Domande e risposte sulla Brexit

Perché Brexit inizia oggi?
Sebbene la volontà dei britannici di uscire dall’Unione europea sia stata chiarita con un referendum il 23 giugno 2016, solo oggi Londra attiverà, con una comunicazione al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, che avvia e regola il meccanismo formale di uscita di uno Stato membro.
Quando partiranno i negoziati veri e propri con la Ue?
Tusk ha promesso una risposta, con le linee guida per le trattative, nel giro di 48 ore, ma bisognerà aspettare che queste siano avallate da un Consiglio europeo straordinario, convocato per il 29 aprile. E – visto che i termini del negoziato sono un tema caldo, che richiederà discussioni – non ci si attende un faccia a faccia tra le due parti prima di fine maggio-inizio giugno.
Quali sono i nodi principali?
Il capo negoziatore della Commissione Ue, Michel Barnier, vuole che prima di tutto venga fissato il “conto” che Londra deve pagare per il divorzio (stimato attorno ai 60 miliardi di euro tra impegni di budget già presi dalla Gran Bretagna e altre pendenze) e si risolvano le questioni inerenti i diritti dei cittadini e i confini e soltanto dopo si discuta di commercio. Londra ritiene che non esista alcun obbligo legale di pagamento e insiste perché si discutano subito anche le future relazioni commerciali. L’Articolo 50, senza fare piena chiarezza, recita che il negoziato deve «stabilire le modalità per l’uscita, tenendo conto del quadro delle future relazioni con la Ue».
Quanto dureranno i negoziati?
L’Articolo 50 concede due anni dall’attivazione, con possibilità di proroga se le parti sono d’accordo. Considerando i passaggi parlamentari necessari per le ratifiche finali, il termine realistico da rispettare per un’intesa è la fine del 2018.
Che cosa succederà nel biennio di negoziati, per esempio ai cittadini Ue residenti nel Regno Unito?
Nulla. A scanso di equivoci, il Governo britannico ha chiarito che continuerà ad assicurare il pieno rispetto di diritti e obblighi europei fino al giorno in cui il Regno Unito uscirà dalla Ue.
Che cosa accadrà alla scadenza del biennio di negoziati?
L’incertezza maggiore riguarda il commercio. Senza un’intesa, i rapporti dovrebbero essere teoricamente regolati dalle tariffe della Wto, dopo anni di libero scambio. Con un’intesa in divenire, ma ancora non definita, Londra e Bruxelles potrebbero accordarsi per un periodo di transizione e dunque di prolungata validità delle regole attuali.
Brexit è irreversibile?
La questione è controversa. Se per John Kerr, ex diplomatico britannico che scrisse la bozza dell’Articolo 50, un dietrofront dopo l’attivazione è possibile, non la pensa così il ministro per la Giustizia britannico, Liz Truss. Tra i Paesi Ue i pareri sono contrastanti. Va ricordato che oggi è la prima volta che uno Stato membro ricorre alla procedura.
Che ricadute avrà Brexit sulla “tenuta” del Regno Unito?
I punti deboli sono Scozia e Irlanda del Nord, che a giugno si erano pronunciate contro Brexit. Ieri il Parlamento scozzese ha dato mandato alla premier Nicola Sturgeon di negoziare con Londra un nuovo referendum sull’indipendenza, da tenere a fine 2018 o inizio 2019. Ma il Governo britannico per ora si oppone. Quanto all’Irlanda del Nord, Brexit ha ridato vigore ai repubblicani del Sinn Fein, che hanno guadagnato seggi alle elezioni del 2 marzo e premono per un referendum sulla riunificazione con l’Irlanda.

A CURA DI MICHELE PIGNATELLI

Il sole 24 ore , 29 marzo 2017

Ceta approvato dal Parlamento Ue

ceta11Via libera del Parlamento europeo al Ceta, l’accordo di libero scambio tra il Canada e l’Unione Europea. Il trattato (Comprehensive Economic and Trade Agreement), firmato lo scorso autunno dalla Commissione europea e il governo canadese, è stato approvato all’assemblea plenaria di Strasburgo con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astensioni. L’intesa, le cui negoziazioni sono cominciate nel 2009, si è sviluppata all’ombra del TTIP, l’accordo discusso tra Stati Uniti ed Europa incoraggiato da Barack Obama e messo definitivamente nel cassetto da Donald Trump, che fin dall’inizio del suo mandato si è invece dato da fare per smantellare alcuni dei più importanti accordi multilaterali siglati dagli Stati Uniti. Non a caso ieri il presidente del Ppe Manfred Weber aveva sottolineato come ” il voto sul Ceta è la risposta di Europa e Canada alla politica di Donald Trump, una risposta anti-protezionista”.

