Cinque cose da sapere per capire cos’è la Brexit

referbrexIl 23 giugno nel Regno Unito si terrà un referendum per decidere se Londra rimarrà nell’Unione europea oppure se ne uscirà. Il referendum è delicato e in molti temono che possa provocare un effetto domino su altri paesi dell’Unione europea, in cui l’euroscetticismo è in aumento, alimentato da diffusi sentimenti antimmigrazione e dalla sensazione che l’economia europea sia in crisi. Ecco cinque cose da sapere ..

Da chi è stato convocato il referendum?

La consultazione è stata convocata dal premier David Cameron per rispondere alle richieste sempre più pressanti dei parlamentari conservatori e dell’Ukip, il partito nazionalista ed euroscettico guidato da Nigel Farage. Cameron, che ha vinto le elezioni nel 2015, ha promesso durante la sua campagna elettorale che avrebbe convocato il referendum sulla Brexit, se fosse stato eletto. L’Ukip sostiene che i cittadini britannici non hanno avuto voce in capitolo sui rapporti tra Londra e Bruxelles a partire dal 1975, quando decisero di rimanere in Europa in un’altra consultazione. Il Regno Unito era entrato in Europa due anni prima. Gli euroscettici sostengono che l’Unione europea è cambiata molto da allora ed esercita sempre maggiore controllo sui cittadini. Convocando il referendum, David Cameron ha detto: “È tempo per il popolo britannico di dire la sua, risolvere la questione europea nella politica britannica”. A febbraio Cameron ha concluso un accordo con i leader dell’Unione europea che prevede una riforma del trattato di adesione e che concederà a Londra uno status speciale di autonomia su una serie di questioni: il potenziamento della competitività europea e la promozione degli accordi di libero scambio; l’esclusione del Regno Unito dall’impegno di andare verso “un’unione sempre più stretta”; la garanzia che i paesi dell’eurozona non operino in modo sfavorevole rispetto a quelli che non aderiscono alla moneta comune come il Regno Unito; e la limitazione dell’accesso ai servizi del welfare per i lavoratori immigrati comunitari che vivono in territorio britannico. I fautori della Brexit, tra cui molti parlamentari conservatori, tuttavia sostengono che le concessioni ottenute da Cameron non siano sufficienti e siano piuttosto degli aggiustamenti irrilevanti. Secondo gli ultimi sondaggi, i sostenitori del sì sono in vantaggio di sei punti, al 53 per cento, sui sostenitori del no al 47 per cento.

Chi sono e cosa vogliono i sostenitori della Brexit?

Tra i sostenitori dell’opzione leave (lasciare) ci sono molti conservatori come John Major e Boris Johnson, così come la maggior parte dei parlamentari Tory. L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è appoggiata dal partito nazionalista Ukip, che alle ultime elezioni politiche ha preso il 13 per cento dei voti. I sostenitori della Brexit accusano l’Unione di avere imposto troppe regole e tasse alle imprese britanniche e inoltre di aver favorito l’immigrazione intereuropea. La libera circolazione delle persone è uno dei temi principali della campagna elettorale degli euroscettici. Il fronte euroscettico sostiene inoltre che, senza i vincoli della burocrazia europea, l’economia britannica sarebbe più florida. Alcuni sostenitori della Brexit hanno diffuso la notizia che Londra verserebbe 350 milioni di sterline ogni settimana per finanziare le istituzioni europee e i loro progetti. Questa somma, però, è stata molto contestata dagli analisti, secondo cui Londra versa una cifra inferiore a Bruxelles e, in cambio riceve numerosi finanziamenti dall’Unione europea per l’agricoltura e per progetti di cui beneficiano soprattutto i ceti meno abbienti e le aree più depresse del paese e per sostenerel’agricoltura.

Chi sono e cosa vogliono i sostenitori del no alla Brexit?

