Il Governo ha varato il Def

Via alla manovra e al rialzo delle stime sul Pil. Dopo due ore di consiglio, i ministri hanno approvato il Documento di economia e finanza (Def), insieme al Programma nazionale delle riforme e alla manovrina da 3,4 miliardi per correggere i conti, in accordo con la richiesta Ue. Contestualmente, il governo ha rivisto leggermente al rialzo la crescita dell’anno in corso. La nuova stima del Pil è pari a 1,1% contro l’1,0% stimato finora.

 

Pil in rialzo

«Il governo ha dato il via libera- all’unanimità- al Def, al Pnr, al decreto che contiene diversi interventi di crescita e sviluppo tra cui la correzione di bilancio e ha condiviso un piano di investimenti che sarà tradotto in un decreto nei prossimi giorni». Così il premier Paolo Gentiloni al termine del Consiglio dei ministri convocato per approvare il Documento di programmazione economica e finanziaria. Il governo rivede leggermente al rialzo la crescita dell’anno in corso: +1,1% contro l’1% stimato finora. Il Prodotto interno lordo crescerà invece dell’1% nel 2018 (rispetto alle stime di +1,3%) e altrettanto nel 2019 (quando era dato al +1,2%), «con un’impennata poi nel 2020». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, parlando di «previsioni conservative che auspicabilmente saranno riviste verso l’alto». «Avremo sorprese positive, questa è la mia convinzione», ha aggiunto, spiegando che i numeri sono quelli attuali per una «stance politica fiscale molto stringente». Da registrare anche la riduzione del deficit: «C’è una curva di riduzione del deficit dal 3% del 2014» e dal 2,3% dello scorso autunno «al 2,1% che presumibilmente ci sarà quest’anno». Il rapporto debito-Pil si stabilizza attorno al valore dell’anno scorso, ma «i numeri saranno disponibili domani».

La crescita

Il ministro Per Carlo Padoan assicura che il paese va «verso una crescita più solida, sostenibile e inclusiva» da rafforzare proseguendo con le riforme. Ottimista anche Gentiloni: «Il Def registra una crescita, questa progressione dice la strada che abbiamo seguito in questi anni e che continuiamo a seguire».

 

Pubblico impiego

Il Documento di economia e finanza prevederà altri 2,8 miliardi di euro da stanziare per il pubblico impiego per arrivare ad un aumento contrattuale medio di 85 euro nel 2016-2018. «Il Governo mantiene gli impegni presi con l’accordo del 30 novembre sia nel contesto giuridico che economico-finanziario», spiega il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Angelo Rughetti, per rassicurare subito la Cgil pronta alle proteste. Poi arriva anche la conferma della ministra della Pa, Marianna Madia: «Il governo conferma l’impegno economico di 85 euro medi sul rinnovo dei contratti della PA».

Il benessere? Si misura

Entrano gli indici del benessere nella programmazione economica. C’è anche la diseguaglianza. L’Italia è il primo paese a includerli. «Un elemento di novità nel Def riguarda il benessere e l’inclusione sociale, con il concetto di benessere equo e sostenibile come parte integrante della strategia economica- sottolinea Padoan- con un primo set di quattro indicatori di come gli obiettivi di benessere sono sostenuti dalle politiche del governo. L’Italia si trova in buona posizione per dire che non solo si pensa alla crescita ma si fanno politiche che migliorano il benessere e l’inclusione sociale».

Niente nuove tasse

«Abbiamo i conti in ordine e li abbiamo non aumentando le tasse, ma con misure di risanamento che si accompagnano a misure di sviluppo e di accompagnamento alla crescita», ha sottolineato Gentiloni. Anzi, «è intenzione del Governo continuare nel solco delle politiche economiche adottate sin dal 2014, volte a liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell’imposizione fiscale al tempo stesso gli investimenti e l’occupazione, nel rispetto delle esigenze di consolidamento di bilancio», si legge nel comunicato diffuso da palazzo Chigi.

Manovra di rilancio

Accanto al Def il consiglio dei ministri ha approvato la manovra correttiva da 3,4 miliardi promessa all’Europa. «È un aggiustamento pienamente strutturale, che realizza i 3,4 miliardi nel 2017 e un ammontare superiore per gli anni successivi», ha detto Padoan.

