoso il denaro. Segnali che per le società quotate rappresentano uno scenario di tranquillità. Si fanno poi sempre più robusti i dati sulla ripresa dell’economia e l’andamento delle aziende, soprattutto negli Stati Uniti, stanno evidenziando forti progressi negli utili. Risultato: l’attesa di un aumento dei dividendi piace sempre agli investitori.

Ma veniamo all’Italia: i segnali intermittenti che arrivano dallo spread, che oscilla intorno a 160 punti, sono legati da un lato alle scelte della Banca centrale europea, dall’altro al voto del 4 marzo. Quanto più lo scenario si farà incerto tanto più la Borsa si metterà a fibrillare. Con un elemento che è cambiato, questo sì, profondamente. La crisi delle 11 banche (da Veneto Banca a Etruria), in qualche modo, alla fine, è stata governata e dunque il sistema del credito potrà dare più attenzione alle esigenze di sviluppo delle imprese. In un momento nel quale, tanto per osservare un dato, le esportazioni crescono al ritmo del 7%. E il Prodotto interno lordo, timidamente, ha imboccato la via della crescita superiore all’1,5%.

Come dire: la crisi morde ma le aziende più solide (alcune quotate) hanno risposto molto bene. E non è un caso se nel corso del 2017 le matricole che si sono affacciate sul listino di Piazza Affari sono state ben 39 e nel corso del 2018 ne sono attese almeno una cinquantina. Segno che la Borsa rappresenta un meccanismo di finanziamento dello sviluppo che viene di nuovo preso in considerazione (anche se deve competere con la nuova febbre dei tulipani-bitcoin).

A questo punto il tema sono gli investitori internazionali: ormai il 51% del capitale delle società per azioni quotate è detenuto da fondi pensione, gestioni patrimoniali, banche che hanno modificato (in positivo) la loro percezione sull’Italia. Il nodo sarà conservare questo clima nei prossimi mesi perché, come recita un adagio di Borsa, gli investitori hanno una memoria d’elefante e le gambe da lepre. Le inversioni possono essere molto rapide nella scelta di diversificazione del portafoglio. Non a caso quando scattano le vendite, Milano è sempre il listino più penalizzato, per certi versi il più fragile quando si scatenano le speculazioni al ribasso.

Una vecchia regola di Borsa era questa: se il dollaro sale le Borse salgono, se il dollaro scende le Borse vanno giù. In questi giorni. con l’euro ai massimi da tre anni (circa 1,21). la regola è stata contraddetta. Si tratta di vedere quanto durerà o se i manuali degli operatori andranno cambiati

Nicola Saldutti

Corriere della Sera , 5 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_05/quella-spinta-fattore-t-tasse-tassi-d-interesse-10669c48-f1e7-11e7-97ff-2fed46070853.shtml

 

Debito pubblico cattivo maestro

images2Il mondo è così pieno di debiti pubblici e privati (quasi due volte e mezzo il prodotto globale) che farne qualcuno in più non dovrebbe essere un dramma. Dipende da chi li fa però. Il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non sembra particolarmente preoccupato dall’indebitamento americano. La promessa riduzione delle tasse e il contemporaneo aumento delle spese d’investimento per infrastrutture potrebbero portarlo a «livelli italiani». La discussione sulla sua sostenibilità — e stiamo parlando della prima, anche se forse ancora per poco, economia al mondo — è comunque aperta. L’economista Martin Feldstein aveva suonato l’allarme per tempo: urgente un piano di rientro. Secondo il Congresso, il debito tendenziale americano, oggi al 105 per cento, in assenza di interventi, toccherebbe quota 141 nel 2046. Con Trump i calcoli vanno tutti rifatti. In peggio. I mercati guardano al nostro debito pubblico con una certa preoccupazione, come dimostrano le tensioni sullo spread degli ultimi giorni. Esagerano? Vediamo. Ci si può consolare sul fatto che il valore assoluto, oltre 2.212 miliardi, è persino sceso leggermente in settembre, ma è comunque cresciuto di 40 miliardi quest’anno. Solo poco più del 30 per cento dei titoli pubblici è collocato all’estero. Il debito implicito, che calcola anche i costi futuri di pensioni e sanità, ha progressioni inferiori a quelle di altri Paesi, Germania compresa. Il risparmio delle famiglie, immobili esclusi, è di quasi 4 mila miliardi.

