La rabbia è già esplosa, urgenti nuove regole su tasse, bonus e lobby

ineqNEGLI ULTIMI ANNI, incontrandosi a Davos, i leader del mondo economico e imprenditoriale hanno classificato la disuguaglianza tra i maggiori rischi per l’economia globale, riconoscendo che si tratta di questione economica oltre che morale. Non vi è dubbio, infatti, che se i cittadini non hanno reddito e perdono progressivamente potere d’acquisto, le corporation non avranno modo di crescere e prosperare.
Il FMI è della stessa idea e avverte che a funzionare meglio sono i paesi dove c’è meno disuguaglianza.
Se la maggioranza dei cittadini sente di non beneficiare a sufficienza dei proventi della crescita o di essere penalizzata dalla globalizzazione finirà col ribellarsi al sistema economico nel quale vive. In realtà dopo Brexit e i risultati delle elezioni americane, ci si deve chiedere seriamente se questa ribellione non sia già cominciata. Sarebbe d’altronde del tutto comprensibile. In America il reddito medio del 90% dei meno abbienti ristagna da 25 anni e l’aspettativa di vita ha mediamente cominciato ad abbassarsi.
Da anni, Oxfam fotografa i livelli sempre più accentuati della disuguaglianza globale e ci ricorda come nel 2014 fossero 85 i super ricchi – molti dei quali presenti a Davos – a detenere la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera (3,6 miliardi di persone). Oggi, a detenere quella ricchezza sono solo in 8.
È chiaro dunque che a Davos il tema della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi abbia continuato a tenere banco. Solo per alcuni continua a essere una questione morale, ma per tutti è una questione economica e politica che mette in gioco il futuro dell’economia di mercato per come la conosciamo. C’è una domanda che assilla, sessione dopo sessione, gli Ad presenti al Forum: «C’è qualcosa che le corporation possono fare rispetto alla piaga della disuguaglianza che mette in pericolo la sostenibilità economica, politica e sociale del nostro democratico sistema di mercato?» La risposta è sì.
La prima idea, semplice ed efficace, è che le corporation paghino la loro giusta quota di tasse, un tassello imprescindibile della responsabilità d’impresa, smettendo di fare ricorso a giurisdizioni a fiscalità agevolata. Apple potrebbe sentire di essere stata ingiustamente presa di mira tra tante, ma in fondo ha solo eluso un po’ più di altri.
Rinunciare a giurisdizioni segrete e paradisi fiscali societari, siano essi in casa o offshore, a Panama o alle Cayman nell’emisfero occidentale, oppure in Irlanda e in Lussemburgo in Europa. Non incoraggiare i paesi in cui si opera a partecipare da protagonisti alla dannosa corsa al ribasso sulla tassazione degli utili d’impresa, in cui gli unici a perdere davvero sono i poveri in tutto il mondo.
È vergognoso che il Presidente di un paese si vanti di non aver pagato le tasse per quasi vent’anni – suggerendo che siano più furbi quelli che non pagano –, o che un’azienda paghi lo 0,005% di tasse sui propri utili, come ha fatto la Apple. Non è da furbi, è immorale.
L’Africa da sola perde 14 miliardi di dollari in entrate a causa dei paradisi fiscali usati dai suoi super-ricchi : a questo proposito Oxfam ha calcolato che la cifra sarebbe sufficiente a pagare la spesa sanitaria per salvare la vita di 4 milioni di bambini e impiegare un numero di insegnanti sufficiente per mandare a scuola tutti i ragazzi di quel continente.
C’è poi una seconda idea altrettanto facile: trattare i propri dipendenti in modo dignitoso. Un dipendente che lavora a tempo pieno non dovrebbe essere povero. Ma è quel che accade: nel Regno Unito, per esempio, vive in povertà il 31% delle famiglie in cui c’è un adulto che lavora. I top manager delle grandi corporation americane portano a casa circa 300 volte lo stipendio di un dipendente medio. È molto di più che in altri paesi o in qualunque altro periodo della storia, e questa forbice ampissima non può essere spiegata semplicemente con i differenziali di produttività. In molti casi gli Ad intascano ingenti somme solo perché niente impedisce loro di farlo, anche se questo significa danneggiare gli altri dipendenti e alla lunga compromettere il futuro stesso dell’azienda. Henry Ford aveva capito l’importanza di un buono stipendio, ma i dirigenti di oggi ne hanno perso la cognizione.
Infine c’è una terza idea, sempre facile ma più radicale: investire nel futuro dell’azienda, nei suoi dipendenti, in tecnologia e nel capitale. Senza questo non ci sarà lavoro e la disuguaglianza non potrà che crescere. Attualmente invece una porzione sempre più consistente di utili finisce ai ricchi azionisti. Un esempio su tutti viene dalla Gran Bretagna, dove nel 1970 agli azionisti andava il 10% degli utili d’impresa, oggi il 70%. Storicamente le banche (e il settore finanziario) hanno svolto l’importante funzione di raccogliere risparmio dalle famiglie da investire nel settore delle imprese per costruire fabbriche e creare posti di lavoro. Oggi negli Stati Uniti il flusso netto di denaro compie esattamente il percorso opposto. L’anno scorso, Philip Green, magnate britannico della vendita al dettaglio, è stato accusato da una commissione parlamentare di non aver investito abbastanza nella sua azienda e di aver inseguito il proprio tornaconto personale, arrivando alla bancarotta e a un deficit previdenziale di 200 milioni di sterline. Per quanto incensato e blandito dai governi succedutisi, promosso a cavaliere del regno e considerato faro dell’economia britannica, quella commissione parlamentare non avrebbe potuto scegliere parole più esatte, definendolo come «la faccia inaccettabile del capitalismo».
Le multinazionali sanno che il loro successo non dipende solo dalle leggi dell’economia, ma dalle scelte di politica economica che ciascun paese compie. È per questo che spendono così tanto denaro per fare lobby. Negli Stati Uniti, il settore bancario ha esercitato il suo potere d’influenza per ottenere la deregulation, raggiungendo il proprio obiettivo. Ne sanno qualcosa i contribuenti costretti a pagare un conto salato per quanto accaduto in seguito. Negli ultimi 25 anni, in molti paesi, le regole dell’economia liberista sono state riscritte col risultato di rafforzare il potere del mercato e far esplodere la crisi della disuguaglianza. Molte corporation sono poi state particolarmente abili – più che in qualsiasi altro campo – nel godere di una rendita di posizione – vale a dire nel riuscire ad assicurarsi una porzione più grande di ricchezza nazionale, esercitando un potere monopolistico o ottenendo favori dai governi. Ma quando i profitti hanno questa origine, la ricchezza stessa di una nazione è destinata a diminuire. Il mondo è pieno di aziende guidate da uomini illuminati che hanno capito quanto l’unica prosperità sostenibile sia la prosperità condivisa, e che pertanto non fanno uso della propria influenza per orientare la politica, al fine di mantenere una posizione di rendita finanziaria. Hanno capito che nei paesi dove la disuguaglianza cresce a dismisura, le regole dovranno essere riscritte per favorire investimenti a lungo termine, una crescita più veloce e una prosperità condivisa.
Joseph Stiglitz
la Repubblica, lunedì 16 gennaio 2017
Davos
World Economic Forum Annual Meeting

