l mistero dei salari perduti

  C’è una cosa che accomuna Janet Yellen, Mario Draghi e gli altri colleghi delle banche centrali e non è quella che pensate: non è né l’ombra di una bolla finanziaria, né il trend delle valute. È la stessa preoccupazione che fa il giro degli uffici studi di grandi istituzioni come il Fmi, l’Ocse e la Bce e non è la prospettiva del commercio internazionale. Ci pensano sempre più spesso gli economisti di grido, a Harvard o al Mit, ma non è l’ombra della stagnazione secolare. La sorpresa è che quella preoccupazione è anche il cruccio quotidiano di Jeremy Corbyn e Susanna Camusso.

Il misterio del salario scomparso è il thriller dell’estate ed è ancora in attesa di una soluzione. Mai, nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari. Interi modelli econometrici sono costruiti sul presupposto che, quando l’economia riparte, le imprese assumono, i lavoratori diventano scarsi e, in base alla legge della domanda e dell’offerta, i salari salgono. Ma, questa volta, no: l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione. E non va bene affatto.

Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato. Peggio: il 70 per cento dell’economia moderna è fatto di consumi e se la gente non ha i soldi per comprare, il sistema resta, come Wile Coyote, sospeso nel vuoto. O, come ripete più solennemente Draghi, la ripresa non è in grado di sostenersi da sola. Da un anno, dunque, il dibattito economico mondiale è centrato, neanche fosse un congresso della IV Internazionale, su questo scollamento fra ripresa e salari. L’ultimo Outlook del Fmi dedica un intero capitolo alla questione, per sottolineare che ai capitalisti va sempre più grassa: la quota del lavoro sulla ricchezza nazionale è scesa dal 54 al 50 per cento negli ultimi decenni, un mutamento epocale nel rapporto di forza. I sindacati, lamentano quelli che, una volta, venivano definiti “i cani da guardia del neoliberismo” non sono stati in grado di contrastare due tendenze di fondo. Quelle che vengono subito alla mente: tecnologia e globalizzazione. Insieme sono responsabili dei tre quarti del declino del lavoro sul Pil in paesi come l’Italia e la Germania. La prima pesa, probabilmente, più della seconda: quest’anno le aziende della robotica tedesca aumenteranno il fatturato del 7 per cento e un economista, David Autor, calcola che ogni robot che entra in fabbrica cancella sei posti di lavoro (3 dentro e 3 nell’indotto).
L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro. Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività, è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio. Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta. Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi).
In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento. L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25. A Francoforte, sono tornati a giugno sull’argomento con un nuovo studio che illustra come funziona l’esercito industriale di riserva. In buona sostanza, spiegano le imprese, siamo in grado di “aggiustare” i salari, non tanto di chi è già dipendente, ma dei nuovi assunti.
Insomma, raccontano i ben torniti rapporti di istituzioni al di sopra di ogni sospetto di radicalismo, il monte salari non si muove perché le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso. Il futuro non sembra più confortante. Secondo due noti economisti, David Autor e Lawrence Katz, quel futuro, infatti, è delle aziende Superstar. Sono le imprese di successo, capaci di grande produttività, pochi lavoratori molto qualificati, grandi profitti. Man mano, negli Usa e in Europa, fanno fuori le altre, che hanno più lavoratori, ma sono meno produttive. I loro addetti sono ben pagati, ma sono pochi. La massa complessiva dei salari, quindi, diminuisce. Anche se per Draghi e Yellen è un problema.

MAURIZIO RICCI

 

Il capitalismo familiare è troppo poco flessibile

Se il Prodotto interno lordo (Pil) sale, in proporzione, meno del debito pubblico, questo pesa di più sull’economia; il contrario di quanto richiesto, prima che dalla «arcigna maestrina» Ue, dal nostro interesse. Da questo le reciproche accuse sui conti pubblici: se Bruxelles (e Berlino) ci vedono mediterranee spensieratezze, per Roma l’austerità, che già ha messo in ginocchio la Grecia, può far lo stesso in Italia. C’è un’altra prospettiva, di più lunga gittata e sempre negletta, per guardare al fardello dei nostri debiti, osservando l’andamento degli investimenti; se salgono sale il Pil corrente, ma soprattutto quello futuro, cui gli investimenti mettono il turbo.