Lotta all’evasione

«L‘aggiustamento dell’0,2% è ottenuto con l’efficientamento della gestione tributaria, con misure di lotta all’evasione validate dall’Ue e con misure solo in parte di tagli di spesa». E secondo gli obiettivi del governo, sarà proprio il contrasto all’evasione uno dei punti chiave della strategia evitare le «clausole di salvaguardia», tuttora previste per il 2018 e il 2019, che altrimenti, per coprire i vincoli Ue di bilancio, farebbero scattare l’aumento automatico dell’Iva per reperire risorse. Nel 2017 scadevano clausole di salvaguardia per 19 miliardi, che scattando avrebbero fatto aumentare l’aliquota IVA ordinaria dal 22% al 25% e quella sui beni primari dal 10% al 13%. Renzi ha chiesto e ottenuto che tali clausole fossero rinviate di un anno, guadagnando dodici mesi di tempo, ma durante i quali dovranno trovarsi le risorse necessarie per evitare una stangata fiscale.

Le privatizzazioni

Uno dei punti a cui il ministro Padoan teneva particolarmente erano le privatizzazioni: restano, ma gli obiettivi sono ribassati: i proventi per il 2017-2020, che a settembre erano stati fissati nello 0,5% del Pil, sono stati rivisti al ribasso allo 0,3% . «Nel piano nazionale di riforma vengono ribaditi i pilastri dell’agenda di riforme strutturali del governo con la contrattazione decentrata, la legge sulla concorrenza, la lotta alla povertà, le privatizzazioni, oltre che le riforme di giustizia civile e amministrative importanti per la crescita», ha assicurato Padoan. «I numeri sulle privatizzazioni sono confermati: troveremo il modo e i canali, anche originali, per gestire questo aspetto che è di molteplici benefici non è solo la riduzione del debito ma anche efficienza di gestione finanziaria e delle imprese». Un’ipotesi all studio prevede il conferimento a Cassa depositi e prestiti (Cdp) di partecipazioni per almeno 20 miliardi, secondo una fonte a conoscenza del dossier. Ma Padoan non si è sbilanciato sul ruolo di Cassa depositi e prestiti: «Nel Def c’è l’impegno, sugli strumenti nuovi» sono state scambiate delle idee «con obiettivo di tornarci a breve sopra con l’impegno di prendere eventualmente decisioni concrete».Il Tesoro attualmente possiede il 23,58% di Enel, il 4,34% di Eni, il 29,26% di Poste Italiane oltre al 30,20% di Leonardo e al 53,37% di Enav.

La spinta ai trasporti

Il Piano nazionale per le riforme (Pnr), una sezione del Def, prevede investimenti per 47,5 miliardi al 2032. «una prima tranche da oltre 25 miliardi è già pronta per essere allocata sulla programmazione infrastrutturale con i contratti di programma di Rete ferroviaria italiana e i grandi valichi, dal Brennero al Terzo Valico- anticipa il ministro dei Trasporti Graziano Delrio- Poi 9 miliardi andranno a Rfi e un’altra parte per le reti ferroviarie regionali. Un’altra fetta degli investimenti servirà al contratto di servizio con l’Anas a cui vanno oltre 5 miliardi per il completamento delle direttrici e il completamento di itinerari e messa in sicurezza del Paese».

Il reddito di inclusione

Varo del reddito di inclusione, come «misura universale di sostegno economico ai nuclei in condizione di povertà»; riordino delle prestazioni assistenziali; rafforzamento e coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali, «finalizzato a garantire maggiore omogeneità territoriale nell’erogazione delle prestazioni». Sono gli interventi previsti nel piano nazionale delle riforme, parte integrante del Def, per combattere le diseguaglianze.

 

Il passaggio in parlamento

L’approvazione in Cdm è solo la prima parte. «La discussione è stata fluida, collaborativa nel governo e le decisione prese saranno discusse in Parlamento, non c’è un altro luogo in cui vengono discusse. Io lo reputo un risultato importante per l’azione di governo», ha sottolineato Gentiloni.

 

http://www.corriere.it/economia/cards/def-via-libera-governo-pil-rialzo-11percento/pil-rialzo_principale.shtml

170 giorni di lavoro per le tasse

taxfreedMeno tasse, ma non per tutti.

