Stagnazione cinese e stagnazione secolare

cina borzPuò sembrare strano ma con tutta probabilità il nuovo pesante tonfo della Borse di Shanghai e Shenzhen – il terzo in due mesi, con un meno sei per cento nella sola giornata di martedì 18 agosto – non dipende dall’economia.

Certo, i segni di indebolimento della locomotiva cinese – e un indebolimento molto più rapido del previsto – abbondano. I dati ufficiali indicano un sette per cento di crescita del Pil per il primo semestre dell’anno, cioè un numero perfettamente in linea con le attese e con gli obiettivi indicati nel dodicesimo piano quinquennale 2011-15 delle autorità di Pechino. Sullo sfondo, però, altri indicatori – meno manipolabili dagli uffici statistici – come i consumi di energia elettrica, le vendite di automobili e i dati sull’interscambio commerciale sembrano riflettere una crescita molto inferiore, vicina al cinque per cento annuo. Per la Cina significa la metà del più dieci per cento su cui per trent’anni la società e la politica cinese avevano tarato i loro piani di spesa e di investimento pubblico. Ce ne sarebbe abbastanza per preoccupare le Borse.

Eppure ci sono ragioni per ritenere che a motivare la nuova ondata di vendite sui mercati azionari cinesi non sia stata tanto l’economia ma la politica. La principale preoccupazione per gli operatori di Borsa cinesi non viene infatti dal calo delle esportazioni di luglio (meno 8 per cento rispetto al luglio 2014, un dato terribile) ma da altri due eventi politici.

Il primo riguarda il piano governativo di riordino delle aziende di Stato quotate in Borsa che il governo vuole rendere più efficienti. Queste imprese oggi assorbono più del 70 per cento dei prestiti delle banche, e dunque riducono sensibilmente la disponibilità di credito per le aziende private. Il governo vuole porre fine a questa situazione riorganizzando queste imprese in modo da ridurne le necessità di finanziamento e accrescerne la competitività. Ma il piano del governo – lo hanno riscontrato alcuni analisti finanziari – vuole anche dire meno profitti per queste aziende pubbliche che rappresentano una grande componente del listino di Shanghai. Un po’ paradossalmente, la Borsa cinese soffre dunque dei piani del governo di rendere la crescita più sostenibile e più «privata».

C’è poi anche un secondo elemento dietro il crollo dei mercati borsistici cinesi, e cioè la troppo tiepida reazione della Banca centrale cinese di fronte alle cattive notizie dell’economia. In questo quadro, l’iniezione di 120 miliardi di yuan (18 miliardi di dollari) di nuova liquidità decisa di recente dalla Banca centrale cinese è stata interpretata negativamente dai mercati che hanno giudicato l’intervento una mossa insufficiente a ridare davvero fiato all’economia. Un segno che anche la Banca centrale (oltre al governo di Pechino) non è pronta a offrire ai profitti aziendali delle imprese cinesi quotate il sostegno diretto da essi ritenuto necessario alla continuazione della crescita.

Ecco dunque la storia in poche parole: la Borsa va a picco non perché l’economia rallenta ma perché il governo e la Banca centrale cinesi esitano a esaudire la richiesta dell’ennesimo salvataggio. Non è una storia solo a Pechino. Anzi, se guardiamo agli ultimi anni, è una regolarità che la politica conti più dell’economia nel determinare l’andamento dei mercati finanziari.

Per l’ex rettore di Harvard Larry Summers il rischio è che il mondo intrappolato nell’attesa del prossimo salvataggio sprofondi nell’abisso di una «stagnazione secolare». Famiglie molto indebitate risparmiano e rimborsano i debiti accumulati più che consumare il loro reddito. Banche con bilanci in disordine accumulano riserve anziché prestare alle aziende. E aziende che fanno profitti si tengono la loro liquidità anziché distribuire dividendi o investire in nuove attività. Nel frattempo, la (poca) crescita che si vede la fanno le banche centrali. Non ci sarà una nuova Grande depressione, ma il capitalismo globale di oggi non è certo il mondo prefigurato da Adam Smith. 

Borsa Shangai, rallentamento pilotato l’illusione del governo
Rischio stagnazione globale

Francesco Daveri

Corriere della Sera  19 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_19/borsa-shangai-rallentamento-pilotato-l-illusione-governo-rischio-stagnazione-globale-d8676846-4639-11e5-979c-557f4d93ec30.shtml

Economic hokum: cavolata economica

 

 

ristCi sono bolle e bolle. Bolle che durano poco, bolle che durano tanto. Bolle che quando scoppiano fanno male e bolle che svaniscono senza lasciare tracce. Bolle nel campo degli affari e bolle nel campo delle idee. A questo ultimo campo appartiene l’idea della “stagnazione secolare”. Si tratta di una vecchia idea keynesiana (1937), formulata con questa terminologia da Alvin Hansen (1939), il “Keynes americano”. A riportarla alla luce poco più di un anno fa è stato uno degli economisti più brillanti e attivi della scena americana, Lawrence “Larry” Summers (Harvard University). Già segretario al Tesoro (Clinton) e rettore di Harvard, nonché illustre nipote (di Paul Samuelson e Kenneth Arrow, due Nobel), Summers ha rispolverato l’idea in una serie di interventi discorsivi e in qualche articolo di giornale.

