Quella spinta del fattore «T» (tasse e tassi d’interesse)

Quando i mercati partono con questa velocità viene da chiedersi se si tratta di una fiammata o di un aumento duraturo. La risposta è più complicata di quanto appaia, però si può tentare di analizzare i segnali. Primo: nel corso del 2017 la Fed ha fatto capire che i tassi di interesse aumenteranno gradualmente. Secondo, Donald Trump ha varato la riforma fiscale che prevede un forte abbassamento delle imposte (cosa che piace sempre ai mercati finanziari). Terzo: la Banca centrale europea ha avviato il dimezzamento della politica di acquisto di titoli del debito pubblico (quantitative easing) ma non ha intenzione di rendere più costoso il denaro. Segnali che per le società quotate rappresentano uno scenario di tranquillità. Si fanno poi sempre più robusti i dati sulla ripresa dell’economia e l’andamento delle aziende, soprattutto negli Stati Uniti, stanno evidenziando forti progressi negli utili. Risultato: l’attesa di un aumento dei dividendi piace sempre agli investitori.

Ma veniamo all’Italia: i segnali intermittenti che arrivano dallo spread, che oscilla intorno a 160 punti, sono legati da un lato alle scelte della Banca centrale europea, dall’altro al voto del 4 marzo. Quanto più lo scenario si farà incerto tanto più la Borsa si metterà a fibrillare. Con un elemento che è cambiato, questo sì, profondamente. La crisi delle 11 banche (da Veneto Banca a Etruria), in qualche modo, alla fine, è stata governata e dunque il sistema del credito potrà dare più attenzione alle esigenze di sviluppo delle imprese. In un momento nel quale, tanto per osservare un dato, le esportazioni crescono al ritmo del 7%. E il Prodotto interno lordo, timidamente, ha imboccato la via della crescita superiore all’1,5%.

Come dire: la crisi morde ma le aziende più solide (alcune quotate) hanno risposto molto bene. E non è un caso se nel corso del 2017 le matricole che si sono affacciate sul listino di Piazza Affari sono state ben 39 e nel corso del 2018 ne sono attese almeno una cinquantina. Segno che la Borsa rappresenta un meccanismo di finanziamento dello sviluppo che viene di nuovo preso in considerazione (anche se deve competere con la nuova febbre dei tulipani-bitcoin).

A questo punto il tema sono gli investitori internazionali: ormai il 51% del capitale delle società per azioni quotate è detenuto da fondi pensione, gestioni patrimoniali, banche che hanno modificato (in positivo) la loro percezione sull’Italia. Il nodo sarà conservare questo clima nei prossimi mesi perché, come recita un adagio di Borsa, gli investitori hanno una memoria d’elefante e le gambe da lepre. Le inversioni possono essere molto rapide nella scelta di diversificazione del portafoglio. Non a caso quando scattano le vendite, Milano è sempre il listino più penalizzato, per certi versi il più fragile quando si scatenano le speculazioni al ribasso.

Una vecchia regola di Borsa era questa: se il dollaro sale le Borse salgono, se il dollaro scende le Borse vanno giù. In questi giorni. con l’euro ai massimi da tre anni (circa 1,21). la regola è stata contraddetta. Si tratta di vedere quanto durerà o se i manuali degli operatori andranno cambiati

Nicola Saldutti

Corriere della Sera , 5 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_05/quella-spinta-fattore-t-tasse-tassi-d-interesse-10669c48-f1e7-11e7-97ff-2fed46070853.shtml

 