Nel 2017 la pressione tributaria complessiva, secondo le prime stime, dovrebbe scendere lievemente, dal 42,6% al 42,3% del Pil (il Prodotto interno lordo, quanto produce l’Azienda Italia in un anno intero). Poco? Mica tanto. Si tratta, infatti, di circa 7 miliardi di euro che dovrebbero essere risparmiati dagli italiani tra tagli effettivi e mantenimento di alcune agevolazioni che stavano per scadere.

Liberazione

Ma i miglioramenti per le famiglie italiane, purtroppo, non ci sono. O sono irrisori. Anche quest’anno, infatti, il quadro (reddito di 50.000 euro) — scelto da Corriere Economia dal 1990 per misurare l’insostenibile pesantezza del Fisco sui budget familiari — , dovrà lavorare 170 giorni, gli stessi del 2016, per pagare imposte e contributi. In pratica solo dalla mattina del 20 giugno comincerà a guadagnare per far fronte alle proprie necessità e a quelle della sua famiglia. Corvée fiscale invariata anche per l’operaio, l’altro contribuente tipo (reddito di 25.077 euro) utilizzato nell’analisi, condotta come sempre con la collaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre. A lui serviranno 130 giorni, gli stessi del 2016, per sfamare l’appetito dell’Erario. Il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale, arriverà così l’11 maggio. L’anno scorso era il 10 maggio, ma il 2016 era un anno bisestile (lo stesso effetto c’è anche per il quadro).

Il paradosso

Ma come si spiega questo paradosso; pressione tributaria che scende e schiavitù fiscale che resta invariata? I tagli effettivi alle aliquote hanno interessato solo le imprese con l’Ires che scende dal 27,5% al 24% (e con l’arrivo della nuova Iri per le imprese individuali e società di persone, aliquota del 24%), mentre nessun intervento è stato fatto sul fronte dell’Irpef. In autunno, mentre fervevano le opere nel grande cantiere della legge di Stabilità, si era parlato di possibili tagli alle aliquote ferme da 10 anni (quado al governo c’era Prodi) a partire dal 2018, ma nessun impegno ufficiale è stato preso. E bisognerà vedere se il governo Gentiloni continuerà sulla strada che voleva percorrere l’esecutivo Renzi. Un vero e proprio tabù quello delle aliquote Irpef che nessuno dei cinque premier succeduti a Prodi è stato in grado di scalfire.

Dieci anni

E, se si tiene conto dell’inflazione, questi ultimi dieci anni sono stati un vero Calvario per il nostro contribuente tipo. Nel 2007 guadagnava 41.655 euro contro i 50.068 attuali. In un decennio la sua retribuzione è cresciuta di 8.413 euro, mentre l’Irpef netta è passata da 8.795 a 11.934 euro. Degli 8.413 euro di aumento retributivo, ben 3.139 sono stati divorati dal Fisco (il 37,3%, oltre un terzo). Le uniche buone notizie del 2017 per le famiglie riguardano la conferma dell’esenzione da Imu e Tasi dell’abitazione principale, l’impossibilità per i comuni e le regioni di aumentare le pretese, la conferma di una serie di sgravi che stavano per scadere più qualche piccolo bonus. Poco, troppo poco, per spostare indietro l’orologio del Tax Freedom Day che così resta pericolosamente vicino alle Colonne d’Ercole, rappresentate da quel 30 giugno varcato il quale vorrebbe dire lavorare di più per lo Stato che per se stessi.

L’identikit della famiglia tipo

I contribuenti tipo sono i medesimi degli anni precedenti, il loro reddito è stato incrementato dello 0,6% rispetto al 2016 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat. Per l’addizionale regionale Irpef si è fatto riferimento a quella in vigore in Lombardia, mentre la Tari è quella del comune di Milano, infine l’aliquota dell’addizionale comunale è quella media dei capoluoghi di provincia I numeri Il nostro contribuente tipo paga complessivamente 23.609 euro di tasse su uno stipendio lordo, più assegni familiari, di 50.566 per una pressione tributaria che arriva al 46,6%. Per fare qualche esempio: servono 86 giorni per far fronte al mostro dell’Irpef: in pratica solo a fine marzo il quadro finirà di saldare il conto dell’imposta sul reddito. E, se ci aggiungiamo i contributi, si arriva a sfiorare maggio. Quasi due settimane se ne vanno per le imposte locali. Passando dal calendario alla singola giornata lavorativa, 224 minuti sono destinati a pagare imposte e contributi. Con quasi due ore ogni giorno dedicate all’Irpef. Non è un po’ troppo?

