I numeri sul declino della democrazia

La democrazia è in recessione, nel mondo. Dopo gli anni seguiti alla caduta dell’impero sovietico, durante i quali ha conquistato numerosi nuovi Paesi, oggi è in arretramento. L’indice sulla salute della democrazia globale elaborato da Freedom House calcola che nel 2016 ci sia stato un declino dei diritti politici e delle libertà civili in 67 Nazioni, contro un miglioramento in 36.

Ma quanto credono i cittadini nella democrazia rappresentativa, quella a cui l’Occidente è abituato? E vedono alternative? Se l’è chiesto il Pew Research Center che ha condotto un sondaggio in 38 Paesi di tutti i continenti. Con alcuni risultati che sorprendono. Globalmente, la democrazia rappresentativa è ritenuta «buona» dal 78% delle persone, «cattiva» dal 17%. Il 66% considera positivamente anche la democrazia diretta – tipo referendum – contro il 30% che non la sceglierebbe. La prima sorpresa è che il 49% è anche a favore di un governo degli esperti (il 48% no), il 26% vede bene il potere a un solo leader (il 71% è contrario) e il 24% dice che sarebbe una buona cosa se il suo Paese fosse guidato da militari (il 73% rifiuta l’idea). La democrazia è insomma nettamente maggioritaria nel mondo ma le alternative elitarie o autoritarie sono forti. In Russia, per dire, solo il 7% si dice impegnato nettamente a favore della democrazia rappresentativa: il 61% la appoggia con una certa freddezza e il 22% vorrebbe un governo non democratico. Percentuali alte di cittadini che vorrebbero vivere in un sistema autoritario si trovano in Sudafrica ( 22 ), Perù ( 28 ), Messico ( 27 ), Colombia ( 25 ), Cile ( 24 ), Brasile ( 23 ). Il record però spetta alla Giordania ( 36% ) seguita dalla Tunisia ( 32% ). I Paesi con una lunga tradizione democratica sono i più solidi nel sostenerla. Negli Stati Uniti e in Canada solo il 7% vorrebbe un governo non democratico, in Germania solo i l 5%, il 9% in Italia, il 10% in Gran Bretagna e in Francia. In Paesi europei con esperienze tutto sommato recenti di regimi dittatoriali, un governo autoritario è desiderato dal 12% in Polonia, dal 15% in Ungheria, dal 17% in Spagna: mentre in Grecia solo dal 6%. Anche tra chi sceglie la democrazia, però, molti non sono chiusi all’idea di forme di governo alternative. In Italia, per esempio, il 17% pensa che un regime militare potrebbe essere positivo, il 29% accetterebbe un leader forte, il 40% apprezza un governo degli esperti.

DANILO TAINO

Corriere della Sera, 19 ottobre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_ottobre_19/democrazia-ricerca-numeri-declino-42af2eb6-b413-11e7-b73f-b517701f3ad7.shtml

http://www.pewresearch.org/

 

