Più elettriche e cinesi ora il mondo compra cento milioni di auto

Saranno presto 100 milioni quelle nuove. Sono un miliardo quelle circolanti già oggi nel mondo. L’auto continua a macinare record di vendite. Grazie al fatto che nei Paesi emergenti non c’è crisi. Gli analisti citati dalla ricerca diffusa ieri da Anfia prevedono che nel 2020 le auto nuove saranno 112 milioni. Ma già allora il parco circolante potrà essere molto diverso da quello di oggi. Le norme imporranno di aumentare le auto ad alimentazione “alternativa”. Termine generico che oggi indica tutto ciò che non usa come carburante la benzina o il gasolio: dalle auto totalmente elettriche alle ibride a quelle che hanno carburanti limitati a specifiche aree geografiche, come l’acool in Basile o il gas in Italia. Con 500 mila pezzi venduti nel 2016, anche in questo settore la Cina è il primo mercato, a pari merito con l’Europa, se si considerano le auto ibride o elettriche. L’Europa è invece al primo posto se si aggiungono le 173 mila auto a gas e metano vendute quasi tutte in Italia, dove esiste l’unica rete capillare per questo genere di veicoli.
Sono numeri ancora bassi: sui 28 milioni di auto vendute in Cina le 500 mila a propulsione alternativa sono meno del 2 per cento. Ma sono destinate a cresce come nel resto del mondo. Le norme sempre più rigide sulle emissioni, unite agli scandali recenti, sembrano segnare irrimediabilmente la sorte del diesel, nonostante l’ostinazione dei costruttori tedeschi a continuare su quella strada. La scelta di investire sull’elettrico da parte degli stessi campioni di Germania, dimostra comunque che quello sarà il futuro. In Usa i veicoli a propulsione alternativa venduti nel 2016 sono stati 490.000, lo 0,8 per cento del mercato, in linea con l’anno precedente. Ma a fronte di un calo del 14 per cento delle auto ecofriendly c’è un aumento del 271 per cento dei camion e del 31 per cento dei furgoni. Si tratterà ora di vedere quali affetti avranno nei prossimi anni le politiche filo-fossili del presidente Trump.
Ma le scelte decisive per orientare il mercato dell’auto e decidere come saranno fatti i 100 milioni di vetture nuove che arriveranno sul mercato nei prossimi anni, le compirà la Cina. Secondo la regola per cui il mercato più grande determina le scelte di quelli minori. E se anche, come pare di capire, nel 2017 l’Europa venderà più auto degli Usa, è a Pechino che bisogna far riferimento. Perché in Cina si producono 28 milioni di auto, quasi un terzo di tutte quelle fabbricate nel mondo: sono più del doppio di quelle che si costruiscono in Usa e quasi cinque volte quelle prodotte in Germania. Improponibile il paragone con l’Italia che con il suo milione di pezzi ne costruisce un terzo della Spagna e metà della Francia. Nel campo dei combustibili alternativi l’Italia è al primo posto in Europa con il 26 per cento dell’immatricolato ma solo perché gas e metano la fanno da padrone. Se si prendono in considerazione elettriche e ibride l’Italia è molto indietro.
Nel mese di luglio il mercato italiano è salito del 5,9%. Fca è salita del 3,5 grazie soprattutto ad Alfa, Jeep e Maserati. In Usa invece Fca perde a luglio il 10 per cento. Il gruppo del Lingotto precede i francesi di Psa, che grazie all’acquisizione di Opel scalzano Volkswagen dal tradizionale secondo posto in Italia.

