Dal 2 novembre le donne lavorano gratis

gendergapÈ come se da lunedì 2 novembre smettessero di essere pagate, pur continuando a lavorare. È quanto capita alle lavoratrici europee, colpite dal ‘gender gap’, la differenza di salario percepito rispetto ai colleghi uomini. In Europa per lo stesso impiego le donne sono pagate il 16,3% in meno per ora lavorata rispetto ai maschi: in pratica lavorano gratuitamente 59 giorni all’anno. Ed è come se quest’anno smettessero di essere pagate lunedì scorso. È quanto si sottolinea in un rapporto della Commissione europea sulla differenza di salario fra uomini e donne.

Una situazione, si sottolinea nel rapporto, causata da una retribuzione oraria inferiore per le donne, da un numero inferiore di ore di lavoro retribuito e da minore tasso di occupazione, spesso dovuto a interruzioni di carriera per prendersi cura di figli o famigliari. Su questo fronte l’Italia è uno dei Paesi più virtuosi dell’Unione europea: il divario retributivo di genere medio è del 7,3%, dietro Slovenia, Malta e Polonia.

La differenza di salario per ora lavorata produce un risultato ancora più significativo sulle pensioni. Alla fine della vita lavorativa le donne ricevono mediamente un assegno pensionistico del 39% inferiore a quello degli uomini.

Eppure se venisse affidato più potere alle donne, secondo l’Fmi, si combatterebbero le diseguaglianze e si spingerebbe la economica. Nonostante i progressi degli ultimi anni, le donne al lavoro sono ancora decisamente meno rispetto agli uomini. Così come le loro buste paga sono in media 15 punti percentuali più leggere di quelle degli uomini.

A scattare la fotografia delle donne nell’economia è il Fmi, sottolineando che il sesso debole resta ancora indietro rispetto agli uomini sia nei paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo, mentre potrebbe rappresentare un ‘motore’ per la ripresa economica in grado di aiutare a sconfiggere la nuova piaga del secolo, ovvero le diseguaglianze dei redditi, che si accentuate con la crisi finanziaria. Il Fondo invita ad agire ammettendo però che non c’è una “bacchetta magica”. E questo perchè i problemi variano: nelle economie avanzate il divario fra donne e uomini riguarda la partecipazione economica; nelle economie in via di sviluppo, invece, il gap è relativo all’istruzione e alla sanità, che sono i maggiori ostacoli a una più equa distribuzione.

“I gap elevati nella partecipazione al mercato del lavoro fra donne e uomini si traducono in diseguaglianze di profitti fra i due sessi, e creano diseguaglianze nei redditi” afferma il Fondo, proponendo la propria ricetta per ridurre e abolire il divario fra donne e uomini. La ricetta si basa su quattro pilastri: la rimozione delle restrizioni legali basate sul sesso, la revisione delle politiche fiscali per incoraggiare le donne a entrare nel mercato del lavoro, creare spazio nei budget pubblici per le spese prioritarie quali le infrastrutture e l’istruzione, e l’attuazione di benefit per le famiglie.

Il divario fra donne e uomini al lavoro si è ridotto negli ultimi 20 anni, calando in media di otto punti percentuali nei paesi Ocse. Un risultato in parte legato all’aumento della disoccupazione maschile con la crisi finanziaria. Il divario da un punto di vista dei salati si è ridotto di quattro punti percentuali, ma le donne continuano a guadagnare in media il 15% in meno rispetto agli uomini.

http://www.huffingtonpost.it/2015/11/03/donne-lavorano-gratis-gender-gap_n_8459354.html

La legge del mercato

Esce in sala il film di Stephane Brizé con Vincent Lindon che a Cannes ha vinto il premio per la migliore interpretazione