Ma il rapporto del debito pubblico con il prodotto interno lordo è stato, nel 2015, del 132,7 per cento. Cresce da nove anni, nonostante i ripetuti impegni del governo a ridurlo. La commissione Ue lo stima in salita anche quest’anno. Le ultime rilevazioni Istat sul Pil (più 0,9 per cento su base annua) sono confortanti, ma non dobbiamo dimenticare che il Documento di economia e finanza (Def) di aprile lo prevedeva all’1,2 per cento. «Nonostante la crescita sia ancora insufficiente, il dato del debito è però stabilizzato — spiega il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini — e l’importante è dimostrare una tendenza solida, migliorare la qualità della spesa, più per investimenti, come previsto dalla legge di Bilancio. E soprattutto, realizzare tutte le riforme promesse». Nannicini concorda su un’anomalia del tutto italiana: la sottovalutazione culturale del peso del debito. Il governo non è esente da critiche. Ma non solo il governo. Ne parliamo poco, a differenza degli stranieri che lo temono forse con pregiudizio eccessivo. È come se non ci appartenesse, come se lo avessero contratto altri. L’uso frequente dell’aggettivo storico è un modo elegante per liberarci di ogni responsabilità. Il fatto che la titolarità sia quasi tutta in capo allo Stato ha una funzione assolutoria per le amministrazioni locali. È irrilevante, nel dibattito politico e, forse, nella coscienza nazionale, se il debito è fatto per coprire spese correnti, come pensioni e stipendi, anziché investimenti. Il debito cattivo cattura consensi, quello buono no. Forse li fa perdere. I giovani che lo erediteranno tutto, buono e cattivo, esprimono il loro disagio andandosene. E non hanno torto

Il costo del nostro debito è sceso al 3,1 per cento grazie alla politica monetaria della Banca centrale europea. Paghiamo tassi, in qualche caso negativi, che come grandi debitori non meritiamo affatto. Scambiamo una condizione eccezionale, il quantitative easing, per una normalità acquisita. L’endemica irresponsabilità di molti centri di spesa e l’italica convinzione che vi sia sempre una torta da dividere alimentano i peggiori pregiudizi esteri, gonfiano gli appetiti degli speculatori.

Appena entrati nell’euro, godemmo di un inaspettato periodo di grazia sul versante del servizio del debito. Sprecato. Anziché sfruttare il risparmio sugli interessi per contenere il debito, lo si alimentò per finanziare la spesa corrente. La lezione si è dispersa nel conformismo delle spiegazioni di comodo. Oggi rischiamo di ripetere gli stessi errori. Un po’ di flessibilità nei conti per irrobustire gli investimenti (anche per la ricostruzione post terremoto) è necessaria, la politica dei bonus quantomeno dubbia. La linea accomodante della Bce avrà prima o poi un termine. E un eventuale rialzo dei tassi, magari anticipato dalle scelte fiscalmente espansive della presidenza Trump, potrebbe dischiudere scenari di fragilità sui mercati e riproporre il tema del rischio Italia. Il ripetersi di condizioni simili a quelle del 2011 non è del tutto improbabile. Se dovesse accadere non avremmo nemmeno più la riserva di una riforma delle pensioni, che fu brutale ma efficace.

Ecco perché un segnale sull’importanza della gestione del debito sarebbe opportuno. L’avanzo primario, la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi, è attualmente in discesa, intorno all’1,5 per cento. Un impegno a mantenerlo non inferiore al 2 per cento dimostrerebbe a mercati infidi e partner sospettosi che, nel tentativo di riprendere seppur a fatica la strada della ripresa, non abbiamo perso il senso della misura, la nozione del rigore. In vista del referendum del 4 dicembre, avrebbe poi anche il non disprezzabile effetto di una misura precauzionale.

Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera 15 novembre 2016

Protezionismo, Fed e dollaro. I (primi) timori della svolta

images6Quattro aspetti economici preoccupano della presidenza Trump. Il primo, e più generale, è che Trump non sarà «moderato» da un congresso a maggioranza democratica. Per almeno due anni, un solo partito, il repubblicano, controllerà la Casa Bianca, il Senato e la Camera. Il governo degli Stati Uniti funziona meglio quando un solo partito non controlla tutto: sono le checks and balances in azione.