Molto accese le proteste degli oppositori dell’intesa fuori dalla sede del Parlamento, dove alcune decine di manifestanti hanno provato a bloccare l’accesso alla struttura.

I PUNTI PRINCIPALI

L’entrata in vigore. Dopo il via libera del Parlamento europeo il trattato entra in vigore in fase transitoria, in attesa della ratufica dei singoli Parlamenti nazionali.

Gli obiettivi. L’accordo tra Ue e Canada prevede l’abolizione del 99% dei dazi doganali. Dall’entrata in vigore del Ceta, il Canada abolirà dazi sulle merci originarie dell’Ue per un valore di 400 milioni di euro, mentre alla fine di un periodo di transizione la cifra – secondo le stime della Commissione – dovrebbe superare i 500 milioni l’anno.

Apertura alle imprese Ue per le gare d’appalto. Con il Ceta, il Canada apre le proprie gare d’appalto pubbliche alle imprese dell’UE in misura maggiore rispetto a quanto abbia fatto con gli altri suoi partner commerciali. Le imprese europee potranno partecipare a gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi non solo a livello federale ma anche a livello provinciale e municipale.

Riconoscimento reciproco delle professioni. Il trattato elimina alcuni ostacoli significativi per alcune professioni regolamentate come quelle di architetto, ingegnere e commercialista che verranno reciprocamente riconosciute, rendendo più facile l’interscambio professionale tra queste categorie di lavoratori

La tutela della proprietà intellettuale e del diritto d’autore. Il trattato prevede anche una maggiore forme di protezione della proprietà intellettuale e l’adeguamento e l’adeguamento del Canada agli standard europei delle norme sul diritto d’autore

Nuovo modello per le controversie fra investitori e Stati.  Il nuovo meccanismo per la risoluzione delle controversie tra investitore e Stato, quando un governo legifera nell’interesse pubblico arrecando danni all’investitore, rappresenta uno degli elementi  più discussi del Ceta, così come lo è stato per il TTIP. La differenza sostanziale però è che il Ceta prevede un meccanismo diverso da quello inizialmente inserito nel trattato transtlantico, il cosiddetto ISDS, fondato sugli arbitrati privati, sostituito invece da un nuovo sistema giudiziario per la protezione degli investimenti (ICS), con un tribunale pubblico composto da giudici indipendenti e di carriera, nominati dall’Ue e dal Canada. Le procedure saranno trasparenti, grazie a udienze pubbliche e pubblicazione dei documenti. L’accordo prevede che, in caso di disputa, un soggetto pubblico non potrà essere costretto a modificare un testo di legge o condannato al pagamento di danni punitivi. Un compromesso che potrebbe attenuare uno dei rischi evocati più spesso dai detrattori dell’intesa, quello che uno Stato potesse essere giudicato da un tribunale privato per azioni che avessero danneggiato l’attività di una multinazionale.

Agricoltura e Indicazioni di origine. Con il Ceta il Canada si è impegnato a aprire il suo mercato a formaggi, vini e bevande alcoliche, prodotti ortofrutticoli e trasformati. Tutte i prodotti importanti dovranno essere conformi alle disposizioni dell’Ue, per esempio sulla carne agli ormoni. Il Canada ha accettato di proteggere 143 prodotti tipici che beneficiano dell’indicazione di origine, come il formaggio francese Roquefort.
Per l’Italia, il Ceta prevede la protezione di 41 prodotti di denominazione di origine: dalla bresaola della Valtellina all’aceto Balsamico di Modena, passando per la Mozzarella di Bufala Campana e il Prosciutto di Parma. I prodotti europei godranno di una protezione dalle imitazioni analoga a quella offerta dal diritto dell’Unione e non correranno più il rischio di essere considerati prodotti generici in Canada.

 

http://www.repubblica.it/economia/2017/02/15/news/ceta_accordo_canada_ue-158351566/?ref=HREC1-32

 

Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

Ttip :Transatlantic trade and investment partnership

ttip[1]Le ostriche coltivate in Europa vengono controllate per provare l’assenza di elementi nocivi, in America invece si controlla l’acqua in cui crescono: test scientifici hanno accertato che è esattamente la stessa cosa: si tratta solo di armonizzare le regole. Le creme solari vengono accuratamente testate per verificare che non contengano sostanze tossiche sia in Europa che in America: le autorità sanitarie hanno detto che è inutile ripetere i test quando le creme sono vendute sull’altro lato dell’oceano. Un batterio del prosciutto, Lysteria monocytogens, è accettato in piccole dosi in Europa mentre in America c’è tolleranza zero. Ma è maturo l’accordo per far venire gli ispettori americani in Europa a certificare gli stabilimenti Lysteria-free. E via dicendo. Tutto questo sarà reso possibile dal Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), il trattato di libero scambio Usa-Ue.

