Legge elettorale, il nodo da sciogliere

elessOltre 19 milioni di italiani (quasi il 60 per cento dei votanti, ma solo il 37 per cento degli aventi diritto al voto) hanno accolto l’appello proposto da 103 senatori e 166 deputati rimasti soccombenti (ma — singolarità delle scelte renziane — anche da 151 senatori e 237 deputati della maggioranza) contro la proposta di riforma costituzionale votata dal 57 per cento dei parlamentari. Queste poche cifre fanno emergere il disallineamento tra Paese e Parlamento, tra maggioranza parlamentare e maggioranza referendaria, sul quale si è immediatamente inserito Grillo, il maggiore azionista della composita compagine vincente, chiedendo di andare al voto subito.

Ma questo è impossibile per due motivi. Il primo è che le leggi elettorali esistenti per le due camere sono tra di loro molto diverse (proporzionale a doppio turno, con premio di maggioranza, soglia di sbarramento e 100 collegi plurinominali, e proporzionale con premio di maggioranza, soglia più alta e liste bloccate, corretto dalla Corte costituzionale che ha abolito il premio di maggioranza e introdotto le preferenze): se si votasse con esse il blocco del nostro sistema politico sarebbe sicuro, perché una camera sarebbe all’opposizione dell’altra. Il secondo è che su ambedue le leggi gravano gravi ipoteche. Sulla prima, quella di Calderoli, il giudizio della Corte costituzionale. Sulla seconda il giudizio di molte forze politiche spaventate dai risultati che il ballottaggio può produrre.

 E allora riemerge l’antica anima della democrazia italiana, attaccata sia al bicameralismo sia alla formula elettorale proporzionale, cioè alle scelte originarie della nostra Costituzione. È l’orientamento di chi preferisce decidere insieme, piuttosto che contrapporsi, indebolire il governo, piuttosto che contare sull’alternanza, rendere mite il potere anche a costo di renderlo inefficace. È il punto di vista della democrazia kelseniana, secondo cui «è di estrema importanza che tutti i gruppi politici siano rappresentati in Parlamento in proporzione della loro forza» e «maggioranza e minoranza devono potersi intendere vicendevolmente», al quale si contrappone la democrazia schumpeteriana per cui «il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso la competizione che ha per oggetto il voto popolare».

Se un popolo è anche la sua storia, nel passato di quello italiano è iscritta una lunga serie di compromessi, di rinvii, di adattamenti (per intenderci, quelli che sono all’origine del persistente alto debito pubblico del nostro Paese), alla quale si aggiunge oggi il desiderio di quasi tutte le forze politiche di contarsi e di controllarsi reciprocamente in modo che nessuno vinca, ma anche senza che qualcuno perda.

Se andassimo lungo questa strada, ci ritroveremmo al punto di partenza, al 1946, Parlamento bicamerale e sistema elettorale proporzionale e metteremmo la parola fine al lungo ciclo che si aprì alla metà degli anni 70, quando si cominciò a pensare che occorresse stabilizzare i governi e introdurre contropoteri in luogo del consociativismo, abbandonando il complesso del tiranno. Più che una Repubblica da riformare vi sarebbe una Repubblica da ritrovare nella sua forma originaria.

Se andassimo su questa strada, occorrerebbe almeno seguire il modello tedesco, che corregge la formula proporzionale con una soglia di sbarramento e con la sfiducia costruttiva, in modo da incentivare aggregazioni delle forze politiche e da evitare la precarietà dei governi. Ma molte altre formule sono state proposte e discusse, alcune anche sperimentate, in Italia, in quel grande cantiere che sono i governi locali, regionali e comunali, che costituivano una volta il campo nel quale collaudare formule e istituti da introdurre poi al centro.

Non sarà facile giungere a una soluzione. Se avesse vinto il Sì, ci sarebbe stato un vincitore. Il No ha troppi padri, tanto diversi, per cui una legge elettorale che vada bene a uno non andrà bene all’altro. Questo è uno dei paradossi della votazione appena svolta: c’è una vittoria, ma non c’è un vincitore. L’altro è che la Costituzione, che ha settant’anni, non si deve cambiare, mentre si deve cambiare la legge elettorale che ha solo un anno, e non è stata neppure ancora applicata.

Sabino Cassese

Corriere della Sera , 5 dicembre 2016

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E così Röpke intuì che il vero liberale ama l’imperfezione

