Un buon governo non è mai debole

bgPierre Rosanvallon è uno dei massimi studiosi della democrazia, di come questa forma di governo effettivamente funziona nei più diversi Paesi e di come potrebbe funzionare se i suoi ideali di eguaglianza e di buon governo fossero meglio approssimati nelle sue realizzazioni concrete. Storico e sociologo, soprattutto — ma con solide conoscenze di scienza e filosofia politica e di economia —, nell’ultimo quarto di secolo ha dedicato al tema cinque grossi volumi e numerosi saggi, in buona misura tradotti in italiano. Per questo mi ha sorpreso che il volume che chiude provvisoriamente il suo magnum opus e ne riassume i risultati principali non sia stato (ancora?) tradotto e soprattutto ampiamente recensito e utilizzato negli innumerevoli dibattiti che si sono svolti nel nostro Paese a proposito della riforma costituzionale. Di che cosa si dibatteva, in fondo, se non di come migliorare la nostra democrazia, di come renderla più capace di un buon governo e più idonea a garantire una maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni collettive che li riguardano? Insomma, a promuovere un compromesso efficace tra rappresentanza e governabilità?

Edito da Seuil, Le bon gouvernement («Il buon governo») comincia con un’analisi delle forze che spingono oggi la decisione politica sempre più nelle mani dei governi, rispetto a un passato — ricostruito in modo esemplare per le più importanti democrazie avanzate — in cui era prevalente la convinzione che il governo di un Paese dovesse discendere unicamente dalle leggi che lo reggevano e dai Parlamenti cui era affidato il compito di farle: il governo, il potere esecutivo, aveva il solo compito di attuarle. Questa era la visione normativa che discendeva da una concezione rigida della sovranità popolare e del Parlamento come suo unico detentore. In realtà anche nel passato non era mai stato così e, soprattutto nei casi inglesi e americano, il governo era cosa assai diversa da un meccanico esecutore delle leggi votate dal Parlamento.

La reazione contro una visione ideologica che così poco si accordava con i fatti non tardò però a farsi sentire e Rosanvallon la segue in un’affascinante carrellata, in cui la storia e la politica — la necessità di decisioni urgenti connesse soprattutto con le guerre e la crescente complessità dell’economia — si mischiano con le teorie dei grandi studiosi — dagli elitisti italiani a Max Weber, da Carl Schmitt a John Stuart Mill — e con le riflessioni di grandi statisti, da François Guizot a Winston Churchill. Quando si arriva alle conclusioni normative finali il terreno è ben preparato: oggi il governo è il perno della decisione politica e non può essere altrimenti e il Parlamento non può che svolgere un ruolo di sostegno e di controllo.

Non desta dunque meraviglia che le migliori democrazie odierne, a parte le monarchie — di queste ne residuano ancora alcune —, siano tutte democrazie presidenziali, de iure o de facto: quando sono democrazie parlamentari, e in Europa ce ne sono ancora molte, i poteri del primo ministro sono così rafforzati da quello che Rosanvallon chiama «parlamentarismo razionalizzato» (ad esempio dalla possibilità del governo di sciogliere il Parlamento, dalla sfiducia costruttiva, da percorsi privilegiati per le leggi d’iniziativa governativa, o da altri vincoli) da assomigliare molto ad un governo presidenziale. Le ragioni di questi sviluppi, anche in Paesi che provengono da tradizioni di parlamentarismo puro, stanno nella superiore efficacia decisionale di questa forma di governo, nell’erosione della capacità dei partiti di resistere alle fluttuazione dell’opinione pubblica, nel fascino democratico di un capo del governo scelto dai cittadini.

Fin qui i fatti, la forza delle cose. Ma come giustificare normativamente uno spostamento di peso politico che potrebbe condurre, e in taluni casi ha condotto, a forme di governo non democratiche? Tutta la lunga seconda parte, quasi metà del libro, è dedicata ad una discussione storica, teorica e normativa e a proposte istituzionali dettagliate che intendono rispondere a questa domanda. E la conclusione è che la scelta diretta del capo del governo, o di forme parlamentari razionalizzate, dev’essere accolta non solo perché efficace e inevitabile, ma perché è giusta e conforme agli ideali di democrazia nelle attuali circostanze …se accompagnata da robusti anticorpi contro possibili degenerazioni.