L’Ambrosetti ha confrontato i rapporti ufficiali e ha tratto la media: una volta approvato il trattato, il Pil crescerà di oltre lo 0,5% l’anno in Europa (73,2 miliardi di euro dei quali 5,6 in Italia) e dello 0,6 in America (85,5 miliardi). L’auto e l’alimentare cresceranno rispettivamente del 21,4 e del 9,4%, il valore aggiunto dell’export europeo reso possibile dai miglioramenti nei bilanci delle aziende esportatrici supererà i 190 miliardi, solo in Italia saranno possibili 30mila assunzioni entro tre anni.

Ma allora perché il Ttip ha tanti nemici?

Perché duecentomila manifestanti hanno sfilato sotto la Porta di Brandeburgo a Berlino e una petizione con tre milioni di firme è stata consegnata a Bruxelles per chiedere di interrompere le trattative? Per rispondere, l’unica è andare a vedere nel dettaglio cosa comprende il Ttip. Per la prima volta è possibile perché, a differenza degli altri accordi commerciali che vengono svelati al momento della discussione parlamentare, dopo la fase negoziale, questa volta, proprio per consentire una serena e consapevole valutazione, il Consiglio europeo ha reso noto il “mandato” con cui investe la Commissione della trattativa. Che si concluderà non prima del prossimo anno: una volta siglato, il trattato dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento europeo e poi dai Parlamenti nazionali. E qui c’è una prima risposta all’opposizione che non ci sarebbe un controllo democratico.

Altrettanto laborioso l’iter in America, “anche se grazie alla Trade promotion authority ottenuta prima dell’estate, che le consente di negoziare gli accordi senza il vaglio sistematico del Congresso, e avendo appena chiuso l’altro trattato con l’Asia-Pacifico puntualizza Licia Mattioli, responsabile per l’internazionalizzazione della Confindustria – l’amministrazione Usa può convogliare tutte le risorse e le energie negoziali sul Ttip per provare a rendere possibile la conclusione prima dello scadere del mandato di Obama. I risultati di questo nuovo impulso sono già visibili”.

Dal Ttip è esplicitamente escluso il settore culturale nonché audiovisivo (compresa Internet), proprio i due punti d’attacco della contestazione. Ancora: i servizi pubblici non saranno privatizzati, e quindi nessuna norma impedirà a Stati e enti locali di continuare a gestire acqua, sanità, istruzione. “Non si tratta dunque di capire se e come gli americani accetteranno queste eccezioni, semplicemente il tema non è nella disponibilità dei negoziatori”, commenta Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo con delega al commercio estero. “Allo stesso modo il mandato chiarisce che non verrà modificato il principio di precauzione che regola l’ingresso degli Ogm in Europa: non sarà consentito finché non verrà conclamata la loro non pericolosità, esattamente il contrario dell’America dove sono ammessi finché qualcuno non prova che sono nocivi”.

L’Italia, tra l’altro, ha recentemente chiarito che non ammetterà sul suo territorio neanche la coltivazione, e che le importazioni sono consentite in pochissimi casi solo per i mangimi. “La mobilitazione contro il Ttip – commenta Calenda nasconde una battaglia ideologica contro l’economia di mercato, o forse contro l’America. Intendiamoci, sono non solo legittime queste battaglie ma a volte persino necessarie per stimolare un confronto ed evitare pensieri unici che non fanno bene alla democrazia, purché però si abbia il coraggio di farle apertamente senza diffondere informazioni false per alimentare paure e allarmismi”.

Ma allora, cosa c’è nel Ttip? Il trattato è diviso in tre capitoli: 1) barriere tariffarie, 2) barriere normative, 3) regole di enforcement.

Ognuno ha un’infinità di sottocapitoli dedicati ai più svariati problemi e attività economiche. Al round negoziale di Miami (l’undicesimo della serie iniziata nella primavera del 2013 conclusosi in modo interlocutorio venerdì scorso) sono stati al lavoro 50 gruppi settoriali. Vediamo allora punto per punto.