Quella diffusa voglia di uomini forti in politica

aaaaooRiflettori puntati sull’affermazione di leader forti. Sostenuta senza mezzi termini da Grillo, è incarnata nell’attualità dal decisionista Trump e da Marine Le Pen, candidata-presidente a donna forte francese che sfida Europa e Nato.
Secondo “La Politica” di Aristotele, che si può considerare un testo evangelico per le democrazie moderne, la debolezza delle classi medie è la causa dell’ascesa di capi demagoghi- tiranni al tempo, “uomini forti” oggi. Accade quando in un Paese i ricchi diventano sempre più ricchi e potenti e, al contempo, aumenta il disagio sociale tra la maggioranza della popolazione. Una società diseguale, secondo Aristotele, radicalizza la democrazia e incoraggia estremismi tirannici. La preminenza della medietà sociale, al contrario, dà stabilità alla politica, equilibrio alla democrazia. Questa è la spiegazione sociologica all’insorgenza di Trump negli Usa, dove le classi medie hanno preso un’indiscutibile batosta dalla terza rivoluzione tecnologica (Ict) – risparmiatrice di lavoro ripetitivo – e poi dalla crisi economico-finanziaria. La debolezza delle classi medie spiega anche l’ascesa di Putin, uomo forte in una Russia in cui le disuguaglianze economiche sono le più elevate al mondo: l’1% più ricco degli adulti possiede il 75% della ricchezza nazionale(Global Wealth Report 2016); e ancora, la vittoria schiacciante di Modi – uomo forte in India – nel 2014, contro il partito del Congresso, che aveva dominato per decenni senza una lotta efficace alla povertà.
Si tratta di capi che sanno andare direttamente al popolo per via plebiscitaria, cercando di dis-intermediare il rapporto tra istituzioni politiche e popolo “sovrano”. Sfruttano (ma anche compensano) il discredito delle nomenclature di partito e la sfiducia diffusa verso le élite democratiche ormai implose, accusate dal popolo di autoreferenzialità e soprattutto di non averlo protetto con efficacia dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria. È da questo mood popolare che nasce il risentimento anti-establishment anche di Brexit.
Se c’è un trend verso l’uomo “forte”, vanno tuttavia tenute in conto le diversità di contesto. Trump si può spiegare anche con lo spiccato “nuovismo” degli statunitensi o con un pregiudizio di genere nei confronti della sua rivale. Putin con una propensione storica dei russi allo zar, si chiami Pietro Romanov, Stalin o Putin. Modi, orgoglio hindu, anche con appartenenze religiose. Differente è anche il caso della Merkel, che spicca in un’Europa a forte trazione tecnocratica, ma affetta da gravi squilibri tra Stati (“le due velocità”) e da nanismo politico su scala globale. Il mondo che l’Europa ha dominato per oltre quattro secoli, uscito dal letargo, con la sua crescita giovane e dinamica l’ha infiltrata e irrevocabilmente ridimensionata.
Le differenze permangono anche tra leader occidentali atlantici. Trump vince sfruttando il proverbiale nuovismo americano, puntando sul risentimento delle classi medie e sul disagio sociale diffuso. Merkel, al contrario, si è affermata per l’orientamento conservatore degli europei e per una miglior tenuta della classe media rispetto a quella degli Stati Uniti.
A dispetto di tutte queste differenze, è innegabile che ci sia una tendenza, anche in Occidente, verso capi forti, che riducono i partiti a organizzazioni personali e le élite a stuoli di fedeli nominati. Anche i media – odierno scenario della politica – non hanno bisogno di partiti né di élite, ma di pochi leader dei quali poter esaltare ambizioni, fascino, carisma e, soprattutto, il potenziale anti-casta. La personalità del leader può persino trascendere il contenuto del messaggio politico, il che ovviamente crea incertezza, come nel caso di Trump o in quello della Le Pen.
Modi, primo leader tra quelli delle democrazie rappresentative a essersi affermato tre anni fa in quanto “uomo forte” e “messia dei poveri”, con provvedimenti come la recente demonetizzazione o l’introduzione di una tassa unica sui beni (sostituendo i mille balzelli dei singoli stati), può essere preso a esempio di coerenza con i suoi intenti programmatici. Sta forgiando un nuovo blocco sociale di potere e alimenta il suo carisma populista con la demonetizzazione, che ha lo scopo di colpire la ricchezza indebita da evasione fiscale, illegalità e corruzione: obiettivi che piacciono a un’India che conta il 42% dei poveri del pianeta e in cui l’1% della popolazione adulta più ricca ha ben il 59% della ricchezza nazionale. Modi rilancia il potere centrale nazionale di cui è a capo.
Questo nazionalismo sovranista è un driver comune per tutti i potenti leader populisti: con mille sfumature diverse rende gli slogan di Modi analoghi a “Prima l’America” di Trump o all’esumazione della grandeur nazionale della Le Pen). Assume, tuttavia, connotati e significati diversi: forse un passo avanti per la policentrica India, ancora con i piedi d’argilla sul piano della modernizzazione; un passo indietro per la nazione guida dell’Occidente, che non può permettersi chiusure nazionaliste alla Trump. Sarebbe, infine, un anacronismo gollista nella Francia europea del XXI secolo.
Nel mondo globale, le politiche protezioniste e dei “muri”, come le bugie, hanno le gambe corte.

Carlo Carboni

Il Sole 24 ore 13 febbraio 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-02-13/quella-diffusa-voglia-uomini-forti-politica-075420_PRV.shtml

 

G20 in Australia

g200Il Gruppo dei Venti (G20) riunisce i leader delle economie mondiali più avanzate e di quelle emergenti per affrontare le sfide economiche mondiali. Comprende 19 paesi e l’Unione Europea. I leader delle economie del G20 si incontrano annualmente e i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali del G20 lo fanno diverse volte l’anno. Come dimostrato dalla risposta alla crisi finanziaria globale del 2008, il G20 può intraprendere azioni decisive per migliorare la vita delle persone.