Corriere della Sera 9 gennaio 2017

Massimo Fracaro e Andrea Vavolo

http://www.corriere.it/economia/finanza_e_risparmio/17_gennaio_09/2017-170-giorni-lavoro-le-tasse-a1ffe978-d638-11e6-b48b-df5f96e3114a.shtml

I migranti e l’economia italiana

extLa differenza tra tasse contributi in rapporto alla spesa pubblica ….

da un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 23 novembre 2014

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Due rapporti della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini, collaboratore de «lavoce.info», spiegano che non solo le imprese create da immigrati sono 497 mila (l’8,2% del totale: a dispetto della crisi) per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro, ma che nei calcoli dare-avere chi ci guadagna siamo anche noi. Nel 2012 i contribuenti nati all’estero sono stati poco più di 3,5 milioni e «hanno dichiarato redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta». L’imposta netta versata «ammonta in media a 2.099 euro, per un totale complessivo pari a 4,9 miliardi». Con disparità enorme: 4.918 euro pro capite di Irpef pagata nel 2013 in provincia di Milano, 1.499 in quella di Ragusa.
A questa voce, però, ne vanno aggiunte altre. Ad esempio l’Iva: «Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato come la propensione al consumo delle famiglie straniere (ovvero il rapporto tra consumo e reddito) sia pari al 105,8%: vale a dire che le famiglie straniere tendono a non risparmiare nulla, anzi ad indebitarsi o ad attingere a vecchi risparmi. Ipotizzando che il reddito delle famiglie straniere sia speso in consumi soggetti ad Iva per il 90% (escludendo rimesse, affitti, mutui e altre voci non soggette a Iva), il valore complessivo dell’imposta indiretta sui consumi arriva a 1,4 miliardi di euro». Più il gettito dalle imposte sui carburanti (840 milioni circa), i soldi per lotto e lotterie (210 milioni) e rinnovi dei permessi di soggiorno (1.741.501 nel 2012 per 340 milioni) e così via: «Sommando le diverse voci, si ottiene un gettito fiscale di 7,6 miliardi».

Poi c’è il contributo previdenziale: «Considerando che secondo l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, si può stimare un gettito contributivo di 8,9 miliardi». Cosicché «sommando gettito fiscale e contributivo, le entrate riconducibili alla presenza straniera raggiungono i 16,6 miliardi».
Ma se questo è quanto danno, quanto ricevono poi gli immigrati? «Considerando che dopo le pensioni la sanità è la voce di gran lunga più importante e che all’interno di questa circa l’80% della spesa è assorbita dalle persone ultrasessantacinquenni», risponde lo studio, l’impatto dei nati all’estero (nettamente più giovani e meno acciaccati degli italiani) è decisamente minore sul peso sia delle pensioni sia della sanità, dai ricoveri all’uso di farmaci. Certo, è maggiore nella scuola «dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana ha raggiunto l’8,4%», ma qui «la parte preponderante della spesa è fissa».
E i costi per la giustizia? «Una stima dei costi si aggira su 1,75 miliardi di euro annui». E le altre spese? Contate tutte, rispondono Stuppini e la Fondazione. Anche quelle per i Centri di Identificazione ed Espulsione: «Per il 2012 il costo complessivo si può calcolare in 170 milioni».

In ogni caso, prosegue il dossier, «si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro». Risultato: confrontando entrate e uscite, «emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi». Per capirci: quasi quanto il peso dell’Imu sulla prima casa. Poi, per carità, restano tutti i problemi, i disagi e le emergenze che abbiamo detto. Che vanno affrontati, quando serve, anche con estrema durezza. Ma si può sostenere, davanti a questi dati, che mantenere l’estensione della social card ai cittadini nati all’estero ma col permesso di soggiorno è «un’istigazione al razzismo»?

