L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

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Operai e borghesi escono di scena: ecco come cambiano le classi sociali

’Istat vuole produrre sociologia. Aveva iniziato nel Rapporto dello scorso anno con lo studio dell’avvicendarsi delle generazioni, nel 2017 però l’istituto si è posto un obiettivo più ambizioso: riscrivere e aggiornare la mappa dei principali gruppi nei quali si suddivide la società italiana. Il confronto è con l’elaborazione di Paolo Sylos Labini e con il saggio sulle classi sociali della metà degli anni 70 che classificava i gruppi a partire dai rapporti di produzione, negli anni 90 si sono imposti invece i lavori del sociologo Antonio Schizzerotto imperniati soprattutto sulla professione degli occupati. Ora l’Istat adotta per la classificazione una pluralità di caratteristiche che prendono in considerazione il reddito, l’istruzione, la partecipazione sociale, la posizione nel mercato del lavoro, l’ampiezza della famiglia, la cittadinanza e il luogo di residenza.

Il ruolo della famiglia

Per tutti questi motivi l’esperimento farà discutere animatamente sociologi ed economisti. I gruppi individuati sono nove e vale la pena elencarli per le tante novità che emergono: la classe dirigente, le pensioni d’argento, le famiglie di impiegati, le famiglie degli operai in pensione, le famiglie tradizionali della provincia, i giovani blue-collar, le donne anziane sole e i giovani disoccupati, le famiglie a basso reddito di soli italiani e le famiglie a basso reddito con stranieri.
Gli operai dunque si suddividono in due gruppi per di più «a reddito medio», la piccola borghesia sparisce così come i ceti medi di Sylos Labini, i pensionati da soli (!) danno vita ad altri due gruppi e il peso quantitativo degli impiegati è ragguardevole. Come è facile constatare poi il sostantivo ricorrente è «famiglia», non per una sorta di omaggio alla tradizione culturale italiana ma perché viene individuato come il soggetto che pur nella piena modernità continua a gestire e redistribuire gran parte delle risorse. Assorbendo peraltro al suo interno il conflitto intergenerazionale.
Cominciamo dalla classe operaia che perde la tradizionale identità collettiva che tanto ha contato nella politica del ‘900 e si divide in più gruppi situati però dentro il perimetro delle «famiglie a reddito medio». Le giovani tute blu sono un gruppo formato da poco più di 3 milioni di famiglie e 6,2 milioni di individui, hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano nell’industria, sono spesso coppie senza figli o persone sole, un grado elevato di instabilità coniugale, risiedono prevalentemente nelle regioni settentrionali. Il gruppo delle famiglie degli operai in pensione è molto più corposo (5,8 milioni di nuclei e 10,5 milioni di individui), è presente per lo più nei piccoli centri, ha quasi sempre la casa di proprietà, non ha più i figli conviventi e però dal punto di vista sanitario presenta criticità per eccesso di peso, sedentarietà e consumo di alcol.

A basso reddito

Quali sono invece i gruppi considerati a basso reddito? L’Istat ne individua ben quattro: a) famiglie con stranieri; b) famiglie povere di soli italiani; c) famiglie della provincia; d) anziane sole e giovani disoccupati. In totale fanno più di 8 milioni di nuclei e 22 milioni di individui. È interessante in questo caso sottolineare come la distanza rispetto agli altri gruppi emerga in maniera omogenea non solo se si prendono in considerazione i redditi ma anche la cittadinanza, la residenza territoriale e il (basso) profilo culturale.

Arriviamo alle famiglie che l’Istat definisce «benestanti» e sono formate da tre gruppi: gli impiegati, i pensionati d’argento e la classe dirigente. Il gruppo degli impiegati è consistente (4,6 milioni di famiglie e 12,2 di individui), è localizzato in prevalenza nel Centro-nord, possiede la casa dove abita e si caratterizza per una partecipazione attiva alla vita politica del Paese. Le pensioni d’argento (non privilegiate ma protette dalle favorevoli norme del passato) rimandano a 2,4 milioni di famiglie e per lo più a ex imprenditori ed ex dirigenti non laureati che hanno buoni consumi culturali e un forte impegno sociale.