Thierry ha 51 anni, una moglie, un figlio disabile. Thierry aveva un lavoro fino a 20 mesi fa, oggi ha solo un assegno di disoccupazione. Quando dopo mesi di stage, corsi e tentativi di ricollocarsi trova finalmente un impiego nella sicurezza di un supermercato dovrà rispondere alla domanda: fino a che punto sono disposto a venire a patti con la mia coscienza pur di tenermi il posto? “Prima ancora di arrivare sul set ci siamo fatti questa domanda che è il cuore del film – dice Vincent Lindon che interpreta Thierry – In realtà poi rispondere alla domanda è molto complicato. Non accettare qualcosa di inaccettabile e dire basta è coraggioso, comporta opporsi al sistema. Ma allo stesso tempo il contrario è ugualmente coraggioso: soffrire, soffrire e soffrire in silenzio per portare a casa una bistecca da mettere in tavola per la propria famiglia. Il mondo è complesso e ambiguo. Io non so se avrei potuto sopportare così a lungo come lui, ma come Thierry sono convinto che esistano dei limiti. Io amo la sua dignità e il suo sangue freddo, persino la sua dolcezza. Ho molta ammirazione per chi riesce a stare calmo come Thierry perché io sono un tipo piuttosto focoso”.

 

 

Il film

http://www.mymovies.it/film/2015/laloidumarche/

10 film sul lavoro

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/10/10/foto/dieci_film_sul_lavoro_da_tempi_moderni_di_chaplin_a_smetto_quando_voglio-97799761/1/#1

 

E’ la Germania cosmopolita figlia di Kant

welgremanÈ la «Nuova Germania» che si manifesta, dice Markus Gabriel di fronte all’ondata di solidarietà nei confronti dei rifugiati che sta attraversando il Paese. «La Germania cosmopolita in senso kantiano», nata nel 1989. Gabriel, 35 anni, è uno dei filosofi emergenti tedeschi. Insegna Epistemologia, Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Bonn. Parla sette lingue oltre a conoscere latino, greco antico, ebraico biblico. Quest’anno ha pubblicato in Italia Perché non esiste il mondo.

Professore, è stupito dalla solidarietà dei tedeschi?

«No, non sono molto sorpreso. Trovo piuttosto che sia interessante il fatto che altri lo siano. Siamo di fronte a un diritto di persone perseguitate per ragioni politiche. Negare questo diritto è come negare la democrazia o il governo della legge. Per noi è anche un principio della costituzione».

In altri Paesi la reazione non è la stessa.

«Rispetto ad altri Paesi la Germania è in una buona forma ideologica. Ma sta solo vivendo all’altezza di quelli che sono i valori europei».

Anche il governo ha risposto in modo positivo.

«E quello che speravo. In parte dipende dal fatto che si tratta di un governo stabile, al quale questa scelta non costa politicamente niente. La Germania d’oggi è come Cuba, con un partito unico, cristiano-democratico e socialdemocratico, al governo. Ma ha fatto una scelta intelligente. Non dimentichiamo che la Germania ha una storia di benvenuto nei confronti dei siriani lunga decenni. Apprezza da tempo le loro competenze. Come quelle degli iraniani. Si tratta di Paesi che hanno una classe media incredibilmente istruita. Chi arriva ha spesso valori che la Germania desidera

Cos’è che mobilita i tedeschi? Solidarietà? Senso del dovere?

«È quella parte di ideologia tedesca universalista che considera tutti gli individui uguali, al di là della pelle, della lingua, della nascita. Che punta alla legge universale. Un’ideologia che puoi sempre usare. Ora, è la Germania al suo meglio, in certi momenti è stata al suo peggio». Da dove viene?

«In questo momento non pensiamo come tedeschi ma come esseri. Deriva dall’Illuminismo dei primi tempi, una prevalenza che in Germania è tornata dopo la Seconda guerra mondiale».

Gioca un ruolo anche il senso di colpa per il passato?

Forse in parte e per qualcuno. Ma non scordiamo che questo è un Paese di immigrati da decenni. Persone arrivate da altrove che oggi sono tedesche a tutti gli effetti. Non conta come sei: la Germania è cosmopolita. La vecchia Germania è finita nel 1989, con una rivoluzione. E con la riunificazione siamo diventati definitivamente un Paese di immigrati.
Conta anche la religione? La Germania sembra un Paese secolarizzato.

Guardi che il4o %dei tedeschi vota per i cristiano-democratici. Il presidente federale Joachim Gauck era un pastore. Non direi che siamo un Paese secolarizzato. Vero, si può dire che l’Italia è un Paese cattolico e non si può dire che la Germania sia cattolica o protestante o musulmana. Ma ha una struttura molto teologica e il movimento di questi giorni ha anche una componente religiosa, di obbligo cristiano».
Quali radici filosofiche ci vede?