Il contributo di questi è, quindi, davvero essenziale per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil. Secondo Eurostat, dal 2008, ultimo anno pre­crisi, al 2013, gli investimenti in Italia in proporzione al Pil sono scesi del 18%. Il calo percentuale è pressoché uguale per pubblici e privati, ma la difficoltà della finanza pubblica non spiega il calo degli investimenti privati. È infatti qui la vera differenza; essi scendono dall’11,1 del Pil nel 2008 al 9,2% nel 2013; soprattutto sono il 3% meno della Francia e il 2% meno della Germania (il divario non era molto diverso negli anni precedenti). Tale circostanza è quasi assente nel dibattito. I nostri investimenti pubblici, pur in calo, sono tuttavia superiori, anche se di poco, a quelli della Germania (2,4% contro 2,2% nel 2013); servirebbe indagare sull’utilità dei nostri investimenti pubblici rispetto a quelli di altri Paesi, ma si andrebbe fuori via. Se l’Italia non cresce è anche, forse soprattutto, perché i privati non investono. L’economia abbonda di liquidità, ma questa, nonostante i tassi a zero, tale resta, per avversione al rischio. È un’importante chiave di lettura della nostra perdurante crisi. Quali le cause, ed i possibili rimedi? Certo, la domanda interna è, o forse meglio era, stagnante; non così, tuttavia, la domanda mondiale, che imprese ben attrezzate possono servire, in concorrenza con quelle di altri Paesi. Qualche anno fa pagavamo molto più dei nostri concorrenti il debito, ma la politica di Quantitative Easing della Bce ha quasi azzerato il differenziale. C’entra, certo, anche il difficile momento delle nostre banche, ma esse non possono far credito a imprese cui i proprietari, per primi, lesinano il capitale necessario per investire e crescere. Quasi sparite le grandi imprese, la vera causa sta nella struttura proprietaria delle nostre medie. Le famiglie vogliono mantenerne il controllo, per poterlo poi cedere a caro prezzo al momento opportuno; perciò rimandano investimenti necessari e non aprono ad esterni le posizioni al vertice. È forse questa la carenza più grave; tali imprese non attraggono i migliori, che sono nati dalla mamma sbagliata. Un pool genetico così ristretto, e attento agli equilibri dinastici, non è ideale per recepire l’innovazione.

La scolarità di questo ceto dirigente delle imprese è bassa. Scuola e università sfornano quel che le imprese chiedono, altrimenti nel grande mondo esse colmerebbero all’estero i vuoti della nostra istruzione; ciò non avviene. Tante imprese, si sa, investono, trovano personale qualificato e crescono, senza il totem del controllo familiare. Sono la nostra forza, ma si tirano dietro un convoglio troppo pesante; nelle altre imprese restano i nodi da sciogliere per riavviare il Paese. Il nostro capitalismo familiare aborre la flessibilità, inflitta al lavoro in misura giunta ormai a impedire un minimo di pianificazione; ciò impedisce di formare una famiglia, affittare una casa, avere figli. Come qui s’è spesso sostenuto negli anni, la flessibilità che ci manca non è quella del lavoro, bensì del capitale. Questa non c’è legge che possa imporla; si può però, almeno, chiarirsi le idee. Troppe imprese che dovrebbero sparire resistono, colpa anche di un sistema finanziario incapace di svolgere il proprio ruolo. Esso non spinge le imprese marginali ad accorparsi, trasformarsi, innovare, appiattito su un’acquiescente subordinazione a proprietà familiari causa di scelte errate; ad esempio, rifiutare accorpamenti di imprese necessari perché non si riesce a concordare quale delle due o più famiglie possa, con il controllo della nuova entità, appropriarsi dei benefici privati del controllo, come scaricare sull’impresa spese non pertinenti, o gestire il non sempre marginale «nero». La vera riforma di struttura, ancor più ardua di quella «mitica» della Pubblica amministrazione, è l’applicazione della flessibilità al capitalismo familiare. Farebbe miracoli la sottoposizione di tante imprese di famiglia alla disciplina del mercato. Ricordiamocene quando parliamo del peso del debito pubblico sul Pil.

Salvatore Bragantini

Corriere della Sera , 24 marzo 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_marzo_24/capitalismo-familiare-bb0f53ac-0ff6-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml

Un numero racconta vent’anni

In un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: +15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e +25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Differenze straordinarie.

Ma spesso un grafico vale più di mille parole: ……e chiedetevi che cosa ci è successo in questi vent’anni.

Dato che si tratta di produttività oraria, la partecipazione alla forza lavoro (bassa in Italia per donne, giovani, e anziani) o la disoccupazione (in certi periodi alta in Italia) sono ininfluenti, anche se peggiorano il quadro complessivo. Questi numeri misurano la produttività di chi lavora, quando lavora. Ed è questa variabile che determina il livello dei salari e del reddito pro capite. Quindi il grafico del reddito per persona in questi Paesi negli ultimi vent’anni è molto simile a quello della produttività oraria.

Rispetto agli anni Novanta la crescita della produttività ha rallentato in molti Paesi: quindi l’eccezione italiana è ancora più preoccupante. Facciamo peggio di altri che già crescono meno che in passato. Negli Stati Uniti, per esempio, si parla di «stagnazione secolare» per descrivere l’andamento insoddisfacente della loro produttività, peraltro cresciuta otto volte di piu di quella italiana! Rispetto a noi quella «stagnazione» americana sembra un boom straordinario.