Paolo Griseri

La Repubblica, 2 agosto 2017

 

 

L’euro che non piace più, le ragioni del disincanto

imagescs7huw0oAppena quindicenne, l’euro è rimasto orfano. Nessuno che si assuma le decisioni di politica monetaria, nessuno che emetta debito comune, nessuno che possa intervenire sul cambio. Comincia invece a prendere corpo un movimento di pensiero eterogeneo che professa un suo abbandono. Molti partiti euroscettici, come milioni di persone, sono convinti che si stava meglio prima. Il dubbio scuote ormai tante coscienze e persino in Germania si comincia a non escludere una «Deuxit» clamorosa, come se la moneta unica, raggiunto un obiettivo di inflazione prossimo al 2% e l’occupazione piena, fosse un taxi da cui scendere. Se tentenna Berlino, che è quella che ci ha guadagnato di più dal 2002 ad oggi, il problema della sopravvivenza della valuta stellata c’è. Si possono prendere alcuni indicatori per cercare di capire perché.
Il primo l’ha fornito un’analisi del World Economic Forum. Alla domanda se la globalizzazione avesse migliorato le condizioni di vita, gli esiti del campione sono stati netti e sorprendenti. Solo per cinesi (45%) e indonesiani (23%) le risposte sono state affermative. Negli Usa (65%), in Gran Bretagna (65%), in Germania (59%), in Francia (81%!), persino ad Hong Kong (71%) e negli Emirati Arabi Uniti (60%), una solida maggioranza ha detto di stare peggio, perché si sentono più precari di prima.

Riconducendo questa analisi nel contesto dell’Unione, si può dire che l’euro è nato proprio nell’era della dematerializzazione del lavoro, dove la risposta alla globalizzazione di cui sopra sono i neo nazionalismi. Ma una moneta nazionale in questo contesto planetario potrebbe ben poco.

Il secondo indicatore è calato nella realtà italiana. Il Pil tricolore, a fine 2002, anno di nascita dell’euro, complice la guerra post attacco alle Twin Towers di New York e la recessione conseguente, crebbe dello 0,9%, più o meno quello che è accaduto a fine 2016. Da allora poche le annate sopra l’1%, tra il 2004 e il 2007. Il debito pubblico in termini assoluti dal 2001 è invece aumentato di circa 500 miliardi di euro e dal 108% del Pil si è ora portato oltre il 133%. Peggio ha fatto la disoccupazione: dall’8,8% di fine dicembre 2001 il tasso è arrivato all’11,9% di dicembre 2016. Per fortuna, è quasi un miracolo, l’export ha tenuto.

Non va meglio per la finanza privata. La Borsa non è tornata ai livelli pre-crac Lehman Brothers, un’indagine del Corriere ha mostrato che gli investimenti bancari, salvo un’eccezione, sono andati molto male con il cambio del segno monetario, mentre ci ha guadagnato chi ha messo i soldi su oro, Ctz e aziende leader nel loro settore. In generale però, se un’impresa è finita nelle mire di una europea è passata di mano senza colpo ferire, in virtù della libera circolazione dei capitali che quasi mai ha coinciso con la difesa della ricchezza nazionale.
Ma deve far riflettere anche il banco della spesa, perché gli italiani giudicano l’Europa col portafogli e non col cuore. Confrontando i prezzi dei maggiori prodotti di largo consumo nel 2002 con quelli del 2016, tolta l’inflazione con i coefficienti Istat, c’è ben poco da gioire. Un chilo di spaghetti ha subìto un aumento del 47%, analoga quantità di riso si è impennata del 58%, sei uova costano il 47% in più, carne di vitello (+73%), sogliola al chilo (+69%), passata di pomodoro (+55%), persino le patate (+80%), non sono stati da meno. I motivi di questa perdita di potere d’acquisto si possono rinvenire in tre elementi: cambio sfavorevole (1936,27 lire per un euro), arrotondamento prima del changeover, controlli elusi durante il periodo di doppia circolazione e conseguente speculazione. Si pensi al raddoppio degli affitti che molti italiani hanno dovuto subire.
I fatti sommariamente elencati, conducono alcuni a sostenere che per l’Italia sia meglio uscire dall’euro per riacquisire la sovranità monetaria, la penetrazione sui mercati e il potere d’acquisto perduto. Tornare alla lira non è però proponibile, se allo stesso tempo non lo fanno anche Francia e Germania. Che fare allora con questa valuta Frankenstein, dal corpo di metallo ma senza anima politica?
Alcuni economisti propongono una riedizione dello Sme, con bande di oscillazione per ciascuna moneta nazionale rispetto all’euro che resterebbe valuta comune di riferimento. Un’alternativa più coraggiosa sarebbe quella di creare un Tesoro unico che emetta debito che possa essere comprato direttamente dalla Banca centrale europea. Il dibattito è solo all’inizio e va affrontato senza snobbare chi si sente impoverito.