«La Germania è cosmopolita in senso kantiano. Per un certo periodo, fino ad anni recenti, hanno prevalso filosofie che spingevano al nazionalismo, compreso Heidegger. Ora, Kant e Habermas hanno preso il sopravvento. Ora l’idea prevalente è: essere tedeschi non è niente più che avere la cittadinanza tedesca e parlare la lingua. Non ci sono più consuetudini e usanze tedesche. Sono sparite. Nel bene e nel male».

Perché i Länder dell’Est sono più restii ad accettare i rifugiati?

«A dire il vero, opposizioni ci sono anche nel Baden-Württemberg, che è il Land più ricco con la Baviera, a Heidelberg. A Est, dove la popolazione è meno benestante, c’è più paura della concorrenza di chi arriva da fuori, si teme che porti via posti di lavoro. A fianco della nuova Germania c’è anche una Germania razzista che ha una sua idea di Heimat, di Patria».

Lei parla esplicitamente di Nuova Germania.

Senza dubbio. La trasformazione si vede nella nazionale di calcio, dai Mondiali del 2006 (anche se non potremo mai vincere contro l’Italia). Müller e Ozi] fanno parte dello stesso team, senza differenza. E nessuno ne dubita. Durante la crisi greca questa Nuova Germania non è stata capita da molti osservatori, che hanno visto un atteggiamento imperialista e repressivo nei confronti di Atene. E che spesso emerge quest’idea della Germania che cerca l’egemonia. Idea razzista: come dire che l’Italia è pizza e pasta. E incomprensione del fatto che c’è una Nuova Germania»

A proposito di Grecia: quanto pesa la buona salute economica del Paese sulla disponibilità dei cittadini ad accettare i profughi?

«Conta. Non credo che i tedeschi siano più caritatevoli di altri. Vista la sua situazione economica, la Germania può permettersi di mettere denaro a disposizione di altri. Se invece sei in difficoltà economiche il problema è molto diverso».

Quindi va ringraziato il ministro delle Finanze Schäuble.

«In qualche modo sì. Ma soprattutto va ringraziata la Cina, che finora è stato un partner economico fondamentale. Questo è il problema: beneficiamo tutti di un regime illiberale».

Danilo Taino

Corriere della Sera 6 settembre 2015

 

 

 

Uno a uno

jeoSiamo uno a uno. Ma è uno di quei pareggi che comportano il rischio di retrocessione, perché rivelano un equilibrio sempre più precario: per ogni abitante pensionato, disoccupato o così scoraggiato che vorrebbe lavorare ma non cerca neanche più, in Italia c’è solo un’altra persona che un posto di lavoro lo ha. Per l’esattezza ce ne sono 1,06. Altrimenti detto centosei adulti si danno da fare ogni giorno per produrre e sostenere (direttamente o attraverso lo Stato) altri cento adulti che, per vari motivi, si limitano a ricevere e consumare.
Magari sembrerà normale, ma non lo è. Ammesso che l’Europa di oggi possa ancora essere identificata con l’ordinarietà, nel confronto con gli altri Paesi è semplicemente abnorme: insieme alla Grecia, l’Italia è ultima nell’unione monetaria per il rapporto di forze fra ch i produce e chi non lo fa (o non lo fa più). E questo è uno dei rari aspetti della vita nazionale che la lunga crisi dell’euro ha cambiato poco: l’Italia era già ultima prima del contagio finanziario, dell’austerità e della tripla recessione, al punto che paradossalmente risulta oggi fra le economie in cui meno è successo dal 2007 in poi.