Le vecchie élite

Infine la classe dirigente (l’Istat ha prudentemente evitato di usare il termine «élite»): ha un reddito del 70% superiore alla media e detiene il 12,2% del reddito totale. Parliamo di 1,8 milioni di famiglie capeggiate per lo più da imprenditori, dirigenti e quadri con titolo universitario che si caratterizzano per una maggiore partecipazione politica/sociale e per un «comportamento culturale pervasivo».
Con l’insieme di questa classificazione l’Istat ha operato una sorta di «seconda lavorazione» dell’enorme quantità di dati che possiede arricchendo sicuramente il dibattito sociologico corrente, anche perché fornisce materiale per una mappatura delle disuguaglianze non monopolizzata dalle sole differenze di reddito e dall’indice di Gini. Ed è sicuramente un passo avanti.

DARIO DI VICO

Corriere della Sera 17 maggio 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_maggio_18/operai-borghesi-escono-scena-istat-millennials-bamboccioni-cd9771b6-3b3a-11e7-935a-b58ef33c02e7.shtml


Rapporto ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/199318


 

Istat: scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia, aumentano le disuguaglianze

Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. Nel Rapporto Annuale 2017 l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Le nuove classi sociali. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. L’istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito. Il gruppo sociale più povero, quello delle famiglie con stranieri, si ferma a una spesa media di 1.697 euro; si arriva poi agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.

Disuguaglianze sempre più cristallizzate. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari. In realtà di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. In effetti funziona quello verso il basso, ma i piani alti sono sempre meno accessibili. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione. L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa, e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due.

E’ soprattutto il reddito a determinare la condizione sociale. Le disuguaglianze in Italia si spiegano soprattutto con il reddito, ed evidentemente con la mancanza di meccanismi di redistribuzione adeguati, a differenza di altri Paesi europei. I redditi da lavoro, spiega l’Istat, spiegano il 64% delle disuguaglianze, però una parte è determinata dai redditi da capitale, non sono solo redditi da lavoro. Le pensioni contribuiscono al 20% della disuguaglianza, e si tratta di un dato in forte crescita dal 2008, anche per via dell’invecchiamento della popolazione (nel 2008 la percentuale si fermava al 12%).

Cresce la deprivazione materiale. Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale, che passa all’11,9% dall’11,5% del 2015. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri, con disoccupati, oppure occupazione part-time, specialmente con figli minori. La povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie che vivono in Italia. Però se si considerano le famiglie, e non gli individui, poiché quelle povere in genere sono famiglie numerose, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più alta, arriva al 7,6% della popolazione.

Il 28,7% a rischio di povertà o esclusione. Sono molte di più le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale: il 28,7% della popolazione. La quota quasi raddoppia nelle famiglie con almeno un  cittadino straniero.

Occupazione di bassa qualità. L’Istat conferma l’aumento dell’occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all’appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. Inoltre, e questo spiega l’impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l’aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua. Il lavoro determina l’appartenenza alle “nuove” classi sociali: nella classe dirigente nove occupati su dieci svolgono una professione qualificata.

Crescita concentrata nei servizi. Nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata nei servizi, settore in cui i livelli occupazionali superano di oltre mezzo milioni quelli del 2008. Prevalgono trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese: l’industria è ancora in arretrato di 387.000 unità rispetto al 2008.

Sono scomparsi i giovani. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di 18-34 anni. Mentre al 1° gennaio 2017 la quota di individui con oltre 65 anni raggiunge il 22%, facendo dell’Italia il Paese più vecchio d’Europa. Nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite, nonostante gli stranieri ,che sono arrivati a poco più di cinque milioni, prevalentemente insediati nel Centro-Nord.

E il 70% vive ancora con i genitori. I giovani sono diminuiti, e nonostante ciò hanno forti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro. Ecco perchè il 68,1% degli under 35 vive a casa con i genitori, si tratta di 8,6 milioni di individui.

