Italiani all’estero: 107mila espatriati nel 2015, i giovani sono sempre di più .

fuggVia dall’Italia, sempre di più. Tantissimi i giovani, quelli maggiormente preparati. Sono 107.529 i connazionali espatriati nel 2015. Rispetto all’anno precedente a iscriversi all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) sono state 6.232 persone in più, per un incremento del 6,2%. Hanno fatto le valige soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni (39.410, il 36,7%); la meta preferita è stata la Germania (16.568), mentre Lombardia (20.088) e Veneto (10.374) sono le principali regioni di emigrazione. Lo rileva il rapporto «Italiani nel mondo 2016» presentato giovedì a Roma dalla Fondazione Migrantes. Cifre riguardo le quali è intervenuto anche il Capo dello Stato Mattarella per il quale «i nostri giovani devono poter andare liberamente all’estero, così come devono poter tornare a lavorare in Italia, se lo desiderano, e riportare nella nostra società le conoscenze e le professionalità maturate».

Sempre di più all’estero

Insomma, la foto di gruppo è questa: aumentano gli italiani residenti all’estero. Al primo gennaio 2016 sono più di 4,8 milioni (4.811.163), con una crescita del 3,7% rispetto l’anno precedente (+174.516 unità). Dal 2006 al 2016 la mobilità italiana è aumentata del 54,9%: dieci anni fa i connazionali residenti in terra straniera erano poco più di 3 milioni. L’incremento – si legge nel rapporto – in valore assoluto ha riguardato tutti i continenti e tutti gli Stati soprattutto quelli che accolgono le comunità più numerose di italiani come Argentina, Germania e Svizzera. Tuttavia le variazioni più significative degli ultimi 11 anni hanno riguardato la Spagna (+155,2%) e il Brasile (+151,2%). A oggi oltre la metà dei cittadini all’estero (53,8%) risiede in Europa (oltre 2,5 milioni), mentre il 40,6% in America. Il 50,8% è originario del Sud Italia. Le donne sono il 48,1%.

Mattarella: «Italiani migranti talvolta segno d’impoverimento»

Per il Capo di Stato «la mobilità dei giovani italiani verso altri Paesi dell’Europa e del mondo è una grande opportunità, che dobbiamo favorire, e anzi rendere sempre più proficua. Che le porte siano aperte è condizione di sviluppo, di cooperazione, di pace, di giustizia. Dobbiamo fare in modo che ci sia equilibrio e circolarità. I nostri giovani devono poter andare liberamente all’estero, così come devono poter tornare a lavorare in Italia, se lo desiderano, e riportare nella nostra società le conoscenze e le professionalità maturate». È quanto afferma Sergio Mattarella in un messaggio inviato a monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei. «I flussi migratori che guardano oggi all’Europa e agli Stati Uniti – osserva Mattarella – hanno una portata di durata epocale. Affrontarli con intelligenza e con visione è necessario per costruire un mondo migliore con lo sviluppo dei Paesi di origine. La conoscenza e la cultura hanno un grande compito: aiutarci a vivere il nostro tempo cercando di essere costruttori e artefici di uno sviluppo sostenibile, che ponga al centro il valore della persona umana». «La nostra cultura, del resto – conclude il Presidente – è anche l’immensa ricchezza che gli italiani, nel tempo, hanno seminato nel mondo, abbellendo e rendendo più prosperi tanti territori nei diversi continenti. E questa cultura è poi tornata, accresciuta, nella nostra comunità». «Oggi il fenomeno degli italiani migranti ha caratteristiche e motivazioni diverse rispetto al passato. Riguarda fasce d’età e categorie sociali differenti. I flussi tuttavia – si legge nella nota del Colle – non si sono fermati e, talvolta, rappresentano un segno di impoverimento piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze».

 dati

Nello specifico, al 1 gennaio 2016 gli iscritti all’Aire sono 4.811.163, il 7,9 per cento dei 60.665.551 residenti in Italia secondo il Bilancio demografico nazionale dell’Istat aggiornato a giugno 2016. La differenza, rispetto al 2014, è di 174.516 unità. «La variazione, che nell’ultimo anno corrisponde al 3,7 per cento – si legge nel rapporto – sottolinea il trend in continuo incremento del fenomeno non solo nell’arco di un tempo, ma anche nell’intervallo da un anno all’altro». Il rapporto, ricorda inoltre che da gennaio a dicembre 2015 le iscrizioni all’Aire sono state 189.699. Di queste oltre la metà (il 56,7 per cento) sono avvenute per solo espatrio. In altri termini, nell’ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese alla volta dell’estero

Le variazioni

Rispetto al 2015 si registrano 6.232 partenze in più. Il 69,2 per cento (quasi 75 mila italiani) si e’ trasferito nel Vecchio Continente: l’Europa, quindi, si conferma essere l’area continentale maggiormente presa in considerazione dai trasferimenti degli italiani che vanno oltre confine. In brusca riduzione, invece, l’America meridionale (-14,9 per cento di variazione in un anno ovvero più -2.254 italiani in meno nell’ultimo anno). Stabile l’America centro-settentrionale e solo 352 connazionali in più in un anno per le altre aree continentali contemplate dall’Aire (Asia, Africa, Australia, Oceania, Antartide). Su 107.529 espatriati nell’anno 2015, i maschi sono oltre 60 mila (56,1%). L’analisi per classi di età mostra che la fascia 18-34 anni e’ la più rappresentativa (36,7 per cento) seguita dai 35-49 anni (25,8%). I minori sono il 20,7% (di cui 13.807 mila hanno meno di 10 anni) mentre il 6,2% ha più di 65 anni (di questi 637 hanno piu’ di 85 anni e 1.999 sono tra i 75 e gli 84 anni). Tutte le classi di età sono in aumento rispetto allo scorso anno tranne gli over 65 anni (erano 7.205 nel 2014 sono 6.572 nel 2015).

L’Europa

A livello continentale, oltre la metà dei cittadini italiani (+2,5 milioni) risiede in Europa (53,8 per cento) mentre oltre 1,9 milioni vive in America (40,6 per cento) soprattutto in quella centro-meridionale (32,5 per cento). In valore assoluto, le variazioni più consistenti si registrano, rispettivamente, in Argentina (+28.982), in Brasile (+20.427), nel Regno Unito (+18.706), in Germania (+18.674), in Svizzera (+14.496), in Francia (+11.358), negli Stati Uniti (+6.683) e in Spagna (+6.520). Inoltre, il rapporto Migrantes ricorda che il 50,8 per cento dei cittadini italiani iscritti all’Aire e’ di origine meridionale (Sud: 1.602.196 e Isole: 842.850), il 33,8 per cento e’ di origine settentrionale (Nord Ovest: 817.412 e Nord Est: 806.613) e, infine, il 15,4 per cento è originario del Centro Italia (742.092). A livello regionale le percentuali piu’ incisive riguardano la Lombardia (+6,5 per cento), la Valle d’Aosta (+6,3%), l’Emilia Romagna (+6 per cento) e il Veneto (+5,7 per cento). A livello provinciale torna il protagonismo del Meridione. Tra i primi dieci territori provinciali, infatti, sette sono del Sud Italia. Ad esclusione della Provincia di Roma, in prima posizione, seguono infatti Cosenza, Agrigento, Salerno, Napoli, Milano, Catania, Palermo, Treviso e Torino.

Alessandro Fulloni

Corriere della Sera , 9 ottobre 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_ottobre_06/italiani-all-estero-107mila-espatriati-2015-giovani-sono-sempre-piu-90e413cc-8b9b-11e6-8000-f6407e3c703c.shtml

QUELLA GENERAZIONE DI GIOVANI CHE POTREMMO PERDERE

millnnllss… Le preoccupazioni di questi giorni per il futuro incerto delle pensioni dei millennial e per gli alti tassi di disoccupazione giovanile ci hanno ricordato che in Italia vive una generazione perduta. Ma la lost generation di Hemingway che usciva a pezzi dalla Grande Guerra non c’entra. Oggi in Italia si combatte una guerra del tutto diversa: la contesa generazionale sul lavoro e le risorse (scarse) del sistema di welfare.