Disuguaglianze in aumento. Otto super Paperoni hanno la stessa ricchezza di metà dell’umanità

 
ROMA A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum. I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare. E l’Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero……
 Barbara Ardù
la Repubblica, lunedì 16 gennaio 2017

Uber consensus

uberrrrrrrrIn genere quando su un tema si dice “gli economisti sono d’accordo che…”, non è mai vero. L’economia riesce a essere concorde su alcune leggi e regole generali, ma quando poi si entra nel dettaglio delle proposte o delle problematiche in genere per ogni economista che sostiene qualcosa ce n’è almeno un altro che la pensa in modo opposto. Uno dei pochi temi su cui invece si può dire che “gli economisti sono d’accordo” è paradossalmente uno dei più controversi e più osteggiati a livello politico e mediatico: Uber.

Gli economisti sono tutti concordi nel sostenere che Uber sia un beneficio per i consumatori. L’Università di Chicago attraverso l’Igm Economic Experts Panel intervista un gruppo di economisti per informare il pubblico su come la pensano su importanti questioni pubbliche. Agli intervistati è stato chiesto se è vero che “lasciar competere società come Uber o Lyft (un’app concorrente diffusa negli Stati Uniti, ndr) con i taxi in condizioni di parità per quanto riguarda i requisiti di sicurezza e assicurazione, ma senza vincoli su prezzi o rotte, aumenta il benessere dei consumatori”. Il 100 per cento degli economisti intervistati si è detto d’accordo, o meglio il 35 per cento è “d’accordo” e il 65 per cento “pienamente d’accordo”, nessun “incerto” o in disaccordo.