Il 6,5% rinuncia a visite mediche. Il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Rosaria Amato

La Repubblica, 17 maggio 2017
http://www.repubblica.it/economia/2017/05/17/news/rapporto_istat-165634199/

Sul Pil l’incognita dei «ponti» troppo lunghi

Che ieri in molti abbiano fatto ponte è stato facile accorgersene, almeno nelle grandi città: attività rallentata, poco traffico, molto turismo. Qualcuno il ponte lo allungherà addirittura fino a lunedì primo maggio, mettendosi in ferie mercoledì, giovedì e venerdì. Il ponte dei record corona un anno, il 2017, che sulla carta ne offre molti. Facciamo un rapido elenco: il 6 gennaio, la Befana, è capitato di venerdì; il 25 aprile, appunto, di martedì; il primo maggio sarà un lunedì; il 2 giugno un venerdì; il 29 giugno (San Pietro e Paolo, patroni di Roma) un giovedì; il 15 agosto un martedì; il primo novembre un mercoledì; il 7 dicembre (Sant’Ambrogio, patrono di Milano) un giovedì; l’8 dicembre un venerdì; Natale capiterà di lunedì e così il primo gennaio 2018. Una concatenazione niente male per chi può programmare lunghi week end. Fin qui la buona notizia. Ma l’anno dei ponti avrà effetti negativi sull’economia?

Il governo, nel Def, il Documento di economia e finanza, ha corretto al rialzo le precedenti stime del prodotto interno lordo, prevedendo una crescita dell’1,1% (contro l’1% precedente). Una bella scommessa, considerando che il 2017 avrà già da calendario due giorni lavorativi in meno rispetto al 2016: l’anno scorso, infatti, il primo maggio e Natale erano capitati di domenica. Ora bisogna tener conto che bastano circa tre giorni lavorati in più o in meno a determinare una corrispondente variazione del Pil di 0,1 punti.È questa, in parole povere, la correzione applicata dall’Istat quando tiene conto appunto degli effetti del calendario sull’andamento del Pil trimestrale. Tale correzione invece non viene applicata al dato medio annuale, che è quello che conta. E del resto è giusto che sia così, perché deve restituire la fotografia puntuale dell’anno, con i giorni effettivamente lavorati. Nessuna correzione, inoltre, è prevista in relazione ai ponti perché, spiegano all’Istat, nonostante siano stati fatti studi e approfondimenti anche al livello internazionale, non si è giunti a conclusioni univoche. Bisogna infatti considerare diversi fattori. Durante il ponte alcune attività si fermano o rallentano ma altre subiscono un forte incremento, dal turismo alla ristorazione. Per esempio, in questi giorni, secondo il centro studi di Confesercenti, si sono spostati per vacanza circa 8 milioni di italiani. Inoltre, almeno per quanto riguarda il lavoro dipendente, chi consuma le ferie durante il ponte ne avrà di meno nel resto dell’anno. «Grossomodo i pro e i contro ai fini della crescita si compensano e gli effetti sono minimi», dice Luca Paolazzi, direttore del Centro studi di Confindustria. «L’impatto del ponte me lo aspetto sulla produzione di aprile, ma poi a maggio ci sarà un rimbalzo – aggiunge Fedele De Novellis del centro ricerche Ref -. Il ponte determinerà cioè instabilità sui dati mensili o trimestrali, ma sull’intero anno non mi aspetto un effetto significativo». Tranchant infine Andrea Goldstein di Nomisma: «In Francia ne fanno il doppio di ponti! Non dobbiamo preoccuparci tanto di questo. Mi preoccuperei piuttosto se qualcuno usasse questo argomento per giustificare la bassa crescita dell’Italia». Dove sono altri i fattori decisivi. Non demonizziamo i ponti record del 2017 quindi, anche se certo non autorizzano facili ottimismi sul Pil.

