Il prezzo dell’instabilità di Pechino

CHIMPOT È possibile che la tempesta di ieri sia riassorbita e che la Borsa cinese si riprenda. Non tanto per la spinta degli utili aziendali quanto perché le autorità cinesi potrebbero decidere di puntellare le Borseha finito il 2015 con uno squillante +9%, in netto contrasto con il segno meno registrato nello stesso anno dalla più blasonata Wall Street.
Stavolta però non si può escludere che il crollo delle borse mondiali di fronte alle difficoltà cinesi rifletta qualcosa di più profondo. Le arzigogolate vicende interne della Cina (paese socialista con capitalismo di Stato) sono ormai percepite dagli analisti di mercato come una minaccia permanente alla stabilità globale. Con il rinnovo delle misure dell’estate scorsa, il governo cinese potrà anche sostenere i corsi azionari per qualche tempo. Ma poi i temporanei divieti di vendita vengono a cadere. E i mercati già ora si chiedono cosa avverrà con il venire al pettine dei nodi irrisolti dell’economia cinese. Il primo di questi nodi è se il governo di Pechino sia in grado di governare la crescita come in passato. Un certo rallentamento dell’economia cinese è nelle cose, come già per altri miracoli economici asiatici come il Giappone e la Corea del sud. E infatti anche in Cina la crescita del 10% annuo del 1980-2010 è scesa al 7,5% del 2011-15 ed è prevista in ulteriore calo al 6,5% per il 2016-2020. L’inevitabile rallentamento è previsto e compreso dai mercati. La capacità del regime cinese di governare il rallentamento è invece meno certa di ieri. C’è poi da aggiungere che la Cina al rallentatore non è un paese come gli altri essenzialmente perché economicamente e demograficamente immenso. È la seconda economia del mondo, con un prodotto interno lordo superiore ai diecimila miliardi di dollari – il 60% di quello degli Usa, i tre quarti di quello dell’eurozona e il doppio di quello giapponese.  È un’economia che quando mette a segno un più sette per cento di crescita, genera 725 miliardi di dollari di redditi in più ogni anno, l’equivalente dell’intero Pil (Prodotto Interno Lordo) della Svizzera e poco meno di quello della Turchia. Una Cina che rallenta importa meno dai paesi confinanti e quindi trascina in giù le economie limitrofe, quelle avanzate come l’Australia (che vende materie prime al manifatturiero cinese) e quelle in via di sviluppo come il Vietnam (che della Cina è fornitore di lavoro a basso costo). L’instabilità della Cina non può quindi che trasmettersi prima di tutto agli altri paesi asiatici. Ma con una Cina che rallenta troppo pagano pegno anche i big del settore automobilistico tedesco e i produttori di beni di lusso italiani e francesi. La minor crescita di un grande paese manifatturiero e privo di petrolio ha anche un profondo impatto sui settori. Una Cina in frenata riduce la sua domanda di petrolio riducendone il prezzo. Un petrolio stabilmente basso è una manna per le aziende manifatturiere e di servizi di tutto il mondo. Ma un petrolio instabilmente basso aggrava le tensioni geopolitiche del Medio oriente, prima di tutto quelle tra Arabia Saudita e IranFinora la Cina e il suo governo hanno sempre smentito i profeti di sventura. Le riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping e Jiang Zemin hanno incoraggiato l’imprenditorialità e promosso una maggiore apertura al mercato delle imprese pubbliche. Tutto questo ha portato la Cina nel Wto nel 2001. Con quelle riforme la crescita è arrivata. Ora però rimane la parte difficile. Si tratta di fare piazza pulita dei monopoli di stato per togliere risorse alla corruzione, di aprire davvero al capitale estero accorciando la lista dei settori vietati agli stranieri e di creare un sistema giuridico fatto di tribunali indipendenti dalla politica. Sono riforme che occupano un posto di rilievo anche nelle agende politiche di altri paesi del mondo (inclusa l’Italia). Ma è alla riuscita di queste riforme (e non all’ennesima misura di sostegno temporaneo ai mercati) che sarà condizionata una migliore integrazione della Cina nell’economia globale, così come un ritorno ad una crescita più sostenibile dell’economia e delle borse.
Francesco Daveri
Corriere della Sera, martedì 5 gennaio 2016