Chi scrive trova l’analisi e le conclusioni di Rosanvallon molto convincenti. Il rafforzamento del governo e la razionalizzazione del Parlamento — il vero obiettivo della riforma costituzionale appena bocciata dai nostri concittadini — dovranno attendere tempi lunghi e imprevedibili e nel frattempo il nostro Paese dovrà confrontarsi con democrazie che funzionano meglio. Speriamo che l’Italia riesca a cavarsela lo stesso.

Michele Salvati

Le altre elezioni americane del 2016

elezusaMartedì 8 novembre negli Stati Uniti non si voterà soltanto per eleggere il nuovo presidente ma anche per rinnovare gran parte del Congresso, cioè il Parlamento americano: e il risultato delle elezioni per il Congresso – di cui si parla molto poco, in confronto alle presidenziali – sarà fondamentale per capire da che parte andranno gli Stati Uniti nei prossimi anni e quanto il nuovo presidente sarà in grado di realizzare le cose che ha promesso. Le elezioni del Congresso si tengono lo stesso giorno delle presidenziali ma sono una cosa separata, quindi è possibile – è successo più volte nella storia americana – che gli elettori scelgano il presidente di un partito e diano la maggioranza al Congresso a un altro partito. Se si tiene conto di come funziona il sistema istituzionale americano, si capisce perché questo esito è spesso persino probabile.

Cosa c’è in ballo l’8 novembre
Il Congresso degli Stati Uniti è diviso in due rami. La Camera dei Rappresentanti, la camera bassa, è composta da 435 deputati il cui mandato dura due anni: l’8 novembre del 2016 quindi saranno rinnovati tutti i seggi. Ogni deputato rappresenta un collegio, cioè viene eletto dagli elettori di un pezzetto di territorio americano sulla base della loro popolazione: per questo gli stati più popolosi hanno più deputati. Il Senato, la camera alta, è composto da 100 senatori: due per stato, a prescindere dalle dimensioni e dalla popolazione. Il mandato dei senatori dura sei anni, ogni due si rinnovano un terzo dei seggi; quest’anno sono in ballo 34 seggi.

Com’è oggi la situazione
I Repubblicani hanno la maggioranza alla Camera dal 2010 e al Senato dal 2014: il loro controllo del Congresso ha limitato moltissimo le ambizioni dell’amministrazione Obama, che da anni non riesce a far approvare una qualsiasi importante riforma al Congresso. Il presidente Barack Obama ha governato soprattutto utilizzando gli ordini esecutivi: atti di portata limitata ma efficacia immediata, che possono essere emanati dal presidente senza autorizzazione del Congresso ma possono anche essere annullati o capovolti con la stessa efficacia immediata da chi succederà a Obama (mentre invece, ovviamente, il processo per abrogare una legge è molto più lungo e complesso).

Cosa c’entrano le elezioni presidenziali
Le elezioni del Congresso sono separate da quelle presidenziali, e nel sistema americano non esiste un vincolo fiduciario tra presidente e Parlamento, ma dal punto di vista politico un nesso evidentemente c’è: quando si vota per il presidente, la campagna elettorale per il Congresso risente molto della campagna elettorale per le presidenziali. Un candidato presidente in grado di generare grande entusiasmo tra gli elettori porterà a votare molte persone, e quelle persone probabilmente tenderanno a votare più volentieri i candidati del partito del candidato presidente che preferiscono; un candidato che fatica a generare entusiasmo e quindi a convincere gli elettori del suo partito ad andare a votare finisce per penalizzare anche i candidati al Congresso del suo partito.

Non solo: una volta ogni quattro anni, quando le elezioni del Congresso coincidono con le presidenziali, i candidati al Congresso vengono inevitabilmente associati dagli elettori con il candidato presidente del loro partito. Uno scandalo che coinvolga un candidato alle presidenziali di un certo partito finirà per danneggiare anche i candidati al Congresso di quel partito: come minimo ne saranno messi in imbarazzo, e dovranno decidere se dissociarsi o ritirare il loro sostegno, col rischio di essere considerati “traditori” da un pezzo della base del loro partito, oppure difenderlo col rischio di mettersi in cattiva luce con gli elettori meno legati politicamente a una parte o all’altra……

 

Continua..

http://www.ilpost.it/2016/10/24/elezioni-stati-uniti-congresso/

di Francesco Costa

IlPost 24 ottobre 2016

 

 