Non accade quasi mai. In tutte le altre interviste sugli argomenti più disparati, dalle politiche monetarie al referendum greco, dall’aumento del salario minimo a quello delle tasse sui ricchi, dalla disuguaglianza alla sanità, non c’è mai un consenso assoluto come in questo caso. E non si può neppure dire che il campione usato dall’università di Chicago non sia competente o rappresentativo di diverse opinioni o scuole di pensiero, dato che gli intervistati la pensano in maniera diversa su tutto il resto e insegnano nelle più prestigiose università statunitensi: Alan Auerbach e Emmanuel Saez di Berkeley, Richard Thaler di Chicago, Alberto Alesina e Raj Chetty di Harvard, Daron Acemoglu e David Autor del Mit e altri prestigiosi accademici di Princeton, Stanford e Yale. In tutto 40 economisti, tutti d’accordo nel ritenere l’innovazione tecnologica di Uber e una maggiore concorrenza nei taxi un beneficio per le persone che desiderano spostarsi in città in tutta sicurezza e a condizioni di servizio o di prezzo migliori.

Un sondaggio del genere nel Parlamento italiano, che sta discutendo il ddl concorrenza in cui sono trattati proprio questi temi, probabilmente darebbe risultati opposti: per il 100 per cento o giù di lì Uber è considerato una minaccia e una maggiore concorrenza nel settore taxi qualcosa da evitare come la peste. Ma la politica ha le sue ragioni, che gli economisti non conoscono (o non considerano): è il beneficio elettorale della lobby dei taxi che conta e non quello di chi cerca un’auto che lo porti da qualche parte in tempi ragionevoli e a prezzi accessibili.

Luciano Capone

Il Foglio 2 ottobre 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/10/02/uber-consensus-sondaggio-economisti-america___1-v-133421-rubriche_c797.htm

Cos’è Uber

http://www.famigliacristiana.it/articolo/uber-che-cos-e-e-come-funziona.aspx

http://www.ilpost.it/2015/07/10/uber-illegale-sentenza/

 

Il debito non fa più paura

 

 

debt pblLe condizioni economiche e il Quantitative easing della Banca centrale europea ci offrono per quasi due anni uno scenario favorevole per riforme strutturali che innalzino il tasso di crescita e che quindi possono ridurre lo stock di debito. Non vale più la relazione alto debito, alta crescita: la nuova politica economica può essere sintetizzata nello schema: 2/2/2. Vale a dire, 2 per cento di crescita, 2 per cento di inflazione e 2 per cento di disavanzo complessivo. Di questi temi si è discusso ieri a Roma durante un seminario organizzato da Crusoe e dall’associazione Crusoe e dal centro di ricerca economica Cerm sul risanamento della finanza pubblica in Italia alla presenza del ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, e del giudice costituzionale Giuliano Amato, presente anche il commissario governativo alla revisione della spesa Yoram Gutgeld.
La riduzione del debito pubblico resta la priorità essenziale per il nostro paese. I governi italiani da circa venticinque anni hanno effettuato sforzi notevoli per ridurre il debito e il disavanzo pubblico ed effettuato manovre di aggiustamento molto serie e impegnative; ma al di là di miglioramenti anche significativi – ma non sempre duraturi – il problema è ancora lì. Si sono raggiunti infatti indubbi progressi e si sono messe in campo misure importanti, ma anche a causa della crisi finanziaria del 2009 e del 2011, il debito negli ultimi anni è ripreso a salire e ha superato il 130 per cento del pil.

I dati essenziali sono chiari: al dicembre 2014, il debito pubblico delle amministrazioni pubbliche era pari a 2.135 miliardi di euro, quindi circa 36.000 euro per italiano. Di questi 2.135, 2.047 miliardi sono il debito delle amministrazioni Centrali (95,9 per cento) mentre 140 appartiene a quelle locali (4,1 per cento). Il debito lordo (senza detrarre le attività finanziare) è per il 64,4 per cento detenuto da italiani, mentre il 35,6 è detenuto all’estero (era 51,4 per cento nel 2006). La duration è aumentata in tempi recenti arrivando a 5,7 anni.

