Se ne vanno giovani e laureati

Li chiamano cervelli in fuga, talenti, ma spesso sono soltanto dei giovani laureati o studenti che preferiscono tentare la loro fortuna e la loro carriera nel mercato globale, fuori dai confini italiani. Nel solo 2015, ultimo dato disponibile certificato dall’Istat, sono stati 23 mila su un’emigrazione di oltre 100 mila persone, con un aumento del 15 per cento rispetto all’anno prima e raddoppiato rispetto al 2010. E sono dati per difetto. Con una sola certezza: rispetto a tutte le emigrazioni precedenti dalla fine dell’Ottocento in poi, questa è la prima di giovani che partono con il diploma in tasca. E lasciano qui un’Italia con i figli lontani.
Se si considerano i cittadini italiani emigrati con più di 25 anni, il 31 per cento ha la laurea: tantissimi, la media di laureati in Italia è del 14,8 per cento. E questa diaspora è un fenomeno che aumenta proprio mentre gli spostamenti all’interno del nostro Paese sono in diminuzione costante. «Nelle precedenti emigrazioni chi partiva erano gli scarsamente acculturati e preparati che non trovavano più lavoro in Italia, ora parte la meglio gioventù, un capitale umano molto elevato – spiega Antonio Schizzerotto, professore di sociologia a Trento, coautore per il Mulino del saggio Generazioni disuguali —. Si tratta di un impoverimento del nostro Paese che esporta medici e ingegneri e importa badanti. Purtroppo il motivo principale è che non esiste una domanda di capitale umano perché si è storicamente puntato sulle politiche del lavoro invece che su quelle della produzione».
Partono i giovani, la metà ha tra i 15 e i 39 anni. Ma vanno soprattutto in Europa, Regno Unito e Germania, almeno fino alla Brexit sono state le due mete preferite degli emigrati, seguite da Svizzera e Francia. Partono in tanti dalla Sicilia ma tantissimi anche da Lombardia, Veneto e Trentino. «Intanto dobbiamo dire che i movimenti all’interno dell’Europa non possono considerarsi come delle vere e proprie emigrazioni, ma sono ormai spostamenti anche fisiologici: dovremmo invece chiederci perché i tedeschi o i francesi non vengono da noi», spiega Francesco Billari, professore di demografia alla Bocconi. Ma è vero che visto dalla parte di chi resta, «è la prima volta che partono i figli unici. In passato le famiglie non si disgregavano o perché partivano tutti o perché c’erano sempre uno o due figli o figlie che restavano. Questo nuovo fenomeno porrà delle sfide al welfare: la popolazione sarà più vecchia di quel che ci si aspettava e sarà più sola per quel fenomeno che si definisce già il “care drain”». Tecnologie e trasporti rendono più semplice la lontananza ma ci sono momenti in cui la vicinanza anche fisica è insostituibile: «Non solo, oggi 100 mila italiani che se ne vanno possono sembrare pochi, ma proiettiamo la cifra in dieci anni: fa un milione».
Nel 2015 sono partiti in 102 mila italiani e ne sono tornati 30 mila, stando ai dati dell’Istat che misura le iscrizioni all’anagrafe degli italiani all’estero, l’Aire. Cinque anni prima, nel 2011, se ne erano andate 82 mila persone, poco più della metà. Una stima del centro studi Idos fa salire il numero degli espatriati a 285 mila nel 2016. Se si dovesse confermare significa che l’emigrazione è simile a quella del Dopoguerra. Ma se anche si confermassero le tendenze rilevate dall’Istat è come se ogni anno l’Italia cancellasse dalla sua cartina Rimini, come se tutti gi abitanti della città romagnola partissero.

GIANNA FREGONARA

Corriere della Sera, 26 settembre 2017

http://www.corriere.it/scuola/studiare-e-lavorare-all-estero/notizie/se-ne-vanno-giovani-laureati-nostra-vita-genitori-nell-italia-figli-lontani-3ab07376-9c5f-11e7-9e5e-7cf41a352984.shtml

Il nodo delle lauree sottoutilizzate

Un Paese “sottoistruito” che soffre di mismatch delle competenze e di overeducation. Non è un paradosso, ma la situazione dell’Italia con la lente d’ingrandimento puntata sui giovani laureati.