Vietato morire in Parlamento o ubriacarsi in un pub: le assurde leggi della Gran Bretagna

 
aaaaaaaaSiamo tutti convinti che le leggi italiane siano le più confuse del mondo, ma anche se sembra impossibile c’è chi sta peggio. La Gran Bretagna ha nominato molti anni fa una Law Commission che ha proprio il compito di individuare le leggi più assurde ancora in vigore nel regno di Elisabetta e di proporne l’abolizione, ma il compito sembra superiore alle forze di qualunque essere umano. Uno studente di Cambridge, Christopher Sargeant, ha così cercato di dare una mano alla Law Commission provando a identificare le norme più strane che avrebbero urgentemente bisogno di essere cancellate, e ha prodotto un elenco di assurdità davvero strabiliante.
Una delle leggi in vigore più disattese è sicuramente quella che vieta di ubriacarsi in un pub. Non si capisce dove altro lo si dovrebbe fare: per strada è peggio e in casa propria è triste, e per arrestare i colpevoli durante il week end non basterebbero tutti i poliziotti in servizio nel Paese. Ma la legge è da sempre dura con chi beve troppo: se si è ubriachi, dal 1872 è vietato condurre macchine mosse da motori a vapore, e solo chi è sobrio può portare al pascolo le mucche.
Sulle spiagge britanniche si arenano spesso balene, e una legge ancora in vigore proibisce di toccarle. Appartengono al sovrano e bisognerebbe consegnarne la testa al re e la coda alla regina. Ma oggi, quando un cetaceo muore su una spiaggia, nessuno telefona a Buckingham Palace perché se lo vengano a prendere. Violando la legge, la gente chiama la polizia o il Museo di storia di naturale. Anche con i cigni bisogna fare attenzione: pure loro appartengono tutti al sovrano, ed è vietato mangiarli.
L’elenco delle leggi assurde rimaste in vigore sembra infinito. È vietato importare patate dalla Polonia senza una specifico permesso. Non si può morire in Parlamento, perché il decesso sarebbe esaminato dal Royal Coroner e il defunto avrebbe diritto a un funerale statale. A Westminster non si può nemmeno entrare con un’armatura da quando, nel 1313, il conte di Lancaster vi girava armato e minaccioso e fu necessaria una legge per renderlo inoffensivo. Da molto tempo, inglesi, gallesi e scozzesi non si fanno più la guerra, ma in base a una norma che nessuno ha abrogato se si incontrasse nel centro della città di York uno scozzese armato di arco e frecce, lo si potrebbe uccidere impunemente. Anche a Chester è permesso uccidere, se si incontra un gallese.
Si rischia invece ancora un’ammenda o qualche giorno di carcere se si incolla su una busta un francobollo con la testa della Regina rivolta verso il basso. A Londra è vietato battere i tappeti dopo le 8 del mattino o stendere fili attraverso le strade per asciugare il bucato. Ma le leggi più strane sono rimaste in vigore in Scozia. Tutti gli scozzesi sono ad esempio obbligati ad aprire la loro casa se qualche passante ha bisogno di andare in bagno, ma anche nei casi più impellenti è sconsigliato provarci. E poi, ai bambini fino a 10 anni è tuttora vietato guardare un manichino privo di vestiti: i genitori hanno la responsabilità di impedire ai loro figli visioni così indecenti, anche a costo di tenerli chiusi in una stanza con il loro tablet.

Vittorio Sabadin
La Stampa , 12 settembre 2016

La sola legalità non basta

legalità[2]In una famosa novella di Heinrich von Kleist si narra il caso di Michele Kohlaas, un mercante di cavalli vissuto a metà del sedicesimo secolo. Onesto e buon cittadino, rispettoso delle leggi, ma eccessivo in una virtù. «Il senso di giustizia fece di lui un brigante e un assassino». Offeso da un arrogante castellano, e derubato di due morelli, Kohlhaas, non ottenendo sollecita riparazione, arma bande, mette a ferro e fuoco le province, turba la quiete e l’ordine pubblico. Alla fine della vicenda, il castellano è condannato, il danno risarcito; ma Kohlhaas sale il patibolo per la rottura della pace pubblica. Questa cronaca ripropone l’antica antitesi fra legalità e giustizia, fra norme dettate dall’autorità pubblica e principî parlanti nell’intimità della coscienza. Kohlaas — e così la figura mitica di Antigone — obbedisce alla voce interiore, ma viola la legge e soggiace alla pena. La legalità trova dinanzi a sé un altro principio, che si leva con la violenza, e così apre un conflitto. La pace, rotta dalla violenza, è ristabilita mediante l’esercizio della forza (se vogliamo chiamare forza la «violenza» della legalità).

