I Millennials

millennnnPer capirli davvero, bisogna darsi appuntamento alle tre di notte, a Bergamo Orio al Serio o qualunque altro aeroporto da compagnie low cost. Lì, tra le corsie vuote del check-in, in mezzo a luci e rumori perpetui, mentre il personale pulisce il pavimento e svuota i cestini, ne troverete tanti.

Giovani adulti, al massimo trentenni o poco oltre, curvi su un sedile scomodo, abbracciati a un trolley, sdraiati a terra dentro un sacco a pelo. A volte attrezzati di mascherina paraocchi o cuffie isola-orecchie. Sempre e comunque pronti a far ciò che mai ai loro padri sarebbe saltato in mente: dormire in aeroporto. Quasi un rito, certamente il simbolo di una generazione. Quella dei cosiddetti «Millennials», o «Generazione Y», i trentenni, quelli, insomma nati dal 1980 in poi.  

Non a caso, per chiamarli spesso si è ricorso a un’altra etichetta, quella di «Generazione Ryanair». C’entrano gli orari – mattutini e infausti – dei voli low cost. Ma c’è molto di più. C’è una nuova filosofia di consumo, la necessità e la voglia di fare esperienze senza spendere un euro più del necessario, la concretezza di chi è diventato grande al tempo della crisi, la capacità e la voglia di risparmiare, ogni volta che si può.

Le notti in aeroporto sono solo un esempio. Il principio vale e si vede in mille altre situazioni. Ed è uno schema che non passerà, destinato a rimanere e a cambiare tutto, in materia di consumi.

A suggerirlo è un’inchiesta del settimanale economico «Forbes», che lo dice senza mezzi termini: «I Millennials stanno cambiando per sempre il modo di usare i soldi». Pragmatici fino (quasi) alla spilorceria, i venti-trentenni di oggi badano al sodo. Puntano a usare più che a possedere. Comprano un vestito o scelgono un viaggio guardando prima di tutto il prezzo, a volte passando ore a cercare la soluzione più intelligente ed economica. Si affidano alla tecnologia e a Internet per trovare l’offerta o la strategia giusta, e anche per gestire i propri risparmi.

Secondo una ricerca di Accenture, negli Stati Uniti è già il 94 per cento dei 18-29enni a usare i servizi online delle banche, mentre il 39 per cento di loro è disposto ad affidarsi a una banca senza filiali, tutta virtuale. Ancor più importante: il 66 per cento di questi giovani adulti spende sempre secondo un budget prefissato, con criterio e parsimonia, mentre a farlo è solo il 36 per cento degli over 55. 

Come detto, sono dati che riguardano i Millennials americani. Ma – con la dovuta prudenza – si possono applicare un po’ a tutto l’Occidente, Italia inclusa. I numeri aiutano anche a spiegare il successo della «sharing economy», l’economia collaborativa di chi divide una casa in affitto, viaggia con BlaBlaCar e simili (car sharing), usa le bici pubbliche (bike sharing), lavora in spazi condivisi (coworking), o finanzia i propri progetti con la colletta virtuale (crowdfunding).

È – si capisce – un mondo molto anglofono e molto online. Ma guai a vederci una rivoluzione solo tecnologica. La metamorfosi si vede infatti nel mondo reale almeno quanto su Internet. È così che si vendono sempre meno vestiti di marca e i negozi come H&M e Zara – mondi tutt’altro che digitali – sono sempre affollati.  

E così è nata la ribellione ai taxi tradizionali e si è diffuso Uber («Se si può pagare meno, che importa la licenza?», pensa il Millennial-tipo). E poi c’è il pellegrinaggio all’Ikea, diventato un altro rito simbolo, da coppiette che arredano una casa – magari in affitto – secondo il loro gusto e impulso del momento. Per qualche anno e non per l’eternità, con mobili destinati a durare quanto serve e pronti ad essere cambiati in un attimo, se cambiano le esigenze o non piacciono più.