Già otto anni fa questo Paese aveva ufficialmente così poche persone al lavoro che persino oggi nessun Paese europeo (tolta la Grecia) risulta in un equilibrio così precario come quello che contrassegnava l’Italia già prima del grande crac.
Ora la manovra in arrivo per l’autunno sta sollevando un gran numero di ipotesi: il taglio delle tasse sulla casa, la flessibilità per anticipare il pensionamento, gli sgravi sul lavoro o sulle imprese. Per cercare di capirne il senso, il «Corriere» ha condotto un piccolo test: ha messo a confronto il numero di occupati in ogni Paese dell’area euro con altri adulti, quelli che in pensione, o disoccupati oppure invisibili nei dati di disoccupazione anche se vorrebbero lavorare, perché non cercano più. Il test è condotto prima sui dati Eurostat 2007 e poi su quelli 2014 (quelli più recenti sulle pensioni, peraltro stabili nel tempo, sono disponibili per il 2012).
Ne emergono alcune lezioni. La più evidente è che la Germania ha avuto un’ottima crisi: è la sola economia di Eurolandia che in questi otto anni sia riuscita a incrementare il numero di persone che lavorano rispetto a chi dipende da trasferimenti monetari da parte di qualcun altro. Nella Repubblica Federale 163 occupati sostenevano cento perso ne dell’altro gruppo nel 2007, ma nel 2014 gli occupati erano già dodici di più. Malgrado le tensioni nel Bundestag per il salvataggio di Atene, l’euro sta funzionando egregiamente per i tedeschi e i tedeschi si sono dimostrati bravi nel farlo funzionare per sé.

Poi ci sono gli altri. Nei restanti 18 Paesi oggi membri del club dell’euro, nordici inclusi, dal 2007 al 2014 il numero dei lavoratori è invariabilmente diminuito rispetto al numero dei «consumatori» (vedi grafico). Spesso molto diminuito : come in Finlandia, in Olanda, in Lussemburgo e non solo a Cipro, in Spagna, in Grecia, Portogallo o Irlanda. C’è però nel gruppo un’economia che si dimostra notevolmente stabile da questo punto di vista: l’Italia. È il Paese che ha l a variazione più piccola, ed è anche quello già a fondo classifica quando l’economia andava meglio. Nel 2007 aveva appena 1,2 lavoratori per ogni pensionato, disoccupato o scoraggiato e ne ha pochi di meno oggi. Il malessere dunque pre-esiste al contagio del debito e spiega il crollo dei consumi molto meglio dell’austerità: in ogni via, quartiere e città del Paese, non ci sono abbastanza buste paga.
Un panorama del genere solleva domande molto se rie sul numero di persone che lavorano in Italia nell’illegalità. Eppure lo stesso vale per la Spagna, o il Portogallo, che pure vivono squilibri meno drammatici. Qualunque sia la realtà, il lavoro sommerso resta una patologia che erode la tenuta del welfare e dei conti pubblici – una patologia mai abbastanza aggredita – non la forza nascosta che spesso si fa credere.

Passata la grande recessione, ci si può ora chiedere se l’Italia abbia toccato il fondo e da ora in poi avrà più lavoratori attivi. La risposta è: non sarà facile. L’Istat stima che nei prossimi quindici anni il Paese perderà tre milioni di persone fra i 30 e i 50 anni, l’età più produttiva, e ne acquisirà oltre tre di più di 65 anni. L’orologio dell’invecchiamento degli italiani avanza rapido e inesorabile, dunque il momento per mettere più persone al lavoro è adesso. Per questo non aiutano gli 80 euro in busta paga o il taglio della Tasi, misure che costano molto ma non riusciranno mai a risollevare i consumi in un’economia così povera di salari. Sono utili invece gli sgravi sui nuovi assunti o sulle imprese, che il governo intende confermare o accentuare. Del resto siamo in zona Cesarini: resta poco tempo per scongiurare il più inglorioso dei pareggi.

L’Italia che produce perde sempre più terreno (e solo la Grecia fa peggio)

Di Federico Fubini

Corriere della Sera

11 agosto 2015

http://www.corriere.it/economia/15_agosto_11/italia-che-produce-perde-sempre-piu-terreno-solo-grecia-fa-peggio-8cdd67ca-3ff1-11e5-a1d8-4e4de2e3fad8.shtml

Piena occupazione, ritorno al futuro

occuppp Ci sono dati a cui non ci si può e non ci si deve abituare. Ancora oggi, in Europa, a sette anni dall’inizio della crisi, il tasso di disoccupazione rimane superiore al dieci per cento, con punte che in talune aeree e categorie (tra cui i giovani) superano il venti. Senza contare gli scoraggiati usciti dal mercato del lavoro e il diffuso peggioramento delle condizioni di chi riesce a lavorare.