Per non dire dell’apporto dei «nuovi italiani» su altri fronti. Dice uno studio dell’Istituto Ricerca Sociale che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi l’anno. Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi.

Abusivi offresi

lavnerCi sono parrucchieri ed estetiste, spesso ex dipendenti licenziati, che continuano ad esercitare a casa loro o direttamente a casa dei clienti, tassisti completamente abusivi o che magari «sforano» in comuni limitrofi a quelli per cui hanno la licenza, idraulici ed elettricisti che tirano giù la serranda ma che poi continuano come se nulla fosse a prestare i loro servizi, e ancora trasportatori per conto terzi senza la necessaria abilitazione. Per non dire poi di imbianchini e muratori. C’è gente che fa il doppio lavoro e ci sono anche tanti cassintegrati che in questo modo cercano di arrotondare. Complice la crisi l’esercito degli abusivi cresce anno dopo anno.

 

Oggi sono un milione, o quasi, calcola l’ufficio studi di Confartigianato. O meglio sono 881mila, ma visto in media lavorano molte più ore dei regolari «valgono» come 1 milione e 34mila persone, o «unità di lavoro equivalenti a tempo pieno» (ula) per usare il termine dei tecnici. Il tasso di irregolarità, tra i lavoratori autonomi, tocca così il 13,8%. Ovvero, un occupato su 7 è in nero. Se poi si allarga lo sguardo al totale dell’economia il conto degli irregolari, calcolando anche i 2.204.000 lavoratori dipendenti a loro volta «in nero», sale a quota 3 milioni e 85 mila, con un tasso complessivo di irregolarità del 12,4%.

Concorrenza sleale

Questo esercito di abusivi non solo «fa concorrenza sleale alle imprese regolari – è scritto nel rapporto di Confartigianato, che ha elaborato i dati contenuti nei conti nazionali pubblicati dall’Istat a settembre, …… ma determina una rilevante evasione fiscale». Usando come reddito la media rilevata dagli studi di settore, Confartigianato stima che la presenza di una fetta così ampia di lavoro irregolare determini un’evasione fiscale e contributiva da parte dei soli lavoratori autonomi pari a 11,78 miliardi: 3,8 miliardi di Iva, 2,8 di Irpef, 604 milioni di Irap e 4,54 miliardi di contributi sociali. Tanto per fare un paragone: l’importo evaso dagli abusivi, in media 14.209 euro a testa all’anno, rappresenta lo 0,7 del Pil ed equivale alla spesa sanitaria di Veneto e Marche messe insieme.

Chi è più esposto

Ovviamente le imprese artigiane regolari sono tra le più esposte alla concorrenza sleale del sommerso: circa i due terzi del settore (923.559 imprese, 1.750.427 di addetti) sono a rischio. In cima alla lista “altri servizi alla persona” con un tasso di esposizione del 24,5%, servizi di alloggio e ristorazione (22,1%) e le attività di trasporto e magazzinaggio (19,5%) che in tutto assommano 333.748 imprese e 650.743 addetti. Particolarmente esposti anche parrucchieri ed estetiste, settore che conta 126.790 imprese e 229.300 addetti. In valori assoluti tra le regioni più «colpite» ci sono Lombardia (con 172.688 imprese, pari 18,7% del totale dell’artigianato più esposto), Emilia-Romagna (10,2), Veneto (9,6) e Piemonte (9,5).

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Il record in Campania

In termini assoluti la metà degli occupati irregolari totali si concentra in cinque regioni: l’11,6% in Campania con 357.400 unità, il 10,7% in Sicilia (329.400), il 10,1% in Lombardia (312.600), il 9,4% in Lazio (290.900) e l’8,2% in Puglia con 253.400 unità. In Calabria un terzo (35,3%) degli occupati è irregolare, in Molise, Sardegna, Basilicata e Sicilia viaggiano sul 25%, Campania e Puglia sono attorno al 20. Il tasso di irregolarità più basso è pari al 5,9% e si rileva nella Valle d’Aosta. Un terzo (34,2%) degli occupati irregolari, pari ad oltre un milione (1.054.600 unità), si concentra nelle sette prime province: Roma (222.500 unità), Napoli (200.900), Milano (157.300), Torino (126.700), Bari (106.500), Palermo (87.900), Cosenza (78.500) e Salerno (74.300). Ma a livello provinciale i picchi si toccano a Crotone con il 40,1%, a Vibo Valentia (39,3%) e Catanzaro (37,8%).