ENRICO MARRO

Corriere della Sera, 25 aprile 2017


http://www.corriere.it/economia/17_aprile_24/sul-pil-l-incognita-ponti-troppo-lunghi-b4dda98c-292a-11e7-a532-a1780cddea55.shtml

L’economia dà i numeri

stattttL’esperimento richiede pochi secondi. Nella stringa di ricerca di Google bisogna digitare tre parole: «disoccupazione giovanile Italia». Le informazioni che si ottengono dalle pagine internet trovate non sembrano giustificare dubbi: «Istat: la disoccupazione giovanile risale al 40,1%». «Disoccupazione dramma per i giovani: superato il 40%». «Lavoro, a dicembre il tasso di disoccupazione dei giovani di nuovo oltre il 40%». Che idea ci si fa dei ragazzi senza lavoro? All’apparenza la risposta sembra di una evidenza elementare: che la disoccupazione giovanile è, appunto, oltre il 40%, ovvero che più di 4 giovani su 10 sono disoccupati.
Ovvio, ma sbagliato. In realtà i giovani disoccupati sono uno su dieci. Come è possibile? Molto semplicemente tutto dipende dalla definizione di tasso di disoccupazione giovanile: secondo le classificazioni europee, accolte dall’Istat e dagli altri enti statistici dell’Unione, la cifra si ottiene dividendo i disoccupati per i lavoratori attivi (occupati e disoccupati) che hanno tra i 15 e i 24 anni. Disoccupato, però, è solo chi, nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, ha cercato lavoro ed è disponibile a lavorare. La limitazione esclude dal divisore non solo i cosiddetti «scoraggiati», quelli che il lavoro non lo cercano nemmeno, ma soprattutto quelli che non lavorano perché stanno facendo altro, e cioè studiando, ovvero l’85% o giù di lì dei ragazzi. Il numero preso in considerazione è dunque estremamente ridotto. Se si considera tutta la popolazione di quella fascia di età, i disoccupati sono il 10,9% del totale, cifra comunque importante, specie se la si confronta con quella di altri Paesi, ma ben lontana dal drammatico 40% citato all’inizio.
La morale di quanto detto fin qui è che i numeri possono rappresentare una potente cortina fumogena. E più in generale che per quanto le statistiche sembrino fatti incontrovertibili, iscritte nell’ordine necessario delle cose, in realtà sono semplici interpretazioni della realtà. I numeri sono raccolti e organizzati con criteri più o meno corretti, da persone che hanno i loro limiti e i loro pregiudizi; poi vanno valutati e contestualizzati. Eppure le cifre hanno un fascino e una patina di oggettività che appare irresistibile. Lewis Carrol, noto per aver scritto Alice nel paese delle meraviglie, ma matematico di professione, non aveva esitazioni: «Se vuoi ispirare fiducia, dai molti dati statistici. Non importa che siano esatti o che siano comprensibili. Basta che siano in quantità sufficiente». 

ATTENTI AI GIOVANI
Un imbroglio bello e buono, insomma. Per smascherarlo bisogna capire come i numeri e le statistiche nascono e come sono organizzate. Non sempre è facile. L’esempio già citato, quello della disoccupazione giovanile, è interessante: il dato finale è frutto di un rapporto, ma per valutarlo bisogna prima fare caso alle grandezze messe a confronto. L’osservazione si può generalizzare per tutte le rilevazioni sulla disoccupazione. Il bollettino mensile dell’Istat con le ultime cifre sui senza lavoro (per la sua sinteticità è chiamato «flash») è fatto di 11 pagine di chiarimenti e note metodologiche . Nell’ultima campagna elettorale americana uno dei punti di polemica è stato proprio il tasso di disoccupazione. Chi, come Hillary Clinton voleva valorizzare l’eredità di Barack Obama, citava il dato più utilizzato, in base al quale i disoccupati sono il 4,8% (si conteggia chi dichiara di volere un lavoro e ha fatto almeno una ricerca di un posto nel mese precedente, mentre occupato è chi ha lavorato anche un numero minimo di ore). Donald Trump, invece, si riferiva di solito a un altro dei sei indicatori usati abitualmente, in cui oltre ai disoccupati si tiene conto anche dei «sottoccupati», di chi, per esempio, lavora solo poche ore alla settimana. E in questo caso il dato era del 9,8%. A volte prendeva in considerazione anche gli inattivi (chi è di fatto fuori dalla forza lavoro), raggiungendo quasi quota 40%.
Per quanto riguarda l’Italia i dati sui senza lavoro hanno alimentato negli ultimi anni più di una polemica: quella per il contrasto tra le cifre dell’Istat, e quelle del ministero del Lavoro. L’istituto statistico nazionale pubblica ogni trimestre un’indagine campionaria che si propone di essere una fotografia completa sull’impiego, in cui i «posti» vengono valutati indipendentemente dal tipo di contratto e, entro certi limiti, dalla loro posizione fiscale (si tiene conto così anche del sommerso).
PIL BALLERINO
Questo documento è poi affiancato da una rilevazione mensile con un campione ridotto. Quanto al ministero del Lavoro il suo compito è quello di diffondere i dati sulle comunicazioni obbligatorie e ufficiali di avvio di un rapporto di lavoro. Ovvio che i numeri possano spesso non coincidere.
Un’altra polemica, questa volta del 2016, ha riguardato la diffusione di due dati relativi al Pil.