Il principio di legalità è accompagnato dal conflitto, dall’urto continuo con altre potenze, destinate a vincere o a soccombere. La legalità — cioè l’ordine giuridico di uno Stato — è sempre vigilante e armata, poiché sa che vive in assiduo conflitto, ed ogni giorno è chiamata a difendersi e ad imporsi.

Sono almeno tre i fattori, che ne garantiscono la tutela. La legalità non sta a sé, ma presuppone ed esige l’ethos della convivenza, o ciò che in altri tempi, e con dischiusa sincerità, era chiamato il senso dello Stato. Non si osservano le leggi perché sono leggi, ossia comandi rivolti da uomini ad altri uomini, ma perché sono espressione di uno Stato, dell’unità storico-politica, in cui ci è dato di vivere. È quasi banale avvertire che si osservano le leggi per convivere, e non si convive per osservare le leggi, le quali sono soltanto duri strumenti e mezzi spesso dolorosi. La caduta di senso dello Stato, appunto di questa umana necessità di «stare» insieme, riduce e infiacchisce il principio di legalità, che, lasciato da solo e privo di appoggi storico-politici, porge all’individuo l’unico e crudele volto del comando e della forza coercitiva. La legalità non è separabile dal consapevole e reciproco vincolo della convivenza. Quando ne sia separato, la legalità può diventare strumento di partito, di classe, di ceto burocratico: indocile arma contro i nemici, poiché subito, caduta in altre mani, si rivolta contro i possessori di ieri e li trascina nel suo vortice. Forse così ha origine la massima francese La legalité tue,» la legalità uccide, più volte rammentata da Carl Schmitt in pagine di critica al positivismo giuridico.

L’altro fattore, ma secondario rispetto all’ethos della convivenza, è la razionale stabilità delle leggi. La legalità ha bisogno di «durata»: norme mutevoli, incerte, oscure, precarie, non suscitano né fiducia né paura dei destinatari. Le leggi, come terreno saldo e sicuro su cui si svolge la convivenza, o durano nel tempo, o, dissolvendosi nell’occasionalità parlamentare, perdono qualsiasi autorità di comando. Una legalità, sottoposta a continui mutamenti e revisioni, e dunque mutevole nel suo contenuto imperativo, non può stabilire alcun vincolo di fiducia e di lealtà civica. È merce tra le merci di consumo. L’ossessiva volontà di riforma, e l’«accelerazione delle procedure parlamentari, lasciano talvolta l’immagine di una macchina, che funzioni senza sosta e senza meta, capace di «lavorare» qualsiasi materiale, e pronta a piegarsi al padrone di turno. Questa macchina può produrre leggi, ma non generare né rinsaldare legalità. La novella di Kleist insegna che la legalità viene ristabilita, e trionfa sulla «ragion fattasi» turbatrice della pace pubblica, soltanto se infligge sanzioni anche all’arrogante castellano. E così appare come indissociabile dall’eguaglianza: la legge può essere eguale per tutti, e dunque da tutti osservata, soltanto se tutti sono eguali dinanzi alla legge. Questo è il terzo elemento costitutivo della legalità, e, a ben riflettere, dipende da chi applica le leggi e così garantisce l’eguaglianza.

Natalino Irti

Corriere della Sera

  • 19 giugno 2016
  • Bentornato Monsieur Voltaire

     