TURISMO E CONSUMI SE LA NOTTE DI PARIGI PUÒ GELARE LA RIPRESA

 parrCosa volete che sia un’ombra, qualche milligrammo di zucchero in più nel sangue, destinato, per giunta, ad essere rapidamente riassorbito? Be’, dipende. Se è un paziente appena uscito dalla rianimazione, tuttora in terapia intensiva, quel milligrammo è sufficiente a far scattare l’allarme e a convocare, attorno al capezzale, cardiologi con la fronte aggrottata. Li vediamo in queste ore. Il capezzale è quello dell’economia europea, il trauma sono i massacri di Parigi, i cardiologi sono i banchieri centrali.

«È aumentato il livello di incertezza», commenta amaro il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Gli attacchi di Parigi «potrebbero aver elevato i rischi di un indebolimento dell’area euro», concorda Peter Praet, il capoeconomista della Banca centrale europea. Mettete in conto che, nelle riunioni informali della stessa Bce, già ci si interrogava sull’opportunità di ritoccare in modo robusto, agli inizi di dicembre, le dosi di medicinali, vista la debole risposta dell’economia europea alle terapie in corso e capirete il nervosismo che circola a Francoforte.

Per una volta, i banchieri centrali sono più irrequieti degli stessi mercati. Le Borse non hanno ancora deciso da che parte muoversi. Il petrolio ha continuato a scendere, l’oro galleggia. D’altra parte, è difficile prevedere l’impatto effettivo di eventi tragici come quelli di Parigi. Il terrorismo — dicono gli economisti — tende ad avere conseguenze limitate e transitorie sull’economia. Il caso di scuola sono le due Torri di New York. Le stime parlano di oltre 20 miliardi di dollari di danni fisici a edifici e infrastrutture, una paralisi del turismo con 12 miliardi di dollari di profitti in meno per le compagnie aeree del mondo.

Tutto sommato, l’economia Usa crebbe nel 2001 mezzo punto in meno di quanto sarebbe avvenuto senza gli attentati, e creò 600 mila disoccupati in più. Dati che vanno visti in prospettiva: nel giro di un anno, l’America aveva recuperato il terreno perduto.

Gli attentati del 2001 non sono peraltro comparabili, per scala (di morti e di danni), a quanto è avvenuto la scorsa settimana a Parigi. Più vicino l’attacco dei terroristi ai treni dei pendolari a Madrid nel 2004, con 191 morti.

Gli economisti spagnoli hanno concluso che i costi dell’attacco furono equivalenti allo 0,03 per cento dell’economia nazionale. Nella situazione europea attuale, tuttavia, il dato complessivo può non essere sufficientemente indicativo.

Nei prossimi mesi, gli economisti guarderanno in particolare al turismo, che, per la Francia, che aspetta gli Europei di calcio, come per l’Italia, che aspetta il Giubileo, vale oltre il 7 per cento del Pil. Non si tratta solo di viaggi ed alberghi. Anche di consumi. Chi pensa che i ricchi facciano i loro acquisti sotto casa, ad esempio, si sbaglia. Oltre metà degli acquisti di lusso avviene in viaggio.

Perché turismo e lusso sono così importanti per l’Europa di oggi? Perché sono indicatori sui quali è facile leggere in fretta il clima psicologico delle economie nei mesi a venire, un dato che viene ritenuto cruciale per le speranze di ripresa. Ai vertici delle banche centrali europee sono, infatti, acutamente consapevoli delle difficoltà che sta incontrando la rianimazione dell’area euro.