Annunci

La spending review frutta 3,5 miliardi ma è ancora poco

Il sistema Consip, la centrale di acquisto di beni e servizi per conto dello Stato, oggi nell’occhio del ciclone politico e giudiziario, tiene: in tre anni ha consentito di risparmiare 3,5 miliardi. Ma il livello della spesa corrente in Italia resta alto: al netto dei pesanti interessi che paghiamo sul debito pubblico e dei necessari investimenti, siamo nel 2016 a quota 42,2 per cento del Pil bloccati sul 42,2 per cento del 2015.
Tirata in ballo ogni autunno come panacea in grado di risolvere ogni male la spending review cammina ma non riesce a risolvere tutti i problemi del bilancio pubblico italiano. Intanto per l’area circoscritta di intervento: su 829,3 miliardi di spesa pubblica, restano fuori interessi, spesa sociale, pensioni e investimenti.
Nel mirino rimangono quelle che i tecnici definiscono “spese aggredibili”: 327,7 miliardi di cui tuttavia 164,1 sono spese per il personale e “solo” 163,3 sono i mitici acquisti di beni e servizi, dai computer alle risme di carta A4, che caricano il bilancio dello Stato.
La difficile battaglia per risparmiare sul bilancio dell’Italia spa, l’ha raccontata ieri l’attuale commissario alla spending review, Yoram Gutgeld, che ha illustrato, alla presenza del premier Gentiloni e del ministro dell’Economia Padoan, il rapporto sull’attività anti-sprechi del governo dal 2014 al 2016.
Quello che è certo è che la Consip, il centro effettivo e operativo della revisione della spesa, ha allargato il suo campo di azione: mette a disposizione della pubblica amministrazione un “menù”di merci per 48,3 miliardi (il 27 per cento in più rispetto a tre anni prima), lo scorso anno ha bandito gare per 17,3 miliardi e ha potuto contribuire alla spesa dello Stato con risparmi per 3,5 miliardi (il 13 per cento in più rispetto a tre anni prima).
Una storia difficile quella della spending review (sei commissari negli ultimi cinque anni) segnata spesso da contrasti e incomprensioni. Una delle mosse vincenti è stata quella dell’accentramento strutturale degli acquisti lanciato dall’ex commissario per la spending Carlo Cottarelli nel 2014. Oggi – come spiega la Relazione – invece di 36 mila stazioni appaltanti per decine di prodotti sanitari (dai vaccini, alle protesi allo smaltimento dei rifiuti) e generici (come vigilanza e pulizia) c’è un «tavolo unico» cui devono rivolgersi tutti, dal più piccolo ospedale alle grandi amministrazioni locali: il prezzo medio è sceso del 23 per cento. «La revisione della spesa c’è», ha osservato il ministro dell’Economia Padoan.
(….)

Da un articolo di Roberto Petrini

La Repubblica 21 giugno 2017

Consip

http://www.consip.it/

Perché cresciamo poco, nonostante Yellen e Draghi

yell-dragLa politica invia segnali confusi ai cittadini. E spesso scambia la forza dei suoi slogan con la solidità delle argomentazioni. È per questo che quando si muovono con le parole o le scelte Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, e il suo collega Mario Draghi alla Banca centrale europea, diventano argomento di riflessione nei Paesi e non solo tra economisti, finanzieri, imprenditori, politici. Da Washington la prima e da Francoforte il secondo, hanno fatto in modo che la crisi peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale avesse effetti meno devastanti possibili. All’indomani delle dichiarazioni di Yellen, che ha arricchito la serie di indizi che parlano di un imminente probabile rialzo dei tassi americani, l’attesa è ora per le parole di Draghi giovedì prossimo. I tassi bassi per l’economia sono lo strumento più efficace nei periodi legati a crescita stagnante. Le imprese e gli Stati possono chiedere crediti pagando meno il costo del denaro. Questo facilita la spesa per gli investimenti dando una spinta allo sviluppo. Il fatto che in America la tendenza sia al rialzo fa pensare che l’economia abbia raggiunto un punto di svolta. Le Borse americane sono ai massimi storici. La disoccupazione è al 4,8%, l’inflazione è attorno all’obiettivo stabilito del 2%. Donald Trump continua a indicare in tre assi la sua politica di sviluppo: taglio delle tasse al ceto medio, meno regole e più spesa per le infrastrutture.

