I figli degli immigrati italiani per nascita, stranieri per legge

pnatLe prime notizie del 2016 hanno, secondo tradizione, ricordato gli incidenti da petardi, i veglioni più curiosi e la corsa al record del primo nato.

I cronisti raccontano ora se il primo bebè, o la prima bebè, siano nati o no da genitori italiani, ma, nel mondo globale queste distinzioni hanno poco senso. I dati della natalità nel nostro Paese sono sconfortanti, e la crisi economica che ci affligge da una generazione mette in fuga le cicogne tricolori. Il Sud ha solo 1,32 nascite per donna, peggio di Centro 1,36 e Nord 1,46 (la popolazione non cresce se la natalità per donna non è almeno di 2,1). La regione più prolifica è il Trentino-Alto Adige, 1,65 figli per donna, davanti la Valle d’Aosta 1,55, e con l’eccezione della Liguria, il Nord affluente fa più bimbi del Mezzogiorno impoverito.

I bambini nati da genitori arrivati in Italia alleviano il nostro deficit di natalità che, assicura l’Istat, tocca nel 2014 solo 509 mila nastri rosa o azzurri, 5.000 in meno del 2013, record negativo dall’Unità d’Italia. I nostri antenati, malgrado fame, emigrazione, guerre ed epidemie facevano bambini con coraggio e fede. Noi li consideriamo antiquati, o legati all’economia agricola, ma siamo qui grazie alla loro forza.

Sarebbe dunque un bene che anche in Italia, azzittite le petulanti polemiche di una politica dimentica di valori e numeri, si ragionasse di ius soli, la concessione della cittadinanza ai nati nel Paese, senza penose lungaggini che aumentano il risentimento tra gli immigrati.

Negli Stati Uniti, secondo il Census Bureau, sotto i 18 anni un cittadino su 4 ha almeno un genitore nato all’estero. Anche gli Usa hanno un saldo di natalità negativo, 1,86 per donna per un totale di 4 milioni di nascite nel 2013, ma le autorità non se ne preoccupano «le emigrazioni legali possono pareggiare i conti». L’obiezione centrale allo ius soli cita la necessità di non diluire il nostro patrimonio culturale, antropologico, religioso davanti a troppe identità straniere. Con grande acume politico la leader del Fronte Nazionale francese, Marine Le Pen, ricorda che «Destra e sinistra non esistono più e la frontiera della politica del XXI secolo è globalizzatori contro patrioti». Le Pen ha ragione su destra-sinistra, ma la vera, radicale, divisione è tra chi accetta di vivere nel mondo globale – «Global» si chiamava un fortunato supplemento di questo giornale, fondato in collaborazione con la rivista americana Foreign-Policy – e chi invece vuol rinchiudersi nel protezionismo economico, nell’intolleranza razziale e religiosa, uno strapaese bigotto che il mercato mondiale presto costringerebbe all’isolamento e all’irrilevanza.

Tocca quindi a chi ha davvero a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa, impossessarsi dell’analisi di Le Pen, rovesciandola. Morta la dialettica destra-sinistra, il duello è tra nazionalisti e internazionalisti, e tocca a questi ultimi spiegare all’opinione pubblica, senza snobismi saccenti, che il vero patriota, italiano, europeo, americano del presente, sa guardare al mondo senza paura. Il nostro inno nazionale ricorda nei suoi versi popoli lontani che ci furono fratelli nel Risorgimento, quando Garibaldi combatteva in Sicilia con gli ungheresi Tukory e Turr.

Festeggiamo serenamente i bimbi nati a Capodanno in Italia da genitori stranieri. Averli tra di noi, ragionare di come renderli cittadini non significa perdere la nostra identità nazionale. Al contrario, tutto ciò che di prezioso ha l’essere «italiani», lingua, tradizioni religiose cattolica, protestante, ebraica, la cultura, lo sport, la cucina, la famiglia, il saper essere eleganti con poco, l’adattarsi alle difficoltà, l’allegria spavalda, tutto può essere, e deve essere, insegnato, preservato e tramandato a nuovi cittadini. Si ha invece l’impressione che proprio i più stentorei nemici dell’accoglienza siano in verità pessimisti sui nostri profondi valori. Vogliono chiuderli nei confini angusti dell’intolleranza perché non credono più, spaventati, che libertà, democrazia, uguaglianza, fratellanza, cultura occidentale siano in grado di farsi amare nel mondo e conquistare, alla fine, anche i nostri nemici, sconfiggendone l’avanguardia fondamentalista armata. Sbagliano e i bambini nati in libertà a Capodanno ne sono la prova. Auguri.

Gianni Riotta

La Stampa 3 gennaio 2015

 

http://www.lastampa.it/2016/01/03/cultura/opinioni/editoriali/i-figli-degli-immigrati-italiani-per-nascita-stranieri-per-legge-s2BLStIV6FztESM003sa6L/pagina.html

 

http://riotta.it/

 

60.795.612

popopoLa crescita zero non riguarda solo l’economia. In Italia hanno smesso di aumentare anche i cittadini: la fotografia annuale dell’Istat spiega che il «movimento naturale della popolazione», ossia il risultato tra nascite e morti, nel 2014 ha fatto registrare un saldo negativo di quasi 100 mila unità. Per trovare un picco negativo del genere bisogna tornare al biennio 1917-1918. Allora, però, c’era la Prima Guerra Mondiale.