ROBERTO SOMMELLA

Corriere della Sera, 21 febbraio 2017

 

http://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2017/02/21/28/leuro-che-non-piace-piu-le-ragioni-del-disincanto_U4329089069195UWH.shtml

 

Perché l’incertezza pesa più del rischio

riscViviamo nel tempo dell’incertezza. Ma che cos’è con precisione l’incertezza, e che effetti ha sul comportamento delle persone, in particolare degli investitori finanziari? L’Italia sta entrando in un periodo di elevata incertezza politica: che effetti può avere sui mercati? Vi sono modi per attenuarli? Esporsi a situazioni che comportano dei rischi fa parte della nostra vita quotidiana, ma l’incertezza è diversa dal rischio. Come spiegò un economista americano, Frank H. Knight, nel 1921, affrontare un rischio significa esporsi ad un evento aleatorio essendo in grado di stimare la probabilità che esso si verifichi: gioco alla roulette e so che (se non è truccata) la probabilità che esca il rosso è esattamente 50 per cento. In situazioni di incertezza, invece, questa stima non è possibile.

Un esempio di questi giorni è la possibilità di trovarsi nel mezzo di un attentato terroristico: non c’è modo per stimare la probabilità che un terrorista si faccia saltare in aria nell’aereoporto dal quale partirò domani. Come reagiscono le persone in queste due situazioni? Spiegano i miei colleghi Pierpaolo Battigalli, Simone Cerreia, Fabio Maccheroni e Massimo Marinacci, grandi esperti di incertezza, che le persone di solito preferiscono fare scelte che comportino rischi conosciuti invece che sconosciuti, cioè preferiscono esporsi al rischio che all’incertezza. Per esempio, preferiscono investire in una tecnologia già adottata che in una nuova, anche se sanno che la prima risulta efficace solo nel 50 per cento dei casi. Questo atteggiamento è conosciuto come «avversione all’ambiguità».

L’avversione all’ambiguità ha due conseguenze. Innanzitutto, più le persone sono avverse all’ambiguità, più insistono nelle loro scelte, con la conseguenza che diventa difficile indurle a cambiare il loro comportamento. Per esempio, indurle a lavorare di più cambiando la tassazione sul lavoro. Un altro modo in cui le persone reagiscono all’ambiguità è rifugiandosi in «porti sicuri»: questo accade nei mercati finanziari con un fenomeno che viene chiamato flight to quality. Pensiamo a quanto accadde il 14 settembre 2008, il giorno del fallimento della banca statunitense Lehman Brothers. Ex post, è relativamente facile individuare ciò che fece esplodere quella banca, ma ex ante è questione diversa. Gli investitori sapevano che la realtà dei mercati finanziari è molto complessa, con milioni di potenziali punti deboli, ma non li avevano mai presi in considerazione perché li ritenevano irrilevanti in tempi normali. Quando Lehman fallì, e le interdipendenze fra quei punti deboli divennero essenziali, si trovarono catapultati da un situazione di rischio, in cui erano abituati a operare, a una di incertezza. E reagirono proprio come suggerisce la teoria dell’avversione all’ambiguità, abbandonando tutti gli strumenti finanziari (i cui prezzi crollarono) e rifugiandosi nei titoli garantiti dallo Stato. Qualcosa di simile è accaduto dopo la Brexit. Dalla sera alla mattina gli investitori si sono trovati di fronte ad una situazione difficile da valutare con gli strumenti usuali: che sarebbe accaduto alle relazioni commerciali fra Gran Bretagna e Unione Europea, come sarebbero stati riscritti i trattati con Stati Uniti, Canada, India e gli altri grandi partner commerciali della Gran Bretagna? Ancora una volta la reazione è stata una fuga dalla sterlina per rifugiarsi in Paesi meno incerti.