I dazi doganali fra Europa e Usa sono già bassi, poco più del 3% in media. Ma ci sono diverse punte clamorose: l’America impone una tariffa del 350% sulle sigarette e sul tabacco da pipa, del 160% sui prodotti agricoli (quando ne permette l’importazione), del 56% sulle scarpe, fino al 40% su tessile e abbigliamento. L’Europa non è da meno: penalizza le forniture in entrata dagli Stati Uniti fino al 25% per l’agricoltura, il 22% per i camion, il 17% sulle scarpe, il 12% sui vestiti, e così via. Di tutto questo dopo il Ttip non resterà praticamente nulla: l’obiettivo è azzerare fino al 97% di tutte le tariffe esistenti.

Le barriere non tariffarie rappresentano il vero cuore del Ttip. “In sostanza si tratta di armonizzare e quindi eliminare, secondo standard che di regola saranno i più rigorosi fra quelli vigenti sulle due sponde dell’Atlantico – dalle regole antinquinamento fino a quelle sulla sicurezza – una lunga serie di vincoli“, spiega Alessandro Terzulli, capo economista della Sace. Se gli Ogm sono fuori discussione il settore alimentare è fitto di esempi. In alcuni casi le differenze sono insormontabili, “perché radicate nella cultura dei rispettivi Paesi “, dice Calenda. Nessuno potrà evitare che gli americani continuino a somministrare ormoni ai bovini, però nessuno obbligherà gli europei a importarne. Così questo comparto non sarà oggetto dell’accordo: “Altrimenti si rischia di far saltare tutto, se uno dei due lati si accanisce su qualche punto”. Ma su tanti altri capitoli si sta lavorando. Per l’Italia è di particolare importanza imporre per la regola che blocchi l'”evocazione” di un prodotto Made in Italy, il famoso caso del Parmesan o del “Grana like” per intenderci. Non è una battaglia facile perché gli americani valorizzano non il fattore provenienza geografica bensì l’effetto-marca, proprio il contrario di quanto è nei nostri interessi. Eppure qualcosa comincia a muoversi: si sta facendo leva sul fatto che tutto sommato anche a loro conviene che non esistano più i jeans Real Texas fatti ad Afragola o a Treviso. Altro punto, il procurement, cioè l’aggiudicazione delle opere pubbliche che spesso è riservata a compagnie Usa. “Anche qui si sta andando lentamente verso una difficile intesa”, spiega Calenda. “Dove invece è inutile forzare è sugli slot aeroportuali delle linee interne, dove fatalmente i vettori locali continueranno a essere favoriti”. In generale, il tentativo è di creare un sistema di decision making “che metta le imprese in grado di fabbricare i prodotti una volta sola, evitando duplicazioni di modelli e test e riconoscendo standard validi per entrambi i continenti”, spiega Mattioli di Confindustria. Nell’auto il costo medio delle diverse norme è il 35% del prodotto esportato, nell’alimentare del 40, nell’aerospazio del 55. “Spesso il fatto di dover fabbricare due diversi prodotti per i due mercati scoraggia talmente tanto le piccole imprese, da far sì che queste desistano perdendo quote di mercato importantissime”, riprende Calenda, che così risponde a un’altra obiezione ricorrente, che il Ttip sarebbe disegnato su misura per le grandi imprese. “È vero tutto il contrario”. A Miami “con una tabella di marcia ancorata a date precise e risultati concreti” dice Mattioli “i negoziati sono finalmente entrati nel vivo. Il progetto di armonizzare gli standard tecnici e industriali punta sulla pattuglia avanzata di nove settori-apripista: chimica, cosmetica, engineering (frigoriferi, prese elettriche, trattori, apparecchi a pressione), l’Ict, apparecchiature medicali, pesticidi, farmaceutica, tessile, auto“.

Per rendere obbligatorie le regole, l’unica è creare un sistema di sanzioni con un organismo in grado di comminarle in modo cogente. Per rendere più forte il sistema e più vicino alle abitudini europee, la commissaria alla concorrenza Cecilia Malmstrom ha proposto di modificare la cosiddetta “clausola Isds” che prevede che l’investitore o l’esportatore possa chiamare in causa uno Stato presso un gruppo arbitrale internazionale se si ritiene vittima di discriminazione o esproprio da parte del Paese che ospita l’investimento. Ora invece dovrebbe essere creato un vero e proprio tribunale con giudici professionisti di entrambi i continenti, che darebbe più garanzie contro i conflitti d’interesse. È importante includere uno strumento di tutela nel Ttip anche per creare un precedente rispetto ad altri trattati, tipo con la Cina o altri Bric, dove la necessità di proteggere i nostri investitori è più forte perché il valore della rule of law è inferiore rispetto agli Usa. E così si potrà in futuro pensare ancora più in grande: a un’area di libero scambio che comprenda i Bric e tutto il pianeta.