Il passaggio dal messaggio della Casa Bianca all’azione concreta sarà meno semplice, ma è quello che vogliono sentirsi dire le imprese e la finanza per continuare a scommettere sulla crescita. Analoghi segnali sembrano potersi rintracciare in Europa. L’inflazione in Germania ha superato il 2%. Persino in Italia ha toccato quota 1,5%. La fiducia delle imprese in Germania, Francia e Italia è in aumento costante. La Spagna continua a segnare buoni livelli di crescita. Tanto che si dice possano aumentare le pressioni su Mario Draghi affinché tolga il piede dell’acceleratore della politica espansiva per evitare pericolose fiammate dell’inflazione. Cosa che produrrebbe per un Paese come l’Italia, fortemente indebitato, conseguenze negative sugli interessi da pagare sui titoli di Stato e quindi sui conti pubblici. Al di qua e al di là dell’Atlantico i segnali positivi ci sono e non vanno sottovalutati. Ma sono molto sulla carta. O meglio tutt’altro che soddisfacenti. Le aree di disagio sembrano allargarsi invece che diminuire. La stessa elezione di Trump ne è il sintomo più evidente. Nonostante e il costo del capitale sia così basso il livello degli investimenti non è stato del livello atteso. Sir John Cunliffe, vice governatore della Banca d’Inghilterra in un discorso riportato da The Economist di questa settimana ha notato come negli ultimi quarant’anni prima del 2007 la crescita media degli investimenti è stata del 3%, mentre da quell’anno in poi è scesa all’1,5%. Ci potrà essere stata difficoltà nell’accesso al credito sicuramente. Ma altrettanto sicuramente c’è la percezione di un aumento dei pericoli o perlomeno di una loro non riduzione.

Il disagio del quale si parlava è riferito non al momento che stiamo vivendo , quanto al futuro. Le famiglie e i lavoratori sono portati a risparmiare piuttosto che a spendere. E analogamente si muovono le imprese che custodiscono ingente liquidità preferendo distribuirla ai propri soci invece di metterla a rischio investendo senza sufficienti ritorni. È come se gli attori economici, cittadini, aziende, istituzioni finanziarie stessero perdendo la pazienza. Forse si dimentica che negli ultimi anni proprio grazie all’azione delle banche centrali americane, europee, ma anche cinesi e giapponesi, si sono superati choc internazionali importanti. La crisi russa nel 2014, come quella delle materie prime con i prezzi del petrolio in forte discesa, la cinese nel 2015 e, in misura minore, quella finanziaria del 2016. Senza contare le tensioni in medio Oriente e le successive ondate di migranti. Crisi che hanno spostato in avanti il recupero atteso. È evidente che averle superate e registrare gli evidenti segnali di ripresa non basta in poche settimane a consolidare la fiducia necessaria che spinge a investire a guardare con più serenità al futuro. È per questo che la cautela con la quale usano le parole Yellen e Draghi associata alle loro forti azioni di sostegno alle economia, la si vorrebbe ritrovare nelle istituzioni e nei protagonisti della politica. Sarebbe il segnale della comprensione che fiducia e riforme sono da sempre i veri motori di riprese più solide.

DANIELE MANCA

Corriere della Sera, 3 marzo 2017

http://www.corriere.it/economia/17_marzo_03/perche-cresciamo-poco-nonostante-yellen-draghi-fcddcc16-0054-11e7-92b1-e1f58b14debd.shtml