Un’altra conseguenza dell’avversione all’ambiguità riguarda il modo in cui le persone reagiscono alle riforme. Pensiamo al dibattito attualmente in corso su una possibile modifica di alcune regole pensionistiche. Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto (Il Sole24Ore del 7 agosto) che occorre trovare «misure di solidarietà interne al sistema previdenziale che aiutino le carriere discontinue a colmare alcuni vuoti contributivi». In altre parole, occorre ridurre le pensioni relativamente più elevate per compensare quelle che altrimenti sarebbero troppo basse. Ma senza specificare che cosa si intende per pensioni relativamente più elevate, si introduce un elemento di incertezza: alcuni pensionati non sanno né se saranno fra coloro che verranno colpiti, né di quanto. Di fronte a questa incertezza possono solo cercare di risparmiare di più, preparandosi al peggio. Lo stesso accadde in Germania nei mesi precedenti le elezioni del settembre del 1998. Durante la campagna elettorale Gerhard Schröder si era impegnato, qualora avesse vinto, a cancellare la riforma pensionistica appena varata dal suo avversario, il cancelliere Helmut Kohl. Ma non disse quali provvedimenti alternativi avrebbe adottato, poiché tutti sapevano che il sistema pensionistico tedesco non era sostenibile. Di fronte all’incertezza, nei mesi precedenti quell’elezione vi fu una caduta dei consumi e una forte crescita del risparmio privato. Evidentemente i cittadini tedeschi reagirono all’incertezza proteggendosi e risparmiando di più. Il risultato fu un forte rallentamento dell’economia anche perché Schröder, che vinse quelle elezioni, impiegò alcuni anni prima di varare la sua riforma pensionistica.

Il referendum costituzionale del prossimo autunno, e le conseguenze che provocherà, sono un’importante fonte di incertezza. Gli investitori esteri — che detengono più della metà del nostro debito pubblico — leggono che la vittoria del No potrebbe provocare la caduta del governo. Dopo essere stati esposti alla narrazione di una nuova era politica, si chiedono se sia stata solo un’illusione, non capiscono che cosa potrebbe accadere dopo. In altre parole non si trovano ad affrontare un rischio dal quale hanno gli strumenti per proteggersi, ma una situazione di incertezza. Nel motivare la sua decisione di cambiare opinione sull’Italia, da stabile a negativa, l’agenzia canadese Dbrs ha scritto venerdì scorso che il motivo principale è «l’incertezza politica riguardo all’esito del referendum costituzionale». Ciò che li preoccupa non è se la riforma della Costituzione verrà approvata, ma, nel caso non lo fosse, chi gestirà la trattiva con Bruxelles sulla legge di Stabilità i cui tempi si sovrappongono a quelli del referendum. Come nel caso della Brexit, la risposta degli investitori internazionali potrebbe essere l’abbandono dei nostri titoli pubblici, alla ricerca di porti rischiosi ma meno incerti. Che fare? Poco per influenzare il risultato del referendum, tranne informare con chiarezza i cittadini sui quesiti che verranno loro sottoposti. Questa incertezza non si può cancellare. Ma qualcosa si può fare per eliminare altre fonti di incertezza. Ad esempio varare e far approvare da Bruxelles e dal Parlamento la legge di Stabilità prima della data del referendum e smetterla di annunciare riforme del sistema previdenziale senza indicarne i dettagli.

Il marchio che ha rivoluzionato i nostri piedi

nikkSe avessero fatto in tempo, a Hollywood avrebbero montato un film in cui al miliardario pazzo, sull’orlo di mettere le mani sul paese – diciamo tipo Donald Trump – si opponeva l’unico capace di tenergli testa: il miliardario buono. Che sarebbe Phil Knight, l’uomo che vale decine di miliardi di dollari in quanto fondatore della Nike, il marchio che ha rivoluzionato i nostri piedi a tutte le latitudini. Knight è un figlio della West Coast e ne incarna la filosofia di vita, a prima vista rilassata, ma sottotraccia tenace e dal coraggioso animo imprenditoriale, aperta a ogni avventura per costruirsi un futuro e indissolubilmente legata ai princìpi dell’individualismo che hanno fatto di quella terra il laboratorio della modernità. Titolare di una fortuna che l’apparenta a Bill Gates e a Warren Buffett, filantropo capace di devolvere un miliardo di dollari alla ricerca sul cancro, sostenitore del principio di rimettere in circolo le ricchezze anziché accumularle (primo comandamento di Andrew Carnegie, padre del capitalismo americano), a 78 anni e a poche settimane dal giorno in cui lascerà la guida dell’azienda, Knight esce dalla riservatezza con l’autobiografia “Shoe Dog”, che nella traduzione italiana Mondadori diventa, trionfalisticamente, “L’arte della vittoria”.