Il premier David Cameron è tra i sostenitori dell’opzione remain (restare) al referendum. Sedici ministri del governo sono schierati con il primo ministro, mentre molti parlamentari Tory sono a favore della Brexit. Il Partito laburista, lo Scottish national party (Snp) e i Lib Dem sostengono il fronte del no alla Brexit. I dirigenti del Partito laburisti, tuttavia, hanno mantenuto una posizione tiepida e sono stati accusati di non essersi schierati con chiarezza nel dibattito. Il leader del Labour Jeremy Corbyn il 14 giugno ha rivolto un appello ai suoi elettori affinché votino per la permanenza del Regno Unito nell’Unione, rimproverando i dirigenti del suo partito per il poco impegno nella campagna elettorale. Per i sostenitori dell’opzione remain, l’uscita del Regno Unito dall’Unione sarebbe un errore politico ed economico. Chi vuole rimanere nell’Unione sostiene che Londra, anche se uscisse, per mantenere rapporti commerciali privilegiati con l’Unione, dovrebbe comunque rispettare tutte le norme comunitarie e consentire la libera circolazione delle persone, con l’unica differenza di non avere alcun diritto di voto a Bruxelles. I sostenitori del remain sottolineano che il cinquanta per cento del commercio con l’estero del Regno Unito è con i paesi europei e che Londra è molto dipendente da Bruxelles. Anche per questo molte grandi aziende sono contrarie all’uscita del Regno Unito dall’Unione, perché per loro sarebbe più difficile spostare capitali, merci e persone all’interno del mercato europeo. Per esempio la Rolls-Royce ha mandato una lettera ai suoi dipendenti per chiedergli di votare l’opzione remain. Secondo la camera di commercio britannica, il 55 per cento dei suo componenti (piccole e medie aziende) vuole restare in Europa.

Se vincesse la Brexit, quanto tempo ci vorrebbe per uscire dall’Unione europea?

Se vincesse l’opzione leave, il Regno Unito dovrebbe cominciare un negoziato con i 27 leader dell’Unione europea per definire le condizioni della sua uscita. Questo processo potrebbe durare almeno due anni. Nel frattempo il Regno Unito dovrebbe rispettare comunque i trattati e le leggi europee, senza prendere parte ad alcun processo decisionale.

 

 

http://www.internazionale.it/notizie/2016/06/16/regno-unito-brexit

Tutti i rischi della Brexit

brexit-800x500[1]Nella campagna referendaria britannica c’è un po’ di tutto. La fantasia non ha limiti, la spregiudicatezza pure. Fosse un appuntamento elettorale italiano, avremmo frotte di reporter inglesi pronti a sorridere del nostro infantile folclore. Il sito Infacts, schierato contro la Brexit (Britain+exit), ha collezionato, con implacabile precisione, le storie più strampalate apparse sulla stampa inglese o agitate nei discorsi dei leader. Dall’esistenza di un milione e mezzo di immigrati clandestini al collasso in tre anni dei conti del servizio sanitario nazionale. Dal fatto che il ripristino di controlli nazionali aumenterebbe di dieci volte la possibilità di fermare sospetti terroristi, allo spettro di settecento reati settimanali commessi da immigrati comunitari. Sarah Wollaston, deputato tory, pro Brexit, alla fine ha sbottato: troppe falsità. E ha cambiato schieramento denunciando la propaganda euroscettica che assicura un risparmio per il servizio sanitario di 350 milioni di sterline alla settimana.

Le dichiarazioni ad effetto si sprecano. Non c’è solo l’ineffabile ex sindaco di Londra Boris Johnson che intravede nel disegno dell’unione politica europea l’avverarsi dello stato totalitario nazionalsocialista. Johnson quando era giornalista del Telegraph si distinse, come corrispondente da Bruxelles, per la sua bravura nell’occuparsi delle storie più curiose legate alle norme comunitarie, come la circonferenza dei wurstel e quella, con sommo divertimento, dei preservativi. Secondo Dominic Raab, sottosegretario alla Giustizia, numero due di Michael Gove che, all’interno del governo Cameron, guida il fronte dell’uscita, del Leave, le norme comunitarie avrebbero steso «un tappeto rosso» a cinquanta assassini e stupratori di altri Paesi Ue, liberi di girare indisturbati per il Regno Unito. Nigel Farage, leader dello Ukip, il partito indipendentista britannico, avverte: restando nell’Unione europea, gli assalti sessuali alle ragazze aumenteranno. Si può continuare.