Nel secondo dopoguerra, J. M. Keynes si battè affinché la piena occupazione costituisse l’obiettivo di fondo della politica economica dei Paesi occidentali. Nella convinzione che economia e democrazia si tengono necessariamente la mano. Sono quasi trent’anni che un tale obiettivo è sparito dall’agenda dei governi. E, dopo sette anni di crisi, una decisa virata ancora non si vede: le istituzioni centrali — specie quelle europee — continuano a considerare gli obiettivi di controllo dell’inflazione il criterio della loro azione. Non sta forse in questa paradossale inversione la ragione dei nostri problemi?

  I rapporti di forza interni all’Unione e la distanza abissale tra le classi dirigenti e la vita reale delle persone ci bloccano in questo stallo. Il risultato è quello che vediamo: molti dei sistemi politici europei, senza più alcuna distinzione tra destra e sinistra, sembrano fortini assediati con coalizioni di governo, elettoralmente fragili, asserragliate nel Palazzo. Mentre nelle piazze rumoreggiamo populismi di varia natura.

Eppure, ancora non si vede il superamento di un modello che compensava i propri squilibri attraverso la sua stessa malattia (l’aumento del debito pubblico e privato).

Le vie canoniche per combattere la disoccupazione sono due.

La prima dice: più crescita. Giusto. A condizione di non dimenticare che con i livelli di disoccupazione raggiunti e la velocità con cui si procede (ammesso e non concesso che il segno più si stabilizzi), il processo di riassorbimento richiede anni. Ma il tempo, nella vita delle persone, non è variabile neutra. Tanto più che l’allargamento della forbice tra produttività del lavoro, prodotto interno lordo, occupazione e le tendenze nella concentrazione della ricchezza fanno sì che l’effettivo aumento dei posti di lavoro sia tutto da confermare. Per questo, dire che la risposta al problema è la crescita non basta.

La seconda dice: più investimenti. Privati, ma sopratutto pubblici. Anche questo secondo argomento è corretto. Ma, sul fronte privato, gli investimenti sono fiacchi da anni sia perché le aspettative di profitto sono basse (dove sono i settori in cui si può pensare di guadagnare?) sia perché l’enorme mercato finanziario è un mostro a due teste che, mentre genera risorse, le inghiotte. Senza contare che gli investimenti non vanno là dove ci sono i problemi più pressanti (leggi il nostro Mezzogiorno o i giovani senza esperienza). E per quanto riguarda gli investimenti pubblici — la cui spinta nell’era della globalizzazione è più debole che in passato — essi dipendono dalla esistenza di uno Stato forte. Condizione che, almeno in Europa, non c’è.

E allora? Se vogliamo essere intellettualmente onesti, occorre ammettere che, senza una diversa prospettiva, il riassorbimento dell’occupazione resterà una chimera. Almeno in quei Paesi dove la crisi ha desertificato persone e territori.

Come non si stanca di ripetere Mario Draghi, una politica monetaria espansiva ha senso solo per prendere tempo e fare le riforme. Giusto. Ma sia la stessa politica monetaria sia le riforme avranno effetti diversi a seconda degli obiettivi perseguiti (piena occupazione vs stabilità monetaria).

Nella situazione in cui siamo, l’errore sta nel continuare a considerare efficienza economica e coesione sociale come obiettivi divergenti. Cosa che dopo il 2008 non è più vera.

Al contrario, ci sono molti segnali che dicono che oggi la relazione tra efficienza e coesione torna a essere positiva: sappiamo che questo vale per le imprese che operano sui mercati internazionali, per le quali la manodopera, ma anche la scuola o le infrastrutturale logistiche, sono condizioni per essere competitive; per il tenore generale dell’economia domestica, che può davvero riprendersi solo grazie ad un’azione di corretta redistribuzione delle risorse; per lo sviluppo di settori nuovi — quali il digitale, la sanità, i servizi alla persona, la qualità del territorio e dell’ambiente — che possono svilupparsi solo condividendo le stesse priorità; per la stessa Europa che, se avesse il coraggio mostrato nel secondo dopoguerra, potrebbe fare dei propri squilibri la leva su cui far ripartire l’economia interna, finanziando con i surplus di bilancio dei Paesi in attivo il rilancio di quelle aree avviate alla desertificazione.