Dal rapporto dell’istituto di statistica emerge un Paese anzianol’età media supera i 44 anni – da cui i giovani continuano a fuggire e in cui le culle restano vuote: 12mila nati in meno rispetto al 2013. Hanno smesso di fare figli anche gli immigrati, che in questi anni avevano sostenuto il tasso: -2.638sul 2013. Si spiega così il risultato totale dei residenti: 60.795.612 persone, di cui più di 5 milioni (8,2%) di cittadinanza straniera. Ma i flussi dall’estero, secondo l’Istat «riescono a malapena a compensare il calo demografico dovuto alla dinamica naturale». Gli analisti di Via Cesare Balbo spiegano che, se i residenti si scompongono in base alla loro cittadinanza (italiana e straniera), la componente italiana risulta in diminuzione (-83.616), seppur mitigata dall’acquisizione della cittadinanza italiana di una parte sempre più ampia della componente straniera (+130 mila circa).

Il vero campanello d’allarme, in ogni caso, lo suonano le culle vuote. Non una novità, visto il crollo dei nuovi nati numero dei nati (-2,3%), dura dal 2009. Il calo, dice l’Istat, si registra in tutte le ripartizioni in misura piuttosto uniforme e principalmente nelle regioni del Nord-est (-3,0%). Se si allarga lo sguardo agli ultimi cinque anni sono circa 75 mila in meno i nati negli ultimi cinque anni. Le cause? «La concomitanza tra la fase di crisi economica e la diminuzione delle nascite, che colpisce particolarmente la componente giovane della popolazione», scrive l’istituto. E «lo stesso è avvenuto per la diminuzione dei matrimoni, registrata proprio negli ultimi cinque anni».

Anche il contributo positivo alla natalità generato dalle donne straniere mostra i primi segnali di un’inversione di tendenza. Infatti, se l’incremento delle nascite registrato negli anni precedenti era dovuto principalmente alle donne straniere, negli ultimi due anni il numero di bambini stranieri nati in Italia, pari a 75.067 nel 2014, ha iniziato progressivamente a ridursi (2.638 bambini in meno rispetto all’anno precedente), pur restando stabile in termini di incidenza percentuale: il 14,9% dei nati sono generati da entrambi i genitori stranieri.

Non è finita neppure la grande fuga dal Paese. Da alcuni anni l’immigrazione dall’estero sta rallentando, tanto che nel 2014 riesce a malapena a contenere la perdita di popolazione dovuta a un saldo naturale fortemente negativo. Gli iscritti in anagrafe provenienti da un Paese estero sono stati circa 280 mila, di cui il 90% sono stranieri. Gli italiani che rientrano dopo un periodo di emigrazione all’estero sono poco meno di 30 mila. Al contrario, coloro che hanno lasciato il nostro Paese sono circa 136 mila, di cui quasi 90 mila sono italiani. Le iscrizioni –conclude l’Istat – sono da ascriversi in misura leggermente prevalente agli uomini (50,1%), contrariamente a quanto avveniva negli anni precedenti, quando erano prevalenti le donne

http://www.lastampa.it/2015/06/15/economia/la-popolazione-italiana-non-cresce-rhVGy0rv99qOjWww5T84BK/pagina.html