Meglio cambiare spesso che rimanere prigionieri di mobili, scarpe, vestiti troppo costosi. Meglio far esperienze e viaggiare, seppur con qualche compromesso, che dover rinunciare perché costa troppo. È questo cambio di mentalità ciò che più distingue i Millennials da padri e nonni. Lungo la strada sono caduti tanti tabù delle generazioni precedenti, non solo quello di dormire in aeroporto. Basti pensare che in Italia il mercato dell’usato riguarda ormai il 44 per cento della popolazione e – tra mobili, vestiti, libri e tecnologia – ha raggiunto un giro d’affari di 18 miliardi di euro all’anno (dati Doxa).

Quando la generazione Y diventerà grande cambierà idea? Viaggerà in prima classe e comprerà di marca? Sarà più consumista e meno sparagnina? Difficile dirlo, ma nei dati ci sono tutti gli indizi per credere che questo non succederà.

Nel 2020 i Millennials saranno già un quarto della popolazione italiana e il 36 per cento di quella degli Stati Uniti, il Paese da cui tutto il cambiamento è partito. A quell’altezza, lo capiremo meglio. E se, come diceva «Forbes», il nuovo modo di usare il denaro è destinato a rimanere, saranno gli altri – governi, banche, aziende – a doversi adattare.

 

http://www.lastampa.it/2014/10/26/societa/meglio-usare-che-possedere-i-trentenni-cambiano-i-consumi-DWrXy0PVGJOFTTNJRlgI4I/pagina.html

 

L’arte di imparare

imppDagli egizi all’inizio dell’Ottocento, il tenore di vita della maggioranza degli esseri umani ha avuto variazioni modeste. Sostanzialmente si era in un’economia di sopravvivenza. Poi, dal 1820 in poi i progressi sono stati spettacolari fino al punto che la maggioranza di noi ha dei lussi che neppure un monarca poteva sognare nel XVIII secolo.

Cos’è successo? Che siamo entrati in un’epoca dell’apprendimento.

In molte sfere dell’attività umana, per millenni si dava per scontato che le cose “si facevano sempre allo stesso modo” seguendo il solco delle generazioni precedenti. Scoperte scientifiche importanti ce ne furono anche ai tempi dell’antica Grecia o nella Cina dei Tang, ma le loro applicazioni nella vita quotidiana erano poco rilevanti.

L’Illuminismo ha rovesciato il modo di ragionare. L’applicazione della mentalità illuminista all’economia, con la Rivoluzione industriale inglese, ha disseminato benefici di massa a partire dal 1820. E da allora non si è più fermata.

Questo è il punto di partenza del nuovo saggio di Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’economia: “Creating a Learning Society”.

Il tema è affascinante, lo svolgimento pure: la cosa più importante nello sviluppo umano, è l’apprendimento. Molto più dell’accumulazione di capitale. Anche più del progresso tecnologico in quanto tale.

Ciò che davvero fa la differenza nel tenore di vita di intere popolazioni, apprendimento in tutti i campi.

“Imparare come si impara”, è uno dei motti che Stiglitz usa. Apprendimento in senso lato, non solo quello tradizionale che avviene sui banchi di scuola o dell’università. Nel mondo del lavoro, all’interno delle imprese, ciò che fa la differenza è la capacità di imparare. Le conseguenze sono importanti. Anche sul piano macroeconomico. Anzitutto, spiega Stiglitz, “il mercato di per sé può non essere il meccanismo più efficiente per incoraggiare, stimolare e diffondere l’apprendimento”. Le imprese non hanno interesse a fare ricerca pura, questa avviene per lo più dentro le istituzioni pubbliche: dal Dna a Internet, le scoperte/invenzioni più importanti degli ultimi decenni sono venute tutte dallo Stato, non dall’iniziativa privata. Anzi, il privato può essere un nemico dell’apprendimento. Per esempio le leggi sulla proprietà intellettuale e i brevetti, possono trasformarsi in una poderosa barriera contro l’apprendimento: sono incentivi alla segretezza, spingono gli inventori a tenersi per sé le proprie scoperte anziché farle circolare a beneficio dell’economia tutta intera.