Sotto gli occhi di tutti c’è il fatto che nell’economia continentale, in questi mesi, stanno venendo immessi stimoli di una intensità inedita. Un prezzo dell’energia ai minimi, come non si vedeva da anni.

E iniezioni massicce di liquidità di entità inedita, destinate a ripetersi ancora, almeno per altri dieci mesi. Tanto che, finalmente, si sta allentando la stretta al credito, anche nei Paesi più difficili: in Italia stanno crescendo i crediti alle imprese e ne diminuiscono i costi.

Ma le economie si muovono lo stesso a passo di lumaca. L’espansione, in Italia, sarà meno dell’1 per cento quest’anno e dell’1,5 per cento il prossimo. La Francia crescerà dell’1,1 per cento nel 2015 e dell’1,4 per cento nel 2015. Anche la Germania resterà sotto il 2 per cento.

A questi ritmi, se anche il terrorismo tosasse solo qualche decimale, l’impatto sarebbe brusco e sensibile. In Italia, ad esempio, anche uno 0,1 per cento in meno equivarrebbe a tagliare la crescita di un decimo.

Come osserva Moody’s, meno crescita significherebbe deficit e debito più pesanti, rendendo d’attualità manovre di bilancio all’insegna dell’austerità. E stroncherebbe sul nascere i germogli di ottimismo e fiducia su cui le autorità monetarie contavano per un sostanziale rilancio dei consumi interni, che compensi le debolezze della domanda estera.

Quei germogli erano già assai deboli, come confermano le aspettative di inflazione, ancora a ritmi troppo lontani dall’obiettivo del 2 per cento. Ora, come dice Praet, potrebbero essere ancora più avvizziti.

E, se l’impatto diretto del terrorismo è transitorio, nel momento in cui intacca ottimismo e fiducia si prolunga nel tempo. Sempre che rimanga contenuto e isolato. Una vera e propria ondata terroristica, infatti, avrebbe costi assai diversi. Si calcola, ad esempio, che, nei Paesi Baschi, la campagna di attentati dell’Eta sia costata fino al 10 per cento del Pil. E altrettanto ha pesato, sull’economia israeliana, l’Intifada.

Maurizio Ricci per “la Repubblica”