Eugenio Occorsio

26 ottobre 2015

Affari &Finanza

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2015/10/26/news/usa-ue_commercio_senza_pi_barriere_perch_i_no-ttip_attaccano_il_trattato-125967435/

INCHIESTA: IL TRATTATO GLOBALE CHE FA PAURA

Da due anni Europa e Stati Uniti discutono in segreto del Ttip, l’accordo di libero scambio che dovrebbe creare il più grande mercato economico mondiale, liberalizzando commerci e investimenti. La promessa è quella di aumentare ricchezza e occupazione, ma sulle due sponde dell’oceano l’opposizione si fa sempre più vasta. Il timore è soprattutto quello di concedere troppo potere alle multinazionali e di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2015/05/04/news/inchiesta_ttip-113488532/

Ttip: favorevoli e contrari

tttt«Quando il 92% di coloro che sono coinvolti nelle trattative sono lobbisti, i consumatori hanno tutte le ragioni di sospettare che a beneficiare del TTIP saranno soprattutto le grandi corporation, a scapito della democrazia». Sono le parole usate dal Guardian, il giornale britannico, a proposito del Ttip, l’accordo per facilitare gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti. Un accordo di cui si parla dal 2013, anno di avvio delle trattative e che è arrivato ormai all’ottavo round negoziale. La fase di studio è finita. «Ci sono state finora quasi 1500 ore di colloqui» ha fatto sapere il commissario Ue per il commercio Cecilia Malmstrom. Con da una parte i detrattori e dall’altra i sostenitori del libero mercato che vedono nel Ttip una possibilità di creare nuovi posti di lavoro, rilanciare la crescita e ridurre i prezzi dei consumatori. Proprio come si legge sul sito della Commissione europea.

Cos’è il Ttip

Ma che cos’è di preciso il TTIP? Un sistema per far circolare le merci più facilmente senza le barriere definite dai tecnici «non tariffarie». Ossia quei controlli e leggi che oggi impediscono ancora l’import-export di alcuni prodotti tra Europa e Usa. Un esempio? I salumi. Era il 1971 quando Dino Risi portava sugli schermi Sofia Loren nei panni di un’operaia di un salumificio che doveva raggiungere New York per coronare il suo sogno di nozze. I colleghi le regalano una mortadella gigante, un regalo di matrimonio che la bloccherà all’aeroporto per giorni interi a causa di una legge americana che vieta l’importazione di insaccati per vincoli di natura veterinaria. La mortadella di Bologna oggi negli Stati Uniti può arrivare, ma non una serie di alimenti la cui esportazione è limitata da leggi restrittive. Leggi che ora, con il Ttip, potrebbero cambiare. Perchè tra gli obiettivi di questo accordo c’è proprio la necessità di uniformare le regole sui controlli delle filiere, di certificazione del Dop e dell’Igp, di sistemi di allevamento, di ormoni nei mangimi, di utilizzo della chimica e di semi transgenici nei campi, di etichettatura e tracciabilità. Allargando così le maglie del libero scambio.