Da un lato, appena il 25,6% dei ragazzi tra 25 e 34 anni ha un titolo accademico in tasca (penultimi in Europa a un soffio dalla Romania). Dall’altro, però, molte aziende faticano a coprire i posti per laureati: su circa 120mila posizioni aperte da luglio a settembre dove la laurea è considerata un requisito indispensabile, le difficoltà di reperimento – secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere – sono segnalate in oltre un caso su tre, innanzitutto per mancanza di candidati (18%), ma anche per inadeguatezza degli stessi (15%).

I laureati italiani, insomma, sono pochi e spesso con un curriculum poco spendibile, tanto che il tasso di occupazione è del 67%, 17 punti sotto la media europea, e la disoccupazione sfiora il 14%, più del doppio rispetto alla Ue. Tra quelli che lavorano, poi, in molti svolgono un’attività non in linea con il proprio percorso di studi o per la quale è sufficiente il diploma, con un contratto di primo impiego atipico in oltre un caso su tre (35,4%, come ha ricordato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in una recente audizione alla Camera).

«A pesare sui ragazzi è lo scarso orientamento formativo – commenta Alessandro Rosina, direttore del dipartimento di Scienze statistiche della Cattolica di Milano e curatore del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo – e un basso sviluppo di competenze tecniche e trasversali. Alto, infatti, è il numero di quelli che, potendo tornare indietro, sceglierebbero un corso diverso».

Le statistiche ci dicono che sono quasi 250mila i laureati occupati, circa il 25% di quelli nella fascia 25-34 anni, che svolgono un lavoro “disallineato” rispetto al percorso di studi fatto (per esempio, l’archeologo che si occupa di vendite). Secondo le elaborazioni del centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore, la situazione è peggiorata nel giro di dieci anni, con un incremento di 6 punti percentuali rispetto al 2007 di coloro che svolgono un’attività non attinente al curriculum.

Il record negativo si riscontra tra i graduati in materie umanistiche (nel 53% dei casi non c’è abbinamento tra studi e lavoro), tra i dottori in scienze naturali il mismatch scatta in un caso su tre, mentre all’opposto per farmacisti, medici e infermieri il mix è quasi perfetto (appena il 10% risente di mismatch).

Il club degli overeducated, invece, conta addirittura 300mila iscritti, il 26% dei laureati. Si tratta di giovani che occupano una posizione lavorativa per la quale basta un titolo inferiore a quello che hanno conseguito. Un ruolo che potrebbe anche essere in linea con gli studi fatti – per esempio, un laureato in economia assunto come impiegato commerciale –, ma per il quale la laurea è un “surplus”. Pure in questo caso il trend è in peggioramento rispetto al periodo pre-crisi, quando la quota di sovraistruiti era più bassa di cinque punti percentuali (al 21%).

Il fenomeno è più ampio tra le donne (29%) rispetto agli uomini (21%), forse anche per il fatto che è più frequente che le ragazze si siano iscritte a percorsi di studio che hanno meno sbocchi sul mercato del lavoro. Si registra infatti – come sottolineano i ricercatori di Datagiovani – una notevole eterogeneità a seconda dell’indirizzo: tra il massimo del 36% di overeducated tra i laureati in scienze sociali e il minimo dei medici (10%), si passa per il 32% di chi ha conseguito un titolo in discipline umanistiche e il 22% dei dottori in scienze naturali.

«L’overeducation – conclude Rosina – combinata con il prevalere di bassi titoli di studio tra i giovani è il frutto di una spirale negativa che sta vincolando al ribasso le possibilità di crescita del Paese e la messa a valore del capitale umano delle nuove generazioni, anche a causa degli scarsi investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione».