Come spiegare il caso italiano? Scartiamo subito la possibilità di errori di calcolo. È vero che misurare la produttività non è facile, soprattutto nel settore dei servizi. Ma questo vale per tutti i Paesi, non solo per l’Italia. Anzi, in Italia il settore dei servizi, dove spesso la produttività è sottostimata, è relativamente piccolo rispetto agli Stati Uniti, al Regno Unito e altri Paesi europei. Che si tratti dell’economia sommersa? Ovvero una parte delle ore lavorate produrrebbe merci non ben conteggiate perché vendute «in nero». Non c’è dubbio che in Italia esista una vasta economia sommersa, ma anche in altri Paesi inclusi nel grafico come per esempio Spagna e Portogallo. Inoltre non è affatto ovvio che l’economia sommersa sia cresciuta così tanto in Italia dalla metà degli anni Novanta. Anzi, la recente riforma del mercato del lavoro e la decontribuzione per i nuovi assunti se mai hanno ridotto l’incentivo di alcune imprese a «lavorare in nero».

E allora? Ci sono varie possibilità. La prima è il «nanismo» delle imprese italiane. Aziende piccole tendono — in media, non tutte — ad essere meno produttive di quelle grandi. Queste ultime, infatti, possono sfruttare meglio economie di scala e la specializzazione nell’uso della forza lavoro. È normale che le imprese nascano piccole, ma poi devono crescere per aumentare, con la loro dimensione, anche la loro produttività. Se non lo fanno la produttività ristagna.

La seconda ragione, in parte collegata alla prima, è la proprietà delle imprese. L’86 per cento circa delle nostre imprese è di proprietà familiare. In Germania sono anche di più: circa il 90 per cento. Ma mentre in Germania meno del 30 per cento delle imprese familiari è gestito da membri della famiglia — e tutte le altre da manager professionisti — in Italia quasi il 70 per cento è gestito in famiglia. Quale è la probabilità che il miglior manager possibile per un’impresa fondata da un padre o da una madre sia la figlia o il figlio? A noi pare piuttosto bassa. Infatti, vari lavori di ricerca dimostrano che le imprese a gestione familiare sono in media meno produttive di quelle a gestione professionale e rimangono, in media, più piccole, proprio per «tenere tutto in famiglia». L’insufficiente sviluppo dei nostri mercati finanziari, per cui servono più capitali propri, oltre alla nostra «cultura» della famiglia come azienda, sono cause concomitanti.

Ma vi sono altre ragioni. Una ricerca di Caligaris, Del Gatto, Hassan, Ottaviano e Schivardi mostra che in Italia, in molti settori, l’allocazione delle risorse produttive è inefficiente. Cioé non c’è stato abbastanza ricambio. Le imprese meno produttive non sono uscite dal mercato, così lasciando spazio a quelle più produttive. Questo è uno dei risultati delle politiche che per decenni, fino al Jobs act, hanno difeso il posto di lavoro invece che il lavoratore. Un sistema di protezione sociale fortemente voluto dai sindacati e che ha obbligato a mantenere in vita imprese poco produttive, anziché facilitarne l’uscita dal mercato proteggendo temporaneamente il disoccupato, finché quest’ultimo non abbia trovato lavoro in una impresa più produttiva. A ciò va aggiunto che molti imprenditori passano più tempo nei corridoi dei ministeri e nelle loro associazioni di categoria a cercare favori e protezione dalla concorrenza invece che a migliorare la produttività.

Due nostri colleghi della Bocconi, Fabiano Schivardi e Tom Schmitz, sostengono, con dati convincenti, che le imprese italiane non hanno tratto altrettanto beneficio dalla rivoluzione informatica rispetto a quelle di altri Paesi. L’industria italiana ha mancato, in parte, questa spinta tecnologica, arrivandoci in ritardo. La loro analisi mostra che molte nostre imprese hanno perso vent’anni di innovazione tecnologica. Ciò vale soprattutto per le imprese piccole che, come abbiamo visto, in Italia sono particolarmente numerose.

Il livello medio di istruzione (in particolare il numero di laureati) in Italia e molto piu basso della media europea, quindi il capitale umano è più basso. E vero che la produttività di un buon diplomato di un istituto tecnico spesso non è inferiore, anzi, a quella di molti laureati. Ma il capitale umano conta eccome, non solo il numero di anni di istruzione, ma anche la qualità e l’adeguatezza alle esigenze produttive. Lo scorso anno il 40% dei nostri studenti universitari si è laureato in materie umanistiche o in giurisprudenza. Solo il 29% in ingegneria, chimica, biologia e altre discipline scientifiche. A tutto ciò dobbiamo aggiungere i costi della burocrazia e di regolamenti asfissianti per le imprese. Per la verità questi ci sono anche in altri Paesi europei, ma l’Italia nelle graduatorie sulla facilità di «fare business» è sempre in coda.