L’India cresce ancora del 7 per cento

innnddddL’India si avvia a chiudere, il 31 marzo prossimo, il terzo anno fiscale consecutivo con un tasso di crescita dell’economia superiore al 7%, in questo momento il ritmo di sviluppo più importante al mondo. I dati diffusi ieri dell’ufficio centrale di statistica sulla crescita del terzo trimestre, ottobre-dicembre, hanno infatti smentito le previsioni pessimistiche di una caduta del tasso di crescita dell’economia sotto la soglia del 7%, come conseguenza della manovra del governo di demonetizzare l’economia. L’8 novembre scorso, il premier Modi aveva messo fuori corso all’improvviso i tagli da 500 e 1.000 rupie, l’86% della liquidità in circolazione, garantendo il loro progressivo riampiazzamento con nuove banconote, con l’obiettivo di assestare un colpo grosso all’economia in nero. I disagi hanno provocato un’immediata caduta dei consumi, dal momento che gli indiani sono abituati a utilizzare il contante anche per acquisti importanti (auto, elettrodomestici, prodotti di elettronica e così via).
Piaggio, leader delle due ruote in India, ha risentito molto di una caduta delle vendite della motocicletta low cost appena lanciata sul mercato e dei veicoli a tre ruote. In compenso c’è stata un’esplosione degli acquisti in e-commerce, di cui hanno beneficiato i big del settore come Flipkart e Amazon, e un maggiore utilizzo di carte di credito e di pagamento.
Alla fine del trimestre, il termometro della crescita si è fermato quindi a +7% su base annua, dato che ha consentito al ministro federale per gli Affari economici di chiarire che «l’India crescerà di oltre il 7% anche quest’anno,» smentendo gli analisti del Fondo Monetario che ipotizzavano una caduta al 6,6%. Per il 2017-2018 gli analisti concordano che la crescita dovrebbe accelerare, portandosi vicino al 7,3%. La realtà è che gli investimenti pubblici danno fiato allo sviluppo, secondo la ben nota ricetta keynesiana, marciando a pieno ritmo. Quest’anno il governo dovrebbe spendere ben 44 miliardi di euro in investimenti, il 10% in più dell’anno scorso, di cui 34 per fare autostrade, nuove ferrovie (sono previsti altri 3.500 chilometri), migliorare il sistema dei trasporti urbano ed extraurbano con metropolitane.
Con un’inflazione di poco superiore al 4%, i tassi di riferimento fermi al 6,25%, le entrate fiscali in sostanziosa crescita (+12,7%) nelle previsioni del governo anche grazie alla riforma della Good&Service tax, l’Iva indiana, che dovrebbe entrare in vigore nella seconda metà dell’anno, i maggiori indicatori macro dell’economia, impegnata in un gigantesco piano di upgrading tecnologico, si mantengono sul bello. Tanto più che i prezzi del petrolio, di cui l’India è grande importatore, restano sui livelli bassi degli ultimi 18 mesi, mentre la bilancia commerciale è in deciso surplus. Attratti anche da questi indicatori e dal piano di liberalizzazione dell’economia, nuovi gruppi internazionali stanno guardando al subcontinente come base operativa per i loro piani di sviluppo in Asia. Tra gli ultimi nomi illustri c’è Saks Fifth Avenue che sta definendo con Aditya Birla Fashion Retail il suo ingresso nel mercato dei grandi mall. Boeing ha comunicato che costruirà un nuovo stabilimento per produrre velivoli per la difesa e Abb produrrà in India sistemi di trasmissione dell’elettricità e micro-grid.

ETTORE MAZZOTTI,

ItaliaOggi, 3 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2160038&codiciTestate=1&sez=giornali

Populismi, disoccupazione e deficit così la politica frena l’economia

goldilocks-the-three-bears1Goldilocks, fanciulla coi capelli biondi di una favola per bambini (“Riccioli d’oro e i tre orsi”), è stata rapita dagli economisti americani che ne hanno fatto un simbolo della congiuntura attuale. Un’economia Goldilocks, nel gergo degli esperti, è passabile, né depressa né surriscaldata, meglio comunque dei due estremi opposti. Molti oggi vedono l’economia mondiale con gli occhiali di un’aurea mediocritas. Il Giappone cresce dell’1%, quindi la ricetta del suo premier (“Abenomics”) funziona abbastanza. Le previsioni della Commissione Ue danno segnali di miglioramento – l’eurozona crescerà dell’1,6% rispetto alla precedente previsione dell’1,5%. Negli Usa la congiuntura si scalda e la Federal Reserve tornerà ad alzare i tassi. Nessuno dei problemi di fondo è stato risolto, in molti paesi la disoccupazione giovanile resta eccessiva, le diseguaglianze ai massimi storici, però questa “mediocre” congiuntura è meglio che niente. Soprattutto a confronto con quel che potrebbe farla deragliare: i problemi maggiori – dall’America alla Francia all’Italia – vengono tutti dalla politica.