Francesca Barbieri

Il Sole 24 ore,  11 Settembre 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-09-11/il-nodo-lauree-sottoutilizzate-063601.shtml?uuid=AEhoprQC

Un numero racconta vent’anni

In un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.

Ma spesso un grafico vale più di mille parole: ……e chiedetevi che cosa ci è successo in questi vent’anni.

Dato che si tratta di produttività oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo. Questi numeri misurano la produttività di chi lavora, quando lavora. Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite. Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività oraria.

Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante. Facciamo peggio di altri che già crescono meno che in passato. Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività, peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario.

Come spiegare il caso italiano? Scartiamo subito la possibilità di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività non è facile, soprattutto nel settore dei servizi. Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei. Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perché vendute «in nero». Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo. Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero».

E allora? Ci sono varie possibilità. La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_21/alesina-giavazzi-7e0bdf2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

La generazione rebus dei giovani “Né né”

neetttMa cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza? Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida? L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione. Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane. Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila. Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza. Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «né né»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata. Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perché non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione. Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.

Cosa fanno

In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare. L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari. È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano. È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» . Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità.

Senso di esclusione

I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro». È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia. Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perché non ascolta i bisogni dei giovani». Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità, sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni. Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero. Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.

Una vera tribù

La seconda tribù dei Neet che seppur con qualche approssimazione si può intravedere è quella degli sportivi che a sua volta ospita molte figure, dal frequentatore di palestre al tifoso ultrà. Lo sportivo vive in un mondo in cui i valori della competizione più dura riempiono la giornata e diventano una piccola filosofia di vita. Del resto il mondo dello sport ha giornali, tv, produce lessico, genera meccanismi di solidarietà che creano attorno al nostro Neet un effetto-comunità ed evitano la ghettizzazione. Sia chiaro però: mentre il volontario interpreta tutto nella chiave del «noi», lo sportivo si trova più a suo agio usando la prima persona singolare. Anche loro non si sentono Neet perché hanno una vita attiva e anche solo essere legati a una pratica continuativa, o meglio far parte di un club, aiuta a non sentirsi fantasmi. A Torino è nato negli anni scorsi a cura di Action Aid un programma-pilota di recupero dei Neet  centrato sull’attività sportiva che insegna ad affrontare «vittorie e sconfitte e attraverso lo sport dà la forza per riprendere gli studi o cercare lavoro». Dentro l’ampia tribù troviamo figure diverse: il mistico del fitness, il patito del calcetto, l’atleta tesserato convinto di poter diventare un campione, il tifoso organizzato. È chiaro che a differenza dei volontari queste esperienze non si rivelano professionalizzanti, non aggiungono molto al curriculum. Per finanziare i suoi corsi, attività e tornei il Neet attinge alla paghetta dei genitori (che si chiama così anche nell’era di Facebook) e finisce per prolungare la condizione adolescenziale. È vero che le palestre (in Italia sono 8.500) fanno a gara nell’offrire abbonamenti a prezzi stracciati, mentre nell’ambito del tifo organizzato i gruppi giovanili spesso operano come piccole ditte, ricevono ingaggi per servizi e piccoli lavori che ridistribuiscono al loro interno per finanziare trasferte, ingressi allo stadio e coreografie.

Colpa dell’iperprotezione

Non va nascosto che in qualche caso questo tipo di attività è monitorato dalle Questure, secondo le quali nel tempo si sono create zone grigie (la più alta quota di tifosi sottoposti a provvedimenti restrittivi — il 55% — è nell’età 18-30). È difficile che lo sportivo trovi un lavoro stabile nel settore che lo appassiona (a meno che non sfondi) e quindi più del volontario questa si presta a essere una condizione di passaggio. Ma il rapporto di dipendenza con la famiglia che lo sportivo perpetua è tra i motivi che fanno dire al demografo Alessandro Rosina, nel suo libro dedicato ai Neet, come «l’iperprotezione tende a mantenere immaturi più a lungo i figli, mentre nei Paesi nord-europei la spinta all’autonomia subito dopo i 20 anni porta a confrontarsi prima con la realtà circostante». Risultato: i giovani italiani sono nella maggior parte dei casi «passivamente dipendenti dai genitori» e «disorientati sul proprio futuro».