Insomma, è una combinazione di questi fattori ciò che spiega il triste grafico da cui siamo partiti. Deve essere chiaro a tutti che se dopo il 4 dicembre non ci rimboccheremo le maniche e accelereremo le riforme che il governo Renzi ha finalmente incominciato a fare, come il Jobs act appunto, saremo destinati ad uno straordinario declino.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_21/alesina-giavazzi-7e0bdf2c-af55-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

L’alfabeto della scuola, oggi che si torna sui banchi

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Alternanza
Con il nuovo anno la formazione “on the job” diventa obbligatoria anche per gli studenti delle classi quarte superiori, dopo essere partiti a settembre 2015 con gli alunni di terza, e coinvolgerà così, complessivamente, 1,15 milioni di ragazzi. Per gli studenti dell’ultimo triennio degli istituti tecnici e professionali l’impegno è di almeno 400 ore, si scende a 200 nei licei, che si potranno trascorrere presso aziende, strutture pubbliche, musei, Terzo settore, ordini professionali. Previsto uno stanziamento strutturale di 100 milioni di euro l’anno. In autunno arriverà la Carta dei diritti e doveri degli studenti e, presso Unioncamere, è stato istituito il Registro che ospiterà le imprese che accolgono i ragazzi. Le attività di formazione in alternanza potrebbero sbarcare a giugno all’esame di maturità
Assunzioni
Entro il 15 settembre dovrebbero essere immessi in ruolo 29.720 docenti. Metà dei quali, in teoria, attraverso il “concorsone” da 63mila posti. Che, in pratica, è però ancora in alto mare in moltissime Regioni. Risultato: migliaia di nuove nomine rischiano di slittare più avanti. I ritardi sono imputati, essenzialmente, ai tempi di avvio della procedura, ai boicottaggi dei membri delle commissioni d’esame e alle oggettive difficoltà di chiudere tutto entro l’estate per avere i primi assunti già quest’anno. Di qui i disagi nelle scuole e l’inevitabile ricorso ai supplenti
C
Curriculum dello studente
Partito in sordina nel 2015/2016, quest’anno decollerà il cosiddetto “curriculum dello studente”, vale a dire la possibilità, a partire dal terzo anno delle scuole superiori, di poter introdurre “insegnamenti opzionali” scelti dai ragazzi. L’offerta didattica si potrà ampliare con moltissime “materie aggiuntive”, dai laboratori di robotica e di meccanica, a musica, arte, cinema e storia, sociologia, diritto, economia e finanza, chimica, astronomia. Gli insegnamenti opzionali faranno parte del percorso dell’alunno e saranno valutati ai colloqui dell’esame di maturità. Il curriculum dello studente raccoglie anche informazioni utili all’inserimento lavorativo

D

Deleghe
Il secondo tempo della riforma Renzi-Giannini è affidato all’attuazione di nove deleghe chiamate a legiferare in ambiti importanti, dalla formazione in ingresso dei docenti al diritto allo studio, dalla promozione dell’inclusione scolastica alla creazione di un sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni, al riordino dell’istruzione professionale. Questi Dlgs vanno emanati entro l’anno
E
Edilizia scolastica e terremoto
La legge 107 ha investito sull’edilizia scolastica: sono partite le ispezioni sui solai di 7mila scuole, con uno stanziamento di 40 milioni. Ci sono poi i finanziamenti attraverso i mutui Bei, che si aggiungono ai 905 milioni già in cantiere lo scorso anno. Ulteriori 40 milioni sono stati stanziati per l’adeguamento antisismico e con 350 milioni saranno costruiti 52 istituti innovativi. Ed è ormai operativa l’Anagrafe dell’edilizia scolastica. Per consentire un avvio d’anno regolare agli alunni delle zone colpite dal terremoto il Miur ha attivato una task-force anche per velocizzare le verifiche sulla sicurezza dei plessi. Previsto un primo stanziamento di 3 milioni, a cui aggiungerne altri 20 per gli interventi di adeguamento sismico
I
Inclusione

Sono oltre 800mila i ragazzi con cittadinanza non italiana presenti nel sistema scolastico. Il 50% di questi alunni è nato in Italia. Per loro il Miur ha messo a disposizione a settembre un milione di euro per progetti sulla lingua e per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati arrivati nel nostro Paese con le recenti migrazioni. Alle scuole è stato anche inviato un vademecum per l’integrazione. La revisione delle classi di concorso ha previsto l’istituzione della A-23, una classe dedicata all’insegnamento dell’italiano come lingua seconda. Il concorso 2016 è stato il primo in cui sono state bandite cattedre specifiche
L
Laboratori territoriali per l’occupabilità