    tolre«La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie». Era il 1763 quando Voltaire, nel Trattato sulla tolleranza, non solo condannava ogni forma di fanatismo, ma invitava anche a riflettere sull’inadeguatezza del proprio linguaggio, sull’insensatezza delle proprie opinioni, sull’imperfezione delle proprie leggi. Non solo spiegava che l’intolleranza è madre di ogni ipocrisia e di ogni ribellione, ma spingeva anche i francesi a considerare tutti gli uomini come fratelli.
    «Come? Mio fratello il turco? Mio fratello il cinese? L’ebreo? Il siamese? Sì, senza dubbio. Non siamo tutti figli delle stesso padre e creature dello stesso Dio?».
    Un elogio della tolleranza, quindi. Senza alcuna riserva. Il che forse spiega perché, dopo i fatti tragici che hanno dilaniato la Francia, questo Trattato si ritrovi oggi in vetta alle classifiche dei libri più venduti. È come se sembrasse inevitabile ripartire da lì per interrogarsi sui pilastri della democrazia e della libertà. Non è d’altronde in nome della tolleranza che nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 viene per la prima volta proclamato il diritto di ogni essere umano alla libertà di opinione e di espressione? Non è la tolleranza che rende possibile dialogo e confronto? Non è lei, e solo lei, che permette a chi non la pensa nello stesso modo, ha abitudini diverse, crede in Dio oppure è ateo, di vivere insieme, accettarsi, rispettarsi, riconoscersi?
    Leggere o rileggere il Trattato sulla tolleranza , in fondo, è un modo per riappropriarsi delle proprie radici. Scritto da Voltaire all’epoca dell’ affaire Calas – quando un protestante era stato condannato a morte dopo essere stato ingiustamente accusato di aver ucciso il figlio convertitosi al cattolicesimo, mentre di fatto il ragazzo si era suicidato – il Trattato affronta il tema del fanatismo attraverso il prisma della carità e dell’indulgenza. A differenza di Locke che nella Lettera sulla tolleranza ( 1689) si concentra principalmente sulla questione politica del rapporto tra Stato e Chiesa, Voltaire fa non solo l’elogio della ragione, ma anche della dolcezza: la tolleranza è una virtù che porta a rispettare l’altro e le sue differenze; è quel valore che deve spingere chi «accende un cero in pieno giorno per celebrare Dio» a sopportare «coloro che si accontentano della luce del sole». Ma che vuol dire, oggi, tollerare? Si può veramente tollerare tutto, anche l’intolleranza, in nome della tolleranza?
    Per il filosofo anglosassone Bernard Williams, la tolleranza è al tempo stesso «necessaria» e «impossibile». È necessario tollerarsi a vicenda se si vuole organizzare il vivere-insieme quando si hanno opinioni morali, politiche e religiose differenti. Ma è anche impossibile essere fino in fondo tolleranti con gli altri – come ammette chiunque sia del tutto sincero con se stesso – quando gli altri proclamano idee e valori che ci risultano intollerabili, quando difendono idee che riteniamo sbagliate, quando esprimono opinioni che consideriamo infondate. Siamo tutti pronti a scendere in strada per difendere la tolleranza, ma come reagiamo poi quando qualcuno ci offende veramente? La tolleranza che si invoca, purtroppo, è quasi sempre la tolleranza altrui, quella che gli altri dovrebbero avere nei nostri confronti più che quella che dovremmo noi avere nei loro.
    Non è d’altronde lo stesso Voltaire che, dopo essersi mobilitato per difendere Jean Calas e aver inondato l’Europa di lettere per sensibilizzare i potenti nei confronti di questa famiglia protestante che in privato definiva “imbecille”, a istigare le autorità contro Jean-Jacques Rousseau considerandolo un nemico pubblico perché aveva pubblicato il Contratto sociale in cui celebrava la superiorità dello stato di natura? Non è proprio in Francia, in cui si può ridere di tutto, che si è deciso di non ridere della battuta di Dieudonné quando ha scritto: Je suis Charlie Coulibaly ( uno dei terroristi di Parigi) — battuta certo dissennata, stupida e volgare, ma che resta pur sempre una battuta come lui stesso rivendica, esattamente come quelle pubblicate da Charlie Hebdo ? La tolleranza, diceva Voltaire, è la capacità di sopportare anche ciò che si disapprova. È la voglia di immaginare, come scrive Hannah Arendt, che un’altra persona possa aver ragione. È la possibilità di rimettersi in discussione, anche quando qualcuno deride ciò in cui noi crediamo, che si tratti della caricature di Maometto o di quelle del Papa, di una battuta su nostra madre o sulla madre di un amico. Dietro la tolleranza, per dirla in altre parole, c’è sempre l’accettazione dell’alterità. Anche quando quest’alterità ci disturba, ci provoca, ci destabilizza.
    Nessun limite allora? Forse solo l’intolleranza. Visto che tollerare l’intolleranza nel nome della tolleranza equivarrebbe a distruggerla. Tolleranza e intolleranza si elidono reciprocamente. La tolleranza, infatti, permette a tutti di affermare o negare qualcosa, senza imbarazzarsi di fronte alle contraddizioni. Ci può essere chi afferma che «A esiste» e chi, al contrario, nega l’esistenza di A affermando che «A non esiste». L’intolleranza, invece, non sopporta le contraddizioni e ha come solo scopo quello di distruggere. Non si limita a negare, ma cancella, elimina, fa tabula rasa. Ecco perché, se la tolleranza tollerasse l’intolleranza, finirebbe con l’esserne fagocitata. Proprio come la libertà che, come spiega in On liberty John Stuart Mill un secolo dopo la pubblicazione del Trattato sulla tolleranza , «non è più libertà nel momento in cui ci consente di alienare la libertà».

