Riforme sì, lavoro no

aprendSi sa, di buoni propositi è lastricata la via dell’inferno. E sicuramente ottime erano le intenzioni del governo Monti e del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012. Ed alta la fiducia che essi riponevano nel loro operato, al punto da intitolare «Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita » il disegno di legge che poi verrà approvato dal Parlamento.

Peccato che la crescita non ci sia stata affatto.

Il Prodotto interno lordo è calato del 2,5% nel 2012 e dell’1,7% quest’anno.

La crisi cominciata nel 2008 ha spazzato via, come dice l’ultimo rapporto Confartigianato, 1.158.000 posti di lavoro al ritmo di 577 al giorno, addirittura 1.118 in meno al giorno nell’ultimo anno.

E per il 2014 lo stesso governo stima che, nonostante la ripresina (Pil + 1%), l’occupazione scenda dello 0,1%. Torna in mente quello che l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ripeteva con un certo vezzo del paradosso: «La crescita non la fanno i governi», perché dipende da molti fattori esterni, soprattutto per un’economia di trasformazione come la nostra. Vero, ma i governi possono creare le condizioni per favorirla la crescita. E l’occupazione. In Italia nemmeno a far questo siamo riusciti.

Tanto che se ci paragoniamo a Paesi a noi simili vien fuori che mentre nel decennio 2002-2011 il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,3% l’anno, in Germania è salito dell’1,2%, in Spagna dell’1,8%, in Francia dell’1,1%, nel Regno Unito dell’ 1,6%. E negli ultimi due anni le distanze sono aumentate. Il dubbio che si possa fare di più, che si possa essere governati meglio è giustificato. E invece niente.

L’idea, per esempio, della riforma Fornero di fare dell’apprendistato il canale principale di accesso al lavoro per i giovani sembrava ottima. Puntava al modello tedesco, dove l’integrazione tra scuola e lavoro funziona. Gli incentivi previsti per le aziende erano forti: zero contributi per tre anni (o al 10% nelle imprese con più di 9 dipendenti) e retribuzione più bassa perché gli apprendisti vengono sottoinquadrati. Ma l’apprendistato non decolla. Anzi, gli ultimi dati del ministero del Lavoro sono sconfortanti. Nel terzo trimestre del 2013 solo il 2,4% dei rapporti di lavoro attivati è avvenuto con l’apprendistato: 57.843 in tutto, con un calo del 7% rispetto allo stesso periodo del 2012. La parte del leone la fanno i contratti a tempo determinato che rappresentano ormai il 70,4% delle assunzioni (contro il 67,1% di un anno fa) mentre quelli a tempo indeterminato sono solo il 15,4% (contro il 17,5%). Che cosa blocca le imprese? A sentire loro, gli eccessivi vincoli sulla formazione e la pesantezza delle sanzioni nel caso in cui il contratto di apprendistato venga impugnato e il giudice dia ragione al lavoratore: non solo l’obbligo di assumere a tempo indeterminato, ma il pagamento raddoppiato dei contributi e della retribuzione piena dall’inizio. Più in generale, è proprio il rischio di un aumento del contenzioso, in particolare sull’articolo 18 sui licenziamenti che pure si voleva depotenziare, una delle critiche frequenti alla riforma Fornero. I 270 commi della legge hanno complicato un sistema che era già un rompicapo per gli stessi consulenti del lavoro. Proprio il contrario della semplicità da tutti invocata.

L’apprendistato non decolla, il collocamento non funziona, l’economia non gira (ma le famiglie sono mediamente ricche e lo Stato assistenziale è ancora pervasivo). Tutto concorre a determinare una grande anomalia dell’Italia. Detto in parole povere, da noi ci sono molte meno persone che lavorano. Il «tasso di occupazione » nella fascia 20-64 anni segnalava 61,2 persone al lavoro ogni cento nel 2011, ultimo anno utile per i confronti internazionali, contro l’80% della Svezia, il 76,3% della Germania, il 73,6% del Regno Unito, il 69,2% della Francia, il 68,6% della media Ue. Bene, nel 2013 il tasso di occupazione 20-64 anni in Italia è ulteriormente calato: al 59,7%. Premesso che i posti di lavoro non si creano per decreto, anche qui il governo può però stimolare condizioni favorevoli.