Cominciamo dal più grosso, l’elefante nella cristalleria, The Donald. La capigliatura dorata di Goldilocks lui ce l’ha. E più che un’aurea mediocritas, ai mercati sta ispirando euforìa: ieri un altro record di Borsa è stato polverizzato, la capitalizzazione dell’indice S&P’s 500 ha superato i 20 mila miliardi di dollari per la prima volta. A eccitare gli investitori: l’annuncio che Trump ben presto svelerà il suo piano per la maxi-riduzione di imposte.
Tra i settori più elettrizzati, e premiati in Borsa, le banche hanno un motivo in più per gioire: Trump ha iniziato a smantellare le regole obamiane su Wall Street. E ci sono ben tre posti liberi ai vertici della Federal Reserve, tra un anno quattro con la fine del mandato della presidente Janet Yellen. Avremo una banca centrale trumpiana, cioè amica di Wall Street. «È stata probabilmente una cattiva idea vendere le azioni perché temete Trump», commenta amaro l’esperto finanziario Neil Irwin sul New York Times (c’è cascato pure George Soros, però). Dunque viviamo, come il Candide di Voltaire, nel migliore dei mondi? Eppure sul Wall Street Journal – che a differenza del New York Times non si può considerare un giornale “di opposizione” – si affollano gli allarmi, le messe in guardia, le previsioni negative. La politica c’entra. Mentre ai mercati e ai chief executive piace la parte “reaganiana” dell’agenda Trump – meno tasse, meno regole – c’è chi comincia a paventare un’esplosione di deficit pubblici se il presidente mantiene anche la promessa “di sinistra” (keynesiana) sui maxi-investimenti in infrastrutture. E soprattutto, quasi all’unanimità gli economisti giudicano pericolosi i venti di guerra commerciale, la spirale protezionista in cui Trump potrebbe risucchiare il mondo intero.
Il che ci porta all’Europa. Dove la crescita è modesta, insufficiente, ma apprezzabile rispetto ai disastri che potrebbero essere in agguato dietro l’angolo. Tutti legati al calendario politico. Il negoziato Brexit sta appena cominciando e non si sa dove andrà a finire, con quali costi per le due parti in corso di divorzio. La Francia potrebbe avere come presidente Marine Le Pen, favorevole all’uscita sia dall’euro sia dalla Nato. Dopo Brexit, Frexit, magari pure Nexit (Netherlands) se girano a destra gli olandesi. L’Italia è parte di questo sisma politico del Vecchio continente, ci aggiunge il debito pubblico più grosso d’Europa e un sistema bancario malato. Per l’investitore americano costretto alle semplificazioni del Financial Times e dell’Economist, è inquietante vedere il nome dell’Italia affiancato così spesso a quello della Grecia.
Il Giappone è un caso a parte e la sua versione della favola Goldilocks si presta a una lettura anti-conformista. La crescita dell’1% è modesta, ma da tempo esiste una contro-narrazione, nella chiave della decrescita felice. Il Giappone è stato il primo a sperimentare la denatalità, ha una popolazione in calo, il suo Pil nazionale è un indicatore ingannevole, invece il Pil pro capite ci restituisce l’immagine di un paese i cui abitanti stanno meglio di quanto crediamo. A dispetto del “politically correct” va ricordata anche un’altra anomalia giapponese: potrebbero crescere di più se accettassero di rimpinguare la forza lavoro con più immigrati coreani cinesi o filippini, ma se ne guardano bene. Anche a Tokyo i pericoli in agguato sono politici: soprattutto l’incognita protezionismo, e le tensioni con la Cina nell’èra Trump.
Nella versione originale della favola di Goldilocks (Robert Southey, 1837) non c’è affatto il lieto fine. Riccioli d’oro deve sfuggire agli orsi, si rompe l’osso del collo e finisce in ospedale. Vatti a fidare degli economisti.
Federico Rampini
La Repubblica 14 febbraio 2017