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http://www.lastampa.it/2014/11/16/economia/gli-abusivi-sono-un-milione-il-fisco-perde-miliardi-lanno-oSyuiCiT5n6zQuXZqlNeIO/pagina.html

 

 

Stime Istat per il biennio

Pil in crescita dello 0,7% il prossimo anno, dopo una contrazione dell’1,8% alla fine di quest’anno. Lo stima l’Istat nelle previsioni per l’economia italiana per il biennio, diffuse lunedì 4 novembre….

…… nel 2013 il prodotto beneficerebbe del solo contributo positivo della domanda estera netta (+1,1 punti percentuali). Nel 2014 la crescita del Pil sarebbe sostenuta sia dalla domanda interna al netto delle scorte (+0,4 punti percentuali) sia dalla domanda estera netta (+0,2 punti percentuali). …… Nell’anno in corso, secondo gli economisti la spesa delle famiglie dovrebbe segnare una contrazione del 2,4%.
“Nonostante il permanere delle difficoltà sul mercato del lavoro e la debolezza dei redditi nominali, nel 2014, la spesa dei consumatori è prevista crescere moderatamente (+0,2%)”, aggiuingono dall’Istituto. Proprio la “perdurante debolezza dei consumi” potrebbe frenare l’aumento dei prezzi che si attende come causa dell’innalzamento dell’Iva al 22%.
Sempre alla fine di quest’anno, è prevista una riduzione degli investimenti fissi lordi del 5,5%, mentre nel 2014 le prospettive di una leggera ripresa del ciclo produttivo determinerebbero un recupero dei tassi di accumulazione che tornerebbero su valori positivi (+2,2%).
Guardando al mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione – in crescita sostenuta nella prima parte dell’anno – “raggiungerebbe quota 12,1% nel 2013. Nel 2014, pur stabilizzandosi, proseguirebbe ad aumentare a causa del ritardo con il quale il mercato del lavoro segue le evoluzioni dell’economia (+12,4%)”. Date le condizioni di debolezza del mercato del lavoro, le retribuzioni per dipendente continuerebbero a mostrare una dinamica moderata (+1,4%, sia nel 2013 sia nel 2014), “dovuta al blocco retributivo nel settore pubblico e alla sostanziale equiparazione tra l’andamento delle retribuzioni di fatto e quelle contrattuali”.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/11/04/news/istat_previsioni_economiche_2013-2014-70184047/

Da BBB+ a BBB

round-rating-buttons[1]Standard & Poor’s taglia il rating dell’Italia a BBB da BBB+, l’outlook è negativo. La decisione dell’agenzia Usa riflette «l’effetto di un ulteriore indebolimento della crescita sulla struttura e la resistenza dell’economia italiana»  e «la mancata trasmissione sull’economia reale della politica monetaria espansiva della Bce con i tassi dei prestiti alle imprese che rimangono ben sopra i livelli pre-crisi»  (leggi il documento).  Di più: l’outlook negativo assegnato all’Italia «indica che c’è almeno una chance su tre che il rating possa essere ridotto ancora nel 2013 o nel 2014». Ora il Paese è a un passo dal gradino definito junk (spazzatura), che equivale a un consiglio di non investire nei suoi titoli di debito (guarda la scala dei rating).

PROSPETTIVE – Scenari nefasti. Soprattutto perché «l’economia italiana si contrarrà quest’anno dell’1,9%», rincara Standard & Poor’s, sottolineando che il downgrade dell’Italia è legato all’ulteriore peggioramento delle prospettive». Si stima anche che il Pil pro capite per 2013 sarà pari a 25 mila euro, «al di sotto dei livelli del 2007». Inoltre S&P stima un debito al 129% del Pil alla fine del 2013 e che non scenderà «a meno che il surplus di bilancio, con l’esclusione delle spese per interesse, non si avvicinerà al 5% del Pil».