La finanziarizzazione delle nostre economie è un’altra nemica dell’apprendimento “perché sposta risorse da altre attività, riduce l’apprendimento della gestione del rischio”. Nel saggio c’è perfino una rivalutazione delle politiche industriali. Non è vero che siano state degli esperimenti falliti, viziati da statalismo e dirigismo. E’ grazie alle politiche industriali che la Corea del Sud abbandonò precocemente la sua specializzazione agricola e si lanciò nella siderurgia “imparando come si fa”, e diventando rapidamente il numero uno mondiale. Se oggi Seul ha la Samsung, è perché si è rifiutata di ascoltare il “Washington consensus”, le direttive che le venivano impartite dai sacerdoti del neoliberismo al Fondo monetario internazionale. “Quei tecnocrati – ricorda Stiglitz – avevano stabilito che la Corea del Sud aveva un vantaggio competitivo nella coltivazione del riso e avrebbe dovuto specializzarsi in quella. Seul rispose: grazie del consiglio, ma il riso coltivatelo voi”.

 

ONLINE/OFFLINE

zz bbbTUTTI noi a intermittenza, ma anche contemporaneamente, viviamo ormai in due universi distinti: online e offline. Il secondo dei due è spesso definito “il mondo reale”, anche se la questione di capire se questa definizione si adatti meglio al secondo rispetto al primo diventa via via discutibile. I due universi differiscono in modo marcato per la visione del mondo che ispirano, le competenze che esigono e il codice di comportamento che raffazzonano e promuovono. Le loro differenze possono essere superate, ma difficilmente sono riconciliate. Spetta al singolo individuo, immerso in entrambi quegli universi, risolvere i conflitti che sorgono tra di essi e delineare ambiti circoscritti di applicabilità per ciascuno dei due.
L’esperienza acquisita in un universo, però, non può non influire sulle nostre modalità di percezione dell’altro universo, che valutiamo e che attraversiamo. Tra i due universi tende a esserci un traffico frontaliero ininterrotto, legale o illegale, ma pur sempre intenso. I vantaggi di Internet sono molteplici e multiformi. Su Facebook non può accadere che qualcuno si senta mai più solo o messo in disparte, scaricato, respinto, lasciato a cuocere nel proprio brodo avendo come unica compagnia sé stesso. Sempre, ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, qualcuno da qualche parte sarà sempre pronto a ricevere un messaggio e a rispondere a esso. Grazie a Internet, ormai tutti ricevono una possibilità di vivere il loro proverbiale quarto d’ora di celebrità e l’occasione di sperare di arrivare allo status di celebrità pubblica.
Ma quali sono le perdite, documentate o previste? Tanto per cominciare, ci sono perdite che affliggono le nostre facoltà mentali; prima di tutto le qualità/ capacità ritenute indispensabili per trovare uno spazio fondamentale per la ragione e la razionalità, per dispiegarvisi e realizzarsi appieno: attenzione, concentrazione, pazienza e la possibilità di durare nel tempo. Quando per connettersi a Internet è necessario un minuto, molti di noi si irritano per la lentezza del proprio computer. Ci stiamo abituando ad aspettarci sempre risultati immediati. Desideriamo un mondo sempre più simile al caffè istantaneo. Stiamo perdendo la pazienza, eppure i grandi risultati necessitano di grande pazienza. Il periodo di tempo in cui si è in grado di tenere desta la soglia di attenzione, l’abilità a restare concentrati per un tempo prolungato – in definitiva, quindi, la perseveranza, la resistenza e la forza morale, caratteri distintivi della pazienza – sono in calo, e rapidamente.