keynescolour[1]Ci sono dei momenti nella storia in cui la logica del gioco cambia. Prima lo si riconosce, meglio è. Così oggi, quando per rilanciare l’economia e salvare la democrazia occorre un riorientamento politico di fondo in grado di capire che, per ragioni economiche e politiche, è venuto il momento di rimettere in linea la spinta individuale, l’efficienza di sistema, l’integrazione sociale. Cominciando dal lavoro per rilegare, come fece Keynes nel dopoguerra , economia e società.

Mauro Magatti

Corriere della Sera

23 giugno 2015

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_25/piena-occupazione-ritorno-futuro-f53b0da2-1b09-11e5-8694-6806f55cfc9e.shtml

Profitti senza lavoro nell’era digitale

imagesRX2G4R2UPer uscire dallo sboom economico europeo occorre interrogarsi sugli effetti che la Terza rivoluzione industriale, quella della rete, ha prodotto nel Vecchio continente. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. È in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro Paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. Secondo i dati Ocse, fino al 13% del valore generato dalle aziende potrebbe essere attribuito alle virtù taumaturgiche della rete, mentre il settore ha assorbito il 50% di tutte le operazioni di venture capital già nel 2011.

Accontentarsi quindi nel 2015 di una crescita europea di poco più dell’1% significa in sostanza mettere in conto la saturazione di un intero sistema, perché chi può spendere non incrementa le sue spese e chi non ha questa possibilità è ormai fuori dall’area dei consumi: alla marea dei senza lavoro dovranno quindi pensarci i governi con i loro claudicanti sistemi di welfare piuttosto che le imprese. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa e Stati Uniti. In primo luogo, nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale. Per Eurostat, il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri Paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. Fatta eccezione per Francia, Germania e Austria, dove questo indice è pressoché stabile tra il 18 e il 20%, si fa fatica a capire come i consumi possano aumentare quando un europeo su quattro deve essere sostenuto per portare avanti un’esistenza dignitosa non avendo di fatto capacità reddituale. E si spiega così anche il fatto che la Banca centrale europea dia quasi per scontata un’endemica disoccupazione del 10% nel 2017.

Servirebbe uno scatto epocale innovativo di cui non se ne vede l’ombra. E non è detto che basti. Anche dall’altra parte dell’oceano proprio la Terza rivoluzione industriale — dopo quella della fabbrica e dei microprocessori — comincia a lasciare sul campo parecchie vittime. Secondo due ricercatori dell’Università di Oxford, nel giro di una ventina d’anni il 47% dei posti di lavoro rientrerà nella categoria «ad alto rischio», cioè sarà potenzialmente automatizzabile. E sono in molti a sostenere che questa computerizzazione dei livelli produttivi in futuro comporterà la sostituzione soprattutto dei lavori meno specializzati e a basso salario, mentre quelli più specializzati e ad alto reddito se la caveranno decisamente meglio. Non deve perciò stupire se l’indice S&P 500 della borsa di New York sia salito in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2. Gli effetti della dematerializzazione di molti processi industriali negli Stati Uniti e la nuova era di Internet che rende possibile la marginalità a costo zero — tanto decantata da Jeremy Rifkin — alla fine rischiano di mettere ancora più a repentaglio i poveri aumentando invece la solidità dei più ricchi.

Un esempio su tutti può spiegare questo fenomeno. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni Sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di ricavi dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. Questa è la prova che il capitale si è sostituito sempre più al lavoro e che per produrre ricchezza il denaro ha bisogno di meno individui. Ma sono proprio i consumi individuali a far crescere le economie mature come quella europea, che in più non ha ancora del tutto intercettato la rivoluzione del web e forse mai lo farà.

