A due anni dal Jobs Act. Ecco il bilancio di una riforma costata 15 miliardi

ajbactE’ costato 15 miliardi, secondo l’Istat ha creato nell’ultimo anno 439 mila posti di lavoro e ha rivoluzionato le forme di tutela per chi è rimasto senza occupazione. Con l’affievolirsi degli sgravi contributivi, la spinta della riforma sta rallentando, nel 2017 la crescita occupazionale dovrebbe fermarsi allo 0,3 per cento. I licenziamenti sono in aumento. Per far decollare il mercato del lavoro ora si punta sulla produttività
I TICKET
Il governo esulta e parla di 585 mila nuovi posti di lavoro creati dall’insediamento, in buona parte dovuti alla riforma del lavoro che ha concesso forti sgravi contribuitivi alle aziende che assumono e praticamente annullato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori suoi nuovi contratti. Gli ultimi dati Istat registrano 439 mila occupati in più nell’ultimo anno, 109 mila disoccupati in meno e un primo calo anche dei Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano: sono 252 mila in meno rispetto al secondo trimestre 2015 ma rappresentano ancora il 22,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Dati positivi sui quali però, al di là del boom di contratti a tempo indeterminato, pesa anche il minor livello qualitativo del lavoro creato: nel 2015 sono stato venduti 115 milioni di voucher, i buoni per il lavoro occasionale, che nel 2010 erano appena 10 milioni.
I CONTI
Il costo della riforma del lavoro si misura sugli sgravi contributivi riconosciuti alle aziende disposte ad assumere a tempo indeterminato. Una misura che, per il biennio 2015-16, secondo la Uil vale 20 miliardi (15 nel 2015 più 4,3 nel 2016) che al netto degli effetti fiscali (i contributi fiscalizzati non sono deducibili dal costo del lavoro) diventano 15 miliardi (11,7 nel 2015 e 3,3 per 2016). Nel 2016 i vantaggi riconosciuti all’impresa si sono praticamente dimezzati e ciò ha influito sul numeri di contratti firmati. «L’occupazione è aumentata appena qualcosa in più rispetto al Pil e a quanto assicurato da un normale turn over» commenta Guglielmo Loy segretario confederale della Uil. «Valeva la pena di fare scelte più selettive, come avevamo chiesto, premiando di più chi assume donne, giovani e punta al Sud. Con i risparmi si potevano fare più politiche attive e tagliare il cuneo fiscale».
LA NASPI
Il jobs act ha rivoluzionato la rete degli ammortizzatori sociali: è cambiata la cassa integrazione che ora ha requisiti più stringenti e dura di meno (da 36 a 24 mesi); la cassa integrazione in deroga a fine anno cesserà di esistere; i contratti di solidarietà sono rimasti, ma risultano meno convenienti per il lavoratore. Dal maggio 2015 è in vigore la Naspi (che sostituisce la precedente Aspi): può durare fino a ai 24 mesi, per accedervi bastano 13 settimane di contributi versati nei 4 anni precedenti la disoccupazione e un mese di lavoro effettuato nell’ultimo anno. L’assegno è più alto rispetto alla cig, si può arrivare fino ai 1.300 euro, con decalage del 3% al mese dopo i primi tre mesi. Per parasurbordinati e collaboratori, prima non tutelati, ora c’è la Dis-Col. La Cgil è critica: «L’offerta è incongruente rispetto alla gravità del periodo – dice Claudio Treves, segretario generale Nidil – la crisi resta e la copertura si accorcia».
LA CRESCITA
I dati del ministero del Lavoro indicano una tendenza netta: nel secondo trimestre i licenziamenti hanno raggiunto quota 221.186, in aumento del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2015. Calcolare quante di queste cessazioni siano imputabili al Jobs act che – per i nuovi contratti – ha praticamente annullato l’articolo 18, è difficile. Secondo il ministero, il boom di licenziamenti, è dovuto al fatto che «sono diventate pienamente operative le norme per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco». Spiegazione che non convince i sindacati, sicuri che l’aumento sia legato ai maggiori costi che le nuove regole prevedono per le aziende che vogliono usufruire della cassa integrazione. Le aliquote per avere accesso all’ammortizzatore sono aumentate, il costo medio di un lavoratore in “cassa” sale a 80-90 euro al mese. Una ditta in crisi, senza prospettive immediate può decidere di chiudere direttamente il rapporto.
PREVISIONE OCSE
Il futuro del lavoro avanza a ritmo lento, troppo lento. La società di consulenza Prometeia stima uno stop alla crescita occupazionale: nel 2015 ha raggiunto lo 0,8% a fronte di un Pil in crescita dello 0,6. Per il 2016 l’occupazione è stimata al +1 % a fronte di un Pil che sale dello 0,7. Per il 2017, le previsioni saranno ufficializzate la prossima settimana, è calma piatta: l’occupazione aumenterà dello 0,3%. «È poco, ma non c’è il segno meno che tanti temevano con l’affievolirsi dei vantaggi contributivi» commenta Stefania Tomasini, responsabile della ricerca della società di consulenza. «I dati tengono conto della incertezza interna e del difficile quadro internazionale. Fino ad oggi ha pesato sopratutto la decontribuzione, d’ora in poi si capirà quanto ha contato la riforma del lavoro». L’Ocse, per l’Italia del 2017, prevede un tasso di disoccupazione del 10,5 per cento. In diminuzione, ma sempre sopra la media Ue.

