Inglese & Costituzione

polimiSarà la Corte costituzionale a stabilire se sia legittima la scelta del Politecnico di Milano, che ha deciso di passare all’inglese come lingua esclusiva per i corsi e gli esami delle lauree magistrali e dei dottorati. Il passaggio (nelle intenzioni dell’Università) a un’istruzione internazionale e all’avanguardia è stato bocciato da una sentenza del Tar del 2013. Nei mesi successivi, con un contro-ricorso del Politecnico e del ministero dell’Istruzione, la questione è arrivata al Consiglio di Stato. Che ora, con un’ordinanza pubblicata ieri, sospende il giudizio e trasferisce tutto alla Consulta. Affermando però alcuni punti: il Politecnico ha fatto una scelta del tutto legittima con la legge di riforma dell’università del 2010, ma allo stesso tempo quella legge presenta profili potenzialmente contrari alla Costituzione, che devono essere quindi approfonditi.

Per mettere ordine in questa contesa che riguarda il futuro del mondo universitario italiano bisogna riannodare i fili dall’inizio. Una delibera del senato accademico del Politecnico (21 maggio 2013) stabilisce che l’inglese diventi lingua obbligatoria per lauree superiori e dottorati, attuando «l’obiettivo di internazionalizzazione degli atenei» fissato nel 2010. Un corposo numero di professori presenta un ricorso al Tribunale amministrativo della Lombardia. E il Tar boccia il Politecnico: l’ateneo avrebbe «marginalizzato in maniera indiscriminata l’uso della lingua italiana, che il sistema normativo vuole, invece, preminente e che è funzionale alla diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano». Non solo.

Il Politecnico, secondo i giudici amministrativi, «avrebbe dovuto consentire la scelta tra l’apprendimento in italiano e quello in lingua straniera». Dopo questa decisione, il progetto del Politecnico va avanti, ma non si completa: circa un quarto dei corsi, oggi, è ancora in italiano. Con la decisione pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ribalta in parte le conclusioni del Tar lombardo. E afferma: se si considera la legge del 2010, la decisione del Politecnico, «che appartiene alla libera scelta dell’autonomia universitaria», è stata pienamente legittima. Il dubbio però non scompare, e anzi si sposta alla radice: il quadro legislativo entro il quale si è correttamente mosso il Politecnico rispetta la Costituzione?

Cambiando il piano di giudizio, il Consiglio di Stato manifesta notevoli perplessità. E lo fa su tre punti. Pur con complicate forme linguistiche, i giudici sostengono che «l’attivazione generalizzata ed esclusiva di corsi in lingua straniera, non appare manifestamente congruente, innanzitutto, con l’articolo 3 della Costituzione». Certo, la formula «non manifestamente congruente» non vuol dire contrario. Il tema è questo: un conto è insegnare in inglese «tecnica delle costruzioni», un altro è usare esclusivamente la lingua straniera per la storia dell’arte. In quest’ottica «appare ingiustificata – dicono i giudici – l’abolizione integrale della lingua italiana».

Altro nodo controverso è la tutela delle minoranze linguistiche assicurata dall’articolo 6 della Costituzione: siamo sicuri, sembrano chiedersi i giudici, che si possa passare all’inglese come lingua unica ed eliminare l’italiano, che si ritroverebbe così senza nemmeno la tutela riservata alle minoranze? Sotto esame sarà infine la conformità con il valore della libertà di insegnamento (articolo 33). L’obbligo dell’inglese «non appare rispettoso della libera espressione della comunicazione con gli studenti, dal momento che elimina qualsiasi diversa scelta, eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori, ai quali appartiene la libertà, e la responsabilità, dell’insegnamento».

Corriere della  Sera 23 gennaio 2015
http://www.corriere.it/scuola/universita/15_gennaio_23/consulta-dilemma-dell-inglese-ed4fa630-a2d1-11e4-9709-8a33da129a5e.shtml