L’ipotesi di Hansen era che a causa del declino demografico e di un eccesso di risparmio e la conseguente “soppressione” di domanda aggregata, la Grande depressione avrebbe potuto essere l’inizio di una nuova èra caratterizzata da disoccupazione crescente, stagnazione economica e nessuna forza riequilibratrice. Ergo, solo il deficit-spending del governo avrebbe potuto risollevare l’occupazione.

 

Secondo Summers, la crisi del 2007-8 potrebbe aver innescato una stagnazione secolare negli Stati Uniti. Nelle sue parole “i cambiamenti nella struttura dell’economia hanno determinato uno spostamento significativo nel normale equilibrio tra risparmi e investimenti, causando un declino nel tasso reale d’interesse d’equilibrio (‘naturale’), che è associato con la piena occupazione” (Business Economics, Febbaio 2014). Oltre al declino demografico indicato dallo stesso Hansen e oggi più rilevante nel determinare l’eccesso di risparmio, questi cambiamenti sono secondo Summers “la crescente ineguaglianza, i più bassi costi del capitale, l’accumulazione di riserve estere e i maggiori costi d’intermediazione finanziaria”. Questi fattori spingono il tasso “naturale” d’interesse in territorio negativo. In altre parole, la continua caduta nel tasso di rendimento del capitale, causata dall’eccesso di risparmio e dalla mancanza di opportunità d’investimento e  iniziata prima della stessa crisi finanziaria, è tale che le imprese avrebbero bisogno di un tasso d’interesse eccezionalmente basso, anche negativo, per essere indotte ad investire. Ma con tassi d’interesse nominali vicini allo zero e l’inflazione bassa, è impossibile portare i tassi reali sufficientemente in giù per fornire tali incentivi senza rischiare l’instabilità finanziaria. Ecco il motivo per il quale l’economia americana è condannata al ristagno. Summers non ha mancato di sottolineare le conseguenze del suo ragionamento per le politiche macroeconomiche, ed in particolare le difficoltà per la politica monetaria di porre rimedio a una situazione del genere, e quindi la necessità di rilanciare la domanda attraverso la politica fiscale.

Le ipotesi di Summers hanno suscitato un certo interesse. Naturalmente sono molto piaciute ai nuovi keynesiani come Paul Krugman, che vi ha visto un naturale completamento dei suoi ragionamenti sulle implicazioni di policy in una situazione di “trappola di liquidità”. L’interesse non è privo di motivazioni, ovviamente, alla luce del caso giapponese e della situazione europea, dove sono all’opera fattori simili – declino demografico, tassi nominali d’interesse a zero o nelle vicinanze, crescita ben al di sotto del livello normale.

 

Ma non tutti hanno gradito. John Taylor (Stanford University), anche lui al Tesoro come sottosegretario ma sotto Bush jr., ha definito “economic hokum” l’idea della stagnazione secolare, una cavolata economica (Wall Street Journal, 1° gennaio 2014). Per Taylor, il fatto innegabile che le imprese sono riluttanti a investire e occupare e che il rapporto tra investimenti e pil è al di sotto del livello normale è spiegato dall’incertezza delle politiche economiche e dall’eccesso di regolazione.

 

Certo, si può discutere il modo non straordinariamente argomentato con cui Taylor liquida l’ipotesi della stagnazione secolare. Il fatto è, però, che è lo stesso Larry Summers a essere diventato critico. In un articolo sul Financial Times (7 settembre 2014), ha affermato che sono le barriere dal lato dell’offerta a bloccare l’economia americana, che il problema non è una carenza di domanda ma un prodotto potenziale insufficiente. E di conseguenza, il supporto attivo della domanda non è più la cura. Invece, “sono essenziali le riforme strutturali, per migliorare la produttività sia dei lavoratori sia del capitale, e per aumentar il numero di persone capaci e disposte a lavorare produttivamente”. Ma a questo punto l’ipotesi della stagnazione secolare si è sgonfiata. E diventa più interessante capire come e quanto la crisi finanziaria abbia “danneggiato” il potenziale delle economie avanzate. Robert Hall, anche lui della Stanford University, ha fornito alcune stime per gli Stati Uniti (“Quantifying the Lasting Harm to the U.S. Economy from the Financial Crisis”, Nber, maggio 2014), dalle quali emerge che gli effetti negativi sulla produttività e sul tasso di partecipazione sono quelli più difficili da ribaltare.

Ernesto Felli e Giovanni Tria – Il Foglio 4 gennaio 2015

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124263/rubriche/stagnazione-economic-hokum.htm