Cosa dicono davvero i dati Istat sulla ripresa

lenss IL PAESE ha finalmente ripreso a crescere; il timore della deflazione è finito. I titoli dei giornali si sprecano, ed è giusto che sia così. Il Paese ha bisogno di buone notizie e la pubblicazione dei conti economici trimestrali da parte dell’Istat permette un qualche ottimismo. Persino il Financial Times titola, “L’Italia torna in piedi”. La notizia del ritorno alla crescita mette in secondo piano addirittura le previsioni di tracollo definitivo della Grecia che in questi giorni hanno innervosito non poco i mercati, così come i timori di scoppio della presunta bolla sull’azionario in Cina.
Commentare queste notizie per un economista è sempre compito ingrato. Se il rapido ciclo delle notizie rende i giornali inclini a concentrarsi sui dati congiunturali, una prospettiva più analitica non può che soffermarsi con maggiore attenzione sulle tendenze di crescita dell’economia e quindi sulle indicazioni che le diverse componenti dei dati congiunturali permettono di trarre sulla situazione economica generale. Da questo punto di vista i dati Istat vanno purtroppo letti in modo meno trionfale di quanto non vorremmo fare.
Innanzitutto la crescita del Pil nel primo trimestre 2015 è stata dello 0,1% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (questa è la cosiddetta “crescita tendenziale”). Non è molto se confrontata all’1% della Germania, al 3% degli Stati Uniti, al 2,4% del Regno Unito e anche allo 0,7% della Francia. Il risultato è ancora peggiore se si tiene conto che la crisi ha colpito il nostro paese più severamente di questi altri e che quindi sarebbe naturale aspettarsi un effetto “rimbalzo” più pronunciato in Italia. L’immagine che meglio riassume la situazione economica del Paese purtroppo è quella della crescita cumulata del Pil negli ultimi 15 anni. Se il Regno Unito è cresciuto di circa il 30% e l’Eurozona di circa il 15%, l’Italia è rimasta al palo. Zero. Questo è il risultato di una combinazione di tre fattori: una minore crescita fino al 2008, una recessione più profonda fino al 2013, e una ripresa più tarda e più lenta da allora.
Una lettura più ottimistica dei nuovi dati Istat è però chiaramente possibile. I dati sulla crescita tendenziale in Italia patiscono il ritardo della ripresa, che ha notevolmente faticato negli ultimi tre trimestri del 2014. I dati di “crescita congiunturale”, relativi cioè all’ultimo trimestre, sono invece più favorevoli, sia in assoluto che relativamente agli altri paesi. L’Italia cresce dello 0,3%, come la Germania e il Regno Unito, e più degli Stati Uniti. Questi sono i dati che potrebbero farci pensare di aver svoltato l’angolo. Difficile a dirsi naturalmente: estrapolare da un trimestre in controtendenza è operazione statisticamente suicida che evito con piacere. Ma un’occhiata ai dati disaggregati è utile per cercare di farsi un’idea più precisa di cosa stia succedendo.
Innanzitutto la crescita del primo trimestre del 2015 è dovuta in misura sostanziale alla crescita degli investimenti fissi lordi e delle scorte, senza un contributo positivo dei consumi finali nazionali. La spesa delle famiglie è leggermente diminuita e quella della Pubblica Amministrazione è aumentata in pari entità percentuale. Questo non è un buon segno naturalmente, nel senso che una solida ripresa dopo una recessione è associata tipicamente ad una rinnovata fiducia dei consumatori e quindi ad una ripresa dei consumi assieme a quella degli investimenti. Anche il fatto che cresca l’Agricoltura e non i Servizi non è un buon presagio: è nei Servizi che si nascondono le maggiori opportunità di sviluppo di una economia moderna e avanzata come la nostra. Anche a “nutrire il pianeta” e produrre “energia per la vita” si arriva attraverso innovazione e tecnologia, è lì che si genera crescita.
Ma il dato più rilevante, non so dire se allarmante, è che la crescita congiunturale degli investimenti si è manifestata in larga parte nel settore Mezzi di trasporto. Sarà anche vero che quando va bene la Fiat va bene il Paese, ma una crescita più omogenea tra settori avrebbe indicato più nettamente una ripresa in atto.
Infine, è necessario anche ridimensionare i commenti sulla fine della deflazione. L’inversione di tendenza dei prezzi è dovuta in parte sostanziale al fatto che il calo dei prezzi dei beni energetici abbia rallentato notevolmente. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti e quello degli investimenti sono calati ma non direi in modo preoccupante. La notizia rilevante riguardo ai prezzi è quindi che possibili tendenze deflattive continuino a non manifestarsi.
Riassumo quindi, per chi si fosse perso nella noiosa ma inevitabile analisi dei dati. A costo di apparire Cassandra, come spesso accade agli economisti che discutono della situazione economica del nostro Paese, i dati dell’Istat sono meno positivi di quanto non possa sembrare. Vi sono pochi dubbi che la ripresa, ammesso che sia iniziata, rimanga debole e fragile. E certo, meglio che niente, ma uno 0.1%, o 0,3% che dir si voglia, non ha un gran potere taumaturgico di per sé.

Repubblica 30 maggio 2015
Cosa dicono davvero i dati Istat sulla ripresa
di Alberto Bisin

 

Italia fuori da recessione deflazione

rippL’Italia si chiama fuori da recessione e deflazione. A mettere la parola fine davanti alle due «piaghe» dell’economia è l’Istat, che non solo registra un Prodotto interno lordo in crescita nel primo trimestre ma vede in positivo anche il secondo. «Non siamo più il malato d’Europa» dice il premier Matteo Renzi. Anzi, rilancia, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, siamo diventati «un buon esempio da seguire». Rimane invece aperta la questione lavoro, per l’Istituto di statistica infatti l’occupazione ancora «non ha mostrato chiari segnali di inversione di tendenza». Di certo sul fronte lavoro il Governo punterà ancora sulla detassazione, che Padoan dà per confermata anche nella «prossima legge di Stabilità». La raffica di dati e stime dell’Istat è stata quindi caratterizzata dal segno più: dal Pil di gennaio-marzo, certificato a +0,3%, l’aumento più significativo da quattro anni, alla proiezione di quel che sarà tra aprile e giugno (+0,2%). Due rialzi consecutivi che decreterebbero la fine della fase recessiva anche in termini tecnici. Per ora però sul secondo trimestre ci sono solo anticipazioni, aprile avrebbe fatto segnare «un balzo in avanti» ma occorre vedere con che ritmo la spinta proseguirà. Il contributo più importante è atteso dall’export che invece non è stato d’aiuto nel primo trimestre. Hanno tradito le aspettative pure i consumi, con la spesa delle famiglie arretrata, seppure di poco, dopo sei rialzi consecutivi. A fare da traino all’economia come non accadeva da anni sono stati invece gli investimenti (grazie al boom registrato per i mezzi di trasporto).  Guardando ai macro settori, sempre nel primo trimestre molto bene è andata l’agricoltura che ha recuperato le perdite accusate nei mesi precedenti. Un effetto rimbalzo si è verificato anche sul fronte scorte (a conclusione del 2014 i magazzini si erano svuotati). Ecco che alla fine l’Istat ha anche alzato le stime sul Pil tendenziale (da zero a +0,1%). Dietro l’uscita dal tunnel della deflazione, era da inizio anno che i prezzi non facevano altro che scendere, c’è invece lo zampino dell’energia: a maggio il ridimensionamento dello sconto carburanti risolleva l’indice generale, che si riporta così ai livelli di sei mesi prima (+0,2% e +0,8% per il “carrello della spesa”). …. http://www.lastampa.it/2015/05/29/economia/italia-fuori-dalla-deflazione-a-maggio-prezzi-9kZt6diNLXBhwQjEVity6O/pagina.html