La storia e la teoria economica non ci forniscono un criterio assoluto per decidere quando un debito pubblico è troppo alto. La regola economica essenziale dimostra che la capacità di ripagare il debito dipende, non tanto dal valore del rapporto debito/pil ma dall’evoluzione di questo rapporto, anche a valori relativamente elevati. Infatti, data la differenza tra tasso di interesse reale e tasso di crescita reale del pil, ad essere cruciale è l’avanzo primario (la differenza tra entrate tributarie e spesa pubblica al netto del pagamento degli interessi) e ovviamente il tasso di crescita reale dell’economia. La mancanza di una regola e di un limite preciso non impediscono però che, di fatto, esista una regola di buon senso: la sensazione cioè che, al di là di un certo valore relativamente elevato, ci si trovi in una situazione difficile e che qualcosa potrebbe accadere… ma non è possibile sapere cosa e quando…

Naturalmente, molto importanti sono la dimensione del debito, la sua crescita nel tempo, la dimensione dell’avanzo primario. In Italia adesso il rapporto debito/pil è elevato sia rispetto alla sua storia, sia rispetto ai confronti internazionali. La storia presenta casi molto diversi: nel Regno Unito è stato superiore al 100 e anche al 200 per cento in alcune fasi storiche. In Francia nel 1922, il rapporto raggiunse il 180 per cento e restò sopra il 100 per cento fino al 1930. Negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, rimase sopra al 100 per cento fino al 1950. L’Italia ha raggiunto valori come quelli attuali tra il 1870 e il 1880, tra il 1925 e il 1936, e alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel primo caso fu l’inflazione, durante il fascismo due consolidamenti forzosi, e tra il 1947 e il 1952 furono ancora l’inflazione e la crescita forte del pil nominale a far ridurre drasticamente il valore reale del debito. L’Argentina e altri paesi sono andati in default con valori inferiori a 100 per cento, mentre non si parla negli stessi termini del debito pubblico lordo del Giappone, pur con rapporto rispetto al pil del 250 per cento circa.

La storia e la teoria dimostrano che vi sono 4 metodi per ridurre il debito pubblico: a) l’inflazione b) un default; c) un’imposta straordinaria/patrimoniale; infine, d) il perseguimento di avanzi primari consistenti per molti anni, ovvero il rimborso.

La monetizzazione del debito e il default ci sono ovviamente preclusi nel contesto economico attuale europeo: i costi economici e politici sarebbero insostenibili.

Un’imposta patrimoniale sarebbe ipoteticamente possibile, data l’elevata ricchezza finanziaria netta degli Italiani, concentrata soprattutto in attività reali. Ma è emerso dal seminario che non è più tempo di misure straordinarie. Infatti, gli effetti depressivi, distributivi e il danno che arrecherebbe alla reputazione dello stato le rendono impercorribili. Peraltro in questi anni, le politiche di tassazione immobiliare e del risparmio gestito hanno di fatto già comportato elementi di un’imposta patrimoniale.

Resta quindi la quarta soluzione: quella del perseguimento di avanzi primari consistenti e duraturi. L’avanzo primario potrebbe naturalmente essere accompagnato da cessioni del patrimonio mobiliare e immobiliare pubblico, come anche dalla razionalizzazione delle spese fiscali, troppo elevate e spesso forme di sussidio a lobbies e gruppi di interesse.

La via maestra è dunque la riorganizzazione della spesa pubblica, che se perseguita con efficacia – adozione di costi standard sulla sanità, riforma efficace della pubblica amministrazione, riduzione delle partecipate locali – consentirà la riduzione della pressione fiscale.

Non ci sono scorciatoie, né soluzioni magiche: è necessario instradarsi su un sentiero di riduzione progressiva dello stock di debito. Per fare questo serve dunque innalzare in modo duraturo il tasso di crescita dell’economia, che è anche la soluzione più efficiente per ridurre il rapporto debito/pil.