Centoparole

Ldantema settimana della lingua italiana nel mondo è appena cominciata e già si accavallano gli studi, i sondaggi, i libri sull’argomento. Di ieri, per esempio, è un’indagine di www.libreriamo.it condotta su cinquemila persone, secondo la quale il podio degli strafalcioni scritti e parlati degli italiani è occupato da ‘un pò’, ‘qual’è’ e dal non uso o uso errato del congiuntivo. Non a caso un linguista e critico letterario come Gian Luigi Beccaria autore del reccentissimo L’italiano in 100 parole
(Rizzoli, pp. 490, euro 18), subito dopo aver sottolineato l’importanza dell’iniziativa del Ministero degli esteri, annota: «Bisogna pensare all’italiano nel mondo, ma dobbiamo cominciare a pensare anche a fare qualcosa per migliorarlo in Italia. La nostra è una lingua ricchissima e la gente non la conosce, non la possiede. Parole certamente utili come  ok e gossip sostituiscono e accorpano espressioni un tempo comuni che non si usano più per pigrizia. L’italiano scritto peggiora sempre di più. La sintassi latita. La civiltà delle immagini punta tutto sulla velocità esiliando il ragionamento e la costruzione del discorso. Un fenomeno non solo italiano, ma sul quale bisogna meditare».

Non è solo colpa dell’inglese, quindi?
«Vede, la ricchezza di una lingua è anche nella sua capacità di sapersi ‘imbastardire’ assumendo parole e concetti dall’esterno. Non a caso questa è la forza dell’inglese moderno, che non ha mai avuto momenti di difesa del ‘purismo’, ha preso tutto da tutti: latinismi, francesismi, italianismi, arabismi…».

Lei però nel libro lamenta un uso eccessivo di ‘anglicismi’ nell’italiano attuale…

«Troppi e anche a sproposito, con l’uso di espressioni che in inglese nessuno si sognerebbe di utilizzare, come: andare in
tilt , toast, autogrill , slip, golf … Certo non dobbiamo chiuderci, ma dobbiamo anche un po’ difenderci. Parole inglesi come ok
gossip, dicevamo, impoveriscono la nostra lingua: non si dice più ‘va bene’, ‘sta bene’, ‘tutto a posto’, non si ‘spettegola’ più, non si fanno più ‘chiacchiere malevole’, non si dicono ‘indiscrezioni’, ‘maldicenze’, ma si dice sempre ‘ok’ e si fa sempre e soltanto gossip. E poi penso anche all’uso di parole italiane come se fossero il corrispettivo inglese».
Per esempio?
«La parola ‘grosso’ che traduce l’inglese big e viene usata in italiano alla stessa maniera al punto che si stanno perdendo gli altri equivalente italiani che offrono molte sfumature. Così diciamo uniformemente: un ‘grosso evento’, un ‘grosso scrittore’, un ‘grosso personaggio’, un ‘grosso successo’… Penso anche alla parola ‘testare’ nell’uso che deriva dall’inglese to test, che funziona bene, ma ha eliminato sinonimi come ‘provare’, ‘saggiare’, ‘sperimentare’, ‘analizzare’, ‘collaudare’…».

L’italiano che emerge dal suo libro, però, è una lingua ricchissima, che nei secoli ha saputo restare vitale grazie anche alla capacità di rendere proprie parole di altre lingue.
«Il concetto giusto è rendere proprio per arricchire la lingua, non quello di assorbire acriticamente per impoverire il linguaggio. In questo senso non esiste l’italiano puro. Esistono centinaia, migliaia di vocaboli che vengono da altre lingue e sono diventati italiano. Pensiamo solo a quelli che derivano dall’arabo: ‘ragazzo’, ‘bizzeffe’, ‘zenit’, ‘almanacco’, ‘algoritmo’, ‘algebra’, ‘sciroppo’, ‘spinacio’, ‘zafferano’, ‘carciofo’, ‘arancio’, ‘cappero’, ‘arsenale’, ‘tariffa’, ‘quintale’, ‘carrugio’, ‘camallo’, ‘zero’… Ecco, pensiamo solo all’importanza di ‘zero’…».

Intende come concetto?
«Lo ‘zero’ era ignoto ai Greci e ai Latini. Un numero che introduce il concetto del nulla e del vuoto: arriva nel Medioevo e cambia il modo di pensare, di argomentare, di filosofare».

Proprio nel Medioevo nasce e si forgia la nostra lingua.
«È per questo che la prima parola-espressione delle cento del mio libro è sao ko kelle terre. Si tratta della prima attestazione di una frase in volgare. Risale al 960. È tratta dal cosiddetto Placito capuano,
un atto notarile che sancisce che la locale abbazia benedettina è legittima proprietaria di certi terreni. Tutto è scritto in latino, ma i tre testimoni che asseverano la proprietà pronunciano una frase in volgare, non perché non sanno il latino, ma perché quella è la formula d’uso:  Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti».