Favorevoli e contrari

Tutte questioni che preoccupano i detrattori per diverse ragioni, prima tra tutte l’arrivo di cibi nell’Unione europea, ora vietati. Non è un caso che la stessa cancelliera Angela Merkel, abbia più volte fatto presente le sue perplessità. Dietro le difficoltà del negoziato c’è infatti l’idea che gli Usa userebbero l’accordo per imporre agli europei il famoso “pollo al cloro” o la carne imbottita di ormoni. In America ad esempio gli allevamenti avicoli hanno obblighi in materia di standard igienici e sanitari molto inferiori a quelli europei. «Non ci sarà alcuna modifica delle regole europee sulla sicurezza del cibo. Non cambierà il nostro principio di precauzione» ha rassicurato Paolo De Castro, 57 anni, eurodeputato del Pd e responsabile della trattativa per il capitolo forse più importante: l’agricoltura. Ma mentre i rappresentanti europei e statunitensi hanno continuato a dialogare su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono aumentate le proteste di consumatori, ambientalisti, piccoli agricoltori che continuano a vedere in questo accordo, un rischio sui controlli delle tutele ambientali, etichettatura e tracciabilità dei prodotti. «Questo trattato viene spacciato come la soluzione di tutti i mali – spiega Tiziana Beghin, capo delegazione del Movimento 5 Stelle in Europa – persino alla crisi. Ma gli stati europei non stanno affatto avendo problemi commerciali. Ci dicono che questo accordo farà aumentare le esportazioni di alcuni prodotti, tipo i prosciutti. Vogliamo vedere quante aziende italiane ne beneficerebbero davvero? È piuttosto vero che chi acquisterà, lo farà scegliendo il prodotto economicamente più vantaggioso a discapito della qualità. Negli anni’ 90 in Messico con il trattato di libero scambio si promettevano più di 500 mila nuovi posti di lavoro – aggiunge Beghin -. Sapete com’è andata a finire? Un milione di posti di lavoro persi negli Stati Uniti e due milioni di imprenditori agricoli locali in meno, spazzati via dall’arrivo delle grandi multinazionali americane». Secondo il Movimento 5 stelle le lobby americane avranno libero accesso a tutti gli appalti pubblici indetti negli Stati membri dell’Unione europea distruggendo le piccole medie imprese e danneggiando la qualità dei servizi. Accuse definite da De Castro «di un certo anti-americanismo preconcetto, propagandato proprio dal Front National in Francia e dal Movimento 5 stelle in Italia». «Non siamo antiamericanisti – risponde Beghin – e con il Front National non abbiamo nulla a che spartire. Questa sarà una battaglia di prezzi e le nostre piccole aziende non saranno in grado di competere con le grandi multinazionali. Fino ad ora ci ha protetto la qualità , una volta che si apre?»

I complottismi

La materia, fin troppo tecnica, ha giustificato secondo l’Istituto Bruno Leoni, complottismi ingiustificati. «La competenza in materia di commercio con l’estero è devoluta in esclusiva all’Unione europea – ha scritto Giacomo Lev Mannheimer – gli esponenti delle istituzioni italiane non hanno nessun potere in proposito, se non meramente informale. Le trattative con gli USA, pertanto, sono condotte da una delegazione della Commissione. Da quanto emergerà da tali trattative, la Commissione formulerà una proposta di fronte al Parlamento europeo, il quale – rappresentando direttamente i cittadini dell’Unione europea – avrà l’ultima parola sul TTIP». E non si tratterebbe di una mera formalità: «nel 2012 – ha scritto ancora Mannheimer – il Parlamento europeo respinse la ratifica di un accordo commerciale plurilaterale noto come ACTA, i cui negoziati iniziarono già nel 2007». Inoltre non è affatto detto, secondo l’istituto, che il trattato andrà a vantaggio delle multinazionali. «Bisogna considerare che i costi causati dalla burocrazia fanno aumentare i prezzi dei beni importati tra UE e USA fino al 20%. L’eliminazione di tali costi, pertanto, consentirà ai produttori italiani ed europei di incrementare le vendite agli americani e ai consumatori di avere sempre più scelta e minori costi sui prodotti da acquistare. Sono proprio le piccole e medie imprese a esportare con più difficoltà al di fuori dell’UE, a causa delle tariffe doganali e dei costi della burocrazia». Nel frattempo la petizione online contro il Ttip è arrivata a raccogliere un milione e seicento mila firme di cittadini europei.

http://www.corriere.it/economia/15_marzo_20/pro-contro-perche-l-accordo-scambi-europa-usa-fa-discutere-ec771f5e-cf0e-11e4-8db5-cbe70d670e28.shtml

Un trattato transatlantico a misura dell’America

tttpppL’integrazione economica tra le due sponde dell’Atlantico è un vecchio progetto, vecchio almeno quanto la formazione della Unione europea. Io stesso, molti anni fa, ho scritto un articolo auspicandone la realizzazione. Ognuno naturalmente ne ha una visione propria. Ad esempio, se ne può auspicare la nascita per meglio contrastare la crescente supremazia economica della Cina e in generale dell’Asia orientale. O anche si può considerarne il potenziale di contrasto della rinascita russa e specialmente della integrazione tra Russia e Cina.

L’ultima versione, conosciuta col nome di Ttip, Transatlantic trade and investment partnership, si pone come obiettivo, nemmeno troppo nascosto, di fungere da veicolo, a profitto delle grandi imprese europee e specialmente americane, per indebolire definitivamente le strutture dello stato sociale e della regolazione dei mercati da parte degli Stati.

E’ un progetto che parte, per iniziativa del Commissario de Gucht e della rappresentanza a Bruxelles degli Usa, nel 2011. Ma parte, nella presente temperie di contrasti tra Europa e Stati Uniti e in particolare tra Stati Uniti e Germania, con il piede sbagliato, in una atmosfera di segretezza e non trasparenza. Il primo risultato di questa falsa partenza è di suscitare contro il progetto l’ostilità dell’opinione pubblica europea, preoccupata del crescente deficit di democrazia che sta avvolgendo l’Europa e della possibilità che il nuovo partenariato serva specialmente a indebolire gli apparati apprestati per assicurare il massimo rispetto dell’ambiente e la massima limitazione delle trasformazioni genetiche dei prodotti naturali.