Sono una novità assoluta di quest’anno: si tratta di spazi altamente tecnologici, promossi da partenariati innovativi tra scuole e attori del territorio, dove gli istituti, in primis i tecnici e i professionali, potranno fare alternanza, lotta alla dispersione, coinvolgere i cosiddetti “Neet”, giovani che non studiano e non lavorano. L’obiettivo è aiutare i ragazzi a sviluppare competenze e avvicinarsi concretamente all’innovazione attraverso la pratica, per migliorare, attraverso specifici percorsi, le proprie condizioni di occupabilità. Il Miur ha stanziato 45 milioni per il finanziamento di questi laboratori, è stato lanciato un bando e sono stati selezionati 58 progetti vincitori, che in queste settimane riceveranno i fondi per far sì che i laboratori siano operativi entro dicembre
M
Merito

Una novità assoluta nella scuola italiana è l’introduzione di un po’ di merito tra gli insegnanti. Il Miur ha stanziato 200 milioni per valorizzare i docenti meritevoli. Agli istituti sono arrivati in media 23mila euro, che i comitati di valutazione stanno assegnando ai docenti sulla base della qualità e del valore aggiunto del lavoro dei prof. I comitati sono formati da preside, tre docenti e due genitori (dall’infanzia alle medie, oppure un genitore e uno studente alle superiori), un componente esterno individuato dall’Ufficio scolastico regionale. I soldi in tasca agli insegnanti meritevoli dovrebbero arrivare nelle prossime settimane
O
Offerta formativa

Quest’anno vengono stanziati 80 milioni, attraverso la ex legge 440, per potenziare didattica e formazione per gli alunni: con 6,7 milioni si rafforzano le attività sportive e motorie; con 6 milioni si metteranno in campo progetti su educazione alimentare, legalità, contrasto al bullismo e sicurezza stradale. Aumenteranno anche le iniziative rivolte ai minori stranieri e – un’altra novità – per introdurre a scuola il Public Debate e il Public Speaking, affinché i ragazzi possano imparare ad argomentare le loro idee, a farle capire e valorizzarle. Queste misure si sommano al progetto “La scuola al centro” che, con 10 milioni ad hoc, finanzia i programmi di apertura estiva degli istituti di quattro città: Milano, Roma, Napoli, Palermo
Organico dell’autonomia
Da quest’anno debutta l’organico dell’autonomia, che è costituito da posti comuni, di sostegno e di potenziamento. Le scuole avranno un ricco contingente di risorse umane che il preside deve gestire in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa. Ciò si traduce in una diversa e più articolata assegnazione dei docenti alle classi, del tutto inedita. Se finora, infatti, il monte ore di docenza nelle classi era noto e ben definito per ciascun insegnante, ora non è del tutto scontato, potendo il dirigente assegnare ai docenti anche ore per il potenziamento dell’offerta formativa o per contribuire all’organizzazione. Lo scopo dell’organico dell’autonomia è offrire una migliore offerta didattica. Nel I ciclo le aree maggiormente potenziate sono state quella linguistica e quella artistico-musicale. Per il II ciclo quelle socio-economica e artistico-musicale, a seguire le aree linguistica e scientifica. Gli istituti, poi, potranno utilizzare la quota dell’autonomia del 20% dei curricoli per potenziare gli insegnamenti obbligatori o per attivarne ulteriori, purché non si ecceda il limite del 20% del monte ore annuale e non si creino esuberi nell’organico
R
Reggenze

La prima campanella non risolverà, anche quest’anno, il problema (cronico) delle reggenze. Complici i ritardi nel “concorsone” per presidi (è stimato un fabbisogno di oltre mille dirigenti), che se tutto andrà bene sarà bandito solo in tardo autunno. E così, nonostante i 285 presidi assunti in questi giorni, secondo le stime dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi, ci saranno ancora circa 1.500 istituti (1.489 per la precisione) senza un dirigente titolare e affidate, dunque, ad interim al titolare di un altro istituto. Con un tasso di “scopertura” che in un paio di Regioni riguarda più di un’istituzione scolastica su quattro (Marche e Veneto), mentre in altri territori si avvicina al rapporto di uno a tre: in primis, la Liguria con il 31,79% di reggenze; a seguire Emilia Romagna con il 29,66% e Friuli Venezia Giulia con il 29,24 per cento
S
School bonus

Dopo il rinvio dello scorso anno, arriva lo “school bonus”: chi farà donazioni a favore delle scuole per la costruzione di nuovi edifici, per la manutenzione, per la promozione di progetti dedicati all’occupabilità degli studenti, avrà un beneficio fiscale (credito di imposta al 65%) in sede di dichiarazione dei redditi. È previsto un limite massimo di 100mila euro per le donazioni. È previsto un fondo di perequazione, per evitare disparità fra istituti, pari al 10% dell’ammontare delle erogazioni totali. Le donazioni sono sia per scuole statali che paritarie. Ognuno può indicare l’istituto prescelto. Da quest’anno è possibile portare in detrazione fino a 400 euro di spese che la famiglia effettua per la frequenza scolastica, comprese le rette delle scuole paritarie