Ad esempio questa moderazione non ci sarà quando si dovranno scegliere i nuovi membri della Corte Suprema, giudici nominati a vita e la cui influenza quindi si esercita per decenni dopo la fine di una presidenza. In questo senso un ruolo essenziale lo giocheranno i deputati e i senatori repubblicani moderati. Fra questi il senatore McCain, che si era apertamente opposto alla candidatura di Trump. Per alcune decisioni importanti in Senato è necessaria una maggioranza di 60 voti, che il Partito Repubblicano non ha. Se il Senato riuscirà ad evitare che Trump assuma posizioni estreme, e quanto lui lo ascolterà, è fondamentale per il futuro del partito.

La seconda preoccupazione è il protezionismo. Sul commercio internazionale il presidente degli Stati Uniti ha poteri esecutivi, ad esempio può decidere da solo di imporre un dazio su alcune importazioni. Il rischio di un’evoluzione protezionistica nel mondo è di una gravità senza precedenti. Un freno al commercio internazionale potrebbe segnare la fine della ripresa in atto dopo la crisi finanziaria. Su questo l’establishment repubblicano tradizionale, di tendenza liberista, deve assolutamente alzare la voce.

La terza preoccupazione è il debito pubblico. Durante la crisi finanziaria il debito pubblico americano è salito dal 60 a quasi il 100 per cento del Pil. Trump ha ripetuto, anche nel suo primo discorso dopo la vittoria, di voler lanciare un grande programma di investimenti in infrastrutture: ha citato ponti, autostrade, scuole e ospedali. In questo, per la verità, il suo programma non è gran che diverso da quello di Hillary Clinton e dei suoi consiglieri economici keynesiani.

La differenza sta nel fatto che, al contrario di Clinton, Trump vuole anche ridurre, e di molto, le imposte. Quindi il debito si impennerà ancor più di quanto avrebbe fatto se avesse vinto la sua rivale. Oggi il debito è a buon mercato, ma i tassi di interesse non rimarranno così bassi per sempre. Non solo, Trump non ha detto nulla sui programmi di Medicare (assistenza sanitaria gratuita per anziani) e pensioni, anzi ha detto che con la sua mirabolante conduzione dei conti pubblici non ci sarà bisogno di far nulla.

Fra le tante promesse poco credibili di Trump questa è la più grave. Tutti sanno che senza una riforma di questi due programmi il debito pubblico americano è destinato ad esplodere. Insomma la sua politica fiscale esula dalle più ovvie leggi dell’aritmetica. Se Trump farà davvero ciò che promette, il suo successore sarà eletto nel bel mezzo di una crisi fiscale. Spesso però (per fortuna in questo caso) le promesse pre elettorali rimangono nel cassetto.

E a proposito di altre promesse e di muri ai confini col Messico: gli Stati Uniti hanno una disoccupazione bassissima. È vero che la partecipazione alla forza lavoro è scesa, ma tutti questi faraonici investimenti pubblici probabilmente richiederanno più immigrati, soprattutto dal Messico, non meno come proclama Trump.

Infine l’indipendenza della banca centrale. La Federal Reserve non è parte della Costituzione americana, è stata creata nel 1913 con una legge ordinaria. Il Congresso potrebbe cambiarla, eliminare l’indipendenza e sostituire i vertici ridefinendo la durata dei loro mandati. Ciò sarebbe molto grave. L’indipendenza della banca centrale dal via vai della politica è una delle istituzioni che storicamente hanno garantito politiche monetarie sagge e stabili. Nell’immediato è probabile che una nuova Fed non più indipendente, aumenterebbe i tassi più in fretta di quanto avrebbe fatto Janet Yellen, dato che da tempo i repubblicani (compreso Trump) criticano la Fed per una politica monetaria troppo espansiva. Quindi l’aumento dei tassi di interesse accelererebbe, e con questo il dollaro si rafforzerebbe, ma il peso del debito pubblico per i contribuenti salirebbe.