La seconda parola è ‘laudare’.
«Perché il Cantico delle creature è il più antico componimento in volgare del quale si conosca l’autore e l’anno (1224-1226)».

Insomma, l’italiano comincia come lingua colta e aulica.
«L’italiano è stato fino all’800 più una lingua scritta che parlata perché la gente usava i dialetti. E lo scritto, come non è capitato in nessun’altra lingua, diventa subito gigantesco con Dante, Petrarca, Boccaccio, riferimenti precisi per molti secoli. Solo Manzoni nella prosa, Leopardi, Carducci e Pascoli nella lirica ci emancipano da quegli schemi».

Il ’700 è un altro momento importante. Lei ne parla anche attraverso la ‘parola’ 53: ‘atmosfera politica’.
«In quell’epoca, grazie all’influenza francese, tante parole che hanno un significato solo per le tecniche e i mestieri acquistano un senso figurato. Vocaboli come ‘duttile’ e ‘amalgama’ in italiano erano riferite solo ai metalli. ‘Atmosfera’, ‘termometro’ ed ‘elettrico’ escono dai loro contesti scientifici e si apre un mondo nuovo fatto di ‘atmosfere elettriche’, ‘situazioni elettrizzanti’, ‘termometri politici’».

Poi ci sono le parole italiane nel mondo…
«Ci sarebbe da fare un libro solo per la terminologia musicale nata da noi ed esportata per secoli nel mondo. ‘Adagio’, ‘allegro’, ‘tenore’, ‘sinfonia’, ‘viola’, ‘violino’, ‘maestro’, ‘diva’ sono solo alcuni esempi e ancora oggi sfogliando le pagine di giornali inglesi che si occupano di musica troviamo ‘belcanto’, ‘cadenze’, ‘capriccio’…».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Ok-gossip-tilt–e-l-ITALIANO-.aspx

 

L’italiano in 100 parole

Gianluigi Beccaria

http://www.rizzoli.eu/libri/litaliano-in-100-parole/

Settimana della lingua italiana nel mondo

http://www.accademiadellacrusca.it/it/attivita/settimana-lingua-italiana-mondo

 

Modello tedesco e modello italiano

GIORGIO RUFFOLO E STEFANO SYLOS LABINI

images[3] ….. intendiamo richiamare l’attenzione su alcune differenze strutturali tra il modello tedesco e quello italiano che riguardano la dimensione media e la spesa in ricerca e sviluppo (R&S) delle imprese. A livello aggregato la dimensione media delle imprese italiane è pari a 4 addetti per azienda, in Germania è di 13 addetti, mentre nell’industria manifatturiera la dimensione media è di 10 addetti e in Germania di 37. Un divario simile si registra nelle spese in R&S: le imprese tedesche spendono quasi il triplo (1,9% del Pil) delle imprese italiane (0,7 % del Pil).
Il modello tedesco dunque si differenzia da quello italiano per la dimensione e per le spese in R&S. Questi sono i veri punti di forza della Germania: imprese di maggiori dimensioni hanno una produttività più elevata e riescono ad esportare di più delle microimprese poiché dispongono di personale specializzato nelle varie funzioni aziendali (ricerca, progettazione, produzione, commercializzazione), sono dotate di tecnologie più moderne e hanno un maggiore potere contrattuale nei confronti delle banche che consente di ottenere credito più facilmente e a costi più bassi.
Pertanto, uno degli obiettivi strategici della politica economica dovrebbe essere la crescita dimensionale delle imprese attraverso investimenti in tecnologia e in personale qualificato. Questa è la strada per migliorare la qualità del prodotto e per aumentare le vendite, la produzione e l’occupazione.
tratto da “Senza investimenti non basta la flessibilità”
Repubblica 12 settembre 2014
http://interestingpress.blogspot.it/2014/09/senza-investimenti-non-basta-la.html

Scuola, se la cavano meglio gli studenti del Nord

Il momento del giudizio, prima o poi, arriva per tutti. Anche nell’immobile mondo della scuola. Basta non considerarlo un «giudizio divino», ha detto il ministro dell’istruzione, Maria Chiara Carrozza, presentando a Roma il Rapporto nazionale sulle prove Invalsi 2012-2013 una fotografia delle performance degli studenti italiani alla luce dei risultati dei test che si sono svolti nelle scuole campione in maggio. Il rapporto ribadisce una volta di più lo storico divario tra Nord e Sud del Paese. Come nelle precedenti rilevazioni, le regioni del Mezzogiorno ottengono in generale risultati peggiori, in tutte le classi prese in considerazione (seconda e quinta elementare, prima e terza media e seconda superiore) anche se si rilevano miglioramenti per Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata. E il ritardo del Sud dello Stivale, che si evidenzia già nei gradi iniziali dell’istruzione, tende ad ampliarsi lungo il ciclo di studi. I risultati migliori si ottengono invece nella Provincia Autonoma di Trento, nel Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche e Piemonte.

