Crescita lenta, spread e instabilità. Le tre ragioni della crisi italiana

Il «pericolo-Italia» sta infiltrando la psiche dei mercati. Quasi tutte le conversazioni che ho avuto con banchieri, investitori e politici internazionali nelle ultime settimane hanno un momento in cui la voce si abbassa, l’interlocutore mi guarda negli occhi e chiede: «Ma secondo te l’Italia potrebbe…?».

Il non detto la dice lunga. La grande paura dei signori della finanza è che l’Italia riesca dove la Grecia ha fallito: nel distruggere la zona euro con una miscela esplosiva di debolezza economica, fragilità politica e panico dei mercati. Non è difficile costruire una narrativa apocalittica. Un Paese che ha una stazza economica inferiore solo a Germania e Francia tra i membri della moneta unica ma cresce pochissimo ormai da anni e non ha grandi prospettive di ripresa a breve termine.

Una montagna di debito pubblico – la più grande del mondo dopo Giappone e Stati Uniti – che grava sulle scelte fiscali e sociali di governi incapaci di adottare spese pubbliche «keynesiane» per spingere l’economia. E una classe politica che è in alto mare con pochissime scialuppe di salvataggio, in preda agli attacchi di corsari populisti che vogliono distruggere tutto, compresa la zona-euro. La situazione non è rosea, come si vede anche dal famigerato «spread» tra il costo del debito italiano e quello dei secchioni tedeschi che di recente ha toccato il livello più alto degli ultimi tre anni. Attenzione però alle conclusioni affrettate. E a farsi sedurre dalle Cassandre dei mercati, che spesso e volentieri, hanno ragioni finanziarie per essere pessimisti (una scommessa contro l’Italia da parte degli hedge fund o la speranza di nuovi mandati per le banche d’affari internazionali).

C’è una differenza fondamentale tra un malessere, anche se cronico, e un crollo definitivo. Chi predice «Italeave» – la versione nostrana della Brexit – postula che l’economia italiana che finora stava camminando lentamente in una lunga valle sia arrivata sull’orlo del precipizio. E i dati non supportano questa visione distopica.

Parto dai numeri ufficiali, che parlano di crescita del 1.1%nel prodotto interno lordo quest’anno. Non è certo velocità da Ferrari ma è un’accelerazione sullo 0.9% del 2016. Magari i ragionieri di Gentiloni sono ottimisti di mestiere e il Pil quest’anno si fermerà allo 0.9% predetto dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Un risultato del genere non sarebbe fantastico, anzi sarebbe uno dei peggiori della zona-euro, ma non sarebbe nemmeno disastroso, non nel senso di chi pensa che l’Italia sia la dinamite della moneta unica.  

E se passiamo dagli aridi conti alle tasche degli italiani, ricordiamoci che l’inflazione è pressoché inesistente, che è un’ottima notizia per i consumatori. Le aziende ne soffrono, perché non possono aumentare i prezzi delle loro merci ma anche qui ci sono barlumi di speranza. Questa settimana, il dato che ha sorpreso gli investitori internazionali è stato l’indicatore di crescita dei servizi per aprile preparato dalla società di ricerca Markit. Ha toccato il livello più alto degli ultimi dieci anni, «battendo» quasi tutte le previsioni degli esperti. L’indice combinato di servizi e manifatturiero ha anch’esso raggiunto i livelli più alti dal luglio del 2007 in aprile.

Una rondine non fa primavera, ma il trend non è quello di un’economia che sta per sprofondare nel baratro. Se continua, ci potrebbero essere persino dei miglioramenti sul fronte della disoccupazione, il vero Tallone d’Achille del Belpaese. È ormai a più del 10% da anni, con livelli ancora più ridicoli per i giovani, ma ci sono segnali di miglioramento. Il Fondo Monetario, per esempio, pensa che calerà nei prossimi anni per finire sotto quel fatidico 10 per cento nel 2020. Anche qui, non siamo certo gli Usain Bolt della zona-euro, ma nemmeno della maglia nera del gruppo. E con la disoccupazione in calo, le sirene populiste sono meno attraenti. La vera mina vagante per la nostra economia è stato, fino a poco tempo fa, il traballante sistema bancario. Ma il peggio è stato evitato grazie a un inciucio tra Roma e Bruxelles che ha fatto disperare i puristi delle regole europee ma ha permesso alle tante banche inferme di respirare.

L’Italia non è certo un capolavoro politico-finanziario o una tigre economica stile-Cina. Anzi. È un’economia in difficoltà, con tantissimi problemi e altrettante incognite, soprattutto sul fronte politico. Ma la pochezza economica dell’Italia non porterà direttamente alla crisi dell’euro, a meno che non ci siano altri fattori esogeni (una guerra tra Usa e Corea che spaventa i mercati, un disastro con la Russia che spinge alle stelle i prezzi del petrolio ecc…). 

«Ma secondo te l’Italia potrebbe…?» , per il momento non è una domanda che fa paura.