Prospettive 15 -17

immmg‘Istat rivede al rialzo del stime sulla crescita dell’Italia. Di più: vede rosa fino al 2017 grazie a un recupero del reddito disponibile, un calo della disoccupazione e – a ruota – una crescita della domanda interna destinata a sostenere consumi e Pil. L’Istituto di statistica ha messo tutto nero su bianco nelle “Prospettiva per l’economia italiana nel 2015-2017” che si aprono con una revisione del Pil per l’anno in corso: la crescita reale attesa passa dallo 0,5% stimato a novembre allo 0,7%. Un trend che sarà confermato anche dal prossimo biennio: l’economia crescerà dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% nel 2017.

Domanda interna. Chiari anche i driver della crescita: quest’anno il progresso del Pil sarà sostenuto soprattutto dalla domanda estera (0,4 punti percentuali), mentre nel biennio biennio successivo il rafforzamento ciclico determinerà un apporto crescente della domanda interna (+0,8 e +1,1 punti percentuali) mentre il conseguente aumento delle importazioni favorirà una diminuzione del contributo della domanda estera netta nel 2017. L’Istat si attende anche un aumento della spesa delle famiglie (+0,5%) a seguito del miglioramento del reddito disponibile e scommette sul graduale aumento dell’occupazione che dovrebbe rafforzare i consumi privati (+0,7% l’anno prossimo, +0,9% quello successivo).

Disoccupazione. Come detto, all’aumento dell’occupazione (+0,6% in termini di unità di lavoro) si accompagnerà una moderata riduzione del tasso di disoccupazione che, nel 2015, si attesterà al 12,5%. Nel 2016, poi, diminuirà al 12% per scendere l’anno dopo all’11,4%. Per tornare sotto il 10%, però – come previsto dal governo -, bisognerà aspettare almeno il 2019. Segnali positivi anche dagli investimenti che torneranno a crescere già da quest’anno (+1,2%) grazie al miglioramento delle condizioni di accesso al credito e delle aspettative associate a una ripresa della dinamica produttiva.

Inflazione.  “In prospettiva, l’attenuazione delle spinte deflative esogene, imputabile in via principale al deprezzamento della valuta europea, riporterà l’inflazione su un sentiero positivo”. Nella media dell’anno, l’inflazione si attesterà su un valore positivo ma prossimo allo zero (+0,2%). Nel biennio successivo, nel quadro di una netta inversione di segno del contributo della componente esogena e del miglioramento dello scenario macroeconomico interno, riprenderà il processo inflazionistico. In assenza dell’applicazione delle clausole di salvaguardia relative ad accise e aliquote iva, nel 2016 il deflatore della spesa per consumi finali delle famiglie è previsto in media all’1,4%, mentre nel 2017 si attesterà su un valore appena superiore.

Contesto internazionale. A sostenere la ripresa, secondo l’Istat, sarà soprattutto il rafforzamento della crescita dei paesi avanzati che, dalla fine del 2014, si è contrapposto all’indebolimento delle economie emergenti. In particolare, per gli Stati Uniti si ipotizza nel trienni un ritorno ai tassi di espansione economica vicini al 2,8% annuo. Segnali di ripresa anche dall’area euro con l’attività economica che è tornata a crescere dopo due anni di contrazione e grazie – nei primi mesi del 2015 – a fattori esogeni positivi (Quantitative Easing, discesa dei prezzi dei beni energetici, deprezzamento del cambio) che hanno alimentano il miglioramento del clima di fiducia delle famiglie e delle imprese.

Euro. In particolare si è arrestata la caduta degli investimenti, che ha caratterizzato la fase recessiva europea, e dall’anno prossimo le infrastrutture dovrebbero beneficiare delle recenti misure di politica economica varate dalla Commissione Europea (Piano Juncker). L’azione di stimolo all’economia della Banca centrale europea, inoltre, dovrebbe permettere il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro nella seconda parte del 2015: raggiunta la parità, l’Istat si prevede una stabilizzazione nel biennio successivo. Per quanto riguarda il petrolio si attende un graduale aumento delle quotazioni tra il 2016 e 2017.