20 novembre 2015

Ripresa slow

ripresconsLa ripresa è una visita dal dentista, il cambio della vecchia lavatrice, l’iscrizione del piccolo Andrea in palestra. La ripresa non è, o non è ancora, l’acquisto di un appartamento fuori città. Probabilmente la ripresa non sarà più la frenesia di cambiar d’abito, la ricerca spasmodica dei capi alla moda come accadeva dieci anni fa, economicamente un’altra era geologica. Soprattutto, la ripresa è nelle piccole scelte di tutti i giorni. Quello che negli Usa si definisce “Termometro Walmart”: l’uso dei grandi centri commerciali come spia dell’andamento economico. Il lento e quotidiano risveglio della spesa non è come qualcuno se lo aspettava: non ci sarà il d-day della grande euforia, il mese che riempie le buste paga e svuota le file di giovani e anziani davanti alle agenzie per l’impiego. Insomma, la ripresa è nei dettagli.
Le indagini che vengono pubblicate in queste settimane confermano che il quadro economico italiano è in movimento positivo. Tra il «risveglio» di cui parla Confcommercio nella ricerca diffusa due giorni fa e la «ripresa slow» registrata all’inizio di settembre dal centro studi Coop, tutti concordano sul fatto che il Pil potrebbe crescere quest’anno intorno all’1 per cento. E che la ripartenza si vedrà soprattutto nei beni durevoli di medio valore: non l’appartamento ma l’automobile, non ancora il lusso ma lo smartphone.
La storia è quella di Michele, impiegato in un’azienda del Nord. La sua busta paga di dipendente privato non ha cambiato faccia improvvisamente. È cresciuta di poco, ma sempre di più di quella del suo amico Gianni, dipendente pubblico. In media il potere di acquisto di Michele e Gianni è crollato del 9 per cento tra il 2007 e lo scorso anno. La crisi ha portato via 122 miliardi. Ma gli italiani hanno ridotto i consumi solo per 75 miliardi. La differenza, 47 miliardi, sono i risparmi bruciati per far fronte a una drammatica traversata. Negli anni più difficili, nel periodo in cui ha dovuto andare in cassa integrazione, Michele ha rosicchiato il tesoretto in banca. Era l’unico modo per sopravvivere, con la moglie anche lei in cassa e Andrea che deve crescere. Sette anni fa, prima della crisi, Michele risparmiava 185 euro al mese su una busta paga di 1.700. Lo scorso anno, ai primi segnali della ripresa, è tornato a mettere in banca 150 euro al mese. Ma ora che la cassa è finita e gli stipendi sono tornati pieni (700 euro in più per busta paga) non bisogna ancora festeggiare: prima è prudente ricostituire il gruzzolo intaccato sul conto corrente. Così per qualche mese Michele è tornato a mettere in banca circa 160 euro e l’effetto dell’aumento dei redditi non si è visto sui consumi. «Questa estate – dice Albino Russo, responsabile dell’ufficio studi Coop – la dinamica dei consumi delle famiglie è tornata a salire. E cresce più del Pil, l’1 per cento rispetto allo 0,7 del prodotto interno lordo. Segno che, con l’eccezione dell’industria dell’auto, gli italiani sono più fiduciosi delle imprese, che continuano invece a non investire o a investire poco».
La prima regola è quella di non fare il passo più lungo della gamba. E ognuno, naturalmente, ha le gambe che si ritrova. Il cugino di Michele, Luigi, ha smesso di preoccuparsi da tempo. È il ricco della famiglia. Lo scorso anno si è comperato una costosa auto di lusso. Non è stato l’unico. Il mercato delle auto da sogno è salito in Italia del 60 per cento nel 2014. Ma anche per Michele le cose stanno andando meglio. La media tra il suo conto in banca e quello del cugino Luigi è ovviamente la media del pollo di Trilussa. Dice che tra il 2007 e il 2014 hanno perso reddito per 2.600 euro annui. E che nel 2015 ne recupereranno 220. Non una enormità ma qualcosa ci si può fare. Tanto che l’indice di fiducia sul futuro calcolato in base ai dati Istat è salito dai 93 punti del giugno 2013 ai 108 punti del giugno scorso. E fiducia e spesa vanno di pari passo. Nello stesso periodo i consumi di beni durevoli degli italiani sono saliti del 7 per cento.
Michele e la sua famiglia avevano ridotto molto le spese sanitarie, quelle non rimborsate dall’asl. Il ponte per il molare di Angela, la moglie, è rimasto a lungo in attesa. Ora si può pagare a rate. I tassi sono bassi, più per il Quantitative Easing di Draghi che per la generosità delle banche italiane. Con tassi bassi e inflazione bassa sale un po’ il potere d’acquisto e la famiglia di Michele può rottamare la vecchia utilitaria. L’aumento del 6,2 per cento dell’acquisto di auto e, più in generale, dei trasporti è solo una parte del fenomeno. Perché molti come Michele avevano rinviato il cambio dell’autoveicolo. Nel periodo 2007-2014 la spesa per trasporti era crollata del 24 per cento. In controtendenza i motocicli, meno costosi sia al momento dell’acquisto che per i costi di gestione. Tra il 2010 e il 2014 l’acquisto è aumentato del 3,2 per cento.
Non sono gli unici segnali che qualcosa si sta muovendo. Più del boom dell’acquisto delle lavatrici e dei frigoriferi (oltre il 50 per cento in un anno, il che spiega in parte il Ferragosto di lavoro alla Electrolux di Susegana) colpisce quello di un elettrodomestico fino a poco tempo fa simbolo della spesa voluttuaria: l’asciugatrice. Regolamenti condominiali più rigidi, che impediscono di stendere i panni fuori dalle finestre?
Un ultimo dato fa riflettere tra i tanti che raccontano la ripresa. È quello che l’ufficio studi della Coop definisce “l’allungamento dell’Italia”. Perché se la famiglia di Michele abita a Reggio Calabria spende 1.474 euro al mese. Se vive a Roma ne spende 2.243. Ma se sta a Trento può spenderne 2.566. Non tutte le riprese sono uguali.