Mauro Marè

Il Foglio 25 maggio 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/05/24/perch-il-debito-non-fa-pi-paura___1-v-129065-rubriche_c319.htm

Anche le mucche inquinano

muccaChi pensa che Barack Obama abbia attenuato il suo impegno ambientalista, si ricreda. Il piano della Casa Bianca per salvare il pianeta passa dalla “mucca del futuro”. Meno flatulenta e più controllata nelle emissioni di gas dall’esofago. E’ l’arma segreta per ridurre la quantità di gas che generano l’effetto serra nell’atmosfera, il trend di lungo periodo di riscaldamento del clima. È anche la posta in gioco di una nuova sfida tecnologica tra le più grandi potenze agricole mondiali.

Non è uno scherzo, la corsa alla “mucca pulita” finisce in prima pagina sul Financial Times, autorevolmente avallata dagli scienziati che collaborano al progetto della Casa Bianca. L’Amministrazione Obama lo preparava da tempo, il lancio ufficiale è avvenuto il mese scorso. Può sembrare un obiettivo marginale, rispetto alle battaglie contro la potentissima lobby del petrolio e dello “shale gas” (rafforzata di recente dai ricatti energetici di Vladimir Putin). ……

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/04/10/news/ambiente_le_mucche_del_futuro_a_impatto_zero-83202269/?ref=HREC1-40

Robot che rubano lavoro

robot1«I robot che rubano il lavoro all’uomo? Fesserie: l’automazione consente alle industrie dei Paesi più avanzati di competere, di recuperare produzioni che erano finite in Cina o in Messico, Paesi a basso costo del lavoro. E i robot che sostituiscono la manodopera generano nuovo lavoro, a cominciare da quello per costruirli, programmarli ed effettuare la loro manutenzione». Parola della Robot Industries Association, che ha appena celebrato a Chicago Automate 2013, il suo salone che è anche una “convention” annuale. La lobby Usa dell’automazione industriale alza la voce perché da un po’ di tempo a questa in America si diffondono le tesi allarmate di alcuni esperti circa l’impatto negativo della tecnologia sul mondo del lavoro….

Race Against the Machine, un libro pubblicato nel 2011 da Erik Brynjolfsson ed Andrew McAfee, è diventato la bibbia di chi sostiene che l’insidia per i lavoratori dei Paesi avanzati non viene tanto dalle nazioni emergenti, quanto da un progresso tecnologico troppo veloce e troppo concentrato sulle tecnologie informatiche. Un processo che non riesce ad aprire la strada a nuove produzioni e a nuovi mestieri con la stessa velocità con cui scarica gli addetti resi superflui dai processi di automazione. La rivoluzione industriale degli ultimi due secoli ha camminato su innovazioni radicali – dal motore a vapore all’elettricità – che hanno letteralmente generato nuovi settori industriali e la capacità di soddisfare nuovi bisogni. La rivoluzione delle tecnologie digitali sta forse cambiando le nostre vite in modo altrettanto radicale, ma i nuovi lavori che nascono dal mondo delle applicazioni, pur numerosi, non sono la valanga che sarebbe necessaria….

Nessuno, ad oggi, ha tutte le risposte. Non si può certo chiudere la porta alla tecnologia, anche se non c’è alcuna certezza che il «contagio dello sviluppo» che abbiamo vissuto negli ultimi due secoli continui anche nell’era del digitale. Fa, però, impressione leggere che la metà dei 7,5 milioni di posti di lavoro persi negli Usa durante la Grande recessione iniziata del 2008-2009 erano impieghi ben pagati del ceto medio. Le aziende, superata la recessione, sono tornate ai vecchi livelli di attività produttiva, più efficienti e redditizie. Ma quei posti di lavoro non sono tornati. E anche in Europa, dal 2008 al giugno 2012 sono svaniti 7,6 milioni di posti di lavoro ben pagati. Non saranno gli ultimi. Basti pensare ai droni, aerei che si guidano da soli, all’auto senza conduttore (in sperimentazione sulle strade della California e dell’Arizona) e ai treni automatici (già in servizio, dalla baia di Tokio a Dubai). Trema chi lavora con un volante in mano. Negli Stati Uniti sono un esercito: oltre tre milioni i camionisti, quasi 600 mila gli autisti di autobus, 340 mila i tassisti.

http://www.corriere.it/economia/13_gennaio_24/robot-occupazione_af7b02c0-6672-11e2-a999-f4ff91782969.shtml