Supplenze

Dovevano sparire con l’avvio del maxi-piano di stabilizzazioni avviato con la legge 107. Eppure, nonostante circa 120mila immissioni in ruolo tra settembre scorso e adesso, la “supplentite” non è morta. Negli ultimi anni il Miur è dovuto ricorrere a circa 100mila supplenze annuali. Quest’anno ce ne saranno di meno, ma non tantissimi di meno. Il perché è presto detto: tra ritardi del concorsone e il maxi-piano di mobilità avviato quest’estate, e che sta facendo spostare oltre 200mila prof, si è creato un “intoppo” burocratico-amministrativo, e difficilmente entro il 15 settembre si riusciranno a coprire tutte le cattedre. Di qui il ricorso ai supplenti «fino alla nomina dell’avente diritto». Con un vincolo ulteriore: non si potranno chiamare docenti con oltre 36 mesi di incarichi a termine alle spalle
T
Tempo scuola

Anche quest’anno nella scuola primaria il tempo scuola è articolato in 24, 27 o 30 ore, mentre le classi a tempo pieno fino a 40 sono attivate solo in presenza di strutture idonee e nei limiti dell’organico. Per la secondaria di primo grado il tempo prolungato prevede invece 36 ore settimanali, ma può essere esteso a 40 in presenza di strutture idonee all’accoglienza e di un congruo numero di richieste. Nel secondo grado il numero delle classi prime e terze si determina in base al numero degli iscritti senza tener conto degli indirizzi presenti
V
Valutazione

Dopo tante sperimentazioni e annunci è partito il sistema nazionale di valutazione della scuola italiana. Gli istituti hanno pubblicato i loro Rapporti di autovalutazione in cui hanno messo in chiaro i loro punti di forza e debolezza, individuando specifici obiettivi di miglioramento per i prossimi tre anni. L’adesione delle scuole statali è stata totale e quasi totale quella delle scuole paritarie. Anche i presidi avranno la pagella: saranno valutati, e per la prima volta, i compensi aggiuntivi (retribuzione di risultato) sarà legata al giudizio sull’operato del dirigente

 

Eugenio Bruno, Claudio Tucci
Il Sole 24 ore, 12 settembre 2016

 

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-09-12/ritorno-scuola-l-abc-novita-e-problemi-063519.shtml?uuid=ADhsGpIB&refresh_ce=1

 

Pil, consumi e mattone: chi sta pagando di più il conto della Brexit

glovrbtiyNegli uffici studi delle istituzioni finanziarie nella City si stanno disegnando gli scenari economici del dopo Brexitcon cui David Cameron stava tentando di vincere il referendum, oggi quei dubbi sul martellamento di minacce gridate ai quattro venti sono superati. La realtà suggerisce che il divorzio di Londra regala instabilità, incertezza e la prospettiva di una robusta frenata.
È vero che il primo ministro ora dimissionario e con lui tutte le grandi banche nelle ultime settimane hanno messo in campo armi di dissuasione di massa, la dissuasione dalla Brexit, dai contenuti esageratamente allarmistici. Ed è vero che quel tipo di campagna non è servita perché certe visioni apocalittiche hanno infastidito e spinto alla reazione opposta. Ma, ora che il voto è alle spalle, i conti bisogna farli sul serio e non sui numeri di fantasia o sulle proiezioni virtuali. è e costringe a riprogrammare i piani della politicaeconomia, a osservare e studiare le ricadute che già ha e che potrà avere sulla vita quotidiana. Chi ci perde?
Due analisti dell’ufficio studi della Barclays, Michael Gavin e Ajay Rajadhyaksha, certificano che la contrazione degli investimenti è cominciata e che alla fine del 2016 sarà pari all’ 1,6%. Ancora maggiore nel 2017 con un meno 2,6. Questo si tradurrà in un raffreddamento del Pil che per l’anno prossimo era stimato in un più 1,9. Si fermerà invece a un modesto 0,4. Pesante lo scivolamento sulla forza lavoro: il tasso di disoccupazione che si sarebbe dovuto attestare sul 5% sarà più alto di oltre un punto, al 6,1. Ma, attenzione, rimarcano: «Data la dimensione della potenziali difficoltà di business, non è difficile immaginare un quadro ancora più negativo».