I giovani italiani sono una generazione perduta innanzitutto nelle statistiche.
Quelle sulle nascite, di cui abbiamo una solida serie storica che parte dal 1862 (il Regno d’Italia aveva un anno di vita e la capitale era Torino), dicono che nell’ultimo anno sono nati solo 488mila bambini, ovvero il minimo storico da quando disponiamo di dati affidabili (il 1862, appunto). In altri termini, non si sono fatti così pochi figli neanche in tempo di guerra, quando gli uomini stavano al fronte e sulle città cadevano le bombe (ne erano nati 676mila nel 1918, 821mila nel 1945). E siamo precipitati a meno della metà rispetto al picco storico recente (correva l’anno 1964: 1 milione e 35mila nati). Già nel 1972 eravamo scesi sotto la soglia delle 900mila unità, nel 1977 sotto le 800mila, nel 1979 sotto le 700mila, dal 1984 in poi non abbiamo mai recuperato quota 600mila e il 2014 è stato l’ultimo anno sopra i 500mila. La curva delle nascite si piega inesorabilmente nonostante il grande aumento nel corso del tempo della popolazione (ci sono state più persone che potenzialmente potevano fare figli), nonostante i progressi della medicina (le morti al momento del parto sono oggi un evento raro, la medicina riproduttiva consente ormai di fare miracoli), nonostante il contributo della popolazione straniera stabilmente residente nel nostro paese (il tasso di fecondità delle donne immigrate è più elevato di quelle italiane).
È una deriva ineluttabile, si dice: in Occidente va così, ormai. Ma è falso. In paesi a noi molto vicini, ma meno fatalisti di noi, non c’è stata una emorragia di questa portata.
Le coorti di giovani alla base di quella che non ha più alcun senso geometrico chiamare “piramide demografica” non sono così esangui: lì i giovani non sono una specie in via di estinzione. In Italia gli under 30 costituiscono il 29 per cento della popolazione, in Francia superano il 36 per cento, nel Regno Unito sono il 37 per cento. E la Germania, che è stata afflitta come noi da una grave riduzione delle nascite, ha però messo in campo misure efficaci per attrarre giovane capitale umano da altri paesi.
La denatalità, insieme alla senilizzazione della popolazione, definisce i contorni di un fenomeno talmente nuovo che i demografi non dispongono nemmeno di un termine appropriato per nominarlo: qualcuno ora prova con “degiovanimento” (il contrario di ringiovanimento).
I sociologi dei consumi, invece, hanno prima blandito i giovani sezionandoli in tribù e sottocategorie (la generazione Z fino a 20 anni, i millennial fino a 34, analizzati al microscopio rispetto alla generazione X che va dai 35 ai 49 anni, i baby boomer dai 50 ai 64, gli aged oltre i 65), sostenendo che erano loro i big spender e i
trendsetter del mercato. Salvo poi accorgersi che, in realtà, sono gli anziani il vero motore dell’economia, semplicemente in ragione della capacità di spesa legata a redditi sicuri e stabili nel tempo e in ragione della loro ricchezza patrimoniale accumulata negli anni passati.
Prendi l’anno 1951, quando l’Italia preparava il miracolo economico, e il confronto è impietoso. Allora gli italiani erano 47,5 milioni: 14 milioni avevano meno di 18 anni e 13 milioni avevano tra 18 e 34 anni. Oggi, invece, su quasi 61 milioni di abitanti, gli under 18 sono 10 milioni e i giovani di 18-34 anni sono 11 milioni. In sessantacinque anni, mentre la popolazione complessiva aumentava di 13 milioni di unità, abbiamo perso 5,7 milioni di giovani.
Insomma, nell’Italia del miracolo economico i giovani con meno di 35 anni erano il 57 per cento della popolazione, nell’Italia del letargo si sono ristretti al 35 per cento.
Rispetto agli anni ’50, il boom degli ultrasessantacinquenni è dirompente: sono aumentati di 9 milioni. E se nel 1951 i grandi vecchi over 80 erano 622mila, oggi sono poco meno di 4 milioni. Se le persone con più di 90 anni erano solo 28mila, oggi sono 666mila. E se gli oldest old, i centenari, allora erano una rarità (in quell’anno se ne contavano 165 in tutto), adesso sono diventati un esercito di quasi 20mila persone.
Tutti questi dati ci piombano in un bel paradosso. Quello di un mercato del lavoro che tiene alla porta una generazione di giovani che, rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti, mai prima d’ora sono stati così istruiti (il tasso di laureati tra loro è senza precedenti), mai prima d’ora sono stati così dotati di competenze specifiche possedute in modo pressoché esclusivo (rispetto ai quasi analfabeti digitali più vecchi di loro), mai prima d’ora sono stati così aperti alla globalità (hanno una conoscenza delle lingue straniere, ad esempio, superiore a quella di chiunque altro li ha preceduti).o choosy. Secondo ragione, sono tutti fattori altamente spendibili in termini occupazionali. Ma il mercato del lavoro, invece di approfittarne, per quanto li riguarda ristagna nella dissipazione del capitale umano che non si trasforma in energia lavorativa, scoraggia gli inattivi e i sottoinquadrati, è flagellato da tassi di disoccupazione giovanile che non riescono a scendere a livelli tollerabili malgrado l’introduzione del Jobs act e degli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni.
Il cavallo non beve.
Mentre nella ridotta di Palazzo Chigi ora si studiano ipotesi di flessibilità in uscita e di “staffetta generazionale”, per riacciuffare quei pochi talenti in fuga, nella cronaca il problema sembra ammantato da una coltre retorica che vorrebbe i giovani tutti interessati a un impiego (magari autonomo) nel mondo delle app e startup. Come se fosse vero che tutti i giovani possano trovare lavoro in una iniziativa imprenditoriale nelle piattaforme digitali, che sia creativa e innovativa, magari in grado di rivoluzionare il mondo. Come se non fosse vero che una startup su mille ce la fa e tutte le altre falliscono nel giro di una manciata di mesi.
A voler tirare le somme con onestà, bisogna riconoscere che lo scarso peso demografico dei giovani si traduce automaticamente in una scarsa incidenza politica. Molto prosaicamente, i giovani sono pochi: per questo non contano. Chi rappresenta, poi, i loro interessi? “Rappresentanza” è una parola che, mi rendo conto, rischia di apparire desueta nell’epoca della disintermediazione, in cui uno vale uno e non c’è aggregazione identitaria (men che meno ideologica) che tenga. Però il problema rimane (i pensionati, almeno, hanno in mano la metà delle tessere sindacali, per quello che oggi possono valere).
Se i giovani devono mangiare futuro, come vuole l’assunto biologico, le scelte politiche dovrebbero essere lungimiranti, strategiche, programmatiche, anziché rimanere intrappolate in un presentismo che garantisce consenso. Ma i millennial che hanno diritto al voto sono 11 milioni (e negli ultimi quindici anni sono diminuiti di oltre 17 punti percentuali: 2,3 milioni in meno) rispetto a un corpo elettorale fatto di quasi 50 milioni di persone: numeri bassi da contendersi nel mercato elettorale. Chi scommetterebbe su una componente sociale (elettorale) ridotta al lumicino e che si va ulteriormente eclissando? Così, il cerchio si chiude al punto di partenza: sulle statistiche della generazione perduta. Non si tratta di mettere un cartello in cima allo stivale con su scritto “AAA Cercasi giovani”. Ma almeno non riduciamo la questione a un giovanilistico hashtag (#AAAcercasigiovani).
Massimiliano Valeri
L’autore è direttore generale del Censis
La Repubblica  31 maggio 2016
Il Censis
http://www.censis.it/1

Tutti i don Milani del mondo

dmilanSe n’è andato per il mondo, «a cercare tutti i don Milani — spiega —. Tutti coloro che mettono in pratica quella lezione». Ma forse il fatto più sorprendente è che li abbia trovati davvero: a Benares, a Pechino, a Volgograd, in Gambia, a Città del Messico, a New York, a Berlino. E anche dentro se stesso ma, questo, Eraldo Affinati tutt’al più lo lascia intendere.

Ha incontrato i don Milani di oggi, ed è andato a risvegliare il don Lorenzo di ieri, scomparso quasi cinquant’anni fa e già un po’ appannato nella memoria collettiva. Ne ha ascoltato gli ultimi allievi, ne ha visitato i luoghi d’infanzia e di maturità, ne ha ripercorso i sentieri «come un rabdomante che cerca di resuscitare le energie — sorride di sé lo scrittore e insegnante —. Perché ci sono spazi magnetici, luoghi che possono essere avvicinati soltanto secondo categorie religiose. Esempi? I primi che mi vengono in mente: Auschwitz e Hiroshima».