Luisa Grion
La Repubblica 13 settembre 2016

Pitupitum-pa!!

imaioioiSembrava un grazioso regalo natalizio, era un infausto segnale premonitore della chiusura dell’azienda: l’ex Invernizzi di Caravaggio, del gruppo Lactalis
A Natale i dirigenti dello stabilimento si erano premurati di regalare a tutti i dipendenti un esemplare della bambolina Susanna, ultima edizione anni 90. «Ci hanno detto che volevano svuotare i magazzini – racconta Augusta, 32 anni al servizio del «formaggino di massa» nello stabilimento di Caravaggio – l’abbiamo preso come un gesto carino. Adesso, considerata la situazione, siamo turbati». Oggi la biondina tutta panna fa gola agli appassionati del modernariato e del vintage e qualcuno, tra i dipendenti della Lactalis, alla luce della chiusura annunciata nei giorni scorsi dall’azienda,  medita di compiere il gesto «sacrilego»: rivenderla su eBay.

Dopo i voli sulle spiagge della Versilia e della riviera romagnola, quando gli elicotteri degli Invernizzi lanciavano sui bagnanti migliaia di mucche Carolina e bambole Susanna già gonfiate, ora la bimba del formaggino Milione impazza sui siti di aste on-line. Il prezziario è vario: dalla versione gonfiabile che viene battuta attorno ai 150 euro a quella «mignon», altezza 10 centimetri, a 35 euro. Si trova anche la mitica Palla pallina di gomma pesante, 4 centimetri di diametro per 35 euro. E ancora gli adesivi di Susanna, l’album figurine, i gonfiabili pubblicitari e addirittura i punti raccolta per vincere la bambola: 10 euro cadauno.

La più ricercata è però la mucca Carolina, il modello da gonfiare parte da 200 euro. Sono tutte idee nate dai fratelli Remo e Romeo Invernizzi, entrambi ormai scomparsi, che per pubblicizzare i prodotti con il nome di famiglia, invece di affidarsi a un guru della pubblicità, scelgono di far da se creando una loro agenzia pubblicitaria. Nascono quei personaggi riuscitissimi che domineranno a lungo i caroselli e i giochi di milioni di bambini fino agli anni Novanta: la mucca Carolina, il toro Annibale, la bambola Susanna «tutta panna», i gattini Geo e Gea, Camillo il coccodrillo. Ora proprio lo stabilimento che per primo li vide prender forma, il più rappresentativo della storia dell’azienda Invernizzi, chiude. Come direbbe Susanna, «Pitupitum-pa!”» .

http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/14_febbraio_05/susanna-panna-invernizzi-lactalis-caravaggio-122151f2-8e65-11e3-afb4-50ae7364e5b3.shtml

Riforme sì, lavoro no

aprendSi sa, di buoni propositi è lastricata la via dell’inferno. E sicuramente ottime erano le intenzioni del governo Monti e del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012. Ed alta la fiducia che essi riponevano nel loro operato, al punto da intitolare «Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita » il disegno di legge che poi verrà approvato dal Parlamento.