Roberto Sommella

Corriere della Sera 4 giugno 2015
Giornalista autore de «L’euro è di tutti»

http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_04/profitti-senza-lavoro-nell-era-digitale-3c4cb390-0a8d-11e5-b215-d0283c023844.shtml

L’ascensore sociale funziona al contrario

elevator3La società italiana scivola verso il basso. Spinta dalla crisi, che dal 2008 ha investito l’economia globale  –  e nazionale. Non è tanto e solo l’andamento dei redditi e del mercato del lavoro, a rivelarlo. Anche se, nell’ultimo anno, in metà delle famiglie qualcuno ha perduto il lavoro oppure l’ha cercato senza esito (indagine Demos-Coop, aprile 2015). Il problema è che, al di là della “condizione”, misurata dalle statistiche socioeconomiche, il declino ha colpito, in modo sensibile, anche la “percezione”. Ha, cioè, modificato sensibilmente il modo di guardare la realtà intorno a noi e di rappresentare, anzitutto, noi stessi.

Come si è detto in altre occasioni, l’ascensore sociale, in Italia, si è bloccato. E gran parte degli italiani ha smesso di attendere che riparta. E oggi è, invece, impegnata a frenare, se non a bloccare, la marcia del “discensore sociale”. Dal quale sono in molti, la maggioranza, a sentirsi trasportati, meglio: trascinati. Verso il basso. Ma la percezione delle cose e di noi stessi è difficile da modificare. Molto più della realtà stessa. Perché ci vuole tempo prima di “credere” che il lavoro e il reddito abbiano ripreso a crescere. E che, di conseguenza, si possa guardare di nuovo il futuro con minore pessimismo del passato. Malgrado l’Istat e l’Ocse, oltre al nostro governo, segnalino una ripresa della nostra economia, i consumi, continuano, infatti, a stagnare. Perché gli italiani non si fidano. Del futuro. Del “proprio” futuro. E preferiscono risparmiare, piuttosto che consumare. Per prudenza.

TABELLE

Di certo, è finita l’epoca della “cetomedizzazione”. Termine ostico, ma sicuramente efficace, con il quale Giuseppe De Rita, negli anni Novanta, ha definito la tendenza della società italiana a ridimensionare il peso delle èlite, ma soprattutto degli strati più bassi. E, dunque, ad allargare i confini della “società di mezzo”. Oggi, invece, la società italiana si è “operaizzata“. Oltre la metà degli italiani, per la precisione: il 52%, si colloca nei “ceti popolari” o nella “classe operaia”. Mentre il 42% si sente “ceto medio”. Nel 2006, dunque: poco meno di dieci anni fa, il rapporto fra queste posizioni  –  e visioni  –  risultava rovesciato. Il 53% degli italiani si definiva “ceto medio” e il 40% classe operaia (o “popolare”). Nel 2008, mentre la crisi incombeva, peraltro, le posizioni apparivano più vicine. Ma il ceto medio, in Italia, prevaleva ancora, seppur di poco, sulla classe operaia: 48 a 45%. Questa tendenza ha investito un po’ tutte le professioni e tutte le categorie. Non solo quelle che erano già, di fatto, “classe operaia”. I lavoratori dipendenti. Ma ha coinvolto anche altre figure, catalogate, tradizionalmente, nella “piccola borghesia” (come ha fatto Paolo Sylos Labini, nel suo classico “Saggio sulle classi sociali”, pubblicato nel 1988 e di prossima ri-edizione, sempre per i tipi di Laterza). In particolare, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. Ancora nel 2008, il 60% di essi si sentiva “ceto medio”, il 34%, poco più di metà, classe operaia. Oggi, però, questa distanza si è sensibilmente ridotta. Perché il 40% dei lavoratori autonomi e in-dipendenti si sente “classe operaia”. Il 54% ceto medio…..

Così, in Italia avanza una società “operaia”. Che vive con una certa preoccupazione e un certo risentimento questa condizione  Perché aveva creduto alla promessa berlusconiana di un futuro da “imprenditori” per tutti. Attraverso il passaggio “intermedio” del “ceto-medio”. Ma oggi, che la crisi ha dissolto il sogno-ceto-medio, per molti è faticoso rassegnarsi al risveglio-operaio.

Ilvo Diamanti

Repubblica 25 maggio 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/05/25/news/l_ascensore_sociale_funziona_al_contrario_ora_il_ceto_medio_si_sente_classe_operaia-115182379/