Prima, in febbraio, è stata diffusa la cifra dell’ultimo trimestre, qualche giorno dopo il bilancio annuale. E almeno all’apparenza i due numeri non tornavano. Colpa delle diverse metodologie che prevedono per esempio che il dato trimestrale venga destagionalizzato (depurato cioè delle specificità relative al periodo considerato per confrontarlo con i periodi precedenti). La destagionalizzazione, invece, non è prevista per il dato annuale, perché si presuppone che nel corso dei 12 mesi le contingenze stagionali si compensino e sia possibile il paragone con il periodo precedente. Il risultato di queste tecnicalità statistiche conduce a piccole differenze, scostamenti a volte decimali che spesso bastano per alimentare infuocate polemiche politiche. Anche tenendo conto che, per esempio in base al Pil vengono calcolati i saldi di finanza pubblica, tenuti d’occhio con implacabile precisione dai guardiani dei conti di Bruxelles.
Nel migliore dei mondi possibili a fare da tramite tra la complessità delle statistiche e il cittadino sarebbero i media. Ma in tempi a cui dominare la politica è la post verità, la spregiudicata affermazione dell’irrilevanza dei fatti, il dibattito pubblico è diventato anche post-statistico. Numeri e cifre vengono strizzati e deformati a seconda delle convenienze, mentre velocità e sinteticità dell’informazione impediscono analisi meditate. Un rischio, perché i numeri corretti sono un bene pubblico, premessa di deliberazioni informate. Tra i documenti fondativi dell’Onu c’è la Carta sui principi fondamentali della statistica ufficiale. E le regole sancite partono dal presupposto che «l’informazione statistica è una base essenziale per lo sviluppo in campo economico, demografico, sociale e ambientale e per la mutua conoscenza e il commercio tra gli Stati e i popoli del mondo».

IL METODO CRISTINA
Per avere un’idea del significato politico dei numeri basta guardare all’etimologia: statistica è la scienza «relativa allo Stato», e la disciplina è nata nel XVII secolo in Inghilterra come «aritmetica politica». Più istruttivo ancora richiamare esempi come quello greco o argentino. Ad Atene l’unico che sembra destinato a pagare la falsificazione dei numeri del bilancio statale che ha dato il via alla crisi è il capo dell’Istat locale. Non quello che collaborò a «truccare» le cifre, al contrario il funzionario che, inviato dal Fondo Monetario Internazionale, contribuì a far emergere l’imbroglio . In Argentina, invece, il governo demagogico-peronista di Cristina Kirchner, messo di fronte alla propria incapacità di frenare l’inflazione, male endemico del Paese, decise di tagliare la testa al toro: sostituì i dirigenti dell’Ufficio nazionale di statistica, che ogni mese misuravano l’aumento dei prezzi, per sostituirli con uomini fidati. E questi ultimi, come da istruzioni ricevute, iniziarono a certificare ufficialmente che l’inflazione a Buenos Aires e dintorni era miracolosamente scomparsa. Due casi limite di strumentalizzazione del mondo dei numeri e delle rilevazioni.
Per ridurre i rischi la strada maestra sarebbe quella di un’alfabetizzazione di base in materia statistica. In Italia siamo però lontani dall’obiettivo. A pesare è la tradizionale difficoltà nell’insegnamento anche della semplice matematica. E a darne la prova è un piccolo gioco. Si tratta di ridurre del 30% una cifra data, per esempio 100. E poi di aumentare la cifra così ottenuta dello stesso 30%. Si ritorna al punto di partenza? Di solito in moltissimi rispondono di sì. Ovviamente la risposta giusta è no. Anche nel secondo caso si tratta di un rapporto, ma la base delle due operazioni è diversa. Riducendo il numero 100 del 30% si ottiene 70, ma il 30% di 70 è solo 21. Anche i numeri più semplici hanno i loro (apparenti) misteri.