Nelle sue memorie, Knight si disinteressa della mistica Nike, intesa come brand planetario. Invece gli sta a cuore raccontare come tutto sia cominciato, mostrando l’ossessione per la ricostruzione del momento magico, in una tradizione che l’apparenta a tanti tycoon prima di lui, W.R. Hearst per dirne uno. Nel caso di Knight, tutto parte da una discreta carriera sportiva nella squadra di atletica leggera dell’Università dell’Oregon, agli ordini di un coach, Bill Bowerman, con una fissazione: mettere le mani sulle scarpe dei suoi atleti, modificandole per renderle il più efficaci possibile. Mentre completa gli studi a Stanford, Knight lavora a una tesi su come le sneakers giapponesi stiano penetrando nel mercato americano nello stesso modo in cui, pochi anni prima, le macchine fotografiche del Sol levante avevano soppiantato il predominio di quelle tedesche. L’idea gli ronza in testa e allora il giovane e dinoccolato Phil compie tutte le mosse giuste, come in un manuale per il successo: ottiene un modesto finanziamento dal padre, editore di un giornale a Portland. Poi apre una società con sede nel suo garage e la chiama Blue Ribbon. Quindi ottiene dal marchio giapponese Onitsuka (oggi Asics) i diritti distributivi della scarpe Tiger. Infine va a cercare il vecchio coach e si affida alla sua utopica supervisione tecnica, a cominciare dalle rivoluzionarie suole, progettate usando una griglia per le cialde.

 

Gli anni 60 corrono e gli inizi sono difficili: alla Blue Ribbon la regola è reinvestire gli utili e bisogna stringere la cinghia, ma arriva il giorno in cui si comincia a fare in proprio. Il design del logo “swoosh” viene pagato 35 dollari alla studentessa Carolyn Davidson e a Phil non piace granché. Anche sul nome ha dei dubbi: vorrebbe chiamare la nuova azienza Division Six, ma si fa convincere che il nome breve ed esotico della divinità greca della vittoria funzioni meglio. Si parte con Nike. Oggi ci sono 60 mila dipendenti, un bilancio da 30 miliardi di dollari, gli endorsement coi campioni che fanno la storia dello sport – dal primo importante, John McEnroe, passando per Michael Jordan, Tiger Woods e Kobe Bryant. Le pagine di Knight trasudano dell’ottimismo americano che oggi lui dice di vedere annebbiato nei ragazzi del XXI secolo, compressi e spaventati. La sua America di fine Novecento è una nazione pronta a premiare chi ci sa fare, un mercato dove tutti sono pronti a consumare, dove vige il culto del gioco di squadra, grazie al quale la Nike diventa la leggenda del business.

Dei momenti bui della sua storia, come la messa sotto accusa del marchio per lo sfruttamento della manodopera nei paesi in cui Nike fabbricava i prodotti (poi ridimensionata), o la perdita di suo figlio Michael, morto in un’immersione, il libro s’occupa sbrigativamente, con pudore e imbarazzo. A Phil piace raccontare ironicamente l’inizio della storia d’amore con Penny, che diventerà sua moglie, o di quanto non sopportasse i boriosi tedeschi della Adidas, che dominavano il mercato. Lui aveva la visione, aveva la brigata, aveva la casa  cui tornare e l’insostituibile sensazione che tutto sarebbe stato possibile. La Nike sarebbe diventato il marchio dei marchi. E la sua era la terra dove i sogni diventavano realtà. A patto di prepararsi e fare ogni cosa a puntino. Giusto aspettando che scoccasse la scintilla giusta.