Francesco Guerrera

La Stampa, 5 maggio 2017

http://www.lastampa.it/2017/05/05/economia/crescita-lenta-spread-e-instabilit-le-tre-ragioni-della-crisi-italiana-OaoVi5R8C7nEF6SfQGwrqM/pagina.html

L’India cresce ancora del 7 per cento

innnddddL’India si avvia a chiudere, il 31 marzo prossimo, il terzo anno fiscale consecutivo con un tasso di crescita dell’economia superiore al 7%, in questo momento il ritmo di sviluppo più importante al mondo. I dati diffusi ieri dell’ufficio centrale di statistica sulla crescita del terzo trimestre, ottobre-dicembre, hanno infatti smentito le previsioni pessimistiche di una caduta del tasso di crescita dell’economia sotto la soglia del 7%, come conseguenza della manovra del governo di demonetizzare l’economia. L’8 novembre scorso, il premier Modi aveva messo fuori corso all’improvviso i tagli da 500 e 1.000 rupie, l’86% della liquidità in circolazione, garantendo il loro progressivo riampiazzamento con nuove banconote, con l’obiettivo di assestare un colpo grosso all’economia in nero. I disagi hanno provocato un’immediata caduta dei consumi, dal momento che gli indiani sono abituati a utilizzare il contante anche per acquisti importanti (auto, elettrodomestici, prodotti di elettronica e così via).
Piaggio, leader delle due ruote in India, ha risentito molto di una caduta delle vendite della motocicletta low cost appena lanciata sul mercato e dei veicoli a tre ruote. In compenso c’è stata un’esplosione degli acquisti in e-commerce, di cui hanno beneficiato i big del settore come Flipkart e Amazon, e un maggiore utilizzo di carte di credito e di pagamento.
Alla fine del trimestre, il termometro della crescita si è fermato quindi a +7% su base annua, dato che ha consentito al ministro federale per gli Affari economici di chiarire che «l’India crescerà di oltre il 7% anche quest’anno,» smentendo gli analisti del Fondo Monetario che ipotizzavano una caduta al 6,6%. Per il 2017-2018 gli analisti concordano che la crescita dovrebbe accelerare, portandosi vicino al 7,3%. La realtà è che gli investimenti pubblici danno fiato allo sviluppo, secondo la ben nota ricetta keynesiana, marciando a pieno ritmo. Quest’anno il governo dovrebbe spendere ben 44 miliardi di euro in investimenti, il 10% in più dell’anno scorso, di cui 34 per fare autostrade, nuove ferrovie (sono previsti altri 3.500 chilometri), migliorare il sistema dei trasporti urbano ed extraurbano con metropolitane.
Con un’inflazione di poco superiore al 4%, i tassi di riferimento fermi al 6,25%, le entrate fiscali in sostanziosa crescita (+12,7%) nelle previsioni del governo anche grazie alla riforma della Good&Service tax, l’Iva indiana, che dovrebbe entrare in vigore nella seconda metà dell’anno, i maggiori indicatori macro dell’economia, impegnata in un gigantesco piano di upgrading tecnologico, si mantengono sul bello. Tanto più che i prezzi del petrolio, di cui l’India è grande importatore, restano sui livelli bassi degli ultimi 18 mesi, mentre la bilancia commerciale è in deciso surplus. Attratti anche da questi indicatori e dal piano di liberalizzazione dell’economia, nuovi gruppi internazionali stanno guardando al subcontinente come base operativa per i loro piani di sviluppo in Asia. Tra gli ultimi nomi illustri c’è Saks Fifth Avenue che sta definendo con Aditya Birla Fashion Retail il suo ingresso nel mercato dei grandi mall. Boeing ha comunicato che costruirà un nuovo stabilimento per produrre velivoli per la difesa e Abb produrrà in India sistemi di trasmissione dell’elettricità e micro-grid.

ETTORE MAZZOTTI,

ItaliaOggi, 3 marzo 2017

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2160038&codiciTestate=1&sez=giornali

Populismi, disoccupazione e deficit così la politica frena l’economia

goldilocks-the-three-bears1Goldilocks, fanciulla coi capelli biondi di una favola per bambini (“Riccioli d’oro e i tre orsi”), è stata rapita dagli economisti americani che ne hanno fatto un simbolo della congiuntura attuale. Un’economia Goldilocks, nel gergo degli esperti, è passabile, né depressa né surriscaldata, meglio comunque dei due estremi opposti. Molti oggi vedono l’economia mondiale con gli occhiali di un’aurea mediocritas. Il Giappone cresce dell’1%, quindi la ricetta del suo premier (“Abenomics”) funziona abbastanza. Le previsioni della Commissione Ue danno segnali di miglioramento – l’eurozona crescerà dell’1,6% rispetto alla precedente previsione dell’1,5%. Negli Usa la congiuntura si scalda e la Federal Reserve tornerà ad alzare i tassi. Nessuno dei problemi di fondo è stato risolto, in molti paesi la disoccupazione giovanile resta eccessiva, le diseguaglianze ai massimi storici, però questa “mediocre” congiuntura è meglio che niente. Soprattutto a confronto con quel che potrebbe farla deragliare: i problemi maggiori – dall’America alla Francia all’Italia – vengono tutti dalla politica.