I temi di fondo a sostegno della Brexit sono però tutt’altro che immaginari: gli immigrati, la sicurezza sociale, la casa. Riflettono la creazione di nuove disuguaglianze, la siderale distanza, in termini di redditi e importanza sociale, fra Londra e le zone meno sviluppate del Regno Unito, il disagio della popolazione più anziana per lo stravolgimento etnico dei quartieri, la voglia popolare di ribellarsi allo strapotere della finanza, delle banche. Votando Brexit si manda un segnale di disgusto anche alla City, al cosiddetto mainstream dell’economia che vota compatto per restare in Europa, all’ostentazione della ricchezza. E’ come se ci fosse un altro Leave nel voto del 23 giugno. Tutto interno. Del Paese sulla sua capitale. La Brexit rilancerebbe anche le voglie indipendentiste scozzesi frustrate dal voto del 18 settembre del 2014. Non sono centrali nel dibattito referendario – e questo dice molto del successo dell’economia inglese – la disoccupazione e le tasse. A differenza di quello che accade in altri Paesi europei, il lavoro non sembra tra le principali preoccupazioni dei sudditi di sua maestà, anche se le cronache registrano il malessere dei lavoratori dell’acciaio, dei pescatori di Brixham o di Appledore, inferociti contro le limitazioni comunitarie che avrebbero decimato la flotta di pescherecci. Il sindacato nazionale degli agricoltori non ha preso posizione. I propri iscritti sono divisi. Da una parte le odiate regole europee, dall’altra i vantaggiosi sussidi. Ma chi vive in campagna detesta l’Europa.

Il fronte europeo non è privo di incongruenze né alieno a mosse avventate. Il premier Cameron si batte generosamente per un Regno Unito più forte in un’Europa diversa, vantando i risultati del negoziato di febbraio con Bruxelles (esempio: sussidi per i cittadini europei che cercano lavoro limitati a sette anni). Per il premier l’arma del referendum rischia di essere a doppio taglio dopo averla invocata per governare un partito diviso e vincere le elezioni. Il capo del Labour, Jeremy Corbyn, è sulla stessa posizione ma appare timido, imbarazzato. I suoi interventi sono persino controproducenti. Sembra scegliere, fra due mali il meno peggio ha scritto Fabio Cavalera sul Corriere. Le voci sagge puntano sul tradizionale pragmatismo inglese. Chris Patten, ultimo governatore di Hong Kong, ex commissario europeo, ha ricordato sul Guardian che, quando nel 1970 il suo Paese entrò nella comunità europea, era il vero malato d’Europa, dietro persino all’Italia (parole sue). Da allora, tenendosi fuori dall’euro (e da Schengen) è cresciuto mediamente più degli altri e ha creato più posti di lavoro. Perché tornare indietro? La Confindustria inglese stima, con la Brexit, una perdita di un milione di posti di lavoro.

Comunque vada, la sera del 23 giugno l’Europa non sarà più la stessa. E qualcosa cambierà anche per noi italiani che continuiamo ad essere, nonostante tutto, tra i più favorevoli all’Unione europea con il 58 per cento dei consensi (Pew Research Center). L’Italia però è la meno esposta a contraccolpi di mercato, nonostante lo spread in questi giorni sia al livello più alto da quando Draghi ha avviato gli acquisti di titoli. Ovviamente, lo scenario peggiore è quello che vede prevalere l’addio di Londra all’Unione, ovvero il Leave, rispetto al Remain. Le previsioni danno in recupero i pro Brexit con i favorevoli all’Europa ancora in apprezzabile vantaggio. Ma la credibilità di questo genere di sondaggi è modesta ovunque. Il Regno Unito non fa eccezione. Forse gli allibratori hanno più naso. Le scommesse impazzano. Se vincesse il Leave sarebbe la prima volta, nella storia ormai sessantennale dell’Europa faticosamente unita, che un Paese decide di abbandonare il percorso comune. Le celebrazioni, l’anno prossimo, dell’anniversario del trattato di Roma – cui il governo Renzi tiene in modo particolare – assumerebbero un significato diverso. La tristezza di un probabile declino dell’Unione velerebbe le espressioni di orgoglio per i tanti successi ottenuti. Uno su tutti: il più lungo periodo di pace mai avuto nell’Europa degli eterni conflitti fratricidi. La memoria del Novecento delle ideologie totalitarie e delle generazioni perdute è sbiadita. Le ferite non bruciano più. Ma la pace non è uno stato naturale. Si discute di altro.