Il catastrofismo non aiuta. E non siamo neppure di fronte a circostanze che lo giustifichino. Il governatore della Banca d’Inghilterra ha usato un’immagine suggestiva ed esemplificativa: «Non è che in una notte, la notte del 23 giugno, la nostra economia-Rolls Royce si è trasformata in una economia-Trabant (la berlina della Germania comunista dell’Est ndr )». Mark Carney, che molto si era speso contro la Brexit, ha il compito anche di fare il pompiere e di evitare che si crei il panico. Ciò non toglie che sia suo dovere accendere la spia della luce rossa quando si manifestano i sintomi della malattia. Già nei primi mesi dell’anno la banca centrale aveva tagliato dello 0,7% le stime di crescita. La Brexit ha complicato la situazione. «Non sappiamo con esattezza quanto sarà profonda la flessione ma nessuno può sottostimare l’impatto che il voto ha e avrà». L’instabilità politica e il vuoto di leadership generano preoccupazione, inducono gli investitori a cambiare rotta e addensano nubi sulla ruota del credito all’impresa e alle famiglie. Sfidando la platea dei suoi interlocutori, la scorsa settimana Carney ha chiesto: «Qualcuno in questa stanza è in grado di affermare che i rischi da noi illustrati prima della Brexit non abbiano già cominciato a manifestarsi?». Si è dato una risposta: «Io vedo che il rallentamento materiale della crescita è partito». Spia rossa.
È sempre difficile passare da allarmi generici ad allarmi più concreti ma le parole del governatore hanno, ovviamente, più di un fondamento. A parte il crollo della sterlina, ampiamente previsto, sono altri i sintomi che il virus Brexit ha evidenziato. Sette fondi immobiliari inglesi, in pochi giorni dal 4 luglio, hanno dovuto sospendere i rimborsi delle quote. Sono colossi che hanno capitalizzato nel mattone commerciale e residenziale: Aviva, Standard Life, M&G, Henderson Global Investor, Columbia Threadneedle, Canada Life e Aberdeen Asset Management. Gli investitori e i risparmiatori, spaventati dal circo della politica, hanno sollecitato la liquidazione dei loro capitali. I volumi sono stati così ampi che i fondi hanno chiuso le casse: 13 miliardi di sterline restano dove sono, misura precauzionale. Ma il settore immobiliare è sotto stress.
Da tempo il mercato della casa è in fibrillazione. La domanda è cresciuta fino al 2015 sia perché arrivavano arabi, russi, cinesi, indiani, europei pronti a comperare (quasi il 50% degli investimenti immobiliari nel Regno Unito è di origine internazionale), sia perché la facilità di mutuo incentivava le famiglie a indebitarsi (la Banca d’Inghilterra calcola che il debito privato complessivo sia vicino al 140% del Pil). Con la Brexit la bolla viene a galla. I capitali stranieri sono in pausa meditazione o in ritirata. Ancora una volta è l’ansia del vuoto politico e istituzionale che pesa e induce alla riflessione. All’indomani del voto sono andati in fumo accordi per compravendite pari a 650 milioni di sterline. Di punto in bianco è stata cancellata l’intesa da 465 milioni che prevedeva l’acquisizione di un palazzo per uffici nel cuore della City da parte del fondo tedesco Union Investment (a vendere era il gruppo americano Hines). Il mattone è l’anello debole della catena. Se si congelano i flussi di capitali stranieri e i prezzi calano, se il valore delle case acquisite dalle famiglie col mutuo va in caduta, allora cosa può accadere? Sembra di tornare al 2008, al quadro pre-crisi globale. Stavolta, per fortuna, le difese immunitarie esistono. La Banca d’Inghilterra si sussurra abbia in mente un ulteriore ritocco al ribasso dei tassi per creare una cinghia di sicurezza sui mutui che se dovessero diventare insostenibili per le famiglie farebbero saltare la baracca.
La sfiducia dei consumatoriLa principale preoccupazione del governatore Carney, in questo momento, è assicurare che l’offerta di moneta non si blocchi in modo che il salvagente per l’economia reale sia pronto ed efficace. Un conto è che si mettano in posizione di attesa i grandi investitori e un conto che sia la gente comune a schiacciare il freno per le preoccupazioni sul futuro da decifrare (quale governo? quale divorzio dall’Ue?) e a causa di un eventuale blackout finanziario. Nell’immediato post Brexit, le immagini che ritraggono la vita quotidiana non sono rassicuranti. L’indice di GfK, società che misura la fiducia dei consumatori, è crollato di 8 punti nella settimana dal 30 giugno al 5 luglio. Il livello più basso dal ‘94. I cittadini con reddito medio (da 25 a 50 mila sterline annue) manifestano timori di impennata nei prezzi e hanno avviato la revisione di spesa al ribasso. A conferma il Financial Times, che ha costruito il «barometro Brexit», segnala alcune ricadute nel commercio al dettaglio (con la contrazione dell’1% circa nelle vendita ai grandi magazzini John Lewis), negli annunci di lavoro online (nella settimana dopo il 23 giugno erano 800 mila, la metà rispetto allo stesso periodo del 2015), nelle vendite di abbigliamento sportivo, con una perdita di quasi 6 punti. Nel Regno Unito una delle parole più gettonate nelle ricerche su Google è stata «recessione». Solo una coincidenza?
Eccoli i piccoli e grandi segnali «di rallentamento della crescita» che sottolineava la Banca d’Inghilterra. Il sistema britannico ha la forza per reggere all’urto. Ma la luce rossa è accesa. La Brexit è un «mostro» da domare con cautela. A Londra anche i più accaniti antieuropeisti non sorridono più.