Arrangiarsi coi piccoli lavori

La terza tribù di Neet che si può individuare è quella di chi si arrangia con i piccoli lavori. «Non studio ma con le promozioni lavoricchio» dice Anna, torinese. Aggiunge Silvia, una coetanea milanese: «Ho studiato come estetista, ho fatto periodi di stage in centri benessere, ho accudito bambini e ho fatto persino la donna delle pulizie». La ricerca Ghost ci dice che l’80% degli intervistati ha avuto esperienze intermittenti, nella maggior parte dei casi un ingaggio nella ristorazione e nel commercio come cameriere, commessa, fattorino per consegne a domicilio, facchinaggio leggero e volantinaggio, dogsitting. Un 20% ha già fatto l’operaio per brevi periodi. Il 44% sottolinea che l’interruzione del rapporto seppur precario di lavoro è stata subita, loro avrebbero continuato. E infatti ci tengono a smentire che i Neet stiano a vegetare davanti alla tv, i media li presentano come fannulloni e invece «noi ci sbattiamo da mattina a sera, siamo attivi». Nella grande tribù dei lavoretti un comparto importante e per certi versi specializzato è quello femminile L’occupazione prevalente è la babysitter, figura richiestissima, dotata di una propria identità sociale e abituata a fare i conti con il passaparola della reputazione. Nelle grandi città le stesse ragazze fanno anche spesso le hostess, attività più stressante ma pagata tramite i voucher. In definitiva la tribù dei lavoretti entra e esce di continuo dal mercato del lavoro, non riesce a stabilizzare un proprio profilo professionale e stenta a includere nel curriculum la maggior parte delle esperienze. La famiglia rimane sullo sfondo, si comporta come un ammortizzatore sociale nelle fasi di totale inoccupazione, segue con trepidazione il rinvio delle scelte di vita della prole. Nel 55% dei casi i genitori restano decisivi per scegliere il percorso di studio e sono anche il principale veicolo per cercare lavoro grazie alle conoscenze (al 32%, superando Internet al 21% e la consegna del curriculum vitae di persona al 14%). Commenta Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Bisogna distinguere tra lavoro intermittente e un lavoretto che manca di sviluppo professionale, è legato al breve termine e serve solo al guadagno temporaneo. Ai ragazzi per crescere servirebbe una specializzazione orizzontale e una formazione rivolta al digitale e saltando di qua e di là non si ottengono».

I laureati

Una quarta tribù dei Neet è quella dei già laureati, potenzialmente più occupabili ma ingabbiati anche loro. I numeri dicono che su 10 giovani Neet uno è laureato, 5 sono diplomati e 4 hanno al massimo la licenza media. Lo riporta nel suo libro Rosina citando una ricerca Oecd e aggiunge che il rischio di restare nella trappola dell’inattività volontaria è superiore per chi ha basse competenze. I dati dell’ultimo Rapporto Istat dicono che un laureato impiega in media 36 mesi nel trovare lavoro, ma se è in possesso di un titolo umanistico l’attesa è più lunga. Un laureato dunque transita nella condizione di Neet quasi a sua insaputa e finisce per alimentare il mercato delle ripetizioni a studenti più giovani .Su 100 docenti pomeridiani 30 sono per lo più freschi laureati. Il 90% dei ricavi non è dichiarato al Fisco e vale 800 milioni di euro l’anno, secondo stime della Fondazione Einaudi. Un laureato disoccupato è dunque automaticamente un Neet al punto che Ivano Dionigi, ex rettore e ora presidente di Almalaurea, punta l’indice verso il sistema del 3+2, le lauree triennali deboli viste come concausa dell’allargarsi del fenomeno. E i dati gli danno ragione: i laureati disoccupati sono il 20,6% con picchi di oltre il 30% nelle specializzazioni umanistiche.