Cominciamo dal più grosso, l’elefante nella cristalleria, The Donald. La capigliatura dorata di Goldilocks lui ce l’ha. E più che un’aurea mediocritas, ai mercati sta ispirando euforìa: ieri un altro record di Borsa è stato polverizzato, la capitalizzazione dell’indice S&P’s 500 ha superato i 20 mila miliardi di dollari per la prima volta. A eccitare gli investitori: l’annuncio che Trump ben presto svelerà il suo piano per la maxi-riduzione di imposte.
Tra i settori più elettrizzati, e premiati in Borsa, le banche hanno un motivo in più per gioire: Trump ha iniziato a smantellare le regole obamiane su Wall Street. E ci sono ben tre posti liberi ai vertici della Federal Reserve, tra un anno quattro con la fine del mandato della presidente Janet Yellen. Avremo una banca centrale trumpiana, cioè amica di Wall Street. «È stata probabilmente una cattiva idea vendere le azioni perché temete Trump», commenta amaro l’esperto finanziario Neil Irwin sul New York Times (c’è cascato pure George Soros, però). Dunque viviamo, come il Candide di Voltaire, nel migliore dei mondi? Eppure sul Wall Street Journal – che a differenza del New York Times non si può considerare un giornale “di opposizione” – si affollano gli allarmi, le messe in guardia, le previsioni negative. La politica c’entra. Mentre ai mercati e ai chief executive piace la parte “reaganiana” dell’agenda Trump – meno tasse, meno regole – c’è chi comincia a paventare un’esplosione di deficit pubblici se il presidente mantiene anche la promessa “di sinistra” (keynesiana) sui maxi-investimenti in infrastrutture. E soprattutto, quasi all’unanimità gli economisti giudicano pericolosi i venti di guerra commerciale, la spirale protezionista in cui Trump potrebbe risucchiare il mondo intero.
Il che ci porta all’Europa. Dove la crescita è modesta, insufficiente, ma apprezzabile rispetto ai disastri che potrebbero essere in agguato dietro l’angolo. Tutti legati al calendario politico. Il negoziato Brexit sta appena cominciando e non si sa dove andrà a finire, con quali costi per le due parti in corso di divorzio. La Francia potrebbe avere come presidente Marine Le Pen, favorevole all’uscita sia dall’euro sia dalla Nato. Dopo Brexit, Frexit, magari pure Nexit (Netherlands) se girano a destra gli olandesi. L’Italia è parte di questo sisma politico del Vecchio continente, ci aggiunge il debito pubblico più grosso d’Europa e un sistema bancario malato. Per l’investitore americano costretto alle semplificazioni del Financial Times e dell’Economist, è inquietante vedere il nome dell’Italia affiancato così spesso a quello della Grecia.
Il Giappone è un caso a parte e la sua versione della favola Goldilocks si presta a una lettura anti-conformista. La crescita dell’1% è modesta, ma da tempo esiste una contro-narrazione, nella chiave della decrescita felice. Il Giappone è stato il primo a sperimentare la denatalità, ha una popolazione in calo, il suo Pil nazionale è un indicatore ingannevole, invece il Pil pro capite ci restituisce l’immagine di un paese i cui abitanti stanno meglio di quanto crediamo. A dispetto del “politically correct” va ricordata anche un’altra anomalia giapponese: potrebbero crescere di più se accettassero di rimpinguare la forza lavoro con più immigrati coreani cinesi o filippini, ma se ne guardano bene. Anche a Tokyo i pericoli in agguato sono politici: soprattutto l’incognita protezionismo, e le tensioni con la Cina nell’èra Trump.
Nella versione originale della favola di Goldilocks (Robert Southey, 1837) non c’è affatto il lieto fine. Riccioli d’oro deve sfuggire agli orsi, si rompe l’osso del collo e finisce in ospedale. Vatti a fidare degli economisti.
Federico Rampini
La Repubblica 14 febbraio 2017

Le gang degli economisti

bandbassttIl premio Nobel nasconde una malia: chi lo conquista troppo tardi non se lo gode (gli esempi abbondano e suscitano tristezza); chi lo ottiene troppo presto s’arrabatta per il resto della sua vita nel tentativo di dimostrare che lo meritava (clamoroso il caso di Barack Obama e la pace). Paul Krugman, invece, l’ha guadagnato all’età giusta, nel 2008, quando aveva 55 anni e ha saputo sfuggire alla maledizione. E’ vero, non ha più fornito contributi importanti alla scienza triste, tuttavia ha messo a frutto la sua intelligenza polemica trasformandosi in uno dei più brillanti ed efficaci editorialisti, per lo più da un pulpito di prim’ordine come il New York Times. Ha regalato argomenti di lusso agli anti austerity e agli anti euro che li hanno trasformati in polpette avvelenate. Ma Krugman non si preoccupa di chi lo utilizza, non smetterà mai di tirare sassi. E anche una delle ultime uscite ha sollevato in volo piccioni, falchi e gufi.