 

http://www.repubblica.it/economia/2015/05/07/news/istat_pil_in_crescita_dello_0_7_con_la_domanda_interna-113747560/

PIL 2014

….. Per quanto riguarda il prodotto interno lordo, nel 2014 il pil, in volume, ha registrato un calo dello 0,4 per cento. L’anno scorso la produzione italiana, ai prezzi di mercato, è stata pari a 1.616.048 milioni di euro correnti, con un aumento dello 0,4 per cento rispetto all’anno precedente. Altri dati dell’Istat confermano che l’anno scorso è stato il peggiore degli ultimi decenni. Il debito pubblico italiano in rapporto al pil nel 2014 si è attestato al 132,1 per cento, toccando i livelli massimi dal 1995, inizio delle serie. Il rapporto deficit/pil è aumentato al -3 per cento dal -2,9 per cento del 2013.

Dal lato della domanda interna nel 2014 si registra, in termini di volume, una variazione nulla dei consumi finali nazionali e un calo del 3,3 per cento degli investimenti fissi lordi. Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono aumentate del 2,7 per cento e le importazioni dell’1,8 per cento. La domanda interna ha contribuito negativamente alla crescita del pil per 0,6 punti percentuali (-0,8 al lordo della variazione delle scorte) mentre la domanda estera netta ha fornito un apporto positivo (0,3 punti). A livello settoriale, il valore aggiunto ha registrato cali in volume nell’agricoltura, silvicoltura e pesca (-2,2 per cento), nell’industria in senso stretto (-1,1 per cento) e nelle costruzioni (-3,8 per cento); nell’insieme delle attività dei servizi vi è stato un lievissimo incremento (0,1 per cento).

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/126154/rubriche/istat-cala-la-disoccupazione-a-gennaio-ma-il-2014-stato-il-peggiore-dal-1977.htm

Disoccupazione mai così alta nella storia d’Italia

È incredibile, la capacità dei governanti di manipolare i fatti pur di non dirci come vanno le cose. Negli ultimi giorni l’Istat ha fornito i dati sulle forze di lavoro nel terzo trimestre, e ha anticipato i dati provvisori di ottobre. Dati drammatici, ad avere il coraggio di guardarli in faccia…….

Mai, nella storia d’Italia, il tasso di disoccupazione è stato ai livelli di oggi. Altroché 1977. La disoccupazione era più bassa di oggi anche nel periodo 1959-1976, per cui abbiamo una serie storica Istat. Era più bassa anche negli anni della ricostruzione, dal 1946 al 1958. Ed era più bassa durante il fascismo, persino negli anni dopo la crisi del 1929.

http://www.lastampa.it/2014/11/30/economia/disoccupazione-mai-cos-alta-nella-storia-ditalia-4VBL6pqa8YWsfYxjnQL8wO/pagina.html

 

Si chiude in recessione

recxL’Italia chiuderà anche il 2014 in recessione. Il governo, come previsto, abbassa le stime di aprile e con la nota di aggiornamento del documento di Economia e Finanza (Def) indica che il Pil chiuderà quest’anno a -0,3% (e l’Istat prevede intanto che anche il terzo trimestre avrà il segno meno) per tornare a crescere, allo 0,6% nel 2015. Pienamente rispettato però, sottolinea il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan al termine del Cdm che ha approvato la nota, il «fondamentale vincolo» del 3%. Il rapporto deficit/Pil si attesterà infatti quest’anno precisamente sul filo di questa soglia (al 3%) per calare leggermente al 2,9% il prossimo anno.

Il governo, con le leggi attualmente in vigore, stima il rapporto al 2,2% ma fissa il deficit programmatico al 2,9%. Questo darebbe così margini di iniziativa per stimolare l’economia per il prossimo anno. «Nessuna manovra aggiuntiva» per il 2014, assicura nuovamente il sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio. Ma visto «il quadro macroecnomico deteriorato» è «lecito» però, spiega Padoan, invocare le «circostanze eccezionali» già previste dalle regole Ue per «rallentare» l’aggiustamento strutturale di bilancio e rinviare «al 2017» il raggiungimento del pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact. Certo, bisognerà aspettare il giudizio di Bruxelles ma, assicura il ministro, con la commissione, cui è già stata inviata la nota di aggiornamento, «ci sarà normale dialogo con Bruxelles, sia con commissione uscente sia con quella entrante». E quindi un giudizio che arriverà «sulla legge di stabilità», dopo il 15 ottobre.

La legge di stabilità sarà comunque orientata alla crescita ….