Peccato che la crescita non ci sia stata affatto.

Il Prodotto interno lordo è calato del 2,5% nel 2012 e dell’1,7% quest’anno.

La crisi cominciata nel 2008 ha spazzato via, come dice l’ultimo rapporto Confartigianato, 1.158.000 posti di lavoro al ritmo di 577 al giorno, addirittura 1.118 in meno al giorno nell’ultimo anno.

E per il 2014 lo stesso governo stima che, nonostante la ripresina (Pil + 1%), l’occupazione scenda dello 0,1%. Torna in mente quello che l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ripeteva con un certo vezzo del paradosso: «La crescita non la fanno i governi», perché dipende da molti fattori esterni, soprattutto per un’economia di trasformazione come la nostra. Vero, ma i governi possono creare le condizioni per favorirla la crescita. E l’occupazione. In Italia nemmeno a far questo siamo riusciti.

Tanto che se ci paragoniamo a Paesi a noi simili vien fuori che mentre nel decennio 2002-2011 il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,3% l’anno, in Germania è salito dell’1,2%, in Spagna dell’1,8%, in Francia dell’1,1%, nel Regno Unito dell’ 1,6%. E negli ultimi due anni le distanze sono aumentate. Il dubbio che si possa fare di più, che si possa essere governati meglio è giustificato. E invece niente.

L’idea, per esempio, della riforma Fornero di fare dell’apprendistato il canale principale di accesso al lavoro per i giovani sembrava ottima. Puntava al modello tedesco, dove l’integrazione tra scuola e lavoro funziona. Gli incentivi previsti per le aziende erano forti: zero contributi per tre anni (o al 10% nelle imprese con più di 9 dipendenti) e retribuzione più bassa perché gli apprendisti vengono sottoinquadrati. Ma l’apprendistato non decolla. Anzi, gli ultimi dati del ministero del Lavoro sono sconfortanti. Nel terzo trimestre del 2013 solo il 2,4% dei rapporti di lavoro attivati è avvenuto con l’apprendistato: 57.843 in tutto, con un calo del 7% rispetto allo stesso periodo del 2012. La parte del leone la fanno i contratti a tempo determinato che rappresentano ormai il 70,4% delle assunzioni (contro il 67,1% di un anno fa) mentre quelli a tempo indeterminato sono solo il 15,4% (contro il 17,5%). Che cosa blocca le imprese? A sentire loro, gli eccessivi vincoli sulla formazione e la pesantezza delle sanzioni nel caso in cui il contratto di apprendistato venga impugnato e il giudice dia ragione al lavoratore: non solo l’obbligo di assumere a tempo indeterminato, ma il pagamento raddoppiato dei contributi e della retribuzione piena dall’inizio. Più in generale, è proprio il rischio di un aumento del contenzioso, in particolare sull’articolo 18 sui licenziamenti che pure si voleva depotenziare, una delle critiche frequenti alla riforma Fornero. I 270 commi della legge hanno complicato un sistema che era già un rompicapo per gli stessi consulenti del lavoro. Proprio il contrario della semplicità da tutti invocata.

L’apprendistato non decolla, il collocamento non funziona, l’economia non gira (ma le famiglie sono mediamente ricche e lo Stato assistenziale è ancora pervasivo). Tutto concorre a determinare una grande anomalia dell’Italia. Detto in parole povere, da noi ci sono molte meno persone che lavorano. Il «tasso di occupazione » nella fascia 20-64 anni segnalava 61,2 persone al lavoro ogni cento nel 2011, ultimo anno utile per i confronti internazionali, contro l’80% della Svezia, il 76,3% della Germania, il 73,6% del Regno Unito, il 69,2% della Francia, il 68,6% della media Ue. Bene, nel 2013 il tasso di occupazione 20-64 anni in Italia è ulteriormente calato: al 59,7%. Premesso che i posti di lavoro non si creano per decreto, anche qui il governo può però stimolare condizioni favorevoli.