Goodbye, Chicago boys. Hello, Mit gang”, ha scritto nella sua colonna sul quotidiano newyorchese. Ciao ciao ai seguaci di Milton Friedman che hanno dettato legge, in teoria e nella prassi, per l’ultimo quarto del Novecento; benvenuta la banda del Massachusetts Institute of Technology che sta rimettendo le cose a posto, grazie all’intervento pubblico in economia, alla moneta facile stampata dalla banca centrale e alla fisarmonica del disavanzo pubblico che si allarga quando c’è la recessione e si restringe con la ripresa. L’America s’è risollevata così e cresce senza sosta da cinque anni; dunque è la ricetta giusta, lo dimostra il fatto che l’Unione europea egemonizzata dal rigorismo tedesco resta ancora nella palude della stagnazione.

Naturalmente, della gang del Mit fa parte lo stesso Krugman che nel prestigioso istituto di Boston ha preso il dottorato e ha poi insegnato per molti anni (oggi ha la cattedra a Princeton). Lì, nel remoto1991 l’ho intervistato per il Corriere della Sera, quando aveva appena vinto il premio dell’American Economic Association, la John Bates Clark Medal, dunque era un virgulto avviato a grandi cose, che pochi in Italia conoscevano. Come tutti i professori, anche i più rinomati, lavorava in un piccolo e spartano ufficio ripieno di libri e giornali accatastati. Poco lontano da lui c’era lo studio appena più spazioso di Franco Modigliani (anche lui premio Nobel) che può essere definito un decano della gang (subito dopo Paul Samuelson, fondatore della cattedra di Economia), anche per la sua influenza enorme sull’economia italiana, attraverso la Banca d’Italia (ha contribuito ad elaborare il modello econometrico con il quale viene calcolato il prodotto interno lordo e tutte le altre variabili collegate), i molteplici legami politici da Ugo La Malfa a Giorgio Napolitano, i talentuosi virgulti che da Roma o da Milano correvano a seguire i suoi insegnamenti: Tommaso Padoa Schioppa, Fiorella Kostoris, Ezio Tarantelli, Mario Baldassarri, Francesco Giavazzi, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi e molti altri.

 

La banda del Massachusetts oggi s’estende a banchieri centrali di primo piano come Ben Bernanke, Stanley Fischer, Mario Draghi, Antonio Fazio, Raghuram Rajan, Lucas Papademos; c’è poi Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale e il suo neonominato successore Maurice Obstfeld, oltre a numerosi altri pluridecorati economisti. Ma ne hanno fatto parte anche uomini politici come Benjamin Netanyahu, David Miliband, Kofi Annan, Ahmed Chalabi, fondatori di imprese, persino astronauti. Una rete vasta che ha esercitato la sua influenza fin dall’età dorata dello sviluppo post-bellico e solo dopo è stata rimpiazzata dalla banda di Chicago che comprende George Stigler, Gary Becker, Ronald Coase, Robert Lucas, Robert Fogel, Lars Peter Hansen, Eugene Fama, per citare soltanto i vincitori del Nobel.

Sono stati questi ultimi a dettare l’agenda fino alla Grande recessione del 2008, ma non è avvenuto per caso, ammette Krugman. A metà degli anni Settanta il brusco innalzamento del prezzo del petrolio fece esplodere i costi delle materie prime e si innestò in un ambiente economico dove i prezzi erano già alti sotto l’effetto della spinta salariale da un lato e della spesa pubblica dall’altro. Ciò ha generato il mostro economico di quei tempi, la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione, bassa crescita ed elevata disoccupazione. Gli economisti di Chicago hanno dimostrato che era frutto delle politiche economiche keynesiane e i monetaristi di quella scuola convinsero i banchieri centrali a innalzare i tassi d’interesse e ridurre la quantità di moneta. La ricetta, inaugurata negli Stati Uniti nel 1979 da Paul Volcker (che pure non è un monetarista ortodosso) e rilanciata da Ronald Reagan, cambiò non solo il punto di vista sull’economia, ma le priorità dei paesi occidentali.

I Chicago boys propriamente detti sono i politici e gli economisti dell’America Latina che realizzarono la frattura con il passato populista, marxista o peronista, imponendo, spesso con metodi dittatoriali, il primato del mercato. Ma anche Deng Xiaoping ha adottato le ricette della scuola di Chicago della quale è figlia la stessa globalizzazione. La crisi, invece, ha riportato sugli altari il Mit dove Keynes non è mai passato di moda, scrive Krugman, ma è stato sempre interpretato in modo aperto e creativo.