Tra i danni meglio analizzati e al contempo teoricamente più nocivi provocati dal calo e dalla dispersione dell’attenzione ci sono il peggioramento e la graduale decrepitezza della disponibilità ad ascoltare e delle facoltà di comprendere, come pure della determinazione ad “andare al cuore della faccenda” (nel mondo online ci si aspetta di “navigare” tra le informazioni convogliate visivamente o acusticamente) – che a loro volta portano a un continuo declino delle capacità di dialogare, una forma di comunicazione di vitale importanza nel mondo offline. Strettamente connesso ai trend descritti è il danno inferto alla memoria, oggi sempre più spesso trasferita e affidata ai server, invece che immagazzinata nel cervello.
L’altra cosa di cui tenere conto è il verosimile impatto di tutto ciò sulla natura stessa dei rapporti umani. Allacciare e spezzare legami online è più comodo e meno imprudente che farlo offline. Non comporta obblighi a lungo termine, e tanto meno promesse del tipo “finché morte non ci separi, nella buona e nella cattiva sorte”; non esige un obbligo così prolungato e coscienzioso come esigono i legami offline. Non stupisce quindi che, avendo collaudato e confrontato le due tipologie, molti internauti, forse la crescente maggioranza, preferiscano la varietà online.
C’è ancora un punto, forse il più discusso tra gli argomenti che saltano fuori nel dibattito su vantaggi e svantaggi del world wide web. Numerosi osservatori hanno accolto la possibilità di assistere in “tempo reale”, in modo universale, facile e comodo agli eventi internazionali – unitamente alla possibilità di fare un ingresso altrettanto universale, ugualmente facile e indisturbato nella scena pubblica – come l’autentica, radicale, effettiva svolta nella storia breve e tempestosa, seppur ricca di avvenimenti, della democrazia moderna. Al contrario delle aspettative abbastanza diffuse secondo le quali Internet rappresenterà un grande salto in avanti nella storia della democrazia e coinvolgerà noi tutti nel processo di dar forma al mondo che condividiamo, si vanno accumulando le prove per le quali Internet potrebbe servire anche a perpetuare e a rafforzare conflitti e antagonismi. Paradossalmente, il pericolo nasce dalla propensione della maggior parte degli internauti a fare del mondo online una zona esente da conflitti. Internet porta alla creazione di una versione perfezionata di “comunità residenziale protetta”: a differenza del suo equivalente offline, ciò non impone ai residenti di pagare un affitto esorbitante e non richiede vigilantes armati o una rete complessa e avanzata di telecamere di sorveglianza a circuito chiuso; è sufficiente disporre di un semplice tasto “cancella”. Il vero problema è che in questo ambiente online, sterilizzato e decontaminato in modo artificiale, è davvero molto difficile poter sviluppare una forma di immunità nei confronti delle velenose controversie endemiche dell’universo offline.
Senz’altro, l’elenco fin qui fatto dei vizi e delle virtù reali e teoriche di una divisione del Lebenswelt (“il mondo vitale”) in un universo online e un universo offline è tutt’altro che completo. Ed è ovviamente prematuro valutare gli effetti aggregati di un cambiamento-spartiacque, così determinante nella condizione umana e nella storia culturale. Per il momento, gli asset di Internet e dell’informatica digitale nel loro complesso paiono tollerare bene una considerevole mescolanza di passività. Oggi il punteggio più alto raggiunto dall’universo online nella scala di misurazione della comodità, della convenienza, dell’immunità dal rischio e della libertà dai problemi che impongono uno scotto, sollecita, di proposito o di default, la tendenza a trasferire le opinioni sul mondo e i codici comportamentali fatti a misura della sfera di vita online nella sua alternativa offline. Ma potrebbero essere applicati a questa soltanto a costo di un grande danno sociale ed etico. A conti fatti, d’ora in poi, faremo bene a tenere d’occhio da vicino le conseguenze della spaccatura online/offline.