In questo caso, anche Barbiana. E Castiglioncello. E il quadrilatero d’oro di Milano. O la periferia di Firenze. Soprattutto Montespertoli, «una delle stazioni di partenza di Lorenzo», la superba tenuta di campagna della famiglia, oggi un agriturismo: «Avevi letto i libri, preso atto delle biografie, consultato gli archivi, scorso gli elenchi di titoli, interrogato i testimoni — si dice Affinati —; ma se non fossi venuto a Montespertoli, se non avessi visto questi poderi, sentito questo profumo di fiori, fotografato il cipresso al quale Laura Milani, la nonna letterata, dedicò perfino una poesia, non avresti capito il viaggio intrapreso da don Lorenzo verso le strade storte, i tetti sfondati, il fango rappreso, le porte rotte, le stanze fredde, i sandali bucati, la vita senza parole, le croste sui ginocchi dei bambini balbuzienti».

Bisogna andare sul posto, vedere per capire. O almeno tentare. Vale per i giornalisti, vale per gli scrittori. Se Barbiana, con la sua scuola, è diventata negli anni «il luogo del culto», dove tutto pare essere stato spiegato, Montespertoli racchiude ancora quasi intatto il mistero della vocazione del «Signorino», che non si perdonò mai di essere nato benestante e borghese. E se davvero soffrì, come ipotizzava Indro Montanelli, di «un complesso d’inferiorità nei confronti del proletariato», seppe come riscattarsi. «Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello passa nella cruna di un ago» avrebbe detto don Milani ai suoi allievi, un paio di giorni prima di spirare.

 Il frutto del lungo pellegrinaggio di Affinati «sulle strade di don Lorenzo Milani», e dei suoi imprevedibili peregrinaggi in quattro continenti alla ricerca degli inconsapevoli eredi spirituali, sono 180 pagine, appena pubblicate da Mondadori, sotto un titolo che suona pieno di fiducia e ottimismo: L’uomo del futuro.

Il priore quarantenne che, poco prima di morire, disse a un cardinale, il cardinale Ermenegildo Florit, in risposta alla disapprovazione del prelato per il suo fervore sociale, «lo sapete, eminenza, che differenza c’è fra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni», non peccava di presunzione, perché era già nell’avvenire e sapeva vedere perfino oltre il mezzo secolo.

«Don Milani ha anticipato tante idee, tanti avvenimenti — testimonia l’autore della meditata biografia —. Lo si capisce guardando la sua foto con un bambino congolese in braccio, leggendo quanto aveva scritto nella sua Lettera a una professoressa. Oggi i ragazzi di Barbiana vengono dall’Africa, dal Medio Oriente. Lorenzo poteva immaginare che li avremmo accolti così? Sì, avrebbe potuto sospettarlo. Era l’uomo del futuro soprattutto perché aveva sognato una scuola che oggi stentiamo ancora a realizzare, ma cui non possiamo rinunciare. È la scuola del maestro che si mette in gioco e guarda negli occhi il suo scolaro. Uno a uno. Irrealizzabile? No, ho viaggiato molto nelle scuole italiane e tanti professori lavorano così».

Ha viaggiato molto l’anno scorso, Affinati, anche per trovare una nuova sede alla sua, di scuola. Chilometri e chilometri, senza uscire da Roma, di chiesa in chiesa, collezionando una serie di «no», decisi, desolati, imbarazzati, sempre irremovibili. Lo racconta nell’ultimo capitolo del suo libro: sembrava non esserci spazio nelle parrocchie romane per la Penny Wirton, la scuola di italiano per immigrati, quattro ore di lezione a settimana. Tutto il corpo insegnante è volontario, integrato da liceali che svolgono così il tirocinio attivo previsto dalla riforma scolastica: «Hanno 16 o 17 anni. Insegnano l’alfabeto e il verbo essere agli Omar, ai Faris — racconta Affinati —. Quando li vediamo trasformarsi, passare dal timore alla conoscenza reciproca, lì sentiamo don Milani». Il lieto fine arriva dopo l’ultima pagina: «È stato il liceo scientifico statale Keplero a offrirci infine sette aule nel pomeriggio».
L’uomo del futuro avrebbe previsto anche questo.

Elisabetta Rosaspina

Corriere della Sera 5 febbraio 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_febbraio_04/rosaspina-eraldo-affinati-uomo-del-futuro-don-milani-742e6df2-cb59-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

http://www.eraldoaffinati.it/

 

Le novità della legge di stabilità

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Dopo il passaggio a Camera e Senato la legge di Stabilità contiene misure per oltre 30 miliardi di euro dai 26,5 iniziali. Sul fronte coperture la voce principale è l’aumento dell’indebitamento netto dall’1,4 al 2,4% del Pil, 17,6 miliardi in valore assoluto. La commissione europea ha finora autorizzato l’Italia ad alzare il deficit solo fino all’1,8% del Pil e si esprimerà sugli ulteriori margini di flessibilità richiesti in primavera. La legge di Stabilità che ha appena ricevuto l’ok definitivo in Parlamento «rafforza e stimola la crescita e il lavoro e indirizza risorse importanti per i poveri, i meno abbienti e per i giovani», ha sottolineato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Si tratta di una manovra, ha spiegato «che rafforza e accelera la crescita. Ci sarà uno stimolo per gli investimenti oltre che l’abbattimento delle tasse per le famiglie. Quindi la crescita – ha concluso – sarà più forte e più ricca di occupazione»…..

http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_22/stabilita-governo-pone-fiducia-senato-testo-blindato-6379e506-a8ac-11e5-8cb6-cc689478293e.shtml

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Novità per le mamme, i neopapà e gli over 75. Ma anche per i 18enni: il testo della legge di Stabilità, approvato in definitiva con il voto di fiducia al Senato, ha assunto la sua stesura definitiva, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Ecco i principali provvedimenti della manovra che per la maggioranza di governo “è la prima espansiva dal 2001”.

Una card per le famiglie numerose.  La misura è riservata alle famiglie, residenti, anche se straniere, con almeno tre figli minori: è volontaria e servirà, in base all’Isee, di ottenere sconti a servizi privati e pubblici che aderiranno all’iniziativa. Obiettivo sono abbonamenti famiglia a bus, ma anche la creazione di gruppi di acquisto solidali e familiari nazionali.

Agricoltura. Come sottolinea il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali “con le principali misure di interesse agricolo contenute nella Legge di Stabilità 2016, la pressione tributaria sulle aziende agricole viene tagliata di oltre il 25%, passando dai 2.360 milioni di euro di quest’anno ai 1.760 milioni dell’anno prossimo”. “Si tratta di una svolta fiscale senza precedenti per il settore agricolo nell’anno di Expo” afferma il ministro Maurizio Martina.

Sicurezza. Arrivano i fondi per combattere l’emergenza terrorismo. Le coperture sono state trovate aumentando il deficit dal 2,2 al 2,4%. Il governo mette a disposizione un miliardo, tra cui 150 milioni di euro per contrastare il cybercrime, 50 milioni per gli equipaggiamenti delle forze dell’ordine, 35 milioni di euro per le assunzioni sempre di polizia, carabinieri e guardia di Finanza e 300 milioni per il bonus da 80 euro al mese per le forze dell’ordine. Mobilitati anche i poliziotti che stanno in ufficio e chi è addetto alla scorta. Altre risorse poi sono destinate in particolare al settore della Difesa. Sì anche al credito d’imposta (15 milioni) per favorire l’acquisto da parte di cittadini di impianti di videosorveglianza elettronica.

Bonus cultura per i più giovani, ma non solo. Via libera al bonus di 500 euro per i diciottenni da usare per iniziative culturali, tra cui “l’acquisto di libri” e l’ingresso “in aree archeologiche, gallerie e monumenti”, oltre che in “musei, mostri, eventi culturali e spettacoli dal vivo”. Sì anche a 1000 euro una tantum per l’acquisto di strumenti musicali da parte degli studenti iscritti ai conservatori. E in più i cittadini potranno, dal 2016, destinare il 2 per mille dell’Irpef in favore di una associazione culturale. Il 10% di tutti i compensi incassati invece dalla Siae saranno destinati all’attività di promozione culturale per “garantire la creatività dei giovani autori”. Tra i tanti emendamenti approvati anche una proposta che stanzia 120 milioni in 4 anni per la valorizzazione dei beni culturali.
Salva banche e salva risparmiatori. Sul salvagente ai quattro istituti di credito messo a punto dal governo alla Camera è stata battaglia. Passa il dl del governo, arricchito da una serie di misure che parzialmente salvaguardano anche quei risparmiatori che hanno investito nei bond più rischiosi. Sarà varato un fondo da 100 milioni di euro.

Sanità e Assunzione medici. Via libera a contratti flessibili fino a luglio e prorogabili fino a ottobre, in attesa della ricognizione dei fabbisogni da fare entro marzo, poi concorso straordinario destinato per il 50% ai precari.  Il livello del finanziamento del Ssn per il 2016 è 111 miliardi di euro.