La prospettata unione euroamericana, infatti, farebbe aumentare assai poco sia il commercio totale che specialmente il Pil delle parti contraenti, e quel poco solo nel lungo periodo. Questo a detta persino degli studi di parte condotti per promuovere l’iniziativa. Il progetto, nato male, non riesce a fare molta strada prima di suscitare una rivolta, non generalizzata, ma sotto forma di ostilità da parte di gruppi di attivisti nel campo della protezione sociale e biologica, delle norme di protezione del lavoro e dell’ambiente. Fanno clamore rivelazioni come quella, specialmente efficace sulla opinione pubblica tedesca, dell’ammissibilità in Germania, se il partenariato sarà realizzato, di prodotti americani come i polli disinfettati con il cloro, pratica comune dei produttori statunitensi per impedire l’infestazione delle carcasse mentre viaggiano dagli allevamenti d’oltreoceano al consumatore europeo. Sembra una campagna anti-americana, l’ennesima rivolta dopo quelle causate dalle rivelazioni sulle intercettazioni della Nsa dei telefoni della Merkel. A spingere per la realizzazione del nuovo partenariato sono le associazioni industriali europee, che vedono in esso un cavallo di Troia contro gli eccessi di regolamentazione degli stati nazionali La Confindustria tedesca emette dichiarazioni dall’esplicito tenore favorevole. Il suo presidente Ulrich Grillo dice che gli europei hanno da imparare dagli americani nel campo della difesa dei consumatori e dei prodotti naturali. Ma qualche giorno prima la signora Merkel aveva dichiarato che mai avrebbe permesso che ai tedeschi fossero dati da mangiare polli al cloro. Quel che è letale per il partenariato, il cui negoziato dovrebbe, secondo quanto deciso dal Congresso Usa, concludersi a fine 2015, è la inclusione proditoria nel negoziato e quindi nel Trattato, di una sezione dedicata a una rivoluzione nelle procedure usate per risolvere i contenziosi tra privati e Stati. In tale sezione, Individual State Dispute Settlement, si ammette la possibilità che gli Stati possano essere chiamati in giudizio, davanti a corti arbitrali di tre membri, appositamente formate da specialisti del diritto commerciale internazionale, da individui e società che si ritengono danneggiati da divieti imposti a loro comportamenti da parte degli stati stessi, nella ipotesi che tali comportamenti statali abbiano causato loro danni anche solo di riduzione dei profitti attesi dalle attività interrotte o ridotte.

Si tratta, come si capisce bene, di una innovazione giuridica che serve a limitare drasticamente la sovranità degli stati, favorendo ad esempio grandi società multinazionali, che non esiterebbero a chiamare in giudizio, davanti alle già dette corti arbitrali, gli stati invadendo la sovranità giuridica che essi hanno sui propri territori. Non si capisce come abbiano potuto, i fautori del Trp, come lo si designava all’inizio, aggiungere la “I” all’acronimo, e cioè la sezione relativa alle dispute tra stati e individui, pensando di riuscire a far passare una modifica tanto radicale dell’assetto del diritto internazionale che prevale da parecchi secoli, e da quasi due millenni di tradizione giuridica europea. Proprio l’aggiunta della sezione sugli investimenti e sulle dispute ad essi relative è bastata a far condannare l’intero progetto anche da parte di coloro che erano favorevoli ad esso. I socialdemocratici tedeschi che per bocca del ministro dell’economia, Sigmar Gabriel, hanno reiterato il favore di massima ma qualificandolo con clausole di grande prudenza. Così, a difendere il tentativo di “aprire” l’assetto chiuso del welfare state europeo, dominato da entità nazionali non dedicate a fini di lucro, sono rimasti in pochi. Essenzialmente quelli che avevano avuto l’idea e l’avevano promossa attivamente, i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito. Entrambi sono rappresentanti di interessi forti, come quelli degli intermediari finanziari internazionali, che hanno visto la loro libertà di azione ridotta da interventi legislativi e amministrativi dopo la crisi. Anche parecchie multinazionali industriali di origine anglo-americana si avvantaggerebbero della riduzione delle regole sui mercati europei come strumento di ulteriore penetrazione organica in tali mercati, dato che il futuro non sembra offrire loro prospettive favorevoli in altre aree dell’economia mondiale, come quella asiatica, assai meno aperta alle loro incursioni. A coronare il cambio di atteggiamento dei governi dell’Europa continentale è giunta la dichiarazione del ministro francese per il commercio estero, Mathias Fekl: allineandosi ai socialdemocratici tedeschi, ha detto di non aspettarsi che il governo francese porti al proprio parlamento una proposta di Trattato Transatlantico che includa la sezione sulla risoluzione delle dispute tra individui e Stato. L’ultima parola per ora è venuta da Jean Claude Juncker, che ha affermato che in materia tanto delicata gli organi di decisione europei non permetteranno che nessuno tenti di forzare loro la mano. La montagna, dunque, con buona pace di inglesi e americani, partorirà un topolino e forse nemmeno quello.  