Il G20 ha inizio nel 1999 come un incontro di Ministri delle Finanze e Governatori delle Banche Centrali a seguito della crisi finanziaria asiatica. Venne stabilito di ampliare le discussioni sulle principali questioni di politica economica e finanziaria e di promuovere la cooperazione per ottenere una crescita mondiale stabile e sostenibile per il bene di tutti.

Nel 2008 si tenne il primo summit dei leader del G20 per tentare di reagire alla crisi finanziaria globale riconoscendo il fatto che il consenso internazionale e le azioni decisive richiedessero una spinta politica da parte dei leader. In quel summit i leader affermarono il loro impegno nell’opinione condivisa che i princìpi dei mercati, quali il libero scambio, i regimi di investimento, e i mercati finanziari regolati efficacemente, possano favorire il dinamismo, l’innovazione e l’intraprendenza, che sono elementi essenziali per la crescita economica, l’impiego e la riduzione della povertà.

I leader del G20 si sono incontrati otto volte dal 2008. I paesi del G20 rappresentano circa  l’85 per cento del prodotto interno lordo globale, oltre il 75 per cento del commercio globale e i due terzi della popolazione mondiale. Attraverso Dichiarazione di Intenti dei Leader del 5° Anniversario concordata a S. Pietroburgo nel settembre 2013, i paesi membri hanno riaffermato il ruolo del G20 come principale forum per la loro cooperazione economica internazionale.

L’agenda del G20 include il rafforzamento dell’economia globale, la riforma delle istituzioni finanziare internazionali, il miglioramento delle normative in materia di finanza e la supervisione su una più ampia riforma economica. Il G20 è concentrato anche sul sostegno ad una crescita economica globale, incluso l’impulso alla creazione di posti di lavoro e l’apertura dei mercati.

Per portare avanti l’agenda, gli alti funzionari ed i gruppi di lavoro coordinano ed avanzano una politica di sviluppo su tematiche specifiche in modo che sia pronta per la considerazione da parte dei leader e dei ministri delle finanze.

Il G20 si avvale delle analisi politiche e delle consulenze di organizzazioni internazionali quali il Financial Stability Board, l’organizzazione Internazionale del Lavoro, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Delle rappresentanze di queste organizzazioni sono invitate agli incontri chiave del G20

https://www.g20.org/g20_priorities/multilingual_content/italian_about

Il G20 nel 2014

Nel 2014 il summit dei leader si terrà a Brisbane ,in Australia,il 15 e 16 di novembre al Brisbane Convention and Exhibition Centre

https://www.g20.org/

 

Il G20 è un gruppo informale internazionale istituito nel 1999 che riunisce i 19 Paesi più industrializzati del mondo (Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa e Turchia) e l’Unione Europea. Vi partecipano anche le istituzioni di Bretton Woods (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale), nonchè le principali organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, Banca Mondiale, OIL, OCSE).

http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Estera/G20/

 

 

La solitudine al potere

lesssLa democrazia è un cantiere sempre aperto. Ogni giorno si forma e si trasforma, anche se per lo più non ci facciamo caso. La folla dei muratori nasconde l’opificio, la polvere di calcinacci ci impedisce di vedere. Eppure sta cambiando, qui, adesso. E la cifra della sua metamorfosi si riassume in una parola: solitudine. Dei leader, dei cittadini, delle istituzioni. Ne è prova il confronto tra l’uomo che ha segnato gli ultimi vent’anni e quello che forse dominerà il prossimo ventennio. Berlusconi inventò il partito personale, schiacciato e soggiogato dal suo capo. Ma un partito c’era, con i suoi gonfaloni, con i suoi colonnelli. Invece Renzi è un leader apartitico, senza partito. Ha successo nonostante il Pd, talvolta contro il Pd. Il suo colore è il bianco, come la camicia sfoggiata a Bologna insieme agli altri leader della sinistra europea. E il bianco è un non colore, non esprime alcuna appartenenza.