Istruzione. Arrivano fondi per le scuole paritarie e anche per quelle statali (23 milioni circa). Rinviato però di un anno il cosiddetto ‘school bonus’, vale a dire il credito di imposta per le erogazioni liberali. Aumentato anche il fondo ordinario per gli atenei: 6 milioni in più il prossimo anno, che potranno servire per assumere professori di prima fascia. Allentamento poi del patto di stabilità interno da 500 milioni per interventi sull’edilizia scolastica.

Welfare. Sale dal 2016 la no tax area per le pensioni, che non verranno ridotte se l’inflazione finisce sotto zero.  Possibilità per gli over 63 anni del part time negli ultimi anni lavorativi. Al piano contro la povertà sono destinati 600 milioni nel 2016 a un miliardo nel 2017. Rifinanziata per il 2016 (e parte del 2017) l’indennità di disoccupazione per i collaboratori (co.co.co). Tagli a patronati e Caf, anche se ridotti.

Mamme. Novità anche per il congedo obbligatorio di maternità, che d’ora in poi sarà valido ai fini del premio di produttività. Fa poi il suo ingresso, in via sperimentale, il voucher baby sitter esteso alle madri lavoratrici autonome e imprenditrici. La battaglia su “opzione donna” è invece vinta a metà: ok al pensionamento anticipato ma solo se “dovesse risultare un onere inferiore rispetto alle previsioni”.

… e papà. I neopapà avranno due giorni (e non più uno) di congedo obbligatorio, anche non consecutivi.

Casa. D’ora in poi sarà possibile comprare la prima casa in leasing, proprio come l’automobile. Inoltre anche la seconda casa, posseduta nello stesso Comune in cui si risiede, se data in comodato ai figli godrà dell’esenzione del 50% di Imu e Tasi. Comunque addio dal prossimo anno alle tasse sulla prima casa, a eccezione di ville e castelli. La Tasi sarà dimezzata per gli immobili (anche se seconde case) date in comodato a parenti fino al II grado.

Bonus ristrutturazioni e mobili anche per coppie: proroga per l’ecobonus e per il bonus mobili, esteso alle coppie anche di fatto sotto i 35 anni.

Giochi. Rivisto anche il settore dei giochi: insieme a ritocchi sul fronte della tassazione, arriva lo stop alla pubblicità in tv e radio (ma non su internet) dalle 7 alle 22.

Sud, arriva credito d’imposta. Dura 4 anni anni e riguarda per le aziende del Mezzogiorno che investono in macchinari, in impianti e in attrezzature per un totale di 2,4 miliardi. Prevista anche la proroga degli sgravi per le assunzioni al 2017 nel caso in cui vengano certificati fondi residui del Pac.

Ecobonus. Chi ha un vecchio camper ora lo potrà rottamare e se lo cambia con euro5 potrà beneficiare di un contributo di 8.000 euro. Restando nel campo dell’ambiente, ok all’ecobonus per sistemi di controllo a distanza del riscaldamento.

Spiagge. Arriva una moratoria per i contenziosi che “salva” la prossima stagione turistica per gli attuali concessionari, in attesa del riordino complessivo della disciplina. La sospensione dei contenziosi amministrativi non vale per Comuni e municipi commissariati o sciolti per mafia, come quello di Ostia.

Autovelox e Rc auto. L’elenco delle violazioni che possono essere accertate con apparecchiature di rilevamento, dunque anche gli autovelox, si aggiungono le revisioni dei veicoli e le assicurazioni Rc auto.

Niente supertassa yacht lusso. Eliminata la “supertassa” sulle imbarcazioni di lusso introdotta dal governo Monti.

Canone Rai. Nel 2016, i 2/3 (quota che poi cala al 50%) del tesoretto che arriverà col canone Tv da 100 euro nella bolletta della luce finiranno nelle casse della tv pubblica. Il resto servirà ad ampliare la platea degli over 75 che non devono pagare il balzello e per finanziare radio e tv locali.

Bancomat per caffè e parcheggio. Si potrà pagare un caffè con il bancomat e, da luglio, i parcheggi nelle strisce blu.  Per i contanti, il limite sale da 1.000 a 3.000 euro anche per il pagamento degli affitti, ma non per le pensioni e per i money

http://www.repubblica.it/economia/2015/12/22/news/scheda_stabilita_-130002621/?ref=nrct-1

 

La debolezza della Germania

produtttLo scandalo Volkswagen dice del modello Germania più di quanto amino sentir dire a Berlino. Se a Wolfsburg hanno deciso di mettere in piedi la grande truffa è per un obiettivo preciso: alzare al massimo, letteralmente ad ogni costo, il volume delle esportazioni e delle vendite. In un mondo spietato, come il vertice dell’industria dell’auto, le economie di scala sono una leva indispensabile. Ma in generale per l’industria tedesca le esportazioni, in assenza di un rilancio deciso della domanda interna, sono una leva indispensabile. Anche quest’anno, Germania Spa metterà a segno un record: un saldo positivo delle partite correnti superiore al 7 per cento del Pil, secondo a nessuno nel mondo. Ma è un record fragile. Fino a qualche anno fa, le industrie tedesche esportavano nell’Eurozona per un controvalore di circa il 4,5 per cento del prodotto interno. La grande crisi e le politiche di austerità che Berlino ha imposto al resto d’Europa hanno praticamente dimezzato questo flusso di merci.

E il record, allora? La Germania ha potuto sostituire, in questi anni, i clienti dell’Eurozona con quelli dei paesi emergenti, in testa la Cina, in pieno boom. Ma il boom cinese sembra finito, il rallentamento in corso della crescita pare destinato a durare a lungo, proiettando la sua ombra su tutti i paesi emergenti. E la crescita che ci sarà sembra sempre più indirizzata verso livelli tecnologici concorrenziali con quello tedesco. Dove i due sistemi si sono affrontati faccia a faccia, come nei pannelli solari, i cinesi hanno vinto a mani basse.

Il problema, per l’export tedesco, è di essere concentrato in quattro settori, assai tradizionali: veicoli industriali, auto, chimica, apparecchi elettronici. Negli ultimi quindici anni, questi settori hanno tirato molto, ma la corsa non può essere senza fine. E, contemporaneamente, la Germania non sembra (come l’Italia, l’altra regina europea dell’industria manifatturiera) essere stata capace di affermarsi con altrettanta decisione nei settori più nuovi e più promettenti: le biotecnologie, l’hardware e il software elettronico. La realtà tedesca più importante nell’informatica, la Sap, è stata fondata nel 1972. Poi, è difficile parlare di startup. Nella classifica della Banca Mondiale sulla facilità di aprire una nuova azienda, l’Italia è quarantaseiesima su 190, la Germania alla casella 114. E le persone – i protagonisti dell’innovazione – cominciano a latitare. Meno di un terzo dei giovani tedeschi arriva alla laurea. In Gran Bretagna siamo al 45 per cento. In buona misura, è un effetto diretto della politica di risparmi selvaggi che l’era Merkel ha imposto al paese. Berlino spende per l’istruzione il 5 per cento del Pil, contro il 7 per cento e passa degli inglesi.

Non è solo il governo a cullarsi nell’idea che si possa vivere di rendita. L’industria tedesca non investe più nelle sue fabbriche da anni. Il tasso di investimento è passato dal 23 per cento degli anni ’90 al 17 per cento nel 2013. Siamo sotto la media europea. Il risultato è che anche la produttività non è brillante. Anzi, è praticamente ferma. Le statistiche dicono che la produttività per ora lavorata è inferiore a quella di Francia e Olanda. Drogata da un cambio ultrafavorevole, la locomotiva d’Europa macina un record di esportazioni dopo l’altro. Ma se va ancora a vapore, c’è da preoccuparsi. 