 
oekonom-wilhelm-roepke-1899-19661Per spiegare il successo dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra, viene spesso citata la cosiddetta «Economia Sociale di Mercato». Tale prospettiva, in sintesi, si struttura nei seguenti tre punti: 1) impedire al potere politico di essere una sorgente arbitraria di disordine; 2) sopprimere ogni struttura monopolitistica; 3) fare prevalere in ogni caso libertà e concorrenza. Dunque, si tratta di un «tipo» di «economia di mercato» che presuppone e promuove una realtà dinamica e policentrica che rifiuta la pretesa monopolistica sul sociale avanzata dalla politica, così come da altre forme sociali.
I sostenitori della Soziale Marktwirtschaft tedesca impararono presto l’amara lezione impartita dalla veloce salita al potere di Hitler, e fecero proprio un principio fondamentale dell’allora dottrina sociale della Chiesa (Pio XI, Quadragesimo anno, 1931), e più precisamente le nozioni di giustizia sociale e di sussidiarietà: prevenire il formarsi di monopoli e garantire l’esigenza di un ampio numero di aziende di medie dimensioni. Ben prima che la Seconda guerra mondiale finisse, un gruppo di economisti, giuristi, sociologi e filosofi tedeschi cominciarono a pensare concretamente ad un possibile novus ordo; un ordine che avrebbe dovuto rimpiazzare il nazismo. Gli interpreti della cosiddetta Scuola di Friburgo, nota anche come «Ordoliberalismo», compresero con lucidità teorica che per ricostruire una società umana avrebbero dovuto pensare alla ragioni di un nuovo ordine politico, economico e morale-culturale.In tale contesto si inserisce l’opera di uno dei maggiori interpreti dell’Economia Sociale di Mercato, l’economista svizzero-tedesco Wilhelm Röpke (1899-1966), di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla morte. Nel 1924 inizia l’attività accademica, insegnando sociologia all’Università di Jena e nel 1926 pubblica il suo primo importante saggio dal titolo Kredit und Konjunktur. Nel 1933, con l’ascesa di Hitler, il nostro lascia la Germania per trasferirsi in Turchia, dove insegna Economia all’università di Istanbul. Nel 1936 viene pubblicato in inglese il suo volume Crises and Cycles e nel 1937 pubblica Die Lehre von der Wirtschaft. Nel 1937 si trasferisce a Ginevra per dirigere l’Institut des Haute Etudes Internationales. È qui che incontra intellettuali del calibro di Ludwig von Mises, Hans Kelsen, Guglielmo Ferrero e Luigi Einaudi. Nel periodo tra il 1942 e il 1945 pubblica La crisi sociale del nostro tempo (1942)e Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica (1944) e L’ordine internazionale (1945).
Nel 1947, insieme a Mises e a Friedrich August von Hayek, dà vita alla Mont Pélerin Society. È questo l’anno in cui inizia a collaborare con la rivista Ordo, insieme a sociologi, economisti e giuristi come Alexander Rüstow, Franz Böhm e Alfred Müller-Armack. Nel 1950 è nominato dal Governo tedesco consulente economico e diventa uno dei maggiori ispiratori dell’Economia Sociale di Mercato. Nel 1958 pubblica il libro che a parere di molti rappresenta il suo testamento spirituale: Al di là dell’offerta e della domanda. Muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Di lui ha scritto il premio Nobel Hayek: «Röpke mostrò un grande coraggio da giovane, quando la sua reputazione e la sua posizione dovevano ancora venire al mondo, e lo mostrò di nuovo allorché senza esitazione mise a nudo le illusioni degli anni Sessanta del secolo ventesimo con la stessa onestà con cui aveva lottato contro le illusioni degli anni Venti». Ed infine, la testimonianza di Ludwig Erhard: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità, i miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli radicalmente influenzato la mia concezione e la mia condotta».
«Che cos’è il liberalismo?», si domanda il nostro autore. «Esso è umanistico. Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto a ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico». Il liberalismo di Röpke fa proprio il principio caro alla tradizione dell’antiperfettismo cristiano, di Agostino, di Pascal, di Rosmini, di Sturzo, fino ad arrivare a Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 1991), per il quale l’uomo, benché tenda verso il bene è pur sempre capace di male. Esso è personalistico, poiché «ogni anima umana è immediatamente dinanzi a Dio e rientra in lui come un tutto». Esso è antiautoritario, rendendo a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio ciò che qualifica il suo rapporto con l’Assoluto: per il cristianesimo è la coscienza individuale che giudica il potere e non viceversa; esso, dunque, rifugge da ogni forma di nazionalismo, razzismo e imperialismo; in breve, è universale. Allora, il liberale per Röpke è «l’avvocato della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti dello Stato, dei corps intermédiaires (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà come forma normale dell’esistenza economica dell’uomo, della decentralizzazione economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli Stati, della famiglia, dell’universalità della Chiesa e dell’articolazione».In questa prospettiva andrebbe considerato anche il suo profondo convincimento in ordine alla contiguità ideale tra liberalismo e cristianesimo: «Il liberalismo non è nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità». Per Röpke, l’eredità spirituale che il cristianesimo ha tramandato al liberalismo è rappresentata dalla difesa della dignità di ogni singola persona umana contro tutte le forme di statalismo. Il fatto che esistano correnti di pensiero che mettono in discussione tale eredità spirituale, sostenendo, sul versante religioso, l’incompatibilità del cristianesimo con il liberalismo e, sul versante laico, l’incompatibilità delle istituzioni liberali con la fede cristiana, sarebbe il frutto, rispettivamente, di un moralismo ignorante e di un economismo ottuso: «Un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è diffuso quanto il secondo».

Flavio Felice
Il Giornale, mercoledì 2 novembre 2016