Paolo Griseri
Repubblica 11 settembre 2015

Cioccolato di lusso

kakaCattive notizie: il prezzo del cioccolato, passione irrinunciabile per piccoli e grandi, golosi e depressi di tutto il mondo, è diventato decisamente elevato. E ora, quelle davvero cattive: il mondo è a corto di cioccolato.
Centrano soprattutto le nostre abitudini: ne stiamo mangiando troppo. Per gli amanti del cioccolato si prospetta un inverno amaro. Il cioccolato sta per finire, o meglio, sta per finire il cioccolato come lo conosciamo.
L’allarme è stato lanciato dalla multinazionale statunitense Mars Inc. e dal colosso Barry Callebaut, il maggior produttore di cioccolato al mondo, con sede in Svizzera.
Solamente nel giro di un anno i prezzi del cacao, l’ingrediente principale, sono aumentati di un quarto, registrando il picco nel mese di agosto; circa 3mila dollari a tonnellata. Prima della fine del 2007 la soglia era di poco superiore ai 2mila dollari.
Per molti esperti, il cioccolato ben presto potrebbe diventare un bene di lusso, al pari dello champagne. Come scrive il Washington Post, nel 2013 il mondo ha mangiato più cacao di quanto ne abbia prodotto, oltre 70.000 tonnellate. Continuando ai ritmi attuali, entro il 2020 la produzione di cacao potrebbe non arrivare a coprire il fabbisogno mondiale. Entro il 2030, dicono le due aziende, il divario tra domanda e offerta potrebbe superare le 2 milioni di tonnellate.

Uno scenario preoccupante, condiviso recentemente anche dall’Organizzazione internazionale del cacao (che monitora il mercato dal 1960): «Le forniture di cacao a livello mondiale stanno per fronteggiare il più lungo deficit di produzione degli ultimi cinquant’anni».
Già qualche operatore del settore ha preannunciato aumenti per tutti i prodotti a base di cacao. Il prezzo non smetterà di aumentare nei prossimi anni, dato che la domanda è in forte aumento soprattutto nei mercati emergenti, dove i consumatori diventano sempre più ricchi. In Asia il mercato del cioccolato è già arrivato a valere più di 12 miliardi di dollari. Le vendite della Barry Callebaut sono cresciute del 9,3 per cento in Asia lo scorso anno – rispetto al 5,4 per cento nelle Americhe e appena lo 0,1 per cento in Europa occidentale.
A far schizzare in alto i prezzi anche le piantagioni di cacao che non producono più il necessario per il fabbisogno mondiale (sempre più agricoltori si sono spostati verso colture più redditizie, in particolare mais e caucciù), la siccità e le epidemie che colpiscono le piante. Nell’Africa occidentale (principalmente in Costa d’Avorio e Ghana), viene prodotto oltre il 70 per cento del cacao mondiale.
Per tutti questi motivi i principali produttori si troveranno presto a dover fare delle scelte, alquanto spiacevoli per il consumatore: aumentare a loro volta i prezzi, ridurre le dimensioni delle barrette, cercare alternative al cacao o modificarne la qualità trasformandoli in «prodotti a base di cacao».
Insomma, ben presto ci ritroveremo con sempre più prodotti pieni di sostituti (come ad esempio noci e frutta) e sempre più poveri di cacao.

http://cucina.corriere.it/notizie/14_novembre_17/cacao-sta-finire-mangiamo-troppo-cioccolato_7ac152b8-6e69-11e4-8e96-e05d8d48a732.shtml

The future of chocolate: why cocoa production is at risk

Steady growth over the last hundred years has transformed the chocolate confectionary market into an $80bn a year global industry. But now, with demand forecast to outstrip supply, a crisis is looming for the industry.