Quali le conseguenze economiche per l’Europa e l’Italia? Pessima evidentemente la svolta protezionistica, ad esempio nel caso Trump imponesse dazi sui prodotti tessili e agricoli che esportiamo negli Usa. Peggio ancora se una svolta protezionistica in Usa scatenasse reazioni da altri Paesi come Cina e Giappone. Bene invece un eventuale rafforzamento del dollaro che ha l’effetto opposto delle tariffe. Gli effetti di un forte aumento del debito publico americano sono difficili da prevedere ma se i titoli pubblici degli Stati Uniti perdessero la loro assoluta affidabilità ci muoveremmo in acque finanziarie inesplorate nella storia recente.

Infine un effetto indiretto e interessante è quello sulla costruzione di una politica militare europea. Trump dice di voler «smettere di sussidiare la Nato». Gli Stati Uniti spendono in difesa il 3,5% del Pil. Francia e Gran Bretagna intorno al 2 per cento, tutti gli altri Paesi europei pochissimo. Trump potrebbe essere lo choc che convince l’Ue a dotarsi di un proprio esercito, una decisione che le gelosie nazionali (e le lobby militari nazionali) hanno sempre bloccato. Un esercito Europeo sarebbe un grande passo avanti nella costruzione dell’Europa e, nel breve periodo, un progetto europeo molto più utile dei vari e fumosi «piani Juncker».

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera 10 novembre 2016

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_09/protezionismo-fed-dollaro-primi-timori-svolta-49de86ae-a6be-11e6-b4bd-3133b17595f4.shtml

Li chiamano i Puffi

pffffLi chiamano i puffi, come quegli umanoidi blu che abitano sotto i funghi. Varcano il confine con l’equivalente di 50 mila dollari in tasca e affidano altrettanto ai fratelli, o ai genitori. Comprano casa a Londra. Firmano costose polizze assicurative a Hong Kong e le pagano con carta di credito. Gonfiano le fatture quando vendono qualcosa all’estero. In certi casi, com’è capitato a una signora l’anno scorso, vengono bloccati alla frontiera con pacchi di biglietti di banca legati alle gambe.
Non si fermano un solo istante a rifletterci su, eppure oggi sono loro la forza dominante sui mercati globali così come i migranti che arrivano dal mare lo sono per la politica in Europa. Per certi aspetti, in questi mesi contano più dei grandi banchieri centrali. Coloro che nel loro stesso Paese vengono chiamati i «puffi», sono i milioni di cinesi che nell’ultimo anno hanno spedito all’estero l’equivalente di circa 700 miliardi di dollari – pari a quasi metà del reddito di un anno dell’Italia – e non mostrano segni di voler rallentare la loro grande migrazione finanziaria. Corrono verso la porta d’uscita dalla Cina con il loro denaro. È una delle più grandi fughe di capitali della storia, e spiega in parte la fibrillazione che ha investito l’Italia e l’Europa e il gioco capovolto che l’Asia ha mostrato al mondo fin dalle prime ore di ieri.
In Cina, un tempo l’indiscussa fabbrica del mondo, ieri è emerso che le esportazioni in gennaio sono crollate di più del 10% in un anno: molto peggio del previsto, eppure proprio ieri la moneta locale ha messo a segno la rivalutazione più forte dal 2005. In Giappone, l’economia nel quarto trimestre è caduta dell’1,4% in ritmo attuale malgrado le dosi illimitate di stimolo da parte della banca centrale: anche qui il termometro dell’economia segnala dati peggiori del previsto, eppure nelle stesse ore la Borsa di Tokyo ha vissuto il rimbalzo più forte di sempre (più 7,1%).
È il mondo al rovescio di questo scorcio di secolo. Le banche centrali ormai dominano completamente le aspettative dei mercati e per questi ultimi non conta più la produzione di valore, ma di liquidità. La Borsa in Giappone non sale perché l’economia va bene, ma perché va male; gli investitori prevedono che la banca centrale di Tokyo reagirà comprando ancora più azioni attraverso gli indici di Borsa. E in Cina la moneta ieri si è rivalutata, malgrado l’erosione di competitività che porta il governo a sussidiare per esempio l’export di acciaio a danno dei concorrenti europei, proprio perché Pechino cerca di sopprimere le dinamiche del mercato.
È da almeno un anno che l’economia cinese urla al governo e al resto del mondo ha bisogno di una svalutazione per riequilibrarsi. Lo fa attraverso di loro, i puffi: i piccoli cinesi che hanno perso fiducia nel loro sistema o nella loro moneta, un po’ come ne hanno persa nei propri Paesi i migranti che oggi approdano sulle coste d’Europa. Questi cinesi oggi cercano un porto sicuro all’estero per il loro denaro. Vogliono sfuggire ai rendimenti da confisca delle banche pubbliche di Pechino o di Shanghai, fiaccate dai crediti inesigibili verso imprese che dal 2008 hanno accumulato debiti pari a diecimila miliardi di dollari. Vogliono evitare che i loro risparmi rimangano intrappolati in Cina quando il Paese svaluterà, così avvicinando quel giorno. Vogliono evitare tasse per metà del reddito d’impresa o l’arbitrio dei tribunali e del partito.
Proprio perché questa è la realtà, ieri il regime ha voluto dimostrare che non ne ha perso il controllo. A sorpresa ha fissato un tasso di cambio più forte per lo yuan, e deve aver speso molti miliardi in poche ore vendendo dollari e comprando la propria moneta per mostrarne la forza. Lo fa anche per rassicurare l’Occidente, i cui mercati finanziari oggi non sembrano in grado di sostenere l’onda d’urto dalla svalutazione della seconda economia del mondo. Il terremoto di Borsa di gennaio si spiega anche così, con i timori innescati dalla scivolata dello yuan nelle scorse settimane (meno 2,8%). Da ieri è stata eretta una diga, ma non è chiaro fino a quando terrà.
Lo yuan scambiato fuori dai confini vale già meno che in Cina, e la sua difesa costa a Pechino almeno cento miliardi di dollari al mese. Non è lontano il giorno in cui le riserve arriveranno a una soglia di guardia, dopodiché la banca centrale dovrà arrendersi. I puffi continueranno a far fuggire i loro soldi all’estero fino a quando l’avranno travolta. La più grande forza del mercato oggi sono loro.