La trappola del divano

Il minimo comun denominatore delle tribù di cui abbiamo parlato è una sorta di resilienza all’apatia, il tentativo di uscire dalla trappola del divano. Ma nel grande contenitore della disuguaglianza giovanile c’è un girone ancor più svantaggiato. È quello dei Neet endogeni, come li chiamano gli psicologi del lavoro, giovani che non si integrano a prescindere dalle condizioni esterne del mercato del lavoro. Non si sentono adeguati ai ritmi della vita contemporanea, hanno la tendenza ad auto-isolarsi e non emanciparsi dalla famiglia, sono demotivati sul futuro. È lo zoccolo duro dell’apartheid generazionale e le catene che li hanno bloccati rimandano quasi sempre all’eredità negativa del contesto familiare: una storia di immigrazione, un basso livello di scolarizzazione, vivere in territori marginali, genitori disoccupati o anche solo divorziati. Nel mondo che esalta l’innovazione, che registra il trionfo del digitale, che si prepara a governare l’intelligenza artificiale loro rappresentano la più desolata e mal illuminata delle periferie.

Dario Di Vico

Corriere della Sera 10 luglio 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_luglio_10/i-giovani-ne-ne-5d836602-4615-11e6-be0f-475f9043ad28.shtml

Le opportunità e i rischi della promozione cinese

downloadIl 23 giugno del 1989 il Wall Street Journal festeggiò i suoi cento anni pubblicando una previsione su come si sarebbe presentata l’economia mondiale un quarto di secolo dopo.(….)

Il quotidiano americano annunciò che il Bangladesh e lo Zimbabwe sarebbero diventati i leader della crescita, la Cina invece era destinata a rimanere molto indietro per colpa della «stordente burocrazia del comunismo duro e puro».

La storia non è mai tenera con chi pretende di anticiparla sulla base del passato recente. È vero che la quota della Cina nella produzione manifatturiera del mondo era passata appena dall’1,2% al 1,9% fra il 1984 e il 1990. Ma da allora il Paese è entrato nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e il suo peso nell’industria globale è esploso fino a oltre il 25%.

Quella svista del Wall Street Journal suggerisce umiltà nel fissare le scelte migliori per domani. Riguardo a Pechino, ce ne sono di importanti che aspettano gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Italia nei prossimi mesi, perché determineranno comunque milioni di vincenti e perdenti (anche) in Occidente.

A novembre la Repubblica popolare celebra i 15 anni dall’ingresso nel Wto e a suo parere ciò le dà diritto a essere riconosciuta con lo «status di economia di mercato» da tutti gli altri governi. Non è una questione di etichetta, ma un obiettivo strategico. Se la Cina viene promossa, diventerà più difficile per l’Europa e gli altri blocchi commerciali alzare dazi anti-dumping contro il suo export in settori come l’auto (o componenti), acciaio, carta e cartone, ceramica, vetro alluminio e biciclette.

Secondo l’Economic Policy Institute, un centro vicino ai sindacati americani, il nuovo status della Cina metterebbe a rischio 2,7 milioni di posti di lavoro in Europa. Dati del genere forse sono esagerati e altre valutazioni producono stime più contenute. Un documento interno della Commissione Ue calcola i posti di lavoro potenzialmente minacciati fra i 73 mila e i 188 mila, di cui oltre metà in Germania e Italia.

È un problema politico, non di analisi accademica, ma è difficile sostenere che la Cina sia una «economia di mercato» secondo la definizione dei manuali di Harvard o della Bocconi. Oggi la seconda economia del mondo presenta un surplus di capacità produttiva sussidiato più o meno direttamente dal regime in tutta l’industria pesante: carta, cantieri navali, vetro acciaio, carbone, alluminio.