Quell’ossessione per il momento magico che ha reso grande la Nike

Di Stefano Pistolini

Il Foglio 29 maggio 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/05/29/phil-knight-nike-america-autobiografia___1-v-142462-rubriche_c123.htm

 

Bowie Bonds

dbwVisionario, eccentrico, imprevedibile. Ma a suo modo David Bowie aveva i piedi ben saldi a terra. Fu il primo cantante a decidere di trasformare i suoi diritti d’autore in un prodotto finanziario ben particolare, le obbligazioni. Era il 1997 e a Wall Street i Bowie Bonds andarono a ruba.

Qualche settimana prima aveva festeggiato i cinquant’anni con un certo clamore al Madison Square Garden di New York, con Lou Reed, Billy Corgan degli Smashing Pumpkins e Brian Molko dei Placebo. Poi la star lanciò i suoi bond, raccogliendo la bellezza di 55 milioni di dollari. In cambio gli investitori incassavano il 7,9% annuo e avevano in garanzia i diritti d’autore che Bowie avrebbe incassato sui 25 album pubblicati prima del 1990, come «Let’s dance» e «Hunky Dory». In sostanza il cantante attingeva a quei diritti in anticipo. Intanto, chi investiva scommetteva sul fatto che quegli album si sarebbero venduti ancora. E così fu.

I Bowie Bonds funzionarono a meraviglia, scambiati sul mercato come un’obbligazione qualsiasi. Si trattava di una forma di cartolarizzazione, che fu resa possibile perché il cantante aveva abilmente mantenuto il controllo sulla totalità dei diritti sulla propria opera, rimasti in suo possesso al 100%. Bowie aveva negoziato con una banca d’affari per ricorrere a quel prodotto finanziario, una strada che poi sarà percorsa anche da altri colleghi, come Rod Stewart, James Brown e il gruppo di heavy metal Iron Maden.

Quando a Wall Street andavano a ruba i Bowie Bonds ù

Leonardo Martinelli – La Stampa – 11 gennaio 2016

https://www.lastampa.it/2016/01/11/spettacoli/quando-a-wall-street-andavano-a-ruba-i-bowie-bonds-1C1Lk9dWM6f9RB7wK5hwzK/pagina.html

 

Altri articoli

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-01-11/quando-duca-bianco-incasso-55-milioni-dollari-i-bowie-bond-171332.shtml?uuid=ACRJno7B

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/01/12/i-bowie-bond-quando-il-cantante-e-un-mago-della-finanza/28875/

 

 

Gli italiani non masticano economia&finanza.

inlitIl caso di Banca dell’Etruria, BancaMarche, CariChieti e CariFerrara, cioè delle quattro banche salvate con l’intervento del governo e grazie alle risorse prestate dagli altri istituti di credito italiani, solleva tanti quesiti di ordine economico e finanziario, oltre che di natura politica. Oggi vorrei concentrarmi su un aspetto che, in qualche modo, è una delle ragion d’essere di questa rubrica: le competenze economico-finanziarie degli italiani. Lasciando da parte gli episodi truffaldini pur presenti nel crac delle quattro banche, è indubbio il ruolo – in questa come in altre vicende – di una scarsa preparazione finanziaria del risparmiatore medio nel nostro paese.

 

Nel gergo scientifico internazionale si parla di “financial literacy”, che in italiano si può tradurre appunto con l’espressione “alfabetizzazione finanziaria” o “competenze economico-finanziarie”: si intende con queste parole non soltanto la conoscenza di termini che designano gli strumenti e le istituzioni dell’attività finanziaria, ma anche una padronanza delle funzioni di questi strumenti e di queste istituzioni, nonché una capacità di valutare i termini delle scelte che nella vita compiamo a questo proposito. In Italia queste “competenze finanziarie” sono, mediamente, a un livello basso. D’altronde da noi lo stesso concetto di finanza, che alla radice è ciò che trasla nel tempo il potere d’acquisto, viene più spesso demonizzato che compreso.