Massimo De Cecco

Repubblica – 24 novembre 2014

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/11/24/news/un_trattato_contro_il_welfare_europeo-101275826/?ref=search

 

Perché il TTIP non è un bene per l’Europa (e neppure per l’America)

http://www.pagina99.it/news/economia/7486/Perche-il-TTIP-non-e-un.html

 

G20 in Australia

g200Il Gruppo dei Venti (G20) riunisce i leader delle economie mondiali più avanzate e di quelle emergenti per affrontare le sfide economiche mondiali. Comprende 19 paesi e l’Unione Europea. I leader delle economie del G20 si incontrano annualmente e i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali del G20 lo fanno diverse volte l’anno. Come dimostrato dalla risposta alla crisi finanziaria globale del 2008, il G20 può intraprendere azioni decisive per migliorare la vita delle persone.

Il G20 ha inizio nel 1999 come un incontro di Ministri delle Finanze e Governatori delle Banche Centrali a seguito della crisi finanziaria asiatica. Venne stabilito di ampliare le discussioni sulle principali questioni di politica economica e finanziaria e di promuovere la cooperazione per ottenere una crescita mondiale stabile e sostenibile per il bene di tutti.

Nel 2008 si tenne il primo summit dei leader del G20 per tentare di reagire alla crisi finanziaria globale riconoscendo il fatto che il consenso internazionale e le azioni decisive richiedessero una spinta politica da parte dei leader. In quel summit i leader affermarono il loro impegno nell’opinione condivisa che i princìpi dei mercati, quali il libero scambio, i regimi di investimento, e i mercati finanziari regolati efficacemente, possano favorire il dinamismo, l’innovazione e l’intraprendenza, che sono elementi essenziali per la crescita economica, l’impiego e la riduzione della povertà.

I leader del G20 si sono incontrati otto volte dal 2008. I paesi del G20 rappresentano circa  l’85 per cento del prodotto interno lordo globale, oltre il 75 per cento del commercio globale e i due terzi della popolazione mondiale. Attraverso Dichiarazione di Intenti dei Leader del 5° Anniversario concordata a S. Pietroburgo nel settembre 2013, i paesi membri hanno riaffermato il ruolo del G20 come principale forum per la loro cooperazione economica internazionale.

L’agenda del G20 include il rafforzamento dell’economia globale, la riforma delle istituzioni finanziare internazionali, il miglioramento delle normative in materia di finanza e la supervisione su una più ampia riforma economica. Il G20 è concentrato anche sul sostegno ad una crescita economica globale, incluso l’impulso alla creazione di posti di lavoro e l’apertura dei mercati.

Per portare avanti l’agenda, gli alti funzionari ed i gruppi di lavoro coordinano ed avanzano una politica di sviluppo su tematiche specifiche in modo che sia pronta per la considerazione da parte dei leader e dei ministri delle finanze.

Il G20 si avvale delle analisi politiche e delle consulenze di organizzazioni internazionali quali il Financial Stability Board, l’organizzazione Internazionale del Lavoro, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Delle rappresentanze di queste organizzazioni sono invitate agli incontri chiave del G20

https://www.g20.org/g20_priorities/multilingual_content/italian_about

Il G20 nel 2014

Nel 2014 il summit dei leader si terrà a Brisbane ,in Australia,il 15 e 16 di novembre al Brisbane Convention and Exhibition Centre

https://www.g20.org/

 

Il G20 è un gruppo informale internazionale istituito nel 1999 che riunisce i 19 Paesi più industrializzati del mondo (Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa e Turchia) e l’Unione Europea. Vi partecipano anche le istituzioni di Bretton Woods (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale), nonchè le principali organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, Banca Mondiale, OIL, OCSE).

http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Estera/G20/