Federico Fubini
La grande fuga dalla Cina: oltre confine 700 miliardi .La diga (fragile) di Pechino
Corriere della Sera 16 febbraio 2016

La grande paura dell’orso

 
ursus«Esce, inseguito da un orso». Serve la didascalia più famosa ed enigmatica di William Shakespeare, in Il racconto d’inverno, per spiegare questo momento di panico nella finanza mondiale. Gli investitori sono paralizzati dalla paura di un «bear market», un mercato dell’orso.
Un mercato dell’orso che sta sbranando diversi mercati allo stesso tempo: dalle azioni alle obbligazioni, dal petrolio ai metalli pregiati, dalla Cina all’America.
La legge del capitalismo detta che quando un investitore voglia vendere un bene ce ne siano altri disposti a comprarlo a un determinato prezzo. Le crisi accadono quando quasi tutti gli investitori voglio vendere e nessuno vuole comprare. Come nel 2008, quando il crollo di Lehman Brothers provocò il collasso dell’economia mondiale.
Non siamo ancora ai livelli disperati del dopo-Lehman ma, dopo quasi due mesi di passione, ci sono parecchi mercati che stanno uscendo dalla norma, inseguiti da orsi grandi, aggressivi e affamati di sangue.
Venerdì mattina, ho chiamato un investitore che non si ferma mai, uno stakanovista dei mercati che di solito vende e compra azioni dalla mattina alla sera. Mi ha risposto dalla macchina, in viaggio verso il Sud dell’Inghilterra con la famiglia. «Mi sono preso un weekend lungo», mi ha detto. «Non c’è niente da fare in questi mercati».
Siamo nel mezzo del peggiore terremoto finanziario dai tempi della crisi del 2008. Ma a differenza di quel crollo – che fu causato da un’esplosione insostenibile nel debito di consumatori e banche, amplificata da errori di governi e banche centrali – gli scompensi odierni non sono il prodotto di un problema solo.
«È la convergenza di fattori diversi ma tutti pericolosi», mi ha detto un dirigente di uno dei più grandi fondi d’investimento mondiali la settimana scorsa mentre guardava i mercati europei sciogliersi come neve al sole.
Io citerei cinque ragioni dietro il profondo malessere dei mercati.
La Cina è vicina. Troppo vicina e troppo importante per gli Usa e l’Europa. L’ascesa stratosferica di Pechino nella galassia dell’economia mondiale fa sì che quando la Cina ha il raffreddore, il resto del mondo si prende l’influenza. Il rallentamento, naturale ed inesorabile dell’economia cinese riduce la crescita globale. Pechino ci ha messo del suo, con errori clamorosi nel controllo dello yuan che hanno fatto scappare investitori e impaurire i governi occidentali.
La salute del sistema bancario. È un paradosso del dopo-crisi: i governi e i regolatori hanno spinto le banche a costruire muri di capitale per evitare i collassi del passato. Ma il costo di quegli edifici sta riducendo gli utili e rendendo difficile la vita di amministratori delegati, impiegati e azionisti.
Da due settimane, le paure hanno raggiunto livelli altissimi: è possibile – si chiedono gli investitori – che le banche non abbiano soldi per pagare gli interessi sulle proprie obbligazioni? Questa settimana, Deutsche Bank e Société Générale, due colossi europei, sono state costrette a dire esplicitamente che avevano ampi mezzi per saldare i conti. Deutsche ha addirittura deciso di comprare e ritirare 5,4 miliardi di dollari di debito, una mossa disperata, dettata solamente dai patemi del mercato.