L’articolo ha irritato i più giovani epigoni di Friedman. Anche se liberismo, monetarismo e anti-statalismo sono il trittico che definisce il paradigma prevalente, diversi filoni attraversano l’università di Chicago dove insegna anche Luigi Zingales che vuole “salvare il capitalismo dai capitalisti”. Tim Worstall su Forbes con puntigliosa perfidia ricorda il discorso di Bernanke alla conferenza in onore di Friedman che si è tenuta a Chicago nel 2002. In quella occasione il governatore della Federal Reserve ha apprezzato e rilanciato l’insegnamento teorico e l’indicazione pratica del gran sacerdote monetarista: per combattere una lunga e profonda recessione che si trasforma in depressione economica la via maestra è stampare moneta, gettare dollari dall’elicottero come fosse acqua per spegnere il fuoco, secondo la metafora friedmaniana. Durante l’ultima crisi, Bernanke ha seguito esattamente questa indicazione, tanto che lo hanno chiamato Helicopter Ben. Secondo Krugman il banchiere centrale americano ha resistito alle pressioni della destra repubblicana (lui nominato da George W. Bush). In realtà, insiste Worstall, ha applicato la ricetta di Friedman.

Allora, come la mettiamo con il duello delle idee? Ci sono più cose in cielo e in terra di quante contengano le dottrine. Friedman da giovane, negli anni Trenta, era keynesiano, poi ha trascorso il resto della vita a dimostrare gli errori del “cattivo maestro”. Il tedesco Rudi Dornbusch ha insegnato a Chicago (portato da Robert Mundell) prima di approdare al Mit.
Le scuole di pensiero in competizione, del resto, sono certamente più di due. In fondo operano diverse bande nella stessa Boston. Modigliani ha cercato una sintesi tra la concezione classica dell’equilibrio generale e la Teoria generale di Keynes, predicando la politica dei redditi (i salari non debbono crescere più della produttività) e il rigore nei conti pubblici, fino a spingere, nel caso italiano, il capo della Cgil Luciano Lama e il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, sulla via dell’austerità combattuta dall’estrema sinistra anche con le P38 e le bombe (altro che Syriza).

E dove collocare la gang di Goldman Sachs (della quale ha fatto parte sia pur brevemente Draghi)? Fucina di idee oltre che di denaro, ha prodotto più segretari al Tesoro americani di ogni altra istituzione: democratici come Bob Rubin (ministro con Clinton) e repubblicani come Hank Paulson (ministro con Bush). La banca d’affari è la bestia nera di tutti gli antagonisti del mondo, rappresentata come una piovra, con tentacoli che si estendono in ogni angolo del globo e spostano masse ingenti di capitali alla velocità della luce. Realtà e leggenda. I Goldman boys hanno provocato la crisi del 2008 e ci hanno guadagnato. Hanno messo in croce i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) solo per accumulare profitti sulle disgrazie degli stati sovrani. Quanto ad Atene, chi ha aiutato a truccare i conti se non il padrino della finanza mondiale? Gli economisti al soldo della Goldman Sachs si sono inventati formule astruse per riempire i portafogli degli ignari risparmiatori di vere schifezze, pezzi di carta che alla fine della fiera non valgono nulla. Tutto vero, però la banca ha perso milioni di dollari in speculazioni sbagliate. I debiti pubblici li hanno contratti i governi dei vari paesi per tacitare le masse e non pagarne i conti politici. I derivati, sia pur nella loro versione più semplice, risalgono agli albori delle transazioni finanziarie, lo sapeva persino Shakespeare (vedi “Il mercante di Venezia”). Eppure Goldman Sachs non smette mai di mestare nel torbido, inquinare le acque, pagare ex politici e mandare in politica ex finanzieri.

Ognuno ha la sua banda. C’è naturalmente la gang ordoliberista tedesca il cui gran sacerdote era Hans Tietmayer, gran capo della Bundesbank; annovera Axel Weber e il successore Jens Weidmann, ma il più pugnace assertore resta Hans-Werner Sinn, capo dell’istituto della congiuntura, Ifo, vate dei conservatori, gran paladino della Grecia fuori dall’euro. Un vero fuochista che getta benzina sulle fiamme e finisce per alimentare le idee e i buoni affari della gang catastrofista, il cui pontefice massimo resta Nouriel Roubini, l’uomo che avrebbe previsto la crisi del 2008 e da allora non finisce più di vaticinare.

 

Negli ultimi tempi s’è aggiunto un altro gruppo che aspira a diventare una scuola. Ne fanno parte i profeti della “stagnazione secolare”, teoria rilanciata da Larry Summers, anche lui un Mit boy passato a Harvard, un predestinato in quanto nipote di due Nobel come Paul Samuelson e Kenneth Arrow, ex segretario al Tesoro con Clinton. Gli dà man forte la Nuova normalità (in sostanza, non avremo mai più una crescita come quella conosciuta nel quarto di secolo concluso dal crack del 2008) elaborata da James Galbraith (amico e mentore di Varoufakis) figlio del più noto John Kenneth, autore della “Società opulenta”, narratore vivace e accurato del patatrac del 1929 e consigliere di John Kennedy.