Alberto Forchielli, uno dei più esperti investitori europei in Cina, stima che la capacità produttiva nel settore auto valga già oggi 40 milioni di modelli l’anno a fronte di vendite per meno di venti. L’irrompere di quei costruttori sui mercati mondiali può avere un impatto dirompente, stima Forchielli. Quanto all’acciaio, i consulenti di Rhodium Group stimano che la produzione in eccesso della Repubblica popolare sia oggi superiore all’intera capacità del Giappone, degli Stati Uniti e della Germania messi insieme. Intossicate da anni di investimenti dettati dalla politica per mantenere posti di lavoro, centinaia di grandi imprese cinesi del 2016 sono zombie decisi a esportare sottocosto trasmettendo deflazione al resto del mondo. Rinunciare alle protezioni tariffarie non farebbe che amplificare in Europa e negli Stati Uniti l’impatto di queste distorsioni.

Per molti governi, concedere lo status di economia di mercato a Pechino resta comunque un’opportunità. Lo è per i fornitori di derrate alimentari in America Latina, che continuano a puntare sulla crescita cinese. Lo è per Londra, che vuole diventare la piazza finanziaria off-shore per lo yuan. Lo è per la Germania, sicura di non poter essere spiazzata dalle auto o dall’acciaio di bassa qualità dell’Asia e impaziente di aprire ancor più il mercato della Repubblica popolare alle sue turbine, a Siemens o alle Bmw. Più sottovoce è favorevole la Francia, che può piazzare a Pechino prodotti inimitabili come gli Airbus o il nucleare civile.

L’Italia è rimasta la sola in Europa a opporsi. Lo è anche se il governo è riuscito abilmente a coalizzare un cordata con Berlino e Parigi contro l’acciaio sussidiato della Cina. Priva di prodotti per riequilibrare la bilancia commerciale con la Repubblica popolare, l’Italia oggi si trova con un solo vero alleato, gli Stati Uniti. Le primarie folgoranti di Bernie Sanders e Donald Trump hanno messo a nudo gli effetti profondi sul tessuto sociale e gli assetti politici delle delocalizzazioni produttive verso l’Asia, e dell’estinzione dei colletti blu in America. Chiunque sia, il prossimo presidente sarà meno aperto al libero scambio.

Può darsi che ciò rinvii la resa dei conti con Pechino, per ora. Ma ai ritmi attuali fra quattordici anni la Cina avrà 220 milioni di laureati, il 27% della forza lavoro, una quota doppia a quella dell’Italia di oggi. Scrivere la storia in anticipo espone sempre a figuracce, ma senza più laureati e una grande industria di qualità nel 2030 i produttori low cost rischiamo di diventare noi.

 Federico Fubini
 Corriere della Sera

La debolezza della Germania

produtttLo scandalo Volkswagen dice del modello Germania più di quanto amino sentir dire a Berlino. Se a Wolfsburg hanno deciso di mettere in piedi la grande truffa è per un obiettivo preciso: alzare al massimo, letteralmente ad ogni costo, il volume delle esportazioni e delle vendite. In un mondo spietato, come il vertice dell’industria dell’auto, le economie di scala sono una leva indispensabile. Ma in generale per l’industria tedesca le esportazioni, in assenza di un rilancio deciso della domanda interna, sono una leva indispensabile. Anche quest’anno, Germania Spa metterà a segno un record: un saldo positivo delle partite correnti superiore al 7 per cento del Pil, secondo a nessuno nel mondo. Ma è un record fragile. Fino a qualche anno fa, le industrie tedesche esportavano nell’Eurozona per un controvalore di circa il 4,5 per cento del prodotto interno. La grande crisi e le politiche di austerità che Berlino ha imposto al resto d’Europa hanno praticamente dimezzato questo flusso di merci.

E il record, allora? La Germania ha potuto sostituire, in questi anni, i clienti dell’Eurozona con quelli dei paesi emergenti, in testa la Cina, in pieno boom. Ma il boom cinese sembra finito, il rallentamento in corso della crescita pare destinato a durare a lungo, proiettando la sua ombra su tutti i paesi emergenti. E la crescita che ci sarà sembra sempre più indirizzata verso livelli tecnologici concorrenziali con quello tedesco. Dove i due sistemi si sono affrontati faccia a faccia, come nei pannelli solari, i cinesi hanno vinto a mani basse.