Stop al TPP

trumptppDonald Trump si è messo al lavoro: e come primo atto formale della sua amministrazione ha firmato l’ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp, quel Trans Pacific Partnership, accordo di libero scambio con 11 paesi affacciati sul Pacifico che Barack Obama aveva fortemente voluto e che gli erano costati due anni di sforzi diplomatici. Trump lo ha sempre giudicato “pericoloso per l’industria americana”: e nel primo giorno di lavoro dimostra ai suoi supporter di essere alla Casa Bianca per tener fede ad una delle promesse fatte in campagna elettorale. La più facile, in fondo: visto che il Tpp non era mai stato ratificato dal Congresso americano.

Accecato dai flash dei fotografi e sotto lo sguardo evidentemente soddisfatto dei collaboratori, lo stratega Steven Bannon in testa, Donald Trump ha dunque posto la sua firma sotto questo e altri due ordini esecutivi. Che ha poi mostrato a favore di telecamere dicendo: “Stiamo facendo grandi cose per i lavoratori americani”. L’obiettivo della Casa Bianca, ora, è siglare accordi bilaterali con le nazioni asiatiche. Ed è anche un curioso regalo alla Cina, che al Tpp si era sempre fortemente opposta perché tagliata fuori, e adesso può potenzialmente lavorare ad un blocco alternativo, proprio quello che Obama voleva scongiurare. Ha poi firmato l’ordine che congela le assunzioni del governo federale “fatta eccezione per i militari” anche questa, una promessa elettorale cara alla destra. Infine ha reintrodotto il “Mexico City abortion rules” di fatto ristabilendo il divieto di finanziare con fondi federali le Organizzazioni non governative internazionali che praticano aborti: un vecchio braccio di ferro fra conservatori e democratici. Introdotto per la prima volta nel 1984 dai repubblicani, è stato da allora revocato dai democratici e reintrodotto dai repubblicani, a ogni cambio di presidente.

Ma la giornata di Trump era in realtà iniziata ore prima: alle 9 del mattino ha incontrato infatti alcuni big dell’industria americana, gente come Michael S. Dell, capo, dell’omonima compagnia tecnologica, Alex Gorsky di Johnson&Johnson, Jeff Fields di Ford e, unico industriale di Silicon Valley presente, Elon Musk di SpaceX. A loro chiede di aiutarlo a rilanciare l’industria manufatturiera. Chiedendogli di elaborare un piano che stimoli il settore. Nel corso dello stesso incontro, Trump ha minacciato pesantissimi dazi a quelle aziende che sposteranno la produzione fuori dagli Stati Uniti per poi esportare in America Nello stesso incontro Trump ha promesso di ridurre le tasse a società e classe media del 15-20 per cento, contro l’attuale 35: “Tutto quel che dovete fare per aiutarmi – ha detto il Presidente agli industriali – è restare in America. E non licenziare i vostri lavoratori negli Usa”.

Protezionismo che però non sta facendo bene ai mercati: visto che secondo gli analisti l’euro sta consolidandoi guadagni, mentre il dollaro è calato ai suoi minimi da un mese e mezzo, con la valuta a 1,073. Ma Trump insiste: “Taglieremo anche massicciamente i regolamenti, forse del 75 per cento. Aprire una nuova fabbrica, creare un’impresa, sarà velocissimo”.