 

Così non c’è da stupirsi che l’Italia occupi gli ultimi posti nel recente Global Financial Literacy Survey stilato da Standard & Poor’s insieme a Gallup e Banca mondiale. Agli intervistati in tutto il mondo sono sottoposte cinque domande per misurare quattro concetti fondamentali: diversificazione del rischio, inflazione, dimestichezza di base con i numeri, interesse composto. Sintetizzo le cinque domande, così potrete mettervi voi stessi alla prova. Prima domanda: se hai un po’ di soldi da parte, è più sicuro investirli in un solo strumento finanziario o in tanti diversi? Seconda: supponi che nei prossimi 10 anni il prezzo delle cose che compri raddoppierà; se anche il tuo stipendio raddoppierà, potrai acquistare meno di quello che compri oggi, oppure esattamente quello che compri oggi o più di quello che compri oggi? Terza domanda: ipotizza di avere bisogno di un prestito di 100 euro. Per ripagarlo hai due possibilità: pagare 105 euro oppure 100 euro più il 3%. Qual è la più conveniente? Quarta domanda: supponi di depositare i soldi in una banca che per due anni ti darà un interesse annuo dell’1%. La banca in questione nel secondo anno aggiungerà al tuo conto più soldi di quanti ne aggiungerà il primo anno, oppure aggiungerà al conto la stessa somma ogni anno? Quinta e ultima domanda del questionario: supponi di avere 100 euro in un conto bancario e che la banca aggiunga un 10% di interessi annui. Quanti soldi avrai dopo 5 anni? Più di 150 euro, esattamente 150 euro o di meno? Secondo questo rapporto, una persona ha una competenza finanziaria “sufficiente” se dimostra di capire almeno 3 dei quattro concetti di cui sopra, quindi se risponde a 3 o 4 delle domande che ho letto. In Italia soltanto il 37% dei cittadini supera questa soglia di “sufficienza”. Un livello tra i più bassi in Europa, peggio di Grecia e Spagna.

 

Uno studio delle stesse banche italiane, svolto però da ricercatori indipendenti, ha tentato di misurare le stesse competenze finanziarie attraverso sei diversi indici. L’Indice di conoscenza finanziaria, compreso tra 0 e 6, presenta per l’Italia un valore medio pari a 3,13 e una mediana pari a 3. Il 61% degli intervistati non è riuscito a fornire risposte corrette a più di 3 domande (su un totale di 6). Le risposte fornite dagli intervistati hanno evidenziato, da un lato, una scarsa familiarità con il calcolo numerico e una limitata conoscenza del sistema di capitalizzazione, dall’altro, una discreta padronanza dei concetti elementari della finanza. Solo il 22% del campione, però, è riuscito ad applicare le conoscenze matematico-finanziarie ai concetti di finanza, scegliendo correttamente tra due opportunità di investimento sulla base dei profili di rischio e rendimento atteso. Il dato è in linea con quanto rilevato in Francia, ma risulta notevolmente inferiore rispetto a Germania, Regno Unito e Stati Uniti d’America (circa 40%). Un altro indice, cioè l’Indice Globale di Competenza Finanziaria, compreso tra un minimo di 3 e un massimo di 20, presenta per l’Italia il valore medio di 11,2, che equivale in termini scolastici al voto di 5. I due gruppi demografici estremi, con punteggi più alto e più basso sono rappresentati rispettivamente da: a)uomini con istruzione almeno pari alla scuola superiore e reddito superiore a 1.900 euro mensili; b) donne e uomini con scolarità inferiore o uguale alla scuola media inferiore che risiedono al Sud e nelle Isole.

 

Difficile essere ottimisti sulle future generazioni, considerato che dall’ultimo programma Pisa di valutazione degli studenti di alcuni paese Ocse, è emerso che gli studenti in Italia ottengono un punteggio inferiore alla media dei 13 paesi OCSE che hanno partecipato alla valutazione delle competenze finanziarie. Con un punteggio medio di 466 punti, l’Italia si colloca tra la 16a e la 17a posizione rispetto all’insieme dei 18 paesi partecipanti. Nel complesso gli studenti italiani ottengono risultati in materia di alfabetizzazione finanziaria inferiori a quanto ci si potrebbe aspettare in  base al loro livello di competenze in lettura  e matematica, e questo risultato suggerisce che le principali competenze acquisite dagli studenti a scuola non includono quelle economico finanziarie.