Vivere da immigrati digitali divisi tra “ online ” e “ offline ”

di Zygmunt Bauman

la Repubblica • 25 giugno 2014

(Traduzione di Anna Bissanti)

 

http://www.dirittiglobali.it/2014/06/25/vivere-immigrati-digitali-divisi-online-offline/

Iniziativa”antibufale” per la maturità

Leggende metropolitane che, in questi ultimissimi giorni prima degli esami di maturità 2014 , contribuiscono a creare mille ansie e a far perdere tempo e denaro ai maturandi. Non ci si deve infatti fidare di chi promette di fornire le tracce di maturità in anticipo, soprattutto se a pagamento. Fino a oggi non è mai accaduto nulla di simile. Questo e non solo. Ormai il web pullula di storielle inventate ad hoc per spaventare gli studenti, così Skuola.net , con l’aiuto della Polizia postale, ha sfatato tutte quelle bufale che circolano tra i maturandi.

#MATURABUSTER: ECCO I MITI DA SFATARE
– Da una ricerca a cui hanno partecipato 2.500 studenti maturandi di Skuola.net, emerge un persistente grado di disinformazione da parte di chi si appresta a sostenere l’esame. Infatti non mancano coloro (circa il 29%) che aspettano la manifestazione sul web delle tracce d’esame prima dell’inizio della prova. Come anche c’è chi è convinto di avere il telefono sotto controllo dalla Polizia (circa il 23%) oppure che i professori siano armati di rilevatori di smartphone (circa il 15%). Fortunatamente quasi tutti sono consapevoli delle regole da rispettare per superare l’esame: 9 su 10 sanno che usare lo smartphone comporta l’esclusione dalla prova.

MATURITA’ AL SICURO…
Così per il sesto anno consecutivo la Polizia Postale e delle Comunicazioni in collaborazione con il portale degli studenti Skuola.net, si appresta a lanciare la campagna di sensibilizzazione “Maturità al sicuro”, con l’obiettivo di debellare il fenomeno ed evitare che gli studenti, oltre a perdere del tempo prezioso, possano anche rimetterci del denaro alla ricerca della soffiata giusta. L’iniziativa “antibufale” si serve delle forme di comunicazione e degli strumenti preferiti dai giovani per veicolare i messaggi di sensibilizzazione, ed è finalizzata ad aiutare i ragazzi ad affrontare l’ esame di maturità con maggiore serenità, confidando nei propri mezzi e nella preparazione che hanno ricevuto durante gli anni passati a scuola, senza cercare scorciatoie truffaldine che comporterebbero solo l’esclusione dalla prova d’esame….

http://www.lastampa.it/2014/06/16/blogs/skuola/esami-di-maturit-miti-e-leggende-sfatati-uzGulaI3NWS25QXNLyv1jO/pagina.html

Più si è connessi e meno si studia

snPiù si è connessi meno si studia. Sembra una banalità, uno di quei mantra ripetuti dalle madri ai figli, ma è anche un’affermazione supportata da un’indagine condotta sugli studenti lombardi risultati molto social, forse troppo. Trascorrono circa tre ore al giorno in rete, principalmente chattando sui social network (83 per cento) e cercando informazioni e approfondimenti (53 per cento). Ma per ogni ora passata in più su Internet, l’apprendimento cala. Secondo quanto calcolato utilizzando i dati Invalsi la diminuzione di 0,8 punti in italiano e di 1,2 punti in matematica.

È il risultato a cui è giunta l’Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde condotta dal Gruppo di Ricerca sui Nuovi Media del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, coordinata da Marco Gui, ricercatore in Sociologia dei media e con la supervisione scientifica di Giorgio Grossi, ordinario di Sociologia della comunicazione. Alla ricerca ha collaborato anche l’Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La ricerca è stata svolta su un campione di 2.327 studenti delle seconde superiori in Lombardia, e ha analizzato le dotazioni tecnologiche, l’uso dei nuovi media e le competenze digitali degli studenti. Per la prima volta in Italia, inoltre, ha associato l’utilizzo dei media digitali ai livelli di apprendimento, utilizzando i dati dei test Snv/Invalsi . Il campione è rappresentativo per tipo di scuola e area geografica.