Il problema, per l’export tedesco, è di essere concentrato in quattro settori, assai tradizionali: veicoli industriali, auto, chimica, apparecchi elettronici. Negli ultimi quindici anni, questi settori hanno tirato molto, ma la corsa non può essere senza fine. E, contemporaneamente, la Germania non sembra (come l’Italia, l’altra regina europea dell’industria manifatturiera) essere stata capace di affermarsi con altrettanta decisione nei settori più nuovi e più promettenti: le biotecnologie, l’hardware e il software elettronico. La realtà tedesca più importante nell’informatica, la Sap, è stata fondata nel 1972. Poi, è difficile parlare di startup. Nella classifica della Banca Mondiale sulla facilità di aprire una nuova azienda, l’Italia è quarantaseiesima su 190, la Germania alla casella 114. E le persone – i protagonisti dell’innovazione – cominciano a latitare. Meno di un terzo dei giovani tedeschi arriva alla laurea. In Gran Bretagna siamo al 45 per cento. In buona misura, è un effetto diretto della politica di risparmi selvaggi che l’era Merkel ha imposto al paese. Berlino spende per l’istruzione il 5 per cento del Pil, contro il 7 per cento e passa degli inglesi.

Non è solo il governo a cullarsi nell’idea che si possa vivere di rendita. L’industria tedesca non investe più nelle sue fabbriche da anni. Il tasso di investimento è passato dal 23 per cento degli anni ’90 al 17 per cento nel 2013. Siamo sotto la media europea. Il risultato è che anche la produttività non è brillante. Anzi, è praticamente ferma. Le statistiche dicono che la produttività per ora lavorata è inferiore a quella di Francia e Olanda. Drogata da un cambio ultrafavorevole, la locomotiva d’Europa macina un record di esportazioni dopo l’altro. Ma se va ancora a vapore, c’è da preoccuparsi. 

Lo scandalo Volkswagen e la debolezza della Germania che non innova più

Maurizio Ricci

Repubblica – 26 settembre 2015

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2015/09/26/news/lo_scandalo_volkswagen_e_la_debolezza_della_germania_che_non_innova_piu_-123649051/?ref=HRLV-5

 

Università, il segnale ignorato

univaulvuottLe iscrizioni all’università stanno calando. Il dato è preoccupante, soprattutto se consideriamo che nel nostro Paese il numero di diplomati che proseguono gli studi è già molto basso: meno di 50 su 100, di contro a 55 in Germania e Spagna, a 70 nel Regno Unito e a più di 80 negli Usa. Se è vero che il successo economico dipenderà sempre di più dal capitale umano e dalla «conoscenza», l’Italia rischia grosso. E non solo rispetto ai Paesi più avanzati, ma anche a quelli in via di sviluppo. Fra i giovani brasiliani, argentini, sudafricani e persino indonesiani ci sono già più laureati che in Italia.

Come si spiega il calo? In parte, è un’illusione ottica. Rispetto al 2000, oggi gli studenti universitari sono un po’ di più. Nel frattempo c’è però stata la riforma che ha introdotto il 3+2 (laurea triennale e laurea magistrale). Fra il 2001 e il 2004 ci fu un boom di iscritti, attratti dalla possibilità di finire gli studi più rapidamente. L’entusiasmo si è però subito afflosciato, contraendo le immatricolazioni. Inoltre nel 2008 è arrivata la crisi, che ha scoraggiato molte famiglie dal sobbarcarsi il costo dell’università per i figli.

Anche tenendo conto della «bolla» nei dati, la situazione resta estremamente preoccupante. La diminuzione degli iscritti dopo il 2004 indica che la riforma non ha funzionato: uno dei suoi principali obiettivi era proprio quello di innalzare stabilmente il tasso di scolarizzazione terziaria. Ci ritroviamo perciò al punto di partenza, con un serio deficit di laureati, soprattutto nella cosiddetta area Stem: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Dato che in Italia l’accesso all’università è ancora fortemente collegato alle condizioni economiche delle famiglie di provenienza, il quadro assume anche una marcata dimensione di iniquità.