Anna Lombardi

La Repubblica 23 gennaio 2017

http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/23/news/trump_alza_il_primo_muro_stop_al_tpp_l_accordo_trans-pacifico-156712877/?ref=HREA-1

 

La rabbia è già esplosa, urgenti nuove regole su tasse, bonus e lobby

ineqNEGLI ULTIMI ANNI, incontrandosi a Davos, i leader del mondo economico e imprenditoriale hanno classificato la disuguaglianza tra i maggiori rischi per l’economia globale, riconoscendo che si tratta di questione economica oltre che morale. Non vi è dubbio, infatti, che se i cittadini non hanno reddito e perdono progressivamente potere d’acquisto, le corporation non avranno modo di crescere e prosperare.
Il FMI è della stessa idea e avverte che a funzionare meglio sono i paesi dove c’è meno disuguaglianza.
Se la maggioranza dei cittadini sente di non beneficiare a sufficienza dei proventi della crescita o di essere penalizzata dalla globalizzazione finirà col ribellarsi al sistema economico nel quale vive. In realtà dopo Brexit e i risultati delle elezioni americane, ci si deve chiedere seriamente se questa ribellione non sia già cominciata. Sarebbe d’altronde del tutto comprensibile. In America il reddito medio del 90% dei meno abbienti ristagna da 25 anni e l’aspettativa di vita ha mediamente cominciato ad abbassarsi.
Da anni, Oxfam fotografa i livelli sempre più accentuati della disuguaglianza globale e ci ricorda come nel 2014 fossero 85 i super ricchi – molti dei quali presenti a Davos – a detenere la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera (3,6 miliardi di persone). Oggi, a detenere quella ricchezza sono solo in 8.
È chiaro dunque che a Davos il tema della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi abbia continuato a tenere banco. Solo per alcuni continua a essere una questione morale, ma per tutti è una questione economica e politica che mette in gioco il futuro dell’economia di mercato per come la conosciamo. C’è una domanda che assilla, sessione dopo sessione, gli Ad presenti al Forum: «C’è qualcosa che le corporation possono fare rispetto alla piaga della disuguaglianza che mette in pericolo la sostenibilità economica, politica e sociale del nostro democratico sistema di mercato?» La risposta è sì.
La prima idea, semplice ed efficace, è che le corporation paghino la loro giusta quota di tasse, un tassello imprescindibile della responsabilità d’impresa, smettendo di fare ricorso a giurisdizioni a fiscalità agevolata. Apple potrebbe sentire di essere stata ingiustamente presa di mira tra tante, ma in fondo ha solo eluso un po’ più di altri.
Rinunciare a giurisdizioni segrete e paradisi fiscali societari, siano essi in casa o offshore, a Panama o alle Cayman nell’emisfero occidentale, oppure in Irlanda e in Lussemburgo in Europa. Non incoraggiare i paesi in cui si opera a partecipare da protagonisti alla dannosa corsa al ribasso sulla tassazione degli utili d’impresa, in cui gli unici a perdere davvero sono i poveri in tutto il mondo.
È vergognoso che il Presidente di un paese si vanti di non aver pagato le tasse per quasi vent’anni – suggerendo che siano più furbi quelli che non pagano –, o che un’azienda paghi lo 0,005% di tasse sui propri utili, come ha fatto la Apple. Non è da furbi, è immorale.
L’Africa da sola perde 14 miliardi di dollari in entrate a causa dei paradisi fiscali usati dai suoi super-ricchi : a questo proposito Oxfam ha calcolato che la cifra sarebbe sufficiente a pagare la spesa sanitaria per salvare la vita di 4 milioni di bambini e impiegare un numero di insegnanti sufficiente per mandare a scuola tutti i ragazzi di quel continente.