GLI OBIETTIVI – E la società di rating ha motivato nel dettaglio questo ulteriore downgrade, puntando il dito contro le politiche evidentemente giudicate troppo lassiste in tema di tenuta dei conti pubblici. Nel testo si legge che «nel 2013 gli obiettivi di bilancio in Italia sono potenzialmente a rischio per il differente approccio nella coalizione di governo» per coprire un disavanzo «frutto della sospensione dell’Imu e del possibile ritardo del pianificato aumento dell’Iva», scrive l’agenzia dimostrandosi in disaccordo rispetto alle ultime decisioni del governo Letta come la sospensione dell’Imu sulla prima casa e lo stop all’aumento dell’Iva di un punto percentuale prevista originariamente per il primo luglio e posticipata ad ottobre…

http://www.corriere.it/economia/13_luglio_09/standard-poors-italia-debito-rating_acbc3750-e8bf-11e2-ae02-fcb7f9464d39.shtml

 

COS’ E’ IL RATING

ll rating è un voto espresso in lettere che esprime l’affidabilità di una azienda, Stato o governo locale che emette un titolo di debito. Indica la capacità di ripagare quel debito e di conseguenza la rischiosità dell’investimento. La scala varia a seconda degli istituti. I principali sono Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. Va dalla tripla A (massima affidabilità) alla D (default, insolvenza). La valutazione è sulla base dei bilanci, dei fondamentali economici e finanziari. Prima di procedere, l’agenzia deve necessariamente avvisare di aver posto sotto osservazione le prospettive di rating, esplicitando se lo ha fatto con implicazioni postive o negative. Titoli con rating molto bassi possono essere rifiutati dalla Bce come collaterali nelle operazioni di finanziamento del sistema bancario.

 

 

L’effetto regressivo dell’IVA

ivaxUna perdita di 170 euro l’anno anche per chi ha un reddito esiguo di appena 7 mila euro. Il rischio che l’aumento dell’Iva, ormai alle porte, si scarichi ancora una volta sulle famiglie che arrancano è sempre più concreto. Se il governo non riuscirà a sterilizzare il rialzo dell’aliquota dal 21 al 22%, il nono in quarant’anni di vita dell’imposta sui consumi, previsto per lunedì prossimo, a pagarne gli effetti più devastanti saranno proprio i ceti in difficoltà. Il Cer -Centro europa ricerche calcola che accadrà qualcosa di simile a quanto successo nell’autunno del 2011, quando l’Iva salì dal 20 al 21% e il contraccolpo si distribuì sul terzo dei nuclei che ha meno denari, con un ammanco massimo di quasi l’1,8% per il 10% dei più poveri. ……
L’Iva ha “marcati effetti regressivi”, ovvero “colpisce in misura maggiore i percettori di redditi più bassi e gli incapienti”, mentre è altamente tollerata da chi non ha problemi economici, su cui incide con meno forza. Al punto tale che l’aumento della sola aliquota ordinaria (quella del 21 che passerà tra una settimana al 22%) provocherà un abbattimento del reddito disponibile (ciò che rimane dopo aver pagato le tasse) di quelle famiglie già vessate da una crisi che non molla.
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Un conto è misurare l’impatto dell’Iva sulla spesa, spiegano gli economisti. Un altro conto parametrarlo al reddito. Difatti chi consuma di più, versa di più. In questo senso, l’imposta è progressiva, come dimostra il recente lavoro di Francesco Daveri, sempre su lavoce. info. “Il primo quinto di reddito destina circa il 38% della propria spesa alle categorie di beni e servizi colpite dall’Iva ridotta, al 4 o 10%. Mentre le famiglie più ricche spendono il 40% del loro paniere in beni e servizi con l’Iva al 21%”. Come auto, borse, valige, gioielli, mobili, parcelle di avvocati o commercialisti. Ma se invece misuriamo l’Iva rispetto al reddito è chiaro l’emergere della sua forte regressività: se aumenta l’aliquota, questa colpisce tutti, indipendentemente dal reddito e pesa dunque di più su chi ha di meno. Senza dimenticare che tra i beni tassati al 21% c’è il vino, le scarpe, l’abbigliamento, il cellulare, i giocattoli, i detersivi, i tovaglioli. Ma soprattutto la benzina

http://www.repubblica.it/economia/2013/06/25/news/effetti_aumento_iva-61794720/?ref=HREC2-8