Ora, se si parla con gli imprenditori, quelli che dovrebbero assumere, questi ti spiegano che, nell’ordine: se uno ha più di 15 dipendenti non conviene perché il nuovo assunto non si potrebbe mai licenziare; se uno ha meno di 15 dipendenti il costo del lavoro in ogni caso è troppo alto e per dare mille euro netti in busta paga bisogna sborsarne il doppio per coprire tasse e contributi; che, potendo scegliere, è meglio ricorrere a un contratto flessibile o al limite a uno stage o, per i più spregiudicati (ma mica tanto, vista la pochezza dei controlli), a un’assunzione in nero.

Se uno invece parla con i giovani che cercano lavoro, ti spiegano che: al massimo ti offrono un tirocinio col rimborso spese e devi dire pure grazie; che per un buon lavoro o conosci qualcuno o è meglio che lasci perdere; che se non hai già un’esperienza di lavoro non ti prendono; che se sei fortunato ottieni un posto precario; che tanto vale tentare all’estero. Il collocamento che non colloca È evidente, quindi, che c’è sia un problema di costo del lavoro (troppa la differenza tra lordo e netto) sia un problema di incrocio tra domanda e offerta di lavoro (il collocamento pubblico trova un lavoro ad appena il 2,9% degli assunti) sia un problema di trappola della precarietà.

Le riforme dell’ultimo ventennio hanno cercato di affrontare la situazione, ma senza grandi risultati. Nel 1997 il pacchetto Treu ebbe il merito di introdurre nuove forme di flessibilità (il lavoro interinale) e di sistematizzarne altre già presenti per dare una prima scossa a un mercato del lavoro che doveva fare i conti con gli scenari aperti dalla globalizzazione. Gli occupati che all’inizio del 1998 erano circa 21 milioni salirono a 22,4 milioni nel giro di 6 anni e il tasso di occupazione passò dal 53,3% al 57,5 dell’inizio del 2004. Sulla scia della Treu arrivò la legge Biagi nel 2003, che inserì altri contratti flessibili, dal lavoro a chiamata a quello ripartito, ma cercò anche di limitare l’abuso del contratto di collaborazione (co. co. co.) richiedendo un «progetto » che lo giustificasse (co. co. pro.) e si pose finalmente l’obiettivo di creare una Borsa nazionale del lavoro, quello che poi sarà il portale Internet «cliclavoro», dove incrociare tutte le domande e le offerte di occupazione, pubbliche e private. Un progetto che non è mai decollato perché, per via del disastroso federalismo all’italiana che attribuisce alle Regioni competenza in materia, i diversi sistemi informatici non dialogano tra loro. Ora al portale dovrebbero iscriversi i 900 mila giovani tra 15 e 24 anni che non lavorano e non studiano, potenziali destinatari del programma Garanzia Giovani ai quali il governo dovrebbe offrire un’occasione di formazione o lavoro. Un banco di prova per il ministro Enrico Giovannini. Dopo la Biagi ci fu un ulteriore aumento degli occupati, che arrivarono al record di 23 milioni e mezzo nel 2008, con un tasso di occupazione che sfiorava il 59%. Ma per i giovani il canale di accesso al lavoro diventava sempre più il contratto a termine in barba alla direttiva europea 1999/70 secondo la quale «la forma comune dei rapporti di lavoro» dovrebbe essere «a tempo indeterminato». Nel 2007 il ministro del Lavoro Cesare Damiano cercò di porre un freno ai contratti a termine rafforzando il limite dei 36 mesi. Poi il contratto a termine è stato nuovamente incoraggiato consentendo che il primo senza causale possa durare fino a 12 mesi. Norme che cambiano continuamente senza che cambi la sostanza di un sistema complicato e inefficiente. Infine la crisi ha travolto tutto e ci ritroviamo, a ottobre 2013, con 22,3 milioni di lavoratori e un tasso di occupazione lontano dalla media europea.

E.Marro Corriere della Sera 30 dicembre 2013

http://mentiinformatiche.com/2013/12/apprendistato-e-collocamento-quelle-riforme-senza-lavoro.html