Lo scandalo Volkswagen e la debolezza della Germania che non innova più

Maurizio Ricci

Repubblica – 26 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2015/09/26/news/lo_scandalo_volkswagen_e_la_debolezza_della_germania_che_non_innova_piu_-123649051/?ref=HRLV-5

 

La lezione del professor Pennac

bentornati[1]Guardate un bambino che gioca, vive in un presente eterno. Guardate invece un adolescente che si annoia: il suo presente è una condanna all’ergastolo. Il bambino è convinto che durerà così per sempre e l’adolescente pensa che non finirà mai. Considerano il tempo a grandi linee. La durata è per loro una sensazione riconducibile a uno stato interiore.
Molto spesso, proprio in quegli anni capita loro di incontrare un adulto decisivo. Quando appare, lui (o lei) non sembra un adulto come gli altri. Sotto il suo sguardo non ci si accontenta più di planare in eterno o di macerare a vita. Quel nuovo venuto, infatti, apre una finestra sul futuro. Che boccata d’aria! È un futuro immediato, tanto per cominciare, il desiderio di rivederlo al più presto: Quand’è la prossima lezione con la professoressa Taldeitali? Ed è anche il futuro della lenta acquisizione: imparare quello che lui/lei sa, fare quello fa… E infine è il futuro lontano, che dietro una guida del genere potrebbe anche essere appassionante! Per la prima volta ci sentiamo una persona in divenire. Questo forse intendiamo quando, molti anni dopo, ricordiamo la maestra, il professore, l’educatore o il mentore che “ci ha cambiato la vita”.
Riconosciamo che senza di loro non saremmo ciò che siamo. E ci diciamo anche che non li dimenticheremo mai. In realtà, non li abbiamo mai dimenticati. Uno degli aspetti più toccanti dei nostri ricordi è l’immagine intatta che serbiamo di loro. Ne abbiamo nitida in mente la voce, lo sguardo, i gesti, l’abbigliamento, le manie, l’esatto volume che il loro corpo occupava in classe. Che qualità speciali avevano, questi indimenticati, per suscitare una tale gratitudine? Innanzitutto quella di non essere né i nostri genitori (che per noi erano tutto), né gli altri nostri professori (che per noi non erano niente). Erano qualcuno, improvvisamente. Erano speciali. In cosa, speciali? Per esempio nel fatto che, in quanto professori, sembravano incarnare la loro materia . Gli altri si limitavano a insegnarla e, a giudicare dalla loro espressione, a un uditorio che non ne era neanche degno. Loro no. Ci reputavano in grado di condividere il loro entusiasmo. Proprio questo effetto di incarnazione è stato la prima cosa decisiva. Visti oggi, forse nella loro materia quegli insegnanti non erano le cime che immaginavamo allora. Ma ci hanno comunque trasmesso la voglia di sapere. E non solo: grazie al loro entusiasmo e alle loro richieste, quella materia diventò per noi una compagnia, e lo sforzo un compagno.
Un’altra cosa. Sembravano avere tempo. La nostra ignoranza non li spazientiva. Eppure non avevano certo più tempo dei colleghi; un’ora è un’ora, una classe è una classe, cinquantacinque minuti per una trentina di studenti. Ma l’attenzione che suscitavano dilatava la durata. Con loro facevamo un viaggio che bastava a se stesso.
Del tutto secondaria, la questione del loro carattere. Secondo i termini successivi delle varie generazioni, potevano sembrarci simpatici, mitici, fighi o viceversa carogne o quello che vi pare, ma la cosa fondamentale è un’altra. Erano prima di tutto la professoressa Taldeitali, mia insegnante di matematica, il professor Taldeitali, mio insegnante di lettere. Da dove viene questo possessivo? Dalla sensazione di un rapporto privilegiato. Come se condividessimo un segreto. La immaginavano reciproca, questa intimità, e lo era di rado. Spesso per quell’insegnante eravamo solo un allievo fra i tanti, ma lui/lei per noi era unico, perché sapeva darci la sensazione della nostra assoluta singolarità.
I miei indimenticati sono arrivati a un momento già avanzato del mio percorso scolastico: il professor Prioult in prima liceo, il professor Baldenweg e la professoressa Gigliormini in terza, il professor Seignon all’ultimo anno: lettere, matematica, storia, filosofia. Degli altri ho solo un ricordo vago.
Il pedagogo
Il pedagogo nutre la nostra solitudine ontologica con un sapere proteiforme, dischiude in noi la curiosità, risveglia la nostra sete di sapere, stimola il nostro spirito critico, esercita sulla nostra mente un’influenza dialogante, contribuisce insomma a fare di noi individui pensanti, aperti e tolleranti, che messi insieme formano una comunità umana solida e democratica. Il demagogo, invece, approfitta del sentimento di solitudine suscitato dai nostri fallimenti, dalle nostre carenze, dalle nostre frustrazioni, dalle nostre pene, dalle nostre paure e dal nostro risentimento. Sostituisce il dogma allo spirito critico, lo slogan al ragionamento, il pettegolezzo all’evidenza dei fatti, le convinzioni cieche ai dubbi illuminati, le credenze ai saperi, il diktat indiscutibile a una pedagogia misurata, e soprattutto, soprattutto , addita il colpevole ponendosi come il vendicatore inviato dalla provvidenza. Così facendo costui riesce ad ammaliare, nell’accezione più arcaica del termine: è il pifferaio che ci strappa alla nostra solitudine e noi siamo i bambini perduti che lo seguono in massa verso il fiume dove affogheremo.
Lungi da me, tuttavia, l’idea che ogni studente abbandonato a se stesso si trasformerà in un adulto che brucerà i libri e bistratterà gli intellettuali. Fortunatamente, se così posso dire, il pubblicitario (altro opposto del pedagogo) gli propone un’alternativa meno violenta. Gli offre un ideale consumistico facendogli prendere il proprio desiderio di essere per un bisogno di avere. (A proposito, ricordatemi che devo cambiare il cellulare, non mi sento me stesso con questa anticaglia. Voglio rinascere con l’ultimo modello).
La scuola è un baluardo molto fragile contro la pubblicità e la demagogia. La nostra è una lotta impari.
La lettura
Parliamo un po’ della lettura, ora. Del famoso ruolo della lettura. Non penso affatto che la letteratura sia la panacea assoluta contro la stupidità massificata o il consumismo ipnotico. (In fondo, alcuni intellettuali della mia generazione non sono stati indenni da certi briganteschi intruppamenti… così come ci sono senz’altro ottimi lettori che vogliono cambiare l’auto tutti gli anni). Tuttavia, tuttavia, non riesco a togliermi dalla testa l’idea che la compagnia dei nostri autori preferiti ci renda più frequentabili da noi stessi, più capaci di salvaguardare la nostra libertà di essere, di tenere a bada il nostro desiderio di avere e di consolarci della nostra solitudine. Proprio questa libertà occorre restituire ai nostri studenti più in collera con la letteratura, ricon- ciliandoli con la lettura.
Perché, poi, questi ragazzi ce l’hanno così tanto con la lettura? A sentir noi, se loro «non amano leggere» la responsabilità è tutta del mondo che abbiamo sotto i nostri occhi: disoccupazione, famiglie monoparentali, abdicazione della figura paterna, crollo dei valori, consumismo sfrenato, ciber- tentazioni… È colpa del sistema, è colpa della modernità. Certo, è vero, la colpa è di tutto questo. Ma non è anche colpa nostra? Di noi insegnanti di lettere?
Vi propongo un esercizio. All’inizio dell’anno scolastico, mettetevi all’ingresso di una libreria. Noterete che la maggior parte degli studenti entra come in una farmacia. Si presentano al libraio con la famosa “lista dei libri da leggere”, come un paziente con la ricetta. Vedono il libraio sparire nel retro, con la lista in mano, e ricomparire nascosto dalla pila dei testi “indicati”. Sia detto fra parentesi, il termine “indicazione” non mi pare il più appropriato quando si parla di invito alla lettura. Sa troppo di foglietto illustrativo di una medicina: «Mi prendi tre gocce di Mallarmé (o di Pascoli) mattina e sera in un bicchiere di commenti… Un mese di Madame Bovary (o dei Promessi sposi ) e vedremo poi i risultati delle tue analisi… La ricerca del tempo perduto (o La coscienza di Zeno ) e mi raccomando non interrompere la cura prima della fine».
Orribile. Finiti gli studi, la maggior parte di questi giovani adulti ricorderà tali autori soltanto come nomi che hanno incarnato l’obbligo di leggere imposto dai programmi scolastici. E, il giorno in cui un fast food prenderà il posto della libreria o della biblioteca di quartiere, anziché protestare vi porteranno la prole per trascorrere un momento di libertà in un posto qualsiasi purché non connesso ai libri.
Questa indifferenza verso la lettura è anche il frutto di un insegnamento medico-legale della letteratura. Ma l’unica frettolosa conclusione che ne sappiamo trarre è che loro non si interessano alla letteratura e che, pertanto, «non amano leggere».
In realtà, così come alcuni medici specialisti si interessano più alla malattia che ai malati, troppo spesso noi pedagoghi scendiamo in campo in difesa della letteratura senza preoccuparci di creare dei lettori. Ci atteggiamo a guardiani di un tempio che ci rammarichiamo di vedere ogni giorno più vuoto, compiaciuti però di saperlo così ben custodito.
I passeur
Altri, per fortuna — professori, critici letterari, librai, bibliotecari — preferiscono essere dei passeur . Ed è ben più di un ruolo, è un modo di essere, un comportamento. I passeur sono curiosi di tutto, leggono tutto, non si accaparrano niente e trasmettono il meglio al maggior numero di persone.
Passeur sono i genitori che non pensano solo ad armare i figli di letture utili a farli laureare al più presto, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura in sé, sperano di farne lettori di lungo corso.
Passeur è il professore di lettere la cui lezione ti fa venire voglia di correre subito in libreria. E costui non si limita a insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, ma apre tutte le frontiere letterarie, dà accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura.
Passeur è il libraio che inizia i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, che insegna loro a viaggiare fra generi, soggetti, autori, paesi e secoli… che fa della libreria il loro universo.
Passeur sono gli universitari che non vogliono formare soltanto dei chirurghi della letteratura, ma degli stimolatori della coscienza, degli attivatori della meraviglia.
Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali!
Passeur è l’editore che si rifiuta di investire solo nelle collane di best seller, ma che non per questo si chiude nella torre d’avorio della letteratura sperimentale.
Passeur è il critico letterario che legge tutto, scopre e invita a leggere il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, o che risuscita la grande penna dimenticata anziché gongolare delle proprie raffinate stroncature.
Passeur è il lettore la cui biblioteca contiene solo pessimi romanzi o saggetti di quart’ordine perché i libri migliori li ha prestati e nessuno glieli ha restituiti. D’altronde l’atto di leggere è per definizione un atto di antropofagia, perciò è assurdo aspettarsi che un libro prestato sia restituito.
Passeur supremo, infine, è colui che non ti chiede mai la tua opinione sul libro che hai letto, poiché sa che la letteratura ha ben poco a che fare con la comunicazione. Per quanto desiderosi di trasmettere, siamo anche i guardiani del nostro tempio intimo. L’ho scritto in Come un romanzo : “L’uomo vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane e personali quanto le nostre ragioni di vivere”.
Sì, è questa la paradossale missione del
passeur di libri: offrire a ciascuno di noi il piacere segreto di essere il Guardiano del nostro Tempio.
Ai passeur devo tutto. Devo loro la mia resurrezione scolastica, grazie alla fantasia pedagogica e alla generosità intellettuale di alcuni insegnanti.
Ai passeur devo la felicità dei momenti di lettura, che tanto peso hanno nella felicità di una vita.
Ai passeur devo il successo del mio lavoro di scrittore, che con il passaparola è arrivato fino a voi.
Daniel Pennac
La Repubblica  20 settembre 2015