Anche il debito è visto in salita, al 131,7 quest’anno e al 133,6 l’anno prossimo, anche per effetto di un piano di privatizzazioni che va a rilento. Quest’anno «faremo meno di quanto previsto (cioè lo 0,7% del Pil) – ammette Padoan ma recupereremo l’anno prossimo». L’uscita dalla recessione sembra per l’Italia ancora lontana: anche l’Istat, nella nota mensile sull’economia del paese, certifica che nel terzo trimestre ci sarà una «nuova flessione» del Pil. Ciò è dovuto non soltanto alle difficoltà della nostra industria ma anche alla fragilità della domanda interna, e dai consumi deboli. E con i consumi «compressi dalle difficili condizioni del mercato del lavoro», la locomotiva-paese non riparte. Insomma, spiega l’Istat, «l’attuale fase di debolezza del ciclo economico è attesa proseguire anche nel terzo trimestre». In particolare sul mercato del lavoro, «il tasso di posti vacanti permane su livelli molto bassi, a sottolineare la prolungata scarsità di posti di lavoro disponibili che sembra divenire una caratteristica strutturale

http://www.lastampa.it/2014/09/30/economia/verso-un-nuovo-calo-del-pil-nel-terzo-trimestre-M4CGl0VrTakZiZsz55JOXK/pagina.html

Come va la disoccupazione?

È un record triste che si aggiorna ogni mese, anche se – ad agosto – va inquadrato in un panorama complessivo che mostra timidi segni di miglioramento. Il tasso di disoccupazione dei giovani ha sfondato quota 44,2%, in aumento di un punto percentuale sul mese precedente e di 3,6 punti rispetto all’anno scorso.

Se i ragazzi sotto i venticinque anni continuano a soffrire, la fotografia mensile dell’Istat mostra però spiragli a livello complessivo: il tasso di disoccupazione è del 12,3%, in calo di 0,3 punti percentuali rispetto a luglio e di 0,1 punti percentuali nei dodici mesi. « …

Il numero di chi ha un posto è sostanzialmente stabile: 22 milioni 380 mila, in aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente (+32 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cresce di 0,1 punti percentuali sia in termini congiunturali sia rispetto a dodici mesi prima.

Il prezzo più alto, come detto, continua ad essere pagato dai giovani: secondo le rilevazioni dell’istituto di statistica ad agosto risultavano occupati 895mila ragazzi tra i 15 e i 24 anni, in diminuzione del 3,6% rispetto al mese precedente (-33 mila) e del 9% su base annua (-88 mila). Il tasso di occupazione giovanile, pari al 15%, diminuisce di 0,5 punti percentuali su luglio e di 1,4 punti nei dodici mesi.

http://www.lastampa.it/2014/09/30/economia/lavoro/ad-agosto-la-disoccupazione-in-discesa-ma-tra-i-giovani-continua-a-correre-O9UGn36E1bKjelF0r7tGBP/pagina.html

 

Arriva il nuovo Pil

pilpilArriva il nuovo Pil del 2011 e rispetto al “vecchio” dato il livello risulta aumentato di 59 miliardi, ovvero del 3,7%. Lo stima l’Istat, che ha ricalcolato il Prodotto interno lordo secondo il nuovo Sistema europeo dei conti e introdotto alcuni significativi cambiamenti, tra i quali uno dei più attesi dall’opinione pubblica riguarda il conteggio di una stima del valore dell’economia “illegale“, per armonizzare i conti europei e includere quei valori che altrove sono frutto di economia “legale” (si pensi ai Paesi dove la prostituzione è regolamentata).

Il cambiamento dei conti. L’anno di riferimento è il 2011, la cui stima del Pil passa da 1.579,9 a 1.638,9 miliardi. In questo modo, il relativo rapporto deficit/Pil migliora di 0,2 punti percentuali al 3,5%. Tra gli altri elementi del conto economico emerge che il saldo primario resta invariato all’1,2% del Pil (sempre nel 2011) mentre la pressione fiscale migliora di 0,9 punti percentuali al 41,6%. Per quanto riguarda gli aggregati che compongono la formazione del Prodotto, aggiunge l’istat, la spesa per i consumi finali viene rivalutata del 3,1% (al suo interno quelle delle famiglie aumenta del 4%), mentre gli investimenti fissi lordi subiscono una rivalutazione del 6,9%. In flessione invece le revisioni delle importazioni e delle esportazioni, che rispettivamente, subiscono una revisione al ribasso pari al 2 e al 2,9%.

Il peso di sommerso e illegalità.

L’Istituto di Statistica coglie l’occasione per dare una nuova stima dell’economia sommersa, pari a circa 187 miliardi, l’11,5% del Pil 2011. Si tratta delle somme connesse a lavoro irregolare e sottodichiarazione. Secondo una stima di Bankitalia antecedente al lavoro dell’Istat, di cui aveva parlato Anna Maria Tarantola (allora vicedirettore) in Parlamento, tra il 2005 e il 2008 l’incidenza dell’economia sommersa sul Pil era pari al 10,9% cioè a circa 150 miliardi. A ciò, tornando ai dati odierni dell’Istituto, si può aggiungere l’illegalità (droga, prostituzione e contrabbando), per un combinato di “economia non osservata” di oltre 200 miliardi (12,4% del Pil). Nel dettaglio dell’economia illegale, 10,5 miliardi arrivano dalla commercializzazione della droga, 3,5 miliardi dalla prostituzione, 0,3 miliardi dal contrabbando di sigarette, 1,2 miliardi dall’indotto.