E, quindi, c’è poco da fare, più si è connessi meno si riesce a studiare. Il calo nell’apprendimento è ancora più marcato se si considera solo la quota di tempo che gli studenti trascorrono online per motivi di studio: meno 2,2 punti in italiano e meno 3,2 punti in matematica. Inoltre, gli usi poco frequenti e molto frequenti della rete sono associati alle performance peggiori, mentre gli utilizzi moderati sono associati a quelle migliori.

La posizione sociale dei ragazzi non conta. I ragazzi dei centri di formazione professionale ormai superano quelli dei licei e dei tecnici nel tempo speso online. La permanenza online dello studente medio è infatti di circa 3 ore giornaliere, ma i ragazzi dei licei stanno online in media circa 2 ore e 48 minuti, quelli dei centri di formazione professionale circa 3 ore e un quarto.

Per quanto riguarda invece l’utilizzo dei social network, Facebook è protagonista: l’82 per cento degli intervistati possiede un profilo e il 57 per cento lo tiene addirittura aperto mentre fa i compiti. Tuttavia esistono due diversi modi di usarlo: uno più chiuso con poche informazioni condivise online, profilo privato e con contatto prevalentemente con persone conosciute offline (tipico dei ragazzi dei licei e di chi ha genitori istruiti) e uno più aperto alle nuove conoscenze online con molte info messe a disposizione e profilo aperto (più frequente tra gli studenti con meno risorse culturali ed economiche: il 35 per cento degli studenti dei Centri di formazione professionale hanno un profilo completamente pubblico contro il 18 per cento dei liceali).

I genitori sono percepiti dai ragazzi come meno competenti di loro e sembrano non essere in grado di fornire competenze digitali avanzate. Un po’ più competenti i genitori dei liceali che sono anche quelli che controllano maggiormente i tempi di permanenza al computer dei figli.

L’uso di Internet per la scuola appare diffuso (il 32,4 per cento cerca informazioni che non trova nei testi, il 41 per cento scambia informazioni con i compagni) ma poco guidato da genitori e insegnanti, cosa che spiega probabilmente anche la relazione non incoraggiante di queste attività con l’apprendimento……

http://www.lastampa.it/2013/09/23/cultura/scuola/i-nativi-digitali-hanno-bisogno-di-guida-WEKSCwysieg8jyN2u033uK/pagina.html

Troppo internet….

L’eccesso di Internet influisce negativamente sugli adolescenti, peggiorando anche su comportamenti ed abitudini non direttamente collegate all’uso della Rete. Lo dice l’Osservatorio della Società Italiana di Pediatria nello studio su  Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani, che indaga annualmente, dal 1997, un campione nazionale di adolescenti che frequentano la terza media (12-14 anni). Gli adolescenti che navigano su Internet per più di 3 ore al giorno (21,3% del totale – dato 2012) mangiano peggio, sono più inclini al rischio, fumano e bevono di più, leggono di meno, hanno un rendimento scolastico inferiore, hanno comportamenti sessuali più “adultizzati”, praticano meno sport e lo fanno con un atteggiamento molto più orientato alla vittoria che alla pratica ludica.

Il rapporto Sip è stato diffuso a Bologna in occasione del 69mo Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria. Per i pediatri, un quadro certamente sconfortante se si considera che questa “categoria” di adolescenti è in costante crescita. Cresce la fruizione di Internet (che ormai più essere considerata universale in quella fascia d’età); cresce la fruizione quotidiana (riguardava il 42% nel 2008 oggi riguarda oltre il 70%); cresce la percentuale di ragazzi e ragazze che passa in rete più di 3 ore al giorno (8,6% nel 2008; 21,3% nel 2012). Per non parlare di Facebook,  inesistente tra gli adolescenti nel 2008, sul quale oggi ha un proprio profilo circa l’80%. Un trend di crescita che aumenta ancora con l’età, come dimostra uno studio pilota effettuato dalla Associazione Laboratorio adolescenza, a Milano, su tre scuole superiori (l’utilizzo quotidiano di Internet sale all’80%; gli “over 3 ore” aumentano al 31% e Facebook arriva al 95%).