L’INDICE DELLA SPERANZA

INDICE SPERANZANon lasciare nessuno indietro, «leaving no one behind». È l’imperativo che, almeno sulla carta, unisce la comunità internazionale nella battaglia del futuro, quella che l’Assemblea generale dell’Onu lancerà a fine mese approvando la nuova Agenda di sviluppo. Nell’attesa, si tirano le somme dei Millenium Goals, gli otto ambiziosi obiettivi che i leader misero a punto per combattere la povertà. E, a sorpresa, le statistiche ci raccontano che il nostro pianeta non è poi così male, e il domani è forse migliore di ciò che pensiamo: la fine della fame nel mondo, delle morti precoci, del disastro ambientale non è più un’utopia, o un sogno da bambini. Un dato su tutti: il numero di persone che vive in povertà estrema si è ridotto di oltre la metà, da 1,9 miliardi nel 1990 a 836 milioni nel 2015. Anche se restano molte diseguaglianze da risolvere.

LA SFIDA DELL’AFRICA

L’ultimo sorriso, in ordine di tempo, ce lo regala l’Unicef che ieri ha certificato una drastica diminuzione nella mortalità infantile: i decessi dei bambini sotto i cinque anni sono scesi da 12,7 milioni all’anno nel 1990 a 5,9 milioni nel 2015. Sono ancora molti, troppi — 16.000 bimbi «under 5» se ne vanno, ogni giorno; quasi la metà nei primi giorni di vita — in particolare nell’Africa sub-sahariana (1 bambino su 12), spesso priva delle infrastrutture sanitarie più elementari. L’obiettivo del Millennio — la riduzione di due terzi — non è ancora raggiunto e gli squilibri da un continente all’altro restano enormi — 254 bimbi ogni 1.000 nati muoiono in Angola, meno di 3 ogni 1.000 in Islanda o Norvegia — ma neppure i più ottimisti si aspettavano di conquistare questo -53%. «Dobbiamo riconoscere enormi progressi a livello globale», commenta Geeta Rao Gupta, vice-direttore di Unicef. Nonostante i bassi redditi, Paesi come Eritrea, Etiopia, Liberia, Malawi, Ruanda hanno raggiunto l’obiettivo dei due terzi. Il dossier Levels and trends in child mortalit y, lanciato insieme a Oms, Banca Mondiale e Undesa, elenca anche le cause scatenanti dei decessi in tenerissima età: polmonite, complicazioni del parto, nascite premature, diarrea, sepsi, malaria e, soprattutto, malnutrizione.

Anche in questo caso i trend statistici fanno ben sperare. Negli ultimi 25 anni — sostiene l’ultimo rapporto annuale della Fao — 216 milioni di persone non soffrono più la fame. Continuano ad avere lo stomaco vuoto o poco più in 795 milioni, la stragrande maggioranza (790) nei Paesi in via di sviluppo. E il fanalino di coda è sempre l’Africa sub-sahariana, da cui proviene buona parte dei migranti cosiddetti «economici» che arrivano sulle nostre coste in cerca di un futuro migliore: il 23% della popolazione in queste zone soffre di denutrizione, il tasso più alto al mondo. Ma «sono stati compiuti passi da gigante, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo» dichiarano gli autori del rapporto: 72 Paesi su 129 hanno raggiunto l’obiettivo di dimezzare il numero degli affamati. «Dobbiamo essere la generazione “Fame Zero”», ha concluso José Graziano De Silva, direttore generale della Fao.

Stanno un po’ meglio gli esseri umani e soffrono meno anche gli alberi, assicura la Fao. Il dossier Global Forest , pubblicato pochi giorni fa, svela che le foreste nel mondo continuano sì a ridursi — si sono persi circa 129 milioni di ettari, un’area grande quanto il Sudafrica — ma negli ultimi 25 anni il tasso di deforestazione globale netto si è ridotto di oltre il 50%, e aumentano le aree protette. Una tendenza «incoraggiante», non solo per il clima: il settore forestale contribuisce con circa 600 miliardi di dollari l’anno al Pil mondiale e dà lavoro a oltre 50 milioni di persone.

IL MILIARDO EMERGENTE

E ora, si va oltre. La nuova agenda per lo sviluppo e la sostenibilità indica 17 obiettivi ambiziosi — come «eliminare la fame e la povertà ovunque» — e universali. La sfida non riguarderà più soltanto i Paesi poveri del mondo, il cosiddetto «Sud globale», ma tutti gli Stati del pianeta saranno chiamati a «costruire società pacifiche, giuste e inclusive», entro il 2030. Due anni di lavori e negoziati hanno prodotto una dichiarazione di 29 pagine che il 23-25 settembre sarà adottata dall’Onu a New York. Steven Kotler, autore del saggio Abbondanza , ne è certo: «Guardando ai dati reali dobbiamo convincerci che l’umanità sta vivendo progressi straordinari. E gli esclusi stanno entrando da protagonisti sulla scena mondiale. Il “miliardo emergente” avvicinerà l’obiettivo non più inimmaginabile: l’abbondanza per tutti». Ma forse, prima, bisognerà fermare anche le guerre

http://sociale.corriere.it/lindice-della-speranza-mortalita-infantile-dimezzata-poverta-e-deforestazione-in-calo/

L’indice della speranza. Mortalità infantile dimezzata, povertà e deforestazione in calo

di 
Sara Gandolfi     <!––>

Corriere della Sera 10 settembre 2015

 

 

Università, il segnale ignorato

univaulvuottLe iscrizioni all’università stanno calando. Il dato è preoccupante, soprattutto se consideriamo che nel nostro Paese il numero di diplomati che proseguono gli studi è già molto basso: meno di 50 su 100, di contro a 55 in Germania e Spagna, a 70 nel Regno Unito e a più di 80 negli Usa. Se è vero che il successo economico dipenderà sempre di più dal capitale umano e dalla «conoscenza», l’Italia rischia grosso. E non solo rispetto ai Paesi più avanzati, ma anche a quelli in via di sviluppo. Fra i giovani brasiliani, argentini, sudafricani e persino indonesiani ci sono già più laureati che in Italia.