Fabio Cavalera

Corriere della Sera 11 luglio 2016

 

 

 

 

 

 

 

Se il lavoro non si ritrova più “Sono undici milioni in Europa”

labbIn Europa più di 22 milioni di persone verrebbero lavorare, ma non gliene viene data la possibilità. Molti di loro, quasi la metà, ci sta provando da oltre un anno, ma senza alcun successo. Si chiama disoccupazione di lungo periodo e, a chi ci capita dentro, fa molto male. Quella di questi anni, coinvolge soprattutto gli uomini, lavoratori “maturi” e figure senza elevati titoli di studio. Ma ora tiene trattenuti nelle morsa anche le figure intermedie, quelli con un’elevata specializzazione e i giovani.

A rilanciare la preoccupazione per la disoccupazione di lungo periodo è il rapporto della Fondazione Bertelsmann Long-term Unemployment in the EU: Trends and Policies. Lo scenario di quel che accade nel Vecchio Continente non è uniforme e vi si sovrappongono aree dove il mercato del lavoro è più dinamico a altre zone dove invece prevale lo stallo determinato dalla Grande Recessione. Nella classifica europea dei paesi più colpiti c’è anche l’Italia, dopo nazioni come Grecia, Spagna e Portogallo.

I segmenti più colpiti. Per lo più, a essere trattenuti nella trappola della disoccupazione di lungo periodo, sono sia i lavoratori con un basso livello di specializzazione (il 41 per cento), sia quelli con un livello di formazione intermedia (41 per cento). Ma nessuno si può ritenere esente da questo rischio e da questa esperienza da cui è sempre più difficile uscire fuori. Tra coloro che non riescono a ritrovare un impiego da oltre dodici mesi, ci sono anche quelli che hanno un elevato livello di specializzazione (il 18 per cento).

La disoccupazione di lungo periodo sta colpendo soprattutto quei lavoratori maturi e quelle persone coinvolte dai processi di ristrutturazione che hanno attraversato un elevato numero di aziende. Fenomeni che hanno coinvolto i settori in declino e le figure la cui presenza tende a scendere sempre più all’interno degli organici aziendali.

I giovani in trappola. Ma non solo lavoratori maturi. Tra coloro che fanno molta fatica a trovare un impiego ci sono anche i giovani. Da soli, gli under 24, rappresentano un sesto dei disoccupati di lungo periodo. Gli autori del rapporto sottolineano come sia allarmante che in paesi severamente colpiti dalla crisi, la disoccupazione di lungo periodo sia divenuto un problema permanente per molti giovani.

Tra le nazioni con i più elevati tassi di disoccupazione di lungo termine tra i giovani, ci sono l’Italia, la Grecia, la Croazia e la Slovacchia. La situazione giovanile è migliore invece in Finlandia, Danimarca e Svezia, dove in ciascuno di questi paesi la quota della disoccupazione degli under 24 non supera il 10 per cento del totale dei senza lavoro.

Poca carriera e poca fiducia. Rimanere senza impiego per molto tempo può avere effetti negativi molto seri sulle prospettive professionali dei giovani e incrementare i rischi di esclusione sociale. Gli autori del rapporto della Fondazione Bertelsmann sottolineano come trascorrere un prolungato periodo senza alcun impiego non solo influisce negativamente in maniera molto decisa sulla qualità della vita e sul benessere psicologico di un giovane, ma anche minaccia in maniera significativa le possibilità di intraprendere percorsi professionali di qualità e salire lungo la scala gerarchica aziendale. Senza contare, per altro, la riduzione di fiducia nelle istituzioni che rischia di colpire intere classi generazionali.

La Repubblica 20 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2016/06/20/news/disoccupazione_lungo_periodo_giovani_europa-142421273/?ref=HRLV-6

Fondazione Bertelsmann

https://www.bertelsmann-stiftung.de/en/publications/publication/did/long-term-unemployment-in-the-eu/

 

In Lombardia gli stipendi più alti

retribIl cuore della Lombardia ha gli stipendi più alti della Penisola, quello della Sardegna i più poveri. E’ la provincia di Milano, infatti, a garantire le retribuzioni annue lorde più pesanti, secondo la rilevazione dell’Osservatorio Jobpricing per Repubblica.it, con un livello che supera i 34.500 euro. Nel medio-campidano, invece, si scende sotto la soglia di 22.500 euro, per una sforbiciata di oltre un terzo dell’assegno.

Nel mezzo, tutte le altre province, con una tendenza che non stupisce: vincono le regioni del Centro-Nord, le più attardate sono quelle del Mezzogiorno. Se si raggruppano i risultati per regioni, infatti, la Lombardia si issa al primo posto con retribuzioni lorde medie di oltre 31mila euro, e sul podio si accompagna con Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. Quarto il Lazio, con poco meno di 30mila euro, anche se Roma è fuori dalla top ten delle province meglio retribuite con un risultato di 30.126 euro….

http://www.repubblica.it/economia/2015/11/30/news/classifica_stipendi_province-128048373/?ref=HREC1-8