 

Il nostro paese è indietro, insomma, e pare destinato a rimanerci. Già nel 2013 il rapporto per l’Avanzamento delle strategie nazionali per l’Educazione finanziaria, curato dall’Ocse e dalla presidenza russa del G20, si osservava che in 55 paesi presi in considerazione, 20 tra questi avevano adottato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria, 25 si trovavano ad uno stadio avanzato nel disegnarla, mentre l’Italia figura tra i 5 Paesi di coda che stanno solo considerando di disegnarla. Per fare un paragone, dal settembre 2014 in tutte le scuole del Regno Unito l’educazione finanziaria è addirittura materia obbligatoria. Mentre l’agenzia Consumer financial protection bureau, creata negli Stati Uniti all’indomani dell’ultima crisi, ha anche l’obiettivo istituzionale di promuovere l’educazione finanziaria tra i cittadini. Il netto “conoscere per deliberare”, come noto, dovrebbe essere nelle corde degli italiani. In banca, non lo è ancora.

Marco Valerio Lo Prete

Il Foglio

14 dicembre 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/12/14/gli-italiani-non-masticano-economiafinanza-un-mini-test-lo-dimosra___1-vr-136031-rubriche_c262.htm

 

Bacco e tabacco, nessuno ha saputo rendere come loro

betI vizi hanno un costo elevato e rinunciarvi è difficile. Per questo, visti dall’occhio borsistico, hanno anche un elevato rendimento. Tanto che in una prospettiva ultra-secolare nessun settore economico è stato in grado di registrare performance paragonabili. Dimentichiamoci l’acciaio o le navi che hanno trainato l’epopea americana e cambiato il volto delle città Usa, o l’ingegneria britannica che ha dato il via alla rivoluzione industriale e fatto grande l’impero di Sua Maestà. Se nel 1900 qualcuno avesse puntato 1 dollaro sulle compagnie Usa del tabacco, reinvestendo da brava formichina i dividendi staccati, ora avrebbe visto lievitare la sua ricchezza alla considerevole cifra di 6,28 milioni di dollari.

A snocciolare i numeri di questo divertente e sorprendente raffronto è il Financial Times, che dà conto di uno studio di ‘archeologia finanziaria’ a firma di Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton della London Business School, realizzato per conto del Crédit Suisse.

Dal loro resoconto emerge che, se negli Stati Uniti a premiare è stato il fumo, nella patria della birra e del gin, il Regno Unito, la corona non poteva che andare al settore delle birrerie e delle distillerie. Anche perché, nella loro ex colonia, il mondo dell’alcol ha passato il decennio abbondante del proibizionismo, che ovviamente ha avuto impatti anche sulle compagnie del settore. Ebbene, il comparto alcolico è stato il miglior performer tra le azioni Uk negli ultimi 115 anni: avrebbe trasformato 1 sterlina in 243.152 sterline, includendo i dividendi.

Della grandiosa ingegneristica britannica, che come ricorda il quotidiano della City ha gettato le basi per la spinta industriale e l’impero, un investitore si sarebbe fatto ben poco: 1 sterlina è lievitata fin solo a quota 2.280 dal 1900 ad oggi. Lo stesso si può dire per i costruttori navali americani, che hanno dato poche soddisfazioni con la capacità di moltiplicare 1 dollaro fino a quota 1.225 in un secolo abbondante………..

http://www.repubblica.it/economia/finanza-personale/2015/02/11/news/bacco_e_tabacco_nessuno_ha_saputo_rendere_come_loro-107032691/?ref=HRLV-6

Financial Times

Sin stocks pay as alcohol and cigarettes beat sober rivals

The wages of sin is exorbitant profit. New research into the best equity market performers over the very long term shows that nothing beats tobacco and alcohol stocks.

One dollar invested in US tobacco companies in 1900, with dividends soberly reinvested, would have turned into $6.28m, according to a work of financial archaeology by Elroy Dimson, Paul Marsh and Mike Staunton of London Business School……….

http://www.ft.com/cms/s/0/78609b84-b147-11e4-831b-00144feab7de.html#axzz3RTgMHhVP