ANGELO ALLEGRI

il Giornale, 27 febbraio 2017

http://www.ilgiornale.it/news/leconomia-d-i-numeri-1368968.html

 

 

170 giorni di lavoro per le tasse

taxfreedMeno tasse, ma non per tutti.

Nel 2017 la pressione tributaria complessiva, secondo le prime stime, dovrebbe scendere lievemente, dal 42,6% al 42,3% del Pil (il Prodotto interno lordo, quanto produce l’Azienda Italia in un anno intero). Poco? Mica tanto. Si tratta, infatti, di circa 7 miliardi di euro che dovrebbero essere risparmiati dagli italiani tra tagli effettivi e mantenimento di alcune agevolazioni che stavano per scadere.

Liberazione

Ma i miglioramenti per le famiglie italiane, purtroppo, non ci sono. O sono irrisori. Anche quest’anno, infatti, il quadro (reddito di 50.000 euro) — scelto da Corriere Economia dal 1990 per misurare l’insostenibile pesantezza del Fisco sui budget familiari — , dovrà lavorare 170 giorni, gli stessi del 2016, per pagare imposte e contributi. In pratica solo dalla mattina del 20 giugno comincerà a guadagnare per far fronte alle proprie necessità e a quelle della sua famiglia. Corvée fiscale invariata anche per l’operaio, l’altro contribuente tipo (reddito di 25.077 euro) utilizzato nell’analisi, condotta come sempre con la collaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre. A lui serviranno 130 giorni, gli stessi del 2016, per sfamare l’appetito dell’Erario. Il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale, arriverà così l’11 maggio. L’anno scorso era il 10 maggio, ma il 2016 era un anno bisestile (lo stesso effetto c’è anche per il quadro).

Il paradosso

Ma come si spiega questo paradosso; pressione tributaria che scende e schiavitù fiscale che resta invariata? I tagli effettivi alle aliquote hanno interessato solo le imprese con l’Ires che scende dal 27,5% al 24% (e con l’arrivo della nuova Iri per le imprese individuali e società di persone, aliquota del 24%), mentre nessun intervento è stato fatto sul fronte dell’Irpef. In autunno, mentre fervevano le opere nel grande cantiere della legge di Stabilità, si era parlato di possibili tagli alle aliquote ferme da 10 anni (quado al governo c’era Prodi) a partire dal 2018, ma nessun impegno ufficiale è stato preso. E bisognerà vedere se il governo Gentiloni continuerà sulla strada che voleva percorrere l’esecutivo Renzi. Un vero e proprio tabù quello delle aliquote Irpef che nessuno dei cinque premier succeduti a Prodi è stato in grado di scalfire.

Dieci anni

E, se si tiene conto dell’inflazione, questi ultimi dieci anni sono stati un vero Calvario per il nostro contribuente tipo. Nel 2007 guadagnava 41.655 euro contro i 50.068 attuali. In un decennio la sua retribuzione è cresciuta di 8.413 euro, mentre l’Irpef netta è passata da 8.795 a 11.934 euro. Degli 8.413 euro di aumento retributivo, ben 3.139 sono stati divorati dal Fisco (il 37,3%, oltre un terzo). Le uniche buone notizie del 2017 per le famiglie riguardano la conferma dell’esenzione da Imu e Tasi dell’abitazione principale, l’impossibilità per i comuni e le regioni di aumentare le pretese, la conferma di una serie di sgravi che stavano per scadere più qualche piccolo bonus. Poco, troppo poco, per spostare indietro l’orologio del Tax Freedom Day che così resta pericolosamente vicino alle Colonne d’Ercole, rappresentate da quel 30 giugno varcato il quale vorrebbe dire lavorare di più per lo Stato che per se stessi.