Ora, se si parla con gli imprenditori, quelli che dovrebbero assumere, questi ti spiegano che, nell’ordine: se uno ha più di 15 dipendenti non conviene perché il nuovo assunto non si potrebbe mai licenziare; se uno ha meno di 15 dipendenti il costo del lavoro in ogni caso è troppo alto e per dare mille euro netti in busta paga bisogna sborsarne il doppio per coprire tasse e contributi; che, potendo scegliere, è meglio ricorrere a un contratto flessibile o al limite a uno stage o, per i più spregiudicati (ma mica tanto, vista la pochezza dei controlli), a un’assunzione in nero.

Se uno invece parla con i giovani che cercano lavoro, ti spiegano che: al massimo ti offrono un tirocinio col rimborso spese e devi dire pure grazie; che per un buon lavoro o conosci qualcuno o è meglio che lasci perdere; che se non hai già un’esperienza di lavoro non ti prendono; che se sei fortunato ottieni un posto precario; che tanto vale tentare all’estero. Il collocamento che non colloca È evidente, quindi, che c’è sia un problema di costo del lavoro (troppa la differenza tra lordo e netto) sia un problema di incrocio tra domanda e offerta di lavoro (il collocamento pubblico trova un lavoro ad appena il 2,9% degli assunti) sia un problema di trappola della precarietà.

Le riforme dell’ultimo ventennio hanno cercato di affrontare la situazione, ma senza grandi risultati. Nel 1997 il pacchetto Treu ebbe il merito di introdurre nuove forme di flessibilità (il lavoro interinale) e di sistematizzarne altre già presenti per dare una prima scossa a un mercato del lavoro che doveva fare i conti con gli scenari aperti dalla globalizzazione. Gli occupati che all’inizio del 1998 erano circa 21 milioni salirono a 22,4 milioni nel giro di 6 anni e il tasso di occupazione passò dal 53,3% al 57,5 dell’inizio del 2004. Sulla scia della Treu arrivò la legge Biagi nel 2003, che inserì altri contratti flessibili, dal lavoro a chiamata a quello ripartito, ma cercò anche di limitare l’abuso del contratto di collaborazione (co. co. co.) richiedendo un «progetto » che lo giustificasse (co. co. pro.) e si pose finalmente l’obiettivo di creare una Borsa nazionale del lavoro, quello che poi sarà il portale Internet «cliclavoro», dove incrociare tutte le domande e le offerte di occupazione, pubbliche e private. Un progetto che non è mai decollato perché, per via del disastroso federalismo all’italiana che attribuisce alle Regioni competenza in materia, i diversi sistemi informatici non dialogano tra loro. Ora al portale dovrebbero iscriversi i 900 mila giovani tra 15 e 24 anni che non lavorano e non studiano, potenziali destinatari del programma Garanzia Giovani ai quali il governo dovrebbe offrire un’occasione di formazione o lavoro. Un banco di prova per il ministro Enrico Giovannini. Dopo la Biagi ci fu un ulteriore aumento degli occupati, che arrivarono al record di 23 milioni e mezzo nel 2008, con un tasso di occupazione che sfiorava il 59%. Ma per i giovani il canale di accesso al lavoro diventava sempre più il contratto a termine in barba alla direttiva europea 1999/70 secondo la quale «la forma comune dei rapporti di lavoro» dovrebbe essere «a tempo indeterminato». Nel 2007 il ministro del Lavoro Cesare Damiano cercò di porre un freno ai contratti a termine rafforzando il limite dei 36 mesi. Poi il contratto a termine è stato nuovamente incoraggiato consentendo che il primo senza causale possa durare fino a 12 mesi. Norme che cambiano continuamente senza che cambi la sostanza di un sistema complicato e inefficiente. Infine la crisi ha travolto tutto e ci ritroviamo, a ottobre 2013, con 22,3 milioni di lavoratori e un tasso di occupazione lontano dalla media europea.

E.Marro Corriere della Sera 30 dicembre 2013

http://mentiinformatiche.com/2013/12/apprendistato-e-collocamento-quelle-riforme-senza-lavoro.html