Around 3.5 million tonnes of cocoa are produced each year. But rising incomes in emerging markets like India and China, combined with anticipated economic recovery in the rich North, have led to industry forecasts of a 30% growth in demand to more than 4.5 million tonnes by 2020. This should be good news for farmers and businesses alike. But complacency and disregard for the livelihoods of more than five million small-scale family farmers who grow 90% of the world’s cocoa mean that the industry may simply be unable to provide sufficient supply to meet the demand. …..

http://www.theguardian.com/sustainable-business/fairtrade-partner-zone/chocolate-cocoa-production-risk

 

Consumi alimentari polarizzati

commercio-prodotti-alimentari-scaduti[1]Più pasta, perché un piatto di spaghetti costa poco e risolve il  pranzo. Meno carne e meno salumi, meno frutta e meno pesce, perché chi li infila  nel carrello vede inesorabilmente lievitare lo scontrino. Qualche dolcetto e un  po’ di cioccolato in più: visti i tempi duri, bisogna pur consolarsi. La crisi  ha cambiato la spesa degli italiani, li ha costretti a modificare abitudini  ormai consolidate, a rinnovare il paniere dei beni da consumare e a rivedere le  modalità d’acquisto. Il taglio della quantità è stato netto: lo segnala uno  studio di Federalimentare che fa notare come negli ultimi cinque anni dispense e  frigoriferi siano diventati decisamente più “leggeri”: meno 10 per cento negli  acquisti, corrispondenti, in termini di valore a 20 miliardi di euro.  Meno 3 per cento e meno 7 miliardi solo negli ultimi dodici mesi.
Addio, quindi a carrelli strapieni simbolo di diffuso benessere. Ora la spesa  viene centellinata e la composizione del pasto ne risente. Ne risente anche la  “produzione” di rifiuti, visto che siamo passati da una quota di sprechi del  25-30 per cento sugli alimentari acquistati, ad un ridotto 7 per cento (dovuto,   E’ diminuito, per  esempio, il consumo di carne – prodotto considerato meno economico – …. Sono  calati gli acquisti di latticini, pesce, salumi, olio, frutta fresca e biscotti:  in tempi di crisi sono percepiti come prodotti di lusso, da tagliare se è il  caso. Si bada all’essenziale: è aumentato il consumo di pasta …. perché considerato un alimento che permette di risolvere un pasto con  poca spesa. Ma è in crescita anche la vendita di cioccolato e gelato in virtù  della loro indubbia capacità consolatoria generalmente, al veloce deperimento di frutta e verdura)…

La crisi,…ha polarizzato i consumi: è aumentata sia la vendita  dei prodotti di primo prezzo, sia quella dei prodotti di alta qualità, ma  l’acquisto di tutto ciò che sta nel mezzo è diminuito. Sembra destinata a  svanire anche l’abitudine della spesa settimanale all’ipermercato: riempire  molto il carrello aumenta il rischio di spreco. Per evitare di comperare troppo  si sceglie il negozio di prossimità: la spesa si fa, con sobrietà, tutti i  giorni sotto casa.