L’identikit della famiglia tipo

I contribuenti tipo sono i medesimi degli anni precedenti, il loro reddito è stato incrementato dello 0,6% rispetto al 2016 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat. Per l’addizionale regionale Irpef si è fatto riferimento a quella in vigore in Lombardia, mentre la Tari è quella del comune di Milano, infine l’aliquota dell’addizionale comunale è quella media dei capoluoghi di provincia I numeri Il nostro contribuente tipo paga complessivamente 23.609 euro di tasse su uno stipendio lordo, più assegni familiari, di 50.566 per una pressione tributaria che arriva al 46,6%. Per fare qualche esempio: servono 86 giorni per far fronte al mostro dell’Irpef: in pratica solo a fine marzo il quadro finirà di saldare il conto dell’imposta sul reddito. E, se ci aggiungiamo i contributi, si arriva a sfiorare maggio. Quasi due settimane se ne vanno per le imposte locali. Passando dal calendario alla singola giornata lavorativa, 224 minuti sono destinati a pagare imposte e contributi. Con quasi due ore ogni giorno dedicate all’Irpef. Non è un po’ troppo?

Corriere della Sera 9 gennaio 2017

Massimo Fracaro e Andrea Vavolo

http://www.corriere.it/economia/finanza_e_risparmio/17_gennaio_09/2017-170-giorni-lavoro-le-tasse-a1ffe978-d638-11e6-b48b-df5f96e3114a.shtml

Italia nel 2016 in deflazione, è la prima volta dal 1959

deflassL’Italia nell’insieme dello scorso anno è risultata in deflazione. È la prima volta che succede da oltre mezzo secolo. Nel 2016 i prezzi al consumo, secondo i dati provvisori dell’Istat, hanno registrato infatti una variazione negativa dello 0,1% come media d’anno. «È dal 1959 (quando la flessione fu pari a -0,4%) che non accadeva», rileva l’istituto di statistica.
La cosiddetta «inflazione di fondo», calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, rimane invece in territorio positivo (+0,5%), pur rallentando la crescita da +0,7% del 2015.

Obiettivo Bce mancato

La deflazione è il calo dei prezzi ed è il fenomeno opposto dell’inflazione, che si ha quando i prezzi salgono. La deflazione deriva da un rallentamento della spesa di consumatori e aziende e indica che la domanda di beni e servizi è debole e quindi che l’economia non è in salute. La Bce fissa come obiettivo dell’inflazione un livello vicino al 2 per cento.

Dicembre in positivo

Nel mese di dicembre 2016, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, è salito dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,5% nei confronti di dicembre 2015. L’aumento su base mensile dè principalmente dovuto agli aumenti dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+1,9%), degli energetici non regolamentati (+1,1%), degli alimentari non lavorati (+1,0%) e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,5%). I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona crescono dello 0,4% in termini congiunturali (su mese) e dello 0,6% in termini tendenziali (da -0,1% di novembre). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,3% su base mensile e dell’1% su base annua (era +0,5% a novembre). L’inflazione nell’Eurozona sale all’1,1% annuale a dicembre, contro il +0,6% di novembre, al top dal dicembre 2013, emerge dalle prime stime flash di Eurostat. Gli analisti si aspettavano un incremento più contenuto dell’1%.

Il traino della benzina

«Il balzo dei prezzi nell’ultimo mese dell’anno è da attribuire unicamente al caro-benzina, con i distributori di carburanti che hanno fortemente rincarato i listini determinando aumenti in tutti i settori», sostiene Carlo Rienzi, presidente del Codacons, commentando i dati sull’inflazione diffusi oggi dall’Istat. «La frenata dei prezzi al dettaglio nel 2016 è il frutto del crollo record dei consumi registrato in Italia negli ultimi anni. L’attesa ripartenza della spesa da parte delle famiglie non si è verificata, e complessivamente negli ultimi 8 anni i consumi degli italiani sono calati di ben 80 miliardi di euro».