Ma che cosa accadrà se Londra decidesse di salutarci? Posti di fronte a questa domanda, nella quiete del festival dell’Economia di Trento, due banchieri centrali come Francois Villeroy de Galhau (Banque de France) e Ignazio Visco (Banca d’Italia) hanno disegnato scenari foschi. Seri contraccolpi sui mercati e necessità di un intervento della Banca centrale europea (Villeroy); probabile effetto domino che non esclude che altri membri dell’Unione facciano altrettanto (Visco). Ma forse le conseguenze potrebbero essere meno traumatiche. I mercati stanno già scontando, almeno in minima parte, il Leave. La sterlina si è già indebolita sull’euro, rispetto al suo picco del luglio 2015 (0,6971). Potrebbe perdere, con la Brexit, un ulteriore 15-20 per cento. Qualcuno pensa che si arriverà alla parità con l’euro. Il prodotto interno lordo britannico accusa già nella prima parte dell’anno un indebolimento di mezzo punto percentuale rispetto alle stime. Senza la Brexit rimarrebbe comodamente sopra il 2 per cento. Vette vertiginose per chi, come noi, si agita per un decimale in più o in meno. La Bank of England ha già previsto un fondo di stabilità – come peraltro è pronta con tutte le sue munizioni la Bce – sia per i mercati valutari sia per quelli obbligazionari. L’attesa di mosse espansive della banca centrale inglese ha portato il rendimento dei titoli di Stato a dieci anni al minimo storico (1,218 per cento). Sul mercato azionario i volumi non sono alti. I grandi investitori si sono già prudentemente allontanati da titoli con attività troppo esposte sul Regno Unito. In un periodo assolutamente straordinario di tassi negativi, la tendenza a tenere posizioni liquide aiuta.

Una vittoria del Leave potrebbe scuotere l’Europa e accelerare, una volta sciolta la decennale ambiguità inglese, l’integrazione e l’unione politica? Ferdinando Nelli Feroci, ex ambasciatore italiano a Bruxelles e commissario, ora alla guida dell’Istituto affari internazionali, è convinto che la tesi possa avere un fondamento. Ma solo nel medio periodo. Nelli Feroci paventa un periodo di incertezza e sbandamento nelle istituzioni europee, innestato anche dal cambio di governo a Londra con la sconfitta di Cameron (e il candidato alla successione è Johnson). Un guado difficile in acque sconosciute. “L’articolo 50 del Trattato – dice – prevede un periodo transitorio di due anni nel quale andrebbero rinegoziati tutti gli accordi bilaterali”. Il Regno Unito fuori dall’euro potrebbe avere uno status simile a quello della Norvegia, nello spazio economico europeo. O paragonabile a quello svizzero, tenendo conto che dopo il referendum elvetico a favore dei limiti all’immigrazione del 9 febbraio del 2014, tutti gli accordi tra Berna e Bruxelles sono sub judice. Ma in una intervista a Der Spiegel il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble lo ha escluso. Effetto domino su altri Paesi? Nelli Feroci lo teme, vede l’emergere di irresistibili voglie nazionaliste, specie nei Paesi dell’Est. Guarda con timore il lento scivolamento polacco dai principi democratici dell’Unione. Stefano Sannino, ex ambasciatore italiano presso l’Unione e ora a Madrid, è persuaso che anche un’auspicabile vittoria del Remain non sarebbe senza effetti indesiderati. Il Paese comunque si troverebbe spaccato in due. C’è chi addirittura parla di un nuovo referendum. «La futura e necessaria evoluzione dell’Eurozona dovrebbe fare i conti con lo status speciale concesso, con gli accordi di febbraio, a Londra. Si dovrà ragionare, per esempio, su come rendere compatibile un bilancio di chi sta nell’euro con chi ne è fuori. La Commissione ne presenterebbe due? E il Parlamento ne voterebbe due?». Ipotesi e scenari nella fragile e disorientata Europa. In attesa del 23 giugno. Intanto a Padstow, in Cornovaglia, hanno già votato: il gemellaggio con un Paese bretone non lo faranno mai e poi mai.

Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera 11 giugno 2016

http://www.corriere.it/esteri/16_giugno_12/01-esteri-aaacorriere-web-sezioni-877c6c64-300e-11e6-99a1-699f8214af13.shtml