L’impotenza delle banche centrali. Le cose belle durano poco e pure le cose così-così non durano per sempre. Il torrente di stimolo scatenato dalle banche centrali americana, europea e giapponese per tenere i tassi d’interesse bassi è ormai secco.
Lo ha spiegato bene Michael Harnett, il capo della ricerca di Bank of America Merrill Lynch, in una durissima nota uscita giovedì scorso. Secondo Harnett, «gli investitori si stanno ribellando» allo stimolo delle banche centrali. Dopo 637 tagli ai tassi d’interesse da parte delle banche centrali dai tempi del crollo di Bear Stearns nel marzo del 2008, dopo più di 12 mila miliardi di dollari immessi nei mercati, l’economia mondiale non cresce e gli investitori hanno capito che Mario Draghi, Janet Yellen e compagnia non hanno più munizioni.
Le politiche monetarie europee e giapponesi fanno male alle banche. I tassi bassi sono la kriptonite delle banche, perché non permettono di guadagnare soldi sulla differenza tra il prezzo del denaro che prendono in prestito e quello che danno in prestito. Ma negli ultimi mesi, la Banca Centrale Europea e la Banca del Giappone (e pure quella svizzera e quella svedese) hanno fatto di peggio: hanno spinto i tassi sotto lo zero. Gli interessi negativi sono una tassa sulle banche. Gli investitori questo lo sanno e stanno scappando dalle azioni delle società finanziarie.
L’incertezza regna sovrana. In politica, le vecchie certezze non contano più. In America, non è impossibile prevedere una campagna presidenziale tra il populismo aggressivo di Donald Trump e il socialismo impraticabile di Bernie Sanders. In Europa, i prossimi mesi saranno dominati dal referendum britannico sulla permanenza nell’Unione Europea, che potrebbe portare al divorzio di uno dei paesi più importanti del continente. E il Medio Oriente rimane un vulcano attivo e pronto ad eruzioni.
I mercati odiano l’incertezza e in questo momento sono circondati da un mare magnum d’incertezza.
Ci sono speranze? Senza dubbio. C’è chi pensa che i mercati delle ultime settimane siano troppo pessimisti. Che si stiano comportando come se il mondo stesse per ricadere nella recessione, ma in realtà le economie-guida continueranno a crescere nel 2016 e nei prossimi anni.
Ed è anche vero che le banche sono molto più preparate a crisi di questo tipo proprio grazie alle regole create dopo la crisi del 2008. E in politica, lo scenario più probabile è che Hillary Clinton sfiderà non Trump ma un moderato come Marco Rubio o un conservatore di ferro come Ted Cruz nelle presidenziali di novembre. E gli investitori continuano a sperare che la Gran Bretagna voti con la testa e non con il cuore e decida di restare nell’Unione Europea.
Nessuno sa se Shakespeare abbia utilizzato un orso vero o finto – un attore vestito da orso – nella prima del «Racconto d’Inverno» nel 1611. Nel 2016, non sappiamo se questo sia un mercato dell’orso vero o finto, un malessere passeggero o una malattia cronica. Anche questo è incerto. Ma fino a quando non è chiaro, occhio agli orsi e agli investitori in fuga.
(l’autore è il condirettore e caporedattore finanziario di Politico Europe a Londra)