Fausta Chiesa

Corriere della Sera, 4 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/17_gennaio_04/italia-2016-deflazione-prima-volta-1959-46d27664-d265-11e6-af42-cccac9ae7941.shtml

L’economia nera italiana vale 211 miliardi

Undated Garda handout photo of 200,000 euro (£170,000) that was seized by Gardai after it was concealed in a vehicle in Dublin. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Saturday August 27, 2016. A man aged 39 was arrested at the scene near the Fonthill Road by drugs and organised crime investigators at about 1pm on Saturday. See PA story CRIME Cash Ireland. Photo credit should read: Garda/PA Wire NOTE TO EDITORS: This handout photo may only be used in for editorial reporting purposes for the contemporaneous illustration of events, things or the people in the image or facts mentioned in the caption. Reuse of the picture may require further permission from the copyright holder.

False dichiarazioni ai fini di sfuggire al fisco, lavoro in nero, affitti o incassi non dichiarati; ma ache produzione e traffico di droga, giri prostituzione e contrabbando di tabacco. Tutto questo finisce in un calderone che la statistica chiama “economia non osservata“, proprio perché non riesce a quantificarla puntualmente come avviene con il resto delle attività svolte alla luce del sole. Ma riesce almeno a stimarla, come fa l’Istat, nella bellezza di 211 miliardi di euro di valore, il 13% del Prodotto interno lordo. Per la stragrande maggioranza, 194,4 miliardi di euro, si tratta della fetta occupata dalle attività “volontariamente celate alle autorità fiscali, previdenziali e statistiche”, e nei restanti 17 miliardi di euro circa (1% del Pil) fanno capo all’industria illegale di droga, prostituzione e contrabbando.

Sono i dati contenuti nell’aggiornamento dell’Istituto di statistica, che certifica un preoccupante aumento dell’incidenza sul Pil di questo insieme di attività tra il 2011 e il 2014: dal 12,4 si è passati al 13%. Sembrerà poca cosa, ma 0,6 punti di prodotto sono molto più della somma (0,2 punti) che sta al centro della “litigata” tra governo e Ufficio parlamentare di bilancio sulle stime di crescita per il prossimo anno. Anche di più (0,4 punti) della “flessibilità” massima che l’Italia spera di strappare a Bruxelles in queste ultime ore di scrittura della Manovra.

Il lavoro dell’Istat dettaglia come i vari settori del sommerso contribuiscono a mettere insieme quella cifra monstre: “Il valore aggiunto generato dall’economia non osservata nel 2014 deriva per il 46,9% (47,9% nel 2013) dalla componente relativa alla sotto-dichiarazione da parte degli operatori economici. La restante parte è attribuibile per il 36,5% all’impiego di lavoro irregolare (34,7% nel 2013), per l’8,6% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8% alle attività illegali”, dicono gli statistici. Ecco invece, come mostra il grafico, quali sono i contributi dal sommerso nei fari settori.

Da segnalare infine il “significativo aumento” censito dagli statistici dei lavoratori irregolari: sono 3 milioni 667 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 595 mila) e con un balzo rispettivamente di 180 mila e 157 mila sull’anno precedente. “Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza delle unità di lavoro (Ula) non regolari sul totale, è pari al 15,7% (+0,7 punti percentuali rispetto al 2013). Il tasso di irregolarità dell’occupazione risulta particolarmente elevato nel settore dei Servizi alla persona (47,4% nel 2014, 2,4 punti percentuali in più del 2013), seguono a grande distanza l’agricoltura (17,5%), il Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,5%) e le Costruzioni (15,9%)”.

Raffaele Ricciardi

La Repubblica 14 ottobre 2016

 

http://www.repubblica.it/economia/2016/10/14/news/istat_economia_sommersa-149742375/