http://www.lastampa.it/2013/05/09/societa/mamme/bambini/6-11-anni/adolescenti-ecco-le-trappole-del-web-qIG0gaUHPMYWaWtCOJQggM/pagina.html

Maxi multa UE contro il monopolio di Explorer

browUna multa «esemplare», di monito ad altri, perché Microsoft non ha rispettato gli impegni presi con Bruxelles e non ha dato sufficiente libertà agli utenti Windows di scegliere il proprio browser, creando di fatto il monopolio di Internet Explorer: è di 561 milioni di euro la sanzione che l’antitrust europeo ha comminato oggi al colosso di Redmond, la quarta in otto anni, che porta così a 2,24 miliardi di euro il debito dell’azienda con Bruxelles..

Per Bruxelles, Microsoft è «venuta meno agli impegni vincolanti» presi nel 2009, quando la Commissione le chiese di prevedere nel sistema operativo Windows la possibilità di scegliere anche altri motori di ricerca e non solo il suo Internet Explorer, montato di default sui pc. Il gigante dell’informatica si era quindi impegnato a fornire per cinque anni (fino a luglio 2014) agli utenti Windows una finestra dove scegliere il browser preferito, che conteneva i maggiori concorrenti di Internet Explorer cioè Mozilla, Chrome e Opera. Fu proprio Opera a scatenare la guerra dei browser denunciando a Bruxelles il monopolio di Internet Explorer e la chiusura di Windows agli altri concorrenti.

Il rimedio, che consentì il download di oltre 84 milioni di browser alternativi, funzionò però solo fino a febbraio 2011. Con l’arrivo di Windows 7 Service Pack 1, da febbraio 2011 a luglio 2012 la finestra di scelta’ sparì di nuovo e Internet Explorer tornò ad essere il navigatore predefinito per 15 milioni di nuovi utenti europei

La sanzione rappresenta l’1% dei ricavi 2012 del colosso informatico, e sarebbe potuta salire fino al 10% del suo fatturato se l’azienda non avesse collaborato, ma dopo luglio 2012 reintrodusse la finestra di scelta. La prima multa Microsoft risale al 2004: commissario alla concorrenza era Mario Monti, e la sanzionò con 497 milioni di euro, a cui hanno fatto seguito una sanzione da 280,5 milioni nel 2006 e una seconda da 899 nel 2008, poi ridotta in appello lo scorso giugno a 860 milioni dalla Corte di Giustizia Ue.

http://www.lastampa.it/2013/03/06/tecnologia/nuova-maxi-multa-ue-per-microsoft-K4AMDnTOqSR95YUJxSUwXP/pagina.html

Cyber-dipendenza

Il primo (lo chiameremo N.) è arrivato qui trascinato dai genitori. Ha diciassette anni, passa sedici ore al giorno incollato al computer. Due anni di scuola bruciati, zero amici. Eppure non capisce. «Io sto bene», dice. Si sveglia alle due del pomeriggio, va a letto alle sei di mattina. In casa niente luce, a cena indossa gli occhiali da sole. Oltrepassa i tornelli del Gruppo Abele di Torino, allarga le braccia e sgrana gli occhi: «Che c’è che non va?». 

All’inizio, nulla. Papà e mamma sono orgogliosi: N. non fuma, non si è mai ubriacato. Nessuna notte passata con il cuore in gola ad aspettare il rientro dalla discoteca. Ma quando provano a staccare la spina del pc N. diventa aggressivo. Insulti, botte. Una crisi d’astinenza in piena regola. …..