Per rimediare occorre affrontare di petto le storture e debolezze che le riforme dell’ultimo quindicennio hanno appena scalfito. Vi è innanzitutto il problema dei costi. Le rette sono troppo basse per i ricchi e troppo alte per i poveri. Molti vorrebbero un’università quasi totalmente gratuita, come in Germania o nei Paesi scandinavi. Le nostre finanze pubbliche ora non ce lo consentono. E abbiamo anche una distribuzione più diseguale della ricchezza fra le famiglie. Ragioni di sostenibilità ed equità consigliano una ricalibratura interna, facendo pagare di più chi può permetterselo e aumentando borse di studio e servizi per chi ha pochi mezzi.
Vi è poi il problema dei percorsi formativi. A dispetto della girandola di cambiamenti, il nostro sistema universitario non è ancora riuscito ad attrezzarsi per l’istruzione terziaria di massa. Non si tratta di «licealizzare» l’insegnamento, ma di organizzare un’offerta didattica più allineata ai livelli di partenza dello studente medio e alle esigenze del mercato del lavoro, risolvendo una volta per tutte anche il problema degli abbandoni e dei fuori corso. Non è accettabile che il 40 per cento degli iscritti arrivi alla laurea magistrale con un ritardo compreso fra uno e dieci anni.

Occorre poi introdurre il canale formativo che nelle classificazioni internazionali è definito «istruzione terziaria a corto ciclo». Al suo interno gli studenti prendono diplomi di uno o due anni, a carattere fortemente professionalizzante. La Francia, il Regno Unito, la Svezia offrono esempi molto interessanti. Anche in Italia sono stati creati gli Istituti tecnici superiori come alternativa all’università. Ma si tratta di un’esperienza ancora limitata (in tutto il Sud ce ne sono solo 15), che andrebbe peraltro estesa ad una gamma più vasta di settori professionali.

Vi è, infine, la questione dell’inserimento lavorativo. In Italia la laurea «rende» poco. Ci vogliono quasi dieci mesi per trovare un’occupazione (il doppio della media Ue), due anni per un contratto a tempo indeterminato. Inoltre le aziende italiane premiano poco i laureati in termini di retribuzione, ritenendo che le loro competenze siano scarse. Conta anche l’alta incidenza delle piccole e medie imprese a conduzione familiare, ove ancora persiste una diffidenza culturale nei confronti dell’università in quanto tale. Un maggiore coinvolgimento degli imprenditori nel progettare percorsi e tirocini consentirebbe di superare questi ostacoli.

Una efficace politica di reclutamento terziario deve iniziare già durante la scuola superiore. Non basta organizzare open days e distribuire opuscoli agli studenti delle secondarie. Bisogna sensibilizzarli e motivarli sui loro banchi di scuola, al limite fargli «provare un po’ di università» durante le vacanze o nel pomeriggio. Negli Stati Uniti è in corso una sperimentazione molto promettente. Grazie al sostegno di grandi aziende, alcune scuole si stanno trasformando in early college high schools : offrono un percorso di sei anni (anziché quattro) che oltre alla maturità conferisce anche un pacchetto di crediti universitari da spendere dopo. Il programma di studi si focalizza sulle discipline Stem e prevede vari tirocini formativi. L’esperimento si chiama P-Tech ( http://www.ptech. org ). Nulla impedisce al ministro Giannini, ai nostri rettori e a qualche imprenditore illuminato di visitare il sito e prendere ispirazione.

Secondo l’Ocse, entro il 2030 Cina e India produrranno più del 60% dei laureati in materie scientifiche su scala mondiale. Se le cose non cambiano, la produttività italiana in questo cruciale settore rischia di ridursi ad uno «zero virgola», relegandoci nella poco invidiabile categoria dei Paesi de-sviluppati.

Università, il segnale ignorato

Maurizio Ferrera

3 settembre 2015 Corriere della Sera

http://www.corriere.it/editoriali/15_settembre_03/universita-segnale-ignorato-6a88548e-51fb-11e5-aea2-071d869373e1.shtml