 

I declinisti sono l’anello di congiunzione con le molteplici bande che usano il capitalismo per metterlo in discussione. C’è la pitonessa del no global e no logo, Naomi Klein, il nonno francese della decrescita felice, l’ex maoista Serge Latouche, e l’enfant terrible che ha concepito “Il capitale nel XXI secolo”, cioè Thomas Piketty, abilissimo nel cogliere lo Zeitgeist dal quale è nato l’effimero, ma graffiante movimento Occupy che, attraverso gli Indignados, ha figliato in Spagna Podemos e in Grecia Syriza.

 

Su una strada parallela si è avviato un giornalista economico inglese che con il suo libro appena uscito nel Regno Unito (“Postcapitalism, A Guide to our Future”) sta sollevando un polverone. Paul Mason, capo dell’economia alla rete televisiva Channel 4 ed editorialista del Guardian, ripete la solita solfa che il capitalismo, dominante per due secoli, è giunto al capolinea. Ma l’alternativa non è lo statalismo marxista, bensì il neoanarchismo favorito dalla tecnologia dell’informazione. Non la dittatura del proletariato, bensì la liberazione di Wikipedia. Chissà se Casaleggio lo ha già letto, potrebbe lanciare le Five Stars nelle isole britanniche.

 

Scienza triste l’economia? Forse Thomas Carlyle aveva ragione, ma certo non sono tristi gli economisti di successo, i santoni dei nostri tempi, i tempi del calculemus in cui tutto va misurato, persino la felicità. E’ stata la commissione guidata da un para-guru francese come Jacques Attali a lanciare l’idea di un nuovo concetto di prodotto lordo nel quale entrino anche le variabili psicologiche tanto importanti quanto quelle materiali, così avremo il pil dei soddisfatti ben diverso da quello degli ingrugnati. La realtà è che non c’è un economista per tutte le stagioni, ma ogni stagione ha i suoi economisti.

 

C’era la crescita favorita dall’apertura degli scambi mondiali: capitali liberi, occupazione flessibile, borse al galoppo, risparmi legati alle azioni, lo stato in ritirata e il mercato in espansione in tutti i campi, compresa la cultura. E sono fioccati i Nobel a chi inventava l’algoritmo più sofisticato per abolire gli alti e bassi dei cicli economici e prevedere uno sviluppo senza fine (Robert Merton e Myron Scholes) o a chi studiava la domanda e l’offerta di servizi e di beni indivisibili, oppure trasformava la battaglia per il potere politico in comportamenti rivolti alla massimizzazione del benessere del gruppo sociale di riferimento. Era il trionfo della microeconomia, della finanza privata (più o meno turbo) rispetto a quella pubblica. Mentre “Liberi di scegliere” dei coniugi Milton e Rose Friedman diventava il libretto rosso della generazione reaganiana.

 

Poi il vento è girato, sono esplosi i debiti delle famiglie e degli stati, la disoccupazione è tornata sopra il 10 per cento, la crescita s’è fermata. La risposta dell’occidente agli sceicchi e ai sindacati aveva avuto successo, ma ha generato nuovi squilibri e nuove contraddizioni. Così, l’armamentario ammuffito della politica economica è uscito dalle cantine ed è stata riaperta la cassetta degli attrezzi keynesiani, anche quelli arrugginiti. Perché, a differenza dagli anni Trenta o dagli anni Settanta, non c’è un pensiero economico dominante, preciso nella diagnosi ed efficace nella prognosi.

 

Confusion de confusiones, come scriveva Joseph Penso de la Vega a proposito della Borsa di Amsterdam nel 1688. L’economia si occupa della società nella sua versione mercantile e mette insieme discipline e tecniche diverse, dalla matematica alla psicologia fino allo show business. Fu proprio Keynes il primo a capire l’importanza degli economisti anche nel circo politico-mediatico del quale è stato un protagonista indiscusso. E sempre lui ha sentenziato che “gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”. Ma al passato, ormai, appartiene anche il circolo di Bloomsbury.

Stefano Cingolani

Il Foglio 17 agosto 2015

 

 

 

Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

bexitGli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti.

I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa.

La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci.

Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la dola domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

Mariana Mazzucato

Repubblica 13 luglio 2015

 

Piena occupazione, ritorno al futuro

occuppp Ci sono dati a cui non ci si può e non ci si deve abituare. Ancora oggi, in Europa, a sette anni dall’inizio della crisi, il tasso di disoccupazione rimane superiore al dieci per cento, con punte che in talune aeree e categorie (tra cui i giovani) superano il venti. Senza contare gli scoraggiati usciti dal mercato del lavoro e il diffuso peggioramento delle condizioni di chi riesce a lavorare.