Come si spiega il calo? In parte, è un’illusione ottica. Rispetto al 2000, oggi gli studenti universitari sono un po’ di più. Nel frattempo c’è però stata la riforma che ha introdotto il 3+2 (laurea triennale e laurea magistrale). Fra il 2001 e il 2004 ci fu un boom di iscritti, attratti dalla possibilità di finire gli studi più rapidamente. L’entusiasmo si è però subito afflosciato, contraendo le immatricolazioni. Inoltre nel 2008 è arrivata la crisi, che ha scoraggiato molte famiglie dal sobbarcarsi il costo dell’università per i figli.

Anche tenendo conto della «bolla» nei dati, la situazione resta estremamente preoccupante. La diminuzione degli iscritti dopo il 2004 indica che la riforma non ha funzionato: uno dei suoi principali obiettivi era proprio quello di innalzare stabilmente il tasso di scolarizzazione terziaria. Ci ritroviamo perciò al punto di partenza, con un serio deficit di laureati, soprattutto nella cosiddetta area Stem: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Dato che in Italia l’accesso all’università è ancora fortemente collegato alle condizioni economiche delle famiglie di provenienza, il quadro assume anche una marcata dimensione di iniquità.

Per rimediare occorre affrontare di petto le storture e debolezze che le riforme dell’ultimo quindicennio hanno appena scalfito. Vi è innanzitutto il problema dei costi. Le rette sono troppo basse per i ricchi e troppo alte per i poveri. Molti vorrebbero un’università quasi totalmente gratuita, come in Germania o nei Paesi scandinavi. Le nostre finanze pubbliche ora non ce lo consentono. E abbiamo anche una distribuzione più diseguale della ricchezza fra le famiglie. Ragioni di sostenibilità ed equità consigliano una ricalibratura interna, facendo pagare di più chi può permetterselo e aumentando borse di studio e servizi per chi ha pochi mezzi.
Vi è poi il problema dei percorsi formativi. A dispetto della girandola di cambiamenti, il nostro sistema universitario non è ancora riuscito ad attrezzarsi per l’istruzione terziaria di massa. Non si tratta di «licealizzare» l’insegnamento, ma di organizzare un’offerta didattica più allineata ai livelli di partenza dello studente medio e alle esigenze del mercato del lavoro, risolvendo una volta per tutte anche il problema degli abbandoni e dei fuori corso. Non è accettabile che il 40 per cento degli iscritti arrivi alla laurea magistrale con un ritardo compreso fra uno e dieci anni.

Occorre poi introdurre il canale formativo che nelle classificazioni internazionali è definito «istruzione terziaria a corto ciclo». Al suo interno gli studenti prendono diplomi di uno o due anni, a carattere fortemente professionalizzante. La Francia, il Regno Unito, la Svezia offrono esempi molto interessanti. Anche in Italia sono stati creati gli Istituti tecnici superiori come alternativa all’università. Ma si tratta di un’esperienza ancora limitata (in tutto il Sud ce ne sono solo 15), che andrebbe peraltro estesa ad una gamma più vasta di settori professionali.

Vi è, infine, la questione dell’inserimento lavorativo. In Italia la laurea «rende» poco. Ci vogliono quasi dieci mesi per trovare un’occupazione (il doppio della media Ue), due anni per un contratto a tempo indeterminato. Inoltre le aziende italiane premiano poco i laureati in termini di retribuzione, ritenendo che le loro competenze siano scarse. Conta anche l’alta incidenza delle piccole e medie imprese a conduzione familiare, ove ancora persiste una diffidenza culturale nei confronti dell’università in quanto tale. Un maggiore coinvolgimento degli imprenditori nel progettare percorsi e tirocini consentirebbe di superare questi ostacoli.

Una efficace politica di reclutamento terziario deve iniziare già durante la scuola superiore. Non basta organizzare open days e distribuire opuscoli agli studenti delle secondarie. Bisogna sensibilizzarli e motivarli sui loro banchi di scuola, al limite fargli «provare un po’ di università» durante le vacanze o nel pomeriggio. Negli Stati Uniti è in corso una sperimentazione molto promettente. Grazie al sostegno di grandi aziende, alcune scuole si stanno trasformando in early college high schools : offrono un percorso di sei anni (anziché quattro) che oltre alla maturità conferisce anche un pacchetto di crediti universitari da spendere dopo. Il programma di studi si focalizza sulle discipline Stem e prevede vari tirocini formativi. L’esperimento si chiama P-Tech ( http://www.ptech. org ). Nulla impedisce al ministro Giannini, ai nostri rettori e a qualche imprenditore illuminato di visitare il sito e prendere ispirazione.

Secondo l’Ocse, entro il 2030 Cina e India produrranno più del 60% dei laureati in materie scientifiche su scala mondiale. Se le cose non cambiano, la produttività italiana in questo cruciale settore rischia di ridursi ad uno «zero virgola», relegandoci nella poco invidiabile categoria dei Paesi de-sviluppati.

Università, il segnale ignorato

Maurizio Ferrera

3 settembre 2015 Corriere della Sera

http://www.corriere.it/editoriali/15_settembre_03/universita-segnale-ignorato-6a88548e-51fb-11e5-aea2-071d869373e1.shtml

Le trappole dell’uguaglianza

dtaddAmici liberali, c’è un racconto che, di questi tempi, illumina e allo stesso tempo fa disperare. Potente ma inutile. Ci ricorda che la vostra capacità di produrre idee spesso è inversamente proporzionale alla capacità di raccogliere voti. Riguarda la disuguaglianza, tema che ha preso il centro del discorso politico in tutto l’Occidente dopo la Grande Crisi e che i sostenitori del libero mercato, e in fondo del capitalismo, non sanno affrontare.

Il racconto è una simulazione sentita fare a decine di liberali. Immaginiamo una società divisa in due classi, uguali per popolazione. Chi fa parte della metà povera guadagna 15 mila euro l’anno, chi fa parte del 50% ricco ne guadagna 150 mila. L’economia va bene e quindi dopo qualche anno i redditi migliorano per tutti. Quello della metà povera triplica, a 45 mila euro. Quello dei ricchi, quadruplica, a 600 mila euro. Si tratta di decidere se lo sviluppo è positivo, perché i poveri sono meno poveri; oppure se è negativo, perché la disuguaglianza è cresciuta da un rapporto di dieci a uno a un rapporto di oltre 13 a uno. I liberali scelgono il primo caso. L’esempio continua a rovescio. Immaginate che la stessa società entri invece in una fase di depressione economica e di caduta dei mercati finanziari. I poveri vedono crollare il loro reddito del 50%, a 7.500 euro, i ricchi del 90%, a 15 mila euro. La disuguaglianza è stata ridotta da un rapporto di 10 a uno a un rapporto di due a uno. È positivo o è negativo? I liberali — e le persone di buon senso — rispondono che è negativo.

La simulazione è illuminante. Spiega che seguire la sirena della contrapposizione uguaglianza/disuguaglianza porta su strade che vanno verso il nulla; con alte probabilità di fallimento, come suggeriscono le esperienze delle società che hanno detto di volerlo fare. Allo stesso tempo, però, fa disperare perché è inutile. Per quanto sia razionale, non convince e non scalda i cuori dei poveri, che dovrebbero essere quelli che più l’apprezzano. Ciò non dipende solo dallo scarto che c’è tra la razionalità e la percezione politica. Dipende dal fatto che questo approccio didattico elude alcune questioni che i liberali non affrontano con abbastanza coraggio. In particolare, il cattivo funzionamento del capitalismo oggi.

Vero che il capitalismo e la democrazia hanno sempre dato prova di sapersi riformare. Ma ciò non può bastare. Sulla scena del mondo ci sono modelli che si richiamano al capitalismo, ma sono intrisi di ingiustizia, di privilegi, di corruzione. Per esempio quelli cinese e russo. Ma non molto meglio è il capitalismo di relazione che nega il mercato, fondato sull’intreccio tra il capitale dello Stato e quello dei privati  privilegiati dai rapporti politici, vivo e vegeto, anche se non sempre dominante, in America e in Europa.

Questi sono tempi duri, amici liberali. Lo statalismo e l’autoritarismo, in forme vecchie e nuove, hanno ripreso la marcia. Ammirati e copiati anche in Occidente da élite che approfittano della ricchezza e delle relazioni di potere per tenere a distanza i concorrenti più capaci e innovativi e, in generale, per negare quello che una volta si chiamava, almeno in America, il capitalismo popolare, capace di nutrire il grande sogno. I passi avanti politici, economici e sociali degli scorsi decenni sono messi in discussione.