Don Ciotti si sta sgolando da mesi. Eroinomani, testimoni minacciati dalla mafia, prostitute, barboni, giocatori d’azzardo andati in rovina. Sotto la sua ala si sono rifugiati in migliaia. Ma l’ultimo rovello del prete combattente è la cyber-dipendenza. «È la più sottovalutata» dice. La più pericolosa. «La nostra società si preoccupa dei ragazzi, ma non se ne occupa. Invece dovremmo dare una mano ai giovani a colmare la vita di vita». Ma come si combatte un nemico che non c’è? Un nemico virtuale, così perfido da infilarsi negli oggetti di cui non possiamo fare a meno: computer, telefonini, tablet? Si danza. Sul filo sottilissimo che c’è tra l’uso e l’abuso. Tra la Rete che ti connette al mondo e quella che ti isola dietro il monitor, le tapparelle abbassate, le paure affidate ad un «avatar» capace di cavarsela contro draghi e mostri, figurarsi durante un’interrogazione. …..

http://www.lastampa.it/2013/02/18/italia/cronache/cosi-curiamo-i-tossici-di-internet-9pcZotfi63YvWDndkrpHWM/pagina.html

Cresce la domanda di film in lingua originale

cinemaIl cinema? Meglio nella lingua originale, basta col doppiaggio. Nell’epoca di Internet e dell’inglese per tutti, cresce anche la richiesta fra il pubblico italiano di una maggiore offerta di film non doppiati. La prova? Django Unchained, per esempio, in programma al cinema Barberini di Roma, sta incassando più nella versione originale con sottotitoli che in quella doppiata. D’accordo, le cifre sono sproporzionate: la versione originale del film di Tarantino a Roma è in programmazione in un’unica sala, mentre in italiano occupa 47 schermi. Ma è un segnale …..

Secondo molti critici ci sono film che, a prescindere dalla professionalità dei doppiatori, non si dovrebbero tradurre, la versione italiana risulta sempre deludente. Ha sollevato parecchie riserve, per esempio, il doppiaggio di Lincoln, dove, per dar voce a Daniel Day-Lewis è stato scelto Pierfrancesco Favino, la cui recitazione enfatica non ha convinto tutti. Secondo Marco Mete, direttore di doppiaggio, “non è tanto questione di attore o doppiatore, ma di tempi a disposizione. In un momento di crisi la parola d’ordine è “deve costare meno” e i lavori affrettati non sempre garantiscono qualità”. …

Da regista” dice Pupi Avati “odio il doppiaggio, quando, per problemi tecnici, devo doppiare alcune parti dei miei film soffro da morire. Da spettatore non saprei dire se un film sia più penalizzato dai sottotitoli, che sottraggono qualcosa alla visione, o dal doppiaggio. Ciò che mi infastidisce nelle versioni italiane è un certo compiacimento nella recitazione che si nota spesso nei nostri pur bravissimi doppiatori”. Insomma, per non perdere nulla, non ci sarebbe altra soluzione che vedere un film in originale senza sottotitoli. Assurdo? Non del tutto, secondo Giordana: “Oggi le lingue si parlano molto più di ieri. Per le giovani generazioni che si muovono sulla rete si può quasi dire che l’inglese non sia più una lingua straniera e, dunque, pensare di vedere film in originale senza aiuti aggiuntivi non è così strano”. Del resto i canali di Sky già trasmettono film e telefilm in originale con o senza sottotitoli e probabilmente qualcosa del genere si verifica anche nel consumo domestico di dvd..

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2013/01/28/news/film_lingua_originale-51432963/?ref=HREC2-12

Eros rivive su YouTube

erossIl gatto Eros continua a vivere in rete. A qualche giorno dallo scalpore del paginone del Corriere della Sera a lui dedicato siamo andati a cercare sue tracce e forse le abbiamo trovate. Un certosino grigio che si chiama Eros è il protagonista assoluto di una pagina YouTube dove è pubblicata una rassegna di una ventina di video…..

Internet sta già diventando un luogo della memoria di persone che non potremo più vedere concretamente, ma di cui andiamo a cercare reliquie digitali perché non vogliamo che ne svanisca il ricordo. Ci potremmo forse sentire più vicini al ricordo di un affetto scomparso costruendone nel tempo  il luogo della memoria, come ha fatto per il gatto Eros chi a lui voleva bene come a un umano.

http://www.lastampa.it/2012/12/21/blogs/obliqua-mente/il-gatto-eros-rivive-su-youtube-Sg3sz7mp789GJO8cdjp7rJ/pagina.html