Nel secondo dopoguerra, J. M. Keynes si battè affinché la piena occupazione costituisse l’obiettivo di fondo della politica economica dei Paesi occidentali. Nella convinzione che economia e democrazia si tengono necessariamente la mano. Sono quasi trent’anni che un tale obiettivo è sparito dall’agenda dei governi. E, dopo sette anni di crisi, una decisa virata ancora non si vede: le istituzioni centrali — specie quelle europee — continuano a considerare gli obiettivi di controllo dell’inflazione il criterio della loro azione. Non sta forse in questa paradossale inversione la ragione dei nostri problemi?

  I rapporti di forza interni all’Unione e la distanza abissale tra le classi dirigenti e la vita reale delle persone ci bloccano in questo stallo. Il risultato è quello che vediamo: molti dei sistemi politici europei, senza più alcuna distinzione tra destra e sinistra, sembrano fortini assediati con coalizioni di governo, elettoralmente fragili, asserragliate nel Palazzo. Mentre nelle piazze rumoreggiamo populismi di varia natura.

Eppure, ancora non si vede il superamento di un modello che compensava i propri squilibri attraverso la sua stessa malattia (l’aumento del debito pubblico e privato).

Le vie canoniche per combattere la disoccupazione sono due.

La prima dice: più crescita. Giusto. A condizione di non dimenticare che con i livelli di disoccupazione raggiunti e la velocità con cui si procede (ammesso e non concesso che il segno più si stabilizzi), il processo di riassorbimento richiede anni. Ma il tempo, nella vita delle persone, non è variabile neutra. Tanto più che l’allargamento della forbice tra produttività del lavoro, prodotto interno lordo, occupazione e le tendenze nella concentrazione della ricchezza fanno sì che l’effettivo aumento dei posti di lavoro sia tutto da confermare. Per questo, dire che la risposta al problema è la crescita non basta.

La seconda dice: più investimenti. Privati, ma sopratutto pubblici. Anche questo secondo argomento è corretto. Ma, sul fronte privato, gli investimenti sono fiacchi da anni sia perché le aspettative di profitto sono basse (dove sono i settori in cui si può pensare di guadagnare?) sia perché l’enorme mercato finanziario è un mostro a due teste che, mentre genera risorse, le inghiotte. Senza contare che gli investimenti non vanno là dove ci sono i problemi più pressanti (leggi il nostro Mezzogiorno o i giovani senza esperienza). E per quanto riguarda gli investimenti pubblici — la cui spinta nell’era della globalizzazione è più debole che in passato — essi dipendono dalla esistenza di uno Stato forte. Condizione che, almeno in Europa, non c’è.

E allora? Se vogliamo essere intellettualmente onesti, occorre ammettere che, senza una diversa prospettiva, il riassorbimento dell’occupazione resterà una chimera. Almeno in quei Paesi dove la crisi ha desertificato persone e territori.

Come non si stanca di ripetere Mario Draghi, una politica monetaria espansiva ha senso solo per prendere tempo e fare le riforme. Giusto. Ma sia la stessa politica monetaria sia le riforme avranno effetti diversi a seconda degli obiettivi perseguiti (piena occupazione vs stabilità monetaria).

Nella situazione in cui siamo, l’errore sta nel continuare a considerare efficienza economica e coesione sociale come obiettivi divergenti. Cosa che dopo il 2008 non è più vera.

Al contrario, ci sono molti segnali che dicono che oggi la relazione tra efficienza e coesione torna a essere positiva: sappiamo che questo vale per le imprese che operano sui mercati internazionali, per le quali la manodopera, ma anche la scuola o le infrastrutturale logistiche, sono condizioni per essere competitive; per il tenore generale dell’economia domestica, che può davvero riprendersi solo grazie ad un’azione di corretta redistribuzione delle risorse; per lo sviluppo di settori nuovi — quali il digitale, la sanità, i servizi alla persona, la qualità del territorio e dell’ambiente — che possono svilupparsi solo condividendo le stesse priorità; per la stessa Europa che, se avesse il coraggio mostrato nel secondo dopoguerra, potrebbe fare dei propri squilibri la leva su cui far ripartire l’economia interna, finanziando con i surplus di bilancio dei Paesi in attivo il rilancio di quelle aree avviate alla desertificazione.

keynescolour[1]Ci sono dei momenti nella storia in cui la logica del gioco cambia. Prima lo si riconosce, meglio è. Così oggi, quando per rilanciare l’economia e salvare la democrazia occorre un riorientamento politico di fondo in grado di capire che, per ragioni economiche e politiche, è venuto il momento di rimettere in linea la spinta individuale, l’efficienza di sistema, l’integrazione sociale. Cominciando dal lavoro per rilegare, come fece Keynes nel dopoguerra , economia e società.