La Grande Crisi ha portato nelle opinioni pubbliche dell’Occidente una critica profonda del capitalismo. E al centro di essa c’è il tema della disuguaglianza. Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty è diventato il manifesto della negazione del ciclo aperto negli anni Ottanta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Il coefficiente di Gini, un modo per misurare le disuguaglianze, si è trasformato in una formula magica per capire il mondo. Ma la risposta dei liberali è inadeguata.

Di base, è difficile sostenere che il capitalismo abbia accresciuto la disuguaglianza. L’anno scorso, uno degli economisti più apprezzati, Larry Summers — ex segretario (ministro) al Tesoro nell’amministrazione Clinton —, sostenne che «gli Stati Uniti possono facilmente essere sulla strada di diventare una Downton Abbey economy», dalla serie televisiva Downton Abbey che racconta della famiglia aristocratica Crowley e della sua schiera di servitori, all’inizio del Novecento. L’immagine è ideologicamente attraente. Ma nessuno può seriamente paragonare le disuguaglianze di oggi a quelle di un secolo fa. Le differenze di patrimonio sono ancora alte. Come quelle di reddito. Ma nel frattempo sono nati i servizi sanitari. L’istruzione si è allargata a dismisura. Gli avanzamenti tecnologici hanno distrutto diseguaglianze in misura impensabile: il telefono, la televisione, internet, le automobili mettono tutti sullo stesso piano. Banalmente, il prêt-à-porter è stato un livellatore sociale portentoso. Lo stesso l’acqua corrente e il bagno in casa. Non entrano nelle statistiche di Piketty, ma l’innovazione sociale — nelle democrazie — e l’innovazione tecnologica sono forze egualitarie che hanno rivoluzionato il mondo e distrutto Downton Abbey.

Certo, l’1% della popolazione più ricca che non arriva a fare parte dello 0,1% non può permettersi lo yacht, deve affittare l’aereo privato invece che tenerne uno pronto sulla pista. E gran parte del restante 99% deve scegliere un volo low-cost per andare in vacanza: ma, a differenza di qualche decennio fa, ci va. C’è una dose di ideologia dietro le teorie sull’ingiustizia della disuguaglianza. Ciò nonostante, la questione è diventata una narrazione politica potente. I liberali non possono fare finta di non accorgersene. Se vogliono continuare ad avere un ruolo incisivo, devono entrare nel dibattito in una posizione non difensiva, evitando di spingere il problema sotto il tappeto. Diversamente, lasceranno il campo a politiche che affrontano la questione con soluzioni deleterie, come la tassa globale a fini di ridistribuzione statale dei redditi proposta da Piketty; o i limiti di legge sui redditi delle persone.

È — amici liberali — che le dimensioni della disuguaglianza non sono solo quelle che si misurano in termini di ricchezza, non necessariamente negative. Ci sono anche gli effetti, almeno due importanti, di queste differenze. Uno riguarda il fatto che il patrimonio e l’alto reddito danno accesso a opportunità e potere politico, dai quali è escluso chi ne è privo. L’1% più ricco ha aperta la strada (per i figli) che porta alle università considerate migliori, quelle che a loro volta offrono maggiori opportunità nella vita. E l’istruzione è il veicolo più forte di mobilità sociale: se viene lottizzata o chiusa, diventa uno strumento di ingiustizia. Lo stesso 1% ha accesso diretto o quasi diretto al potere politico, con i privilegi che ciò comporta. Ancora: chi sta ai vertici della piramide della ricchezza quasi sempre è anche al vertice del sistema di governance delle imprese, con intrecci tra i suoi membri che garantiscono retribuzioni incrociate a presidenti e ad amministratori delegati che in numerosi casi vanno al di là della loro capacità di creare ricchezza. Sono le nuove aristocrazie, in questo senso non troppo diverse da Downton Abbey.

Il secondo effetto importante, e che richiede risposte liberali, è la possibilità che, come alcuni sostengono, la disuguaglianza eccessiva sia un vincolo per la crescita economica e limiti la prosperità potenziale generale. Il Fondo monetario internazionale nei giorni scorsi ha calcolato che l’aumento dell’1% della quota di reddito accaparrata dal 20% più ricco della popolazione riduce la crescita economica dello 0,08% nel giro di cinque anni. I canali attraverso cui ciò avverrebbe possono essere diversi: chi è in basso nella scala del reddito ha maggiori difficoltà ad accedere a una buona sanità o a una buona scuola; tende a indebitarsi di più; chiede politiche di sostegno che in genere vengono mal disegnate dai governi. Oppure, come sostengono Summers e altri, un euro in più a un povero verrà speso e farà crescere l’economia, un euro in più a un ricco finirà sotto il materasso. È un terreno nel quale sarebbe più corretto parlare di povertà invece che di disuguaglianza, dal momento che non sono affatto la stessa cosa. Di certo, però, le differenze sociali hanno conquistato il centro del discorso politico in Occidente: senza idee liberali in campo, rischiano anche di produrre politiche nefaste.
Twitter @danilotaino

http://lettura.corriere.it/debates/le-trappole-delluguaglianza/

 

Danilo Taino

Dieci milioni di senza patria

apolidA 50 anni dalla Convenzione internazionale che istituiva lo status di apolide, sono ancora dieci milioni le persone a cui è negata una cittadinanza nel mondo. Spesso sono le minoranze etniche ad essere colpite, mentre un terzo degli apolidi sono bambini. Luci e ombre per l’Italia, in cui gli apolidi sono 15mila de facto, ma solo 900 quelli riconosciuti. L’Unhcr lancia una campagna per porre fine all’apolidia nei prossimi dieci anni.
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Invisibili dalla culla alla tomba. Nel mondo ci sono 10 milioni di persone come lei, apolidi. Bambini, coppie, anziani, intere comunità, a cui viene negata una cittadinanza. Non hanno diritto ad un certificato di nascita, ma neanche a quello di morte. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia la campagna “I belong” per cancellare l’apolidia dalla faccia del pianeta nei prossimi dieci anni. “È un problema – spiega l’Unhcr – creato unicamente dall’uomo, facilmente risolvibile se ci fosse la volontà dei Governi”. Si può essere apolidi per generazioni, come succede ai bihari del Bangladesh, a 600mila ex cittadini sovietici ancora senza nazionalità a più di vent’anni dalla disgregazione dell’Urss, e agli oltre 800mila rohingya di fede islamica che in Myanmar, l’ex Birmania, si sono visti rifiutare la cittadinanza sulla base di una legge del 1982 che ne limita fortemente la libertà di movimento, quella religiosa e l’accesso all’istruzione. Ma si può anche diventare apolidi dal giorno alla notte: è successo nel 2013 a decine di migliaia di dominicani di origine haitiana, a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza e i diritti ad essa connessi.

 Più di un terzo degli apolidi nel mondo sono bambini e lo stigma dell’apolidia può seguirli per il resto della loro vita. Talvolta significa che per loro non suona la campanella della scuola. In Myanmar, solo il 4,8% delle ragazze e il 16,8% dei ragazzi apolidi completano l’istruzione primaria, rispetto al 40,9% e al 46,2% dei coetanei con cittadinanza. Le guerre sono una delle cause principali: il 20% di tutti i rifugiati reinsediati dall’Unhcr nell’ultimo quinquennio erano anche apolidi e tra le eredità di quattro anni di guerra in Siria, ci sono oltre 50mila bambini che non sono mai stati registrati all’anagrafe perché nati da rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano, Turchia ed Egitto.

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Ma chi sono gli apolidi nel Belpaese? Quasi tutti rom dell’ex Jugoslavia, spesso qui da due o tre generazioni; il resto provengono soprattutto dall’ex Urss, dalla Palestina, Tibet, Eritrea ed Etiopia. Helena Behr fa due esempi di cosa vuol dire essere apolidi in Italia: “Ho recentemente incontrato una ragazza che non riesce a sposarsi perché senza documento d’identità e un adolescente che, per lo stesso motivo, non può partecipare alla gita all’estero della sua classe”. A cinquant’anni dalla Convenzione del 1954 – è quindi l’appello dell’Unhcr – anche l’Italia ha ancora molta strada fare: aderire a quella del 1961, sburocratizzare le pratiche per l’ottenimento dell’apolidia, tutelare gli apolidi privi di documenti dal rischio di essere espulsi o ingiustamente detenuti. Infine una proposta concreta altrettanto importante: elaborare un manuale informativo sui diritti degli apolidi e sulle procedure di riconoscimento.

La Campagna Unhcr per porre fine all’apolidia nel mondo nei prossimi 10 anni

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/11/04/news/10_milioni_nel_mondo_la_campagna_dellunhcr_per_cancellare_lapolidia_dalla_faccia_della_terra-99697918/