Francesco Guerrera
La Stampa, lunedì 15 febbraio 2016

La patente che tutela il risparmio

apatLa tutela del risparmio di cui tanto si parla ha bisogno di due cose. Da un lato sono necessari controlli e regole sul comportamento delle banche e dei gestori di fondi, comprese severe punizioni per chi viola quelle norme. Dall’altro serve una maggiore educazione finanziaria del risparmiatore e del cittadino. Gli importanti lavori di ricerca in merito di una economista italiana, Annamaria Lusardi, come ricordava Federico Fubini su questo giornale il 20 dicembre scorso, dimostrano che, non solo in Italia ma anche in molti altri Paesi europei, oltre che negli Stati Uniti, il livello di diseducazione finanziaria è strabiliante.

Molti risparmiatori italiani, anche con livelli di istruzione elevati, non sanno rispondere correttamente a domande semplicissime. Arrivano a sbagliare l’ordine di grandezza di quanto un investimento di 100 euro renderebbe in 20 anni a un tasso del due per cento. Spesso non capiscono l’importanza della diversificazione del rischio; non si rendono conto cioè che investire in una singola azione è molto più pericoloso che investire in un fondo comune. Non comprendono bene lo scambio tra rischio e rendimento. Vale a dire che se qualcuno promette loro rendimenti elevati senza rischi, ebbene sta mentendo. Infine pochi realizzano che investire in un prodotto del quale fanno fatica a comprendere la natura e la reale composizione non è mai una buona idea.

Non solo, molti cittadini (soprattutto gli uomini, meno le donne) pensano di avere una sufficiente conoscenza di economia e finanza, ovvero non si rendono conto di cosa non capiscono. Il sapere di non sapere è invece il primo passo verso l’apprendimento. La diseducazione finanziaria può avere effetti disastrosi per i risparmiatori e, se generalizzata, può avere conseguenze macroeconomiche gravi.

Che fare? Ecco un’idea. Chiunque apra un conto in banca (o ne abbia già uno) dovrebbe disporre anche di una «patente finanziaria». Dovrebbe cioè superare un esame tipo quello di teoria che si sostiene nel caso della patente auto. Un esame con una cinquantina di domande alle quali rispondere con esattezza. La licenza garantirebbe che chi è «idoneo» è a conoscenza di poche ma importanti cose: che un rendimento alto senza rischio non esiste, che il tasso di interesse reale è molto diverso da quello nominale, che mettere tutte le uova in un paniere è pericolosissimo, come pure decidere se indebitarsi a un tasso fisso o variabile quando si compra una casa richiede un’attenta valutazione della situazione economica propria e generale.

Questa sorta di «patente finanziaria» dovrebbe prevedere anche un rinnovo a distanza di una decina d’anni. In ogni caso si dovrebbe insegnare un minimo di economia e finanza di base nelle scuole superiori. Nei licei, che ambiscono a rappresentare il meglio dell’istruzione, accade invece che economia e finanza siano ignorate, quasi fossero materie «indegne» rispetto al latino o alla filosofia.

Ma nell’attesa che i programmi scolastici cambino e con questi l’istruzione delle generazioni future, la «patente finanziaria» è un primo passo, relativamente facile, verso la consapevolezza finanziaria. In fondo, per guidare un’auto e garantire la sicurezza di chi guida e degli altri cittadini, viene richiesta una patente. Ottenerla non significa diventare un pilota di Formula 1, bastano le basi. Lo stesso valga per l’educazione finanziaria: basterebbe sapere poche cose necessarie. Non aspettiamoci che tutti i risparmiatori siano dei Warren Buffett così come tutti gli automobilisti non sono Sebastian Vettel.

Alberto Alesina