    Articolo di Michela Marzano (Repubblica 19.1.15)

    Il Trattato sulla tolleranza è una delle opere più celebri di Voltaire, pubblicata in Francia la prima volta nel 1763 Il filosofo aveva 69 anni

    Tagliamo le norme, non le teste

    I dipendenti pubblici? Una mandria di sfaticati. I loro dirigenti? Mandarini del Celeste Impero. Le burocrazie locali? Centri di spreco e corruzione. Nella furia iconoclasta che s’abbatte sugli uomini (e le donne) dello Stato, non si salva più nessuno

    ………

    …. siamo noi, lo Stato. È la maestra che insegna matematica ai nostri bambini, guadagnando meno d’una colf. È il poliziotto che fa il turno di notte nelle strade, a bordo di volanti scalcinate e sempre a corto di benzina. È il medico del Pronto soccorso, che s’arrangia risparmiando sulle garze. Ed è anche il burocrate con la sua penna d’oca in mano, come no. Ma per difenderci dalle vessazioni burocratiche, per ritrovare la nostra libertà perduta, dobbiamo restituire all’amministrazione pubblica la sua propria dignità perduta. Sfatando innanzitutto dicerie e leggende sul corpaccione dello Stato.

    Non è vero che l’Italia sia la patria dei dipendenti pubblici: ne abbiamo 3,4 milioni, contro i 5,5 milioni del Regno Unito o della Francia. E sono 58 per ogni mille abitanti, come in Germania. Peraltro in calo del 4,7% nell’ultimo decennio, a differenza di tutti gli altri Stati europei. Non è vero che costano troppo: pesano l’11,1% del Pil, circa la metà di quanto si spende in Danimarca. Mentre il loro contratto di lavoro è bloccato dal 2010. È vero però che sono troppo vecchi (solo il 10% ha meno di 25 anni), con troppi marescialli e pochi soldati semplici (la Francia ha un terzo dei nostri dirigenti), ed è vero infine che sono mal ripartiti (in Calabria gli statali rappresentano il 13% degli occupati, in Lombardia il 6%).

    Da qui il farmaco più urgente: razionalizzare. Con l’intelligenza, non con la violenza. Significa distribuire meglio i ruoli, ma significa altresì semplificare i procedimenti e gli accidenti del diritto amministrativo. Dove la legge annuale di semplificazione non interviene mai ogni anno, e si traduce per lo più nell’ennesimo fattore di complicazione. Dove regna (dal 1889) l’astrusa distinzione fra diritti soggettivi e interessi legittimi, ciascuno col suo giudice, ciascun giudizio un rebus per i cittadini. E dove s’accalca una folla di custodi, che ovviamente passano i giorni a litigare sulle rispettive competenze. Ma in un Paese che ospita 6 forze di polizia nazionali e 2 locali questa è la regola, non certo l’eccezione.

    Ecco, è lì il virus che infetta l’organismo dello Stato. S’annida nell’eccesso dei controlli, delle giurisdizioni, dei procedimenti, delle norme (che peraltro fanno da scudo ai poco volenterosi). Quante ne abbiamo in circolo? Nel 2007 la commissione Pajno ha fatto un po’ di conti: 21.691 leggi statali, cui però dovremmo aggiungere 30 mila leggi regionali e 70 mila regolamenti. Ma in un sistema tortuoso come un labirinto nessuno risponde più di nulla: c’è sempre un comma che ti lava la coscienza. La fuga dalle responsabilità ha origine perciò da un pieno, non da un vuoto. Giacché troppi controllori vanificano il controllo, giacché troppe leggi equivalgono a nessuna legge. E allora tagliamo le norme, non le teste.

    Di Michele Ainis Corriere della Sera del 17/4/14

    http://www.corriere.it/editoriali/14_aprile_17/labirinto-inestricabile-12c7e14c-c5ed-11e3-8866-13a4dbf224b9.shtml

    I figli hanno diritto ad avere il cognome della madre

    I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che oggi ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendo  negato loro la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre.