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LE PROVE – Punti focali del Rapporto, che ha coinvolto 13.232 scuole, 141.784 classi e 2 milioni 862mila studenti, le prove Invalsi di italiano e matematica. Nelle prove di italiano, è emersa una maggior dimestichezza dei ragazzi con i testi narrativi, rispetto a quelli basati su quesiti espositivi e a quelli di tipo «non continuo o misto», in cui viene richiesto anche di interpretare dati e grafici funzionali all’esposizione dei contenuti del testo. Risultati peggiori nei quesiti «grammaticali» rispetto a quelli di comprensione del testo. Sul fronte della matematica, i ragazzi in generale hanno dimostrato difficoltà maggiori nell’ambito «spazio e figure» e in quelli «relazioni e funzioni» rispetto agli ambiti «numeri» e «dati e previsioni». Le domande in cui è stato chiesto di interpretare e, in parte, di formulare ipotesi sono risultate più complesse, almeno fino al primo anno di scuola media.

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http://www.corriere.it/cronache/13_luglio_11/rapporto-invalsi_08090f34-ea0f-11e2-8099-3729074bd3db.shtml

 

IL RAPPORTO INVALSI SUGLI APPRENDIMENTI 2012/13

http://www.invalsi.it/snvpn2013/rapporti/Sintesi_Rapporto_SNV_PN_2013_08.pdf

 

 

Tutte le 23 lingue di babele Europa sono uguali.

Tutte le 23 lingue di babele Europa sono uguali. Non ce ne possono essere di `più uguali´ delle altre. E quindi no ai bandi di concorso pubblicati solo in inglese, francese e tedesco. La Corte di Giustizia europea oggi ha annullato una sentenza di primo grado che li ammetteva. Per l’Italia, che aveva presentato il ricorso, e per l’uso dell’italiano è una vittoria politica di spessore. Perché è sul trilinguismo di fatto che domina nelle istituzioni che si fonda anche l’impianto del sensibile dossier del brevetto europeo. Che andrà avanti comunque col regime della cooperazione rafforzata, senza Italia e Spagna unite nella contestazione appunto del “trilinguismo”. Ma il principio fissato dalla Corte peserà…..

Per i giudici di Lussemburgo la scelta di pubblicare un bando in sole tre lingue costituisce effettivamente «discriminazione basata sulla lingua», cosa che invece non era stata riconosciuta in primo grado con la sentenza del 13 settembre 2010. La decisione di oggi comunque non rimette in discussione i concorsi svolti, «al fine di salvaguardare il legittimo affidamento dei candidati selezionati».

Il caso contestato è partito nel febbraio e maggio 2007 quando vennero pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione e solo in francese, inglese e tedesco, i bandi di selezione per personale nel settore dell’informazione, della comunicazione e nei media. In essi si chiedeva la conoscenza «approfondita» di una delle 23 lingue e la conoscenza «soddisfacente» di una tra tedesco, inglese e francese. Lingue in cui si sarebbero svolti i test di preselezione, nonché le prove scritte del concorso.

La Corte ha ragionato per sillogismo: visto che è obbligatoria e «senza alcuna eccezione» la pubblicazione dei bandi sulla Gazzetta Ufficiale in tutte le 23 lingue ufficiali, anche quei bandi lo dovevano essere. I giudici comunque hanno sottolineato l’ovvio, ovvero la conoscenza di inglese, francese e tedesco oltre alla propria lingua madre è fondamentale per lavorare nelle istituzioni europee. Semmai bisogna stabilire principi chiari per non favorire chi è anglofono, francofono o germanofono per nascita. Ecco perciò che i test si potranno fare in lingua madre, ma anche il riconoscimento che «le conoscenze linguistiche costituiscono un elemento essenziale della carriera dei funzionari».

http://www.lastampa.it/2012/11/27/esteri/la-corte-ue-da-ragione-all-italia-no-ai-bandi-in-sole-tre-lingue-D3TGk6TG5WxD9eUPSZ8kjI/pagina.html