Grafico: le famiglie cambiano abitudini

http://www.repubblica.it/economia/2013/03/17/news/cinque_anni_di_crisi_a_tavola_diminuiscono_carne_pesce_e_sprechi-54763237/?ref=HREC2-5

Il lusso nei Brics

Entro cinque anni i nuovi pesi massimi della crescita globale  rappresentaranno l’11% del mercato del lusso. Lo rivela uno  studio di Euromonitor International, presentato a Singapore, che  ricorda come Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica nel 2007  non arrivavano al 4% del settore. Il consumo di lusso nei Brics  è un dato importante. In un’economia globale in recessione,  i generi di fascia alta crescono del 4% e fatturano 302 miliardi  di dollari all’anno. Le economie degli emergenti, nonostante la  crisi, continuano a mostrarsi più forti di quelle dei Paesi  sviluppati. Negli ultimi mesi però la salute dei Brics  mostra segnali di deterioramento simili a quella dei  «sicks», ossia dei sistemi malati di Usa e Ue. Il  crollo dei consumi in Stati Uniti e Unione europea frena la  crescita nelle nazioni produttrici di merci ed energia, dove  emergono difficoltà comuni. L’Occidente è affondato da  disoccupazione, debiti e recessione. I Brics, perso lo scudo  della crescita a doppia cifra, scoprono la corruzione del potere,  la disparità tra ricchi e poveri, la chiusura delle  industrie e una frenata che genera centinaia di milioni di  disoccupati. Rabbia e disillusione popolari sono il filo rosso  che unisce oggi le locomotive della crescita e l’instabilità  politica rende nervosi mercati e investitori. Nel 2012, per la  prima volta nel nuovo millennio, il Pil cinese crescerà meno  dell’8%. I salari degli operai però aumentano rapidamente e  il calo delle esportazioni verso l’Occidente rende la Cina meno  competitiva. Se Pechino è in difficoltà, i debiti  sovrani di Usa e Ue possono contare su meno clienti e  l’incertezza globale cresce. Il Brasile sconta i primi effetti.  Nel 2010 è cresciuto del 7,5%, quest’anno difficilmente  supererà il 2%. Senza Olimpiadi e Mondiali di calcio sarebbe  già in stagnazione. Soffre anche l’India, che fino a pochi  mesi fa veniva descritta come la prossima Cina. Prima della crisi  cresceva del 9%, oggi supera appena il 5%. Il più devastante  black-out della storia ha ricordato al mondo l’arretratezza delle  sue infrastrutture. I leader politici promettono riforme, ma la  fiducia di indiani e investitori stranieri è intaccata. Con  Cina, India e Brasile in frenata, soffre anche il grande  serbatoio energetico estraneo alle instabilità del Medio  Oriente. La Russia di Putin sembra essersi salvata da  un’implosione del potere di stile sovietico. Gli Usa annunciano  però un’altra rivoluzione, quella del gas di scisto. Unita  al calo della domanda energetica in Europa, per Mosca si rivela  devastante. Il prezzo del gas siberiano scende e la banca  centrale russa prevede una recessione entro il 2015. Non si salva  così nemmeno il Sudafrica, fondato sull’estrazione  mineraria. Come gli operai cinesi, anche i minatori sudafricani  rivendicano maggiori diritti e stipendi più alti e nel Paese  dilagano gli scioperi. Nel 2012, mentre vacilla la leadership  zulu del presidente Zuma, la crescita sarà ridotta ad un  quarto, non arrivando al 3%. Il contagio dei Brics apre  prospettive globali diverse, rispetto alla malattia di Usa e Ue.  Qui la crisi è un fatto economico che non mette in  discussione la democrazia. Nelle autocrazie emergenti, il  rallentamento investe invece la stabilità dei sistemi  politici. E’ la ragione per cui da mesi i mercati finanziari dei  Brics soffrono più di quelli delle vecchie potenze e segno  meno. Le profezie miracolistiche di ieri hanno peccato  d’ottimismo, ma anche cedere alla disperazione oggi sarebbe un  errore. I cinque emergenti, per un decennio, continueranno a  correre più veloce degli altri. Andranno più lenti, ma  la migrazione della ricchezza dalle casseforti storiche  dell’Ovest è destinato a restare il fattore più  decisivo della contemporaneità.© RIPRODUZIONE  RISERVATA

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