    Nella sentenza, che diverrà definitiva tra 3 mesi, i giudici indicano che l’Italia «deve adottare riforme» legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata.

    A fare ricorso alla Corte di Strasburgo sono stati i coniugi milanesi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, cui lo Stato italiano ha impedito di registrare all’anagrafe la figlia Maddalena, nata il 26 aprile 1999, con il cognome materno anziché quello paterno.

    …..

    I giudici della Corte  sostengono che «se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne».  Nella sentenza i giudici sottolineano anche che la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno non è sufficiente a garantire l’eguaglianza tra i coniugi e che quindi le autorità italiane dovranno cambiare la legge o le pratiche interne per mettere fine alla violazione riscontrata.

    http://www.lastampa.it/2014/01/07/italia/cronache/strasburgo-i-figli-hanno-diritto-davere-il-cognome-della-madre-dRb3wz8yzWBFCjWlyewojP/pagina.html

    Sito che promuove il diritto dei  genitori a scegliere liberamente se trasmettere il
    cognome paterno piuttosto che quello materno, o il doppio cognome.

    http://www.cognomematerno.it/

    Corte europea dei diritti umani

    http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=home

     

    Troppe leggi poche regole

    labirinto…Abbiamo in circolo leggi sui tosaerba, sulle camicie da notte, sulle galline, sui pedaggi stradali dei camionisti. Il virus legificatore ha contagiato pure i prosciutti, con tre leggi sul San Daniele (rispettivamente del 1970, del 1990, del 1999) e un’altra sul pignoramento dei prosciutti (vi si provvede «con l’apposizione sulla coscia di uno speciale contrassegno indelebile»: legge n. 401 del 1985).

    Tuttavia non basta, non basta mai. E il parapiglia normativo che s’è scatenato attorno al decreto salva Roma ne è solo l’ultima esibizione: regole sulle lampade a incandescenza, sulle slot machine, sui chioschi in spiaggia, sulle sigarette elettroniche. Non regole qualunque, no: regole di legge. Quelle che Calderoli, nel 2010, finse di bruciare col suo lanciafiamme spento. Quelle che Bassanini, nel 1997, voleva eliminare attraverso un ampio processo di delegificazione, rimpiazzandole con altrettanti regolamenti. Senza curare il male alla radice, dato che il male è il troppo diritto che ci portiamo in groppa, e dato che per noi asinelli cambia poco se a spezzarci la schiena è una norma regolamentare anziché legislativa. Ma almeno i regolamenti sono flessibili, rapidi da approvare così come da abrogare. Se invece confezioni il prosciutto in una legge, per sconfezionarlo avrai bisogno del voto di mille parlamentari, della promulgazione del capo dello Stato, del visto di legittimità della Consulta.

    Risultato: se il secondo millennio si è chiuso all’insegna della delegificazione, il terzo ha inaugurato l’epoca della rilegificazione. Magari con meno provvedimenti rispetto alla prima legificazione (negli anni Sessanta le Camere approvavano una legge al giorno, escluse le domeniche), tuttavia con provvedimenti più corposi, ciascuno gonfio come un panettone. E con una pletora di norme astruse, di ridondanze, di strafalcioni sintattici e giuridici. La qualità della nostra legislazione è peggiorata, come no. Anche la quantità, però: nel 1962 le 437 leggi decise in Parlamento sviluppavano 2 milioni di caratteri; nel 2012 le leggi sono state 101, ma i caratteri sono diventati 2,6 milioni.

    Da qui un paradosso: l’Italia delle troppe leggi è un Paese senza legge. Perché nel diritto, così come nella vita, dal pieno nasce un vuoto. Se ti martellano troppe informazioni t’ubriachi, e alla fine resti senza informazioni. Se la legislazione forma una galassia, nessuna astronave potrà esplorarla per intero. E il cittadino sarà solo, ignaro dei propri poteri, alla mercé d’ogni sopruso……

    M.Ainis Corriere della Sera 30 dicembre 2013

    http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_30/troppe-leggi-poche-regole-29bafae4-711d-11e3-acd7-0679397fd92a.shtml

    Strane leggi

    gavelDi leggi insolite e strane è pieno il mondo. Possono far sorridere alcune norme contenute nei regolamenti di Polizia locale appena adottati da alcuni nostri paesi, ma se si guarda appena fuori dai confini nazionali, la galleria di leggi al limite del ridicolo è interminabile: dal divieto di portare l’alligatore al guinzaglio a quello di tirare lo sciacquone di notte in Svizzera.