La critica. Questo ‘allargamento’ del Pil non è certo esente da critiche. Nonostante l’Istat abbia precisato che non si tratti dell’inclusione di “economia criminale” nei conti pubblici, resta forte la voce di economisti in dissidio. Esempio ne è Marcello Esposito, docente di International Financial Markets presso l’Università Cattaneo di Castellanza, che ha espresso la sua posizione in un intervento su Lavoce.info. “Come possiamo considerare Prodotto un valore economico che lo Stato si adopera per azzerare”, sintetizza a Repubblica.it riferendosi a quelle attività – come appunto prostituzione e vendita/consumo di droga – in merito alle quali l’attività di contrasto è mirata non alla loro emersione (come avviene per l’evasione fiscale), ma alla soppressione. “La filosofia di base di questa revisione poteva essere ammessa in un contesto che punta alla regolarizzazione e legalizzazione di queste attività, ma sono idee che ormai non hanno più cittadinanza”. Oltre a questo, ci sono “anche i livelli tecnici/statistici da verificare, in attesa di conoscere i dettagli dei calcoli Istat: come ci si comporta coi traffici internazionali? Sono considerate esportazioni?” domanda ancora con una vena ironica. La sostanza della critica è che “se si considera il Pil come quantificazione della base imponibile sulla quale può fare affidamento uno Stato per onorare i suoi impegni con i mercati (il debito), con questo allargamento siamo fuori strada”.

I nuovi principi. La revisione dei metodi contabili dell’Istat deriva dall’adozione dei principi internazionali del Sec 2010, dal precedente Sec 95: si tratta del Sistema europeo dei conti nazionali, l’insieme di regole che si devono usare per produrre la contabilità nazionale nella Ue. Al di là dell’aspetto che riguarda l’illegalità, che ha attirato l’attenzione pubblica per la sua particolarità, le novità introdotte sono molte e importanti. Sono tre, in sintesi, i cardini d’innovazione: le modifiche relative al Sec 2010 (che pesano per 1,6 punti del miglioramento complessivo del Pil); il superamento delle riserve europee alla implementazione del Sec 95 (tra le quali proprio l’inclusione delle attività illegali, per 0,8 punti di Pil); l’innovazione delle fonti e metodologie nazionali (1,3 punti di Pil).
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Le attese per il Def. Dal prossimo 22 settembre, in vista anche del Documento di economia e finanza, sarà possibile valutare l’impatto del Sec 2010 sui conti pubblici del periodo 2009-2013. Dalla revisione del conteggio del Pil si aspettano effetti “limitati” per il bilancio dello Stato.

A gennaio la Commissione Ue aveva stimato una variazione del Pil italiano compresa tra l’1 e il 2%, in relazione alle sole novità introdotte dal Sec 2010; in Germania è stata operata una rivalutazione del Pil del 3,4% (di cui 2,7 punti dovuti al nuovo Sec, anno 2010), in Francia del 3,2% (di cui 2,4 punti per il nuovo Sec, anno 2010), nel Regno Unito del 4,6% (di cui 2,3 punti attribuiti al nuovo Sec, anno 2009). Negli Stati Uniti la revisione, operata nel luglio 2013, ha dato luogo a una rivalutazione del Pil del 3,6% (anno 2012). Nel caso delle stime della Commissione, l’effetto sul deficit nominale sarebbe inferiore allo 0,1%, mentre il debito (che è sopra il 130% del Pil) ne risentirebbe maggiormente, nell’ordine di 2,6 – 2,7 punti percentuali.

Applicando per esempio la rivalutazione del 3,7% al Pil del 2013 (1.560 miliardi di euro), il nuovo rapporto Deficit/Pil per quell’anno scenderebbe dal 3,03 al 2,92%, mentre il debito ne beneficerebbe di più passando dal 132,63 al 127,89%. Ancora andando per ipotesi, e senza considerare le minori spese e tutte le altre voci del bilancio dello Stato, nell’anno in corso avere uno spazio sul deficit di 0,1 punti percentuali (che è la nuova “distanza” dal tetto del 3% imposto a Bruxelles e immaginando un Pil piatto nel 2014 sul 2013) significherebbe un “tesoretto” di circa 1,5 miliardi.
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http://www.repubblica.it/economia/2014/09/09/news/istat_pil_revisione-95355046/?ref=search