C’è poi una seconda idea altrettanto facile: trattare i propri dipendenti in modo dignitoso. Un dipendente che lavora a tempo pieno non dovrebbe essere povero. Ma è quel che accade: nel Regno Unito, per esempio, vive in povertà il 31% delle famiglie in cui c’è un adulto che lavora. I top manager delle grandi corporation americane portano a casa circa 300 volte lo stipendio di un dipendente medio. È molto di più che in altri paesi o in qualunque altro periodo della storia, e questa forbice ampissima non può essere spiegata semplicemente con i differenziali di produttività. In molti casi gli Ad intascano ingenti somme solo perché niente impedisce loro di farlo, anche se questo significa danneggiare gli altri dipendenti e alla lunga compromettere il futuro stesso dell’azienda. Henry Ford aveva capito l’importanza di un buono stipendio, ma i dirigenti di oggi ne hanno perso la cognizione.
Infine c’è una terza idea, sempre facile ma più radicale: investire nel futuro dell’azienda, nei suoi dipendenti, in tecnologia e nel capitale. Senza questo non ci sarà lavoro e la disuguaglianza non potrà che crescere. Attualmente invece una porzione sempre più consistente di utili finisce ai ricchi azionisti. Un esempio su tutti viene dalla Gran Bretagna, dove nel 1970 agli azionisti andava il 10% degli utili d’impresa, oggi il 70%. Storicamente le banche (e il settore finanziario) hanno svolto l’importante funzione di raccogliere risparmio dalle famiglie da investire nel settore delle imprese per costruire fabbriche e creare posti di lavoro. Oggi negli Stati Uniti il flusso netto di denaro compie esattamente il percorso opposto. L’anno scorso, Philip Green, magnate britannico della vendita al dettaglio, è stato accusato da una commissione parlamentare di non aver investito abbastanza nella sua azienda e di aver inseguito il proprio tornaconto personale, arrivando alla bancarotta e a un deficit previdenziale di 200 milioni di sterline. Per quanto incensato e blandito dai governi succedutisi, promosso a cavaliere del regno e considerato faro dell’economia britannica, quella commissione parlamentare non avrebbe potuto scegliere parole più esatte, definendolo come «la faccia inaccettabile del capitalismo».
Le multinazionali sanno che il loro successo non dipende solo dalle leggi dell’economia, ma dalle scelte di politica economica che ciascun paese compie. È per questo che spendono così tanto denaro per fare lobby. Negli Stati Uniti, il settore bancario ha esercitato il suo potere d’influenza per ottenere la deregulation, raggiungendo il proprio obiettivo. Ne sanno qualcosa i contribuenti costretti a pagare un conto salato per quanto accaduto in seguito. Negli ultimi 25 anni, in molti paesi, le regole dell’economia liberista sono state riscritte col risultato di rafforzare il potere del mercato e far esplodere la crisi della disuguaglianza. Molte corporation sono poi state particolarmente abili – più che in qualsiasi altro campo – nel godere di una rendita di posizione – vale a dire nel riuscire ad assicurarsi una porzione più grande di ricchezza nazionale, esercitando un potere monopolistico o ottenendo favori dai governi. Ma quando i profitti hanno questa origine, la ricchezza stessa di una nazione è destinata a diminuire. Il mondo è pieno di aziende guidate da uomini illuminati che hanno capito quanto l’unica prosperità sostenibile sia la prosperità condivisa, e che pertanto non fanno uso della propria influenza per orientare la politica, al fine di mantenere una posizione di rendita finanziaria. Hanno capito che nei paesi dove la disuguaglianza cresce a dismisura, le regole dovranno essere riscritte per favorire investimenti a lungo termine, una crescita più veloce e una prosperità condivisa.
Joseph Stiglitz
la Repubblica, lunedì 16 gennaio 2017
Davos
World Economic Forum Annual Meeting

Disuguaglianze in aumento. Otto super Paperoni hanno la stessa ricchezza di metà dell’umanità

 
ROMA A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum. I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare. E l’Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero……
 Barbara Ardù
la Repubblica, lunedì 16 gennaio 2017