    Legge metropolitane? Non sempre. Ecco alcuni esempi spigolati sui siti internet.

    In Australia i bambini non possono comprare sigarette, ma possono fumarle.
    A Singapore non è possibile attraversare la frontiera con le sigarette e se spegni un mozzicone per terra paghi una multa salatissima.
    In Cina è vietato fumare in piazza Tienanmen.
    Negli Stati Uniti è praticamente vietato fumare ovunque, ma a Manhattan nel 1995 è sorto un locale per sole donne che masticano sigari.
    Insuperabile l’Etiopia: mai fumare in presenza di un prete e non è una questione di galateo, ma di legge. Ma non c’è solo il fumo.

    Tempo fa addietro due giovani della Georgia, Andy Powell e Jeff Koon, hanno pubblicato un libro dal titolo: «Proibito legare un alligatore all’idrante anti-incendio», ovvero «le 101 leggi più stupide». Anche il Time ha stilato la sua classifica. Ecco qualche altro esempio.

    In Alaska non si può svegliare un orso per fargli una foto, ma gli si può sparare dritto negli occhi.
    In Nevada non è possibile cavalcare un cammello in autostrada.
    In Francia non è possibile chiamare un maiale con il nome di Napoleone. In Inghilterra la testa di una balena morta trovata sulle coste inglesi appartiene al Re, mentre la coda è della Regina. Sempre in Gran Bretagna è considerato un atto di tradimento mettere un francobollo raffigurante il monarca britannico a testa in giù. A Londra, è illegale fermare un taxi e salirci sopra se si ha la peste. Nella città di York si può uccidere uno scozzese all’interno delle antiche mura della città, ma solo se questi ha in mano arco e frecce. In Gran Bretagna, un uomo che si trova costretto a urinare in pubblico, lo può fare solo se mira alla ruota posteriore della sua auto e tiene la mano destra sul veicolo.
    A Miami, in Florida, è illegale andare con lo skateboard in una stazione di Polizia.
    In Alabama, è illegale per un autista guidare bendato.
    In Svizzera è vietato tirare lo sciacquone dopo le dieci di sera.

    Nello Swaizland è vietato alle streghe di volare con una scopa a più di 150 metri di altezza. La legge apparentemente è stata introdotta per evitare che le streghe nei loro voli interferiscano con il traffico aereo. Per quanto possa apparire assurda, la legge è motivata dal fatto che la stregoneria è presa molto sul serio nel paese, e moltissime persone sono convintissime della realtà della magia nera. La legge prevede una multa di circa 40.000 euro per le streghe scoperte a volare oltre la quota consentita.

    Quanto alle effusioni in pubblico, attenzione se vi trovate a Mosca: è vietato baciarsi nei locali pubblici. In Francia astenetevi di baciarvi in treno e alla stazione ferroviaria. Se vi trovate a Boston prima di baciarvi accertatevi che nei paraggi non ci sia una Chiesa. Vi trovate a Pueblo, in Messico? Vietato baciare la vostra amata se è addormentata. Se invece vi trovate a Hartford, capitale dello stato del Connecticut, non vi passi per la mente di baciare la moglie di domenica. Resta un mistero perché in India le coppiette non possano baciarsi accanto ai monumenti.

    In Sudafrica gli esperti meteo rischiano la prigione e pesantissime multe se sbagliano le previsioni del tempo. Le sanzioni saranno pesanti soprattutto nel caso che vengano annunciati eventi particolarmente estremi, quali siccità o alluvioni, che non si verificassero: la pena arriva fino a cinque anni di reclusione e 500.000 euro di multa, che potrebbero anche raddoppiare qualora l’errore nella previsione non fosse il primo. Lo scopo della severa legge è quello di prevenire episodi di panico che potrebbero portare a danni alle persone.

    Dimenticavo, in Italia è illegale la professione di ciarlatano. Già, ma chi la applica?

    Emanuele Roncalli

    http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/384751_che_leggi_non_tirare_lo_sciacquone_ed__proibito_posteggiare_lalligatore/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

    Politici di professione

    ……….. essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.

     In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari. ….

    Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama….

     

    Da un articolo di Massimo Gramellini su La Stampa del 2marzo 2013

    http://www.lastampa.it/2013/03/02/cultura/opinioni/buongiorno/le-virtu-del-buon-politico-pKekhgWD3FLbt51STLzrtN/pagina.html