Mauro Magatti

Corriere della Sera

23 giugno 2015

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_25/piena-occupazione-ritorno-futuro-f53b0da2-1b09-11e5-8694-6806f55cfc9e.shtml

Quello che l’Europa non ha capito

 

 

aggL’AMERICA deve ancora conseguire una piena ripresa dagli effetti della crisi del 2008. Tuttavia, abbiamo recuperato buona parte del terreno perduto, anche se non tutto. Altrettanto non si può affermare, invece, della zona euro, nella quale il Pil reale pro capite è ancora oggi inferiore a quello del 2007, ed è inferiore del 10 per cento rispetto a dove si supponeva dovesse trovarsi. Una prestazione peggiore di quella che l’Europa ebbe negli anni Trenta. Perché l’Europa si è comportata così? Ho ascoltato discorsi e letto articoli nei quali si ipotizza che il problema stia nell’inadeguatezza dei nostri modelli economici — nel fatto che dovremmo riformulare la teoria macroeconomica che durante la crisi non è riuscita a offrire una guida politica. Ma è proprio così? No. È vero: pochi economisti avevano annunciato la crisi. Tuttavia, il piccolo segreto dell’economia è che da allora i modelli di base spiegati nei libri di testo hanno funzionato bene. Il guaio è che i dirigenti politici europei hanno deciso di respingere quei modelli di base a favore di approcci alternativi più innovativi, più entusiasmanti e del tutto errati.

Sto rianalizzando i dibattiti di politica economica e ciò che mi colpisce in modo evidente dal 2010 in poi è la divergenza di pensiero tra Stati Uniti ed Europa.

In America, la Casa Bianca e la Federal Reserve sono rimaste fedeli all’economia keynesiana tradizionale. L’Amministrazione Obama ha sprecato tempo e fatica per perseguire una “grande intesa” sul bilancio, pur continuando però a credere nella tesi sostenuta nei libri di testo, ossia che in un’economia depressa la spesa in deficit di fatto è una cosa positiva. La Fed ha ignorato gli ammonimenti secondo i quali stava “svalutando il dollaro”, ed è rimasta aderente all’opinione secondo la quale le politiche di basso tasso di interesse non avrebbero provocato inflazione, almeno fino a quando la disoccupazione fosse rimasta alta.

In Europa, al contrario, la leadership politica si è dimostrata disposta, quasi con impazienza, a gettare i libri di economia dalla finestra per prediligere nuovi criteri. La Commissione Europea, a Bruxelles, ha accolto con entusiasmo le presunte prove sull’utilità della “austerità espansiva”, respingendo le argomentazioni tradizionali a favore della spesa pubblica in deficit, e ha preferito sposare la tesi secondo cui tagliare le spese in un’economica depressa porterebbe alla creazione di posti di lavoro perché alimenterebbe la fiducia. La Bce ha preso a cuore i moniti sul rischio di inflazione e nel 2011 ha alzato i tassi di interesse, anche se la disoccupazione era alta. Ma mentre i politici europei possono aver immaginato di dare prova di apertura nei confronti di nuove idee economiche, gli economisti ai quali hanno dato retta dicevano loro proprio ciò che volevano sentirsi dire. Cercavano giustificazioni per le rigide politiche che erano decisi a imporre alle nazioni debitrici; e così hanno trattato come celebrità economisti quali Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff che parevano offrire proprio quella giustificazione. Invece, come si è scoperto, quella ricerca nuova ed entusiasmante presentava grosse pecche.

E così, mentre le nuove idee si sono rivelate un fallimento, la teoria economica dei vecchi tempi si è dimostrata più forte. Furono derise le previsioni di economisti keynesiani, me incluso, secondo i quali i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi nonostante i deficit di bilancio, l’inflazione sarebbe stata frenata nonostante gli acquisti di bond da parte della Fed e i tagli alla spesa pubblica — lungi dall’innescare espansione alimentata da fiducia — avrebbero provocato un’ulteriore crollo della spesa dei privati. Queste previsioni, al contrario, si sono avverate. È un errore sostenere, come fanno molti, che quella politica è fallita perché la teoria economica non ha fornito le linee guida di cui avevano bisogno i policy maker . In realtà, la teoria ha costituito una guida eccellente, se solo i policy maker fossero stati disposti ad ascoltare. Purtroppo, non l’hanno fatto. E continuano a non farlo. Se volete deprimervi sul futuro dell’Europa, leggete l’intervento di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, mercoledì sul New York Times. Troverete un ripudio di ciò che sappiamo di macroeconomia, delle intuizioni che l’esperienza europea degli ultimi cinque anni avvalora. Nel mondo di Schäuble l’austerità conduce alla fiducia, la fiducia genera crescita e, nel caso in cui per il vostro Paese ciò non funzionasse, significa solo che lo state facendo nel modo sbagliato. Torniamo alle nuove idee e al loro ruolo in politica: è difficile argomentare a sfavore delle nuove idee. Negli ultimi anni, tuttavia, lungi dal fornire una soluzione, le idee economiche innovative spesso sono state parte del problema. Se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio.

Traduzione di Anna Bissanti

© 2-015, The New York Times

La Repubblica 19 aprile 2015