Perché non siamo diventati più ricchi

Di Tito Boeri su Repubblica del 10/9/2014

NON illudiamoci. Non siamo diventati, come d’incanto, più ricchi. Al contrario, gran parte (due terzi per la precisione) di quei 60 miliardi in più di reddito nazionale ieri certificati dall’Istat dobbiamo proporci di farli sparire, perché sono frutto di attività illegali o sono comunque realizzati con mezzi illeciti. Bene perciò che nessuno questa volta voglia imitare Bettino Craxi.
QUANDO nel 1987 brindava al sorpasso della Gran Bretagna da parte dell’Italia grazie alle nuove stime dell’economia sommersa. Non c’è proprio nessuna ragione per esultare. Anche perché questa rivalutazione non modificherà in modo sostanziale i nostri saldi di bilancio evitandoci aggiustamenti dolorosi. Al contrario, farà lievitare il nostro contributo al bilancio europeo.
Al massimo, ci potrà risparmiare una nuova manovra nel 2014 per stare sotto al 3 per cento nel rapporto deficit/pil. Ma nel 2015 dovremo pur sempre reperire 20 miliardi di tagli alla spesa, a meno di una brusca accelerazione nel cammino delle riforme.
La rivalutazione del prodotto interno lordo di cui ha dato ieri comunicazione l’Istat è un’operazione molto discutibile. Non se ne può dare colpa al solo istituto di via Balbo perché è stata decisa a livello europeo e l’Istat non ha fatto altro che conformarsi alle nuove regole contabili (Sec 2010). Ma il governo, valutando il tasso di crescita della nostra economia e gli effetti delle sue politiche, farà bene a continuare a prendere come riferimento le vecchie definizioni. Non vorremmo, infatti, che un domani il progresso nel reprimere l’attività criminale provocasse l’entrata del nostro paese in una recessione!
Una parte consistente della rivalutazione dipende dal fatto che vengono incluse nel reddito nazionale produzioni illegali di beni illegali. Sin qui solo l’economia sommersa — produzione di beni legali in modo illegale perché evadendo le tasse — veniva inclusa nel pil. Era un’operazione comunque discutibile perché, come gli italiani sanno bene, le statistiche sul prodotto interno lordo vengono comunemente utilizzate per valutare la capacità di un paese di ripagare il proprio debito. Il pil viene infatti preso come riferimento nei trattati internazionali sottoscritti dal nostro paese come una misura di base imponibile. Come tale, dovrebbe includere solo attività che contribuiscono a raccogliere tasse e contributi. Ora questa distorsione è stata ulteriormente accentuata, non solo con nuove e più generose stime dell’economia sommersa, ma anche con l’inclusione di “attività vietate dalle leggi nazionali, ma oggetto di uno scambio volontario”. Avremo così il paradosso di una riduzione del volume di attività proibite per legge, si presume sulla base di criteri condivisi dalla maggioranza dei cittadini, che comporta, di per sé, un calo del reddito nazionale.
Inutile sottolineare le difficoltà presenti nello stimare il volume di queste attività illegali. Basta prendere in mano il documento predisposto dall’ Office for National Statistics britannico per rendersene conto. Propone di stimare il valore aggiunto associato al traffico di droga moltiplicando il potenziale numero di consumatori di sostanze stupefacenti con congetture sulle dosi di cui fanno uso, senza preoccuparsi di controllare (sarebbe troppo complesso, si scrive) che queste cifre abbiano una qualche corrispondenza con gli accertamenti giudiziari e della polizia sul traffico di droga. Il contributo dato dalla prostituzione al prodotto interno lordo viene invece stimato guardando all’offerta anziché alla domanda, che sarebbe presumibilmente stata data dal numero di… utilizzatori finali. L’Ons ha così raccolto i dati sul consumo di preservativi, il numero di “abiti da lavoro” delle prostitute (ritenute fornitrici “volontarie” di questi servizi) e le abitazioni in affitto adibite a ricevere i clienti. Non sappiamo quale metodo abbia utilizzato l’Istat, ma le cifre diramate ieri implicano che ogni maschio italiano con più di 14 anni spenda circa 200 euro all’anno per andare con prostitute. Quale affidabilità possiamo attribuire a stime di questo tipo? Come possono essere comparabili tra paesi e nel corso del tempo?
Come già rimarcato, non si può attribuire all’Istat la responsabilità di questa operazione. Ma nessuno obbliga il nostro istituto di statistica a mettere in prima pagina del suo comunicato i nuovi dati sulla pressione fiscale. Che senso ha evidenziare il calo di un punto percentuale del peso delle tasse sul reddito nazionale quando è frutto soprattutto dell’inclusione nel denominatore di attività che, per definizione, non pagano le tasse e i contributi sociali? Per favore, ci risparmino questa presa in giro. Oltre al danno di pagare le tasse anche per chi conduce attività illegali o opera nel sommerso, dobbiamo subire la beffa di vederci certificare una pressione fiscale più bassa di quel che è. E magari qualche politico cercherà di approfittare di questa operazione contabile per rivendicare la sua capacità di tagliare le tasse.
Bene perciò che il governo resista fermamente alla tentazione di brindare a questa rivalutazione. Meglio che la usi il meno possibile. Dovremo, in ogni caso, monitorare gli effetti delle sue politiche guardando alla definizioni di pil che escludono l’economia illegale e possibilmente la stessa economia sommersa. E l’aumento dell’economia legale, quella che paga le tasse e opera legalmente, ciò che deve interessare nel valutare l’azione di un governo. Nel momento in cui si opera una scelta contabile così discutibile, che in qualche modo inficia la trasparenza dei nostri conti pubblici, importante anche fare un’azione di trasparenza a tutti i livelli. Come ricorda Marcello Esposito su lavoce. info, è stata proprio la Grecia a dare il cattivo esempio, rivalutando il proprio pil sulla base di stime gonfiate dell’economia sommersa pur di abbassare il rapporto deficit/pil……
Tito Boeri