D’altronde tutti i soggetti associativi sono in crisi, perciò sarebbe folle legarsi mani e piedi alle loro sventure. La fiducia nei partiti vola rasoterra dagli anni Novanta; adesso è sottoterra, al 6,5%. Nelle associazioni degli imprenditori credono ancora 3 italiani su 10, e appena 2 nei sindacati. È in difficoltà pure la Chiesa, ma papa Francesco riscuote il 91% delle simpatie popolari. Come peraltro Renzi, che surclassa la popolarità del suo governo (64%). Perché contano i singoli, non gli organismi collettivi. Contano i sindaci, non i consigli comunali. Conta il governatore, non l’assemblea della Regione: se il primo inciampa, cadono tutti i consiglieri. Mentre il Parlamento nazionale è già caduto, è un fantasma senza linfa: per Eurispes, se ne fida il 16% degli italiani. Invece il presidente della Repubblica, sia pure in calo, rispetto al Parlamento triplica i consensi.

E allora viva le istituzioni monocratiche, abbasso la democrazia rappresentativa. Come sostituirla? Con un tweet , nuova fonte oracolare del diritto. O con una fonte orale: ne ha appena fatto uso il ministro Orlando, annunziando un emendamento al decreto sulla giustizia. Anche se quel testo nessuno lo conosce, anche se Napolitano non l’ha ancora timbrato, anche se la competenza ad emendarlo spetterebbe semmai all’intero Consiglio dei ministri. Ma quest’ultimo è l’ennesimo organismo collegiale caduto ormai in disgrazia, sicché ciascun ministro fa come gli pare. Sempre che sia d’accordo poi il primo ministro, dinanzi al quale tutti gli altri non sono che sottoministri.

E lui, l’uomo solo al comando, come comanda? Berlusconi seguiva l’onda dei sondaggi, a costo di cambiare idea tre volte al giorno, se gli piovevano sul tavolo tre rilevazioni differenti; Renzi non sonda, consulta. Il 15 settembre s’aprirà la grande consultazione sulla scuola, dopo quella sullo sblocca Italia, sulla giustizia, sulla burocrazia, sul Terzo settore. Anche la riforma costituzionale (art. 71) fa spazio a nuove «forme di consultazione».

Nel 1992 fu l’utopia di Ross Perot, outsider alle presidenziali americane: una società atomistica, in cui ciascuno potesse promuovere o bocciare qualunque decisione di governo, schiacciando un tasto sul computer mentre fa colazione. Non è l’utopia di Renzi, anche perché in Italia i consultati non decidono alcunché. Ma la consultazione è diventata lo strumento per stabilire un rapporto verticale con il leader, nel vuoto di rapporti che segue l’eclissi di ogni aggregazione collettiva. Il risultato? Parafrasando Gaber: l’incontro di due solitudini, in un Paese solo.

michele.ainis@uniroma3.it

Il Senato ha votato la decadenza di Silvio Berlusconi

Non approvando i nove ordini del giorno presentati contro le conclusioni della giunta per le elezioni del Senato – che aveva contestato l’elezione del leader del centrodestra sulla base della legge Severino  a seguito della condanna per frode fiscale divenuta definitiva a inizio agosto-, l’assemblea di Palazzo Madama ha decretato l’ineleggibilità del Cavaliere . Che perde pertanto lo status di parlamentare e che viene sostituito dal primo dei non eletti in Molise,  Salvatore Di Giacomo, dove il leader di Forza Italia – che si era presentato in diverse circoscrizioni come capolista – aveva scelto di risultare proclamato….

Il voto è avvenuto a scrutinio palese, nonostante fino all’ultimo gli esponenti di Forza Italia (ma anche membri di altri gruppi a titolo personale)  abbiano provato a chiedere  la votazione segreta insistendo sul fatto che la deliberazione fosse sulla persona e che da regolamento e da prassi  i voti sui  parlamentari avvengono in forma riservata….

http://www.corriere.it/politica/13_novembre_27/legge-stabilita-atteso-si-definitivo-senato-serata-voto-decadenza-berlusconi-6a53d706-573c-11e3-901e-793b8e54c623.shtml

 

http://video.corriere.it/senato-si-decadenzal-annuncio-grasso/9b66c8b4-5785-11e3-901e-793b8e54c623

Politici di professione

……….. essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.

 In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari. ….

Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama….

 

Da un articolo di Massimo Gramellini su La Stampa del 2marzo 2013

http://www.lastampa.it/2013/03/02/cultura/opinioni/buongiorno/le-virtu-del-buon-politico-pKekhgWD3FLbt51STLzrtN/pagina.html