Il surplus commerciale tedesco e l’equilibrio generale dell’euro

carsssLa tecnica migliore per complicare un problema economico è sempre farne un totem politico. Dopo il debito greco, l’ultimo caso del genere sta diventando il surplus delle partite correnti della Germania che ormai supera i 300 miliardi di euro l’anno e vale quasi il 9% del reddito nazionale. Per alcuni è la misura di una virtù, per altri una prova di colpevolezza.

Ha più senso vedere di che si tratta in concreto. Ogni anno, la Germania registra un attivo crescente nei suoi scambi di beni o servizi e interessi o dividendi con il resto del mondo. Ormai è così vasto, in proporzione all’economia, da superare quelli di produttori di petrolio come la Norvegia; la differenza è che la Germania non estrae niente dal sottosuolo, ma produce beni per i quali il resto del mondo è disposto a pagare circa mille miliardi di euro l’anno. Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità, dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi.

Al resto del mondo questa parsimonia sembra incomprensibile, perché anche in Germania le ragioni per spendere non mancherebbero. Dal 2008 gli investimenti sono calati di quasi cento miliardi l’anno, fino a quote ormai degne dell’Italia. Dal 2010 l’incidenza della spesa delle famiglie in proporzione al reddito nazionale è precipitata di cinque punti. E il governo dovrebbe rinnovare migliaia di strade o ponti e finanziare lo smantellamento di 17 centrali nucleari, eppure non lo fa pur di conservare un (lieve) avanzo di bilancio.

La Germania dipende così tanto dall’export che i suoi interessi finiranno per allinearsi di fatto a quelli dei suoi grandi Paesi-clienti come la Cina o la Russia, anziché al resto d’Europa. È qui che la discussione diventa politica. Il premier Matteo Renzi vede in quel surplus l’origine della stagnazione della zona euro, perché la prima economia dell’area approfitta della disponibilità a spendere del resto del mondo, ma la intrappola e non la rimette in circolo. La cancelliera Angela Merkel, gli risponde che di questo surplus i tedeschi sono «anche un po’ orgogliosi», perché vi vedono un simbolo della loro efficienza. Forse, più semplicemente, la Germania è incapace di gestirlo perché quello che oggi sembra a tutti un cliché nazionale è invece un vero e proprio inedito. Avanzi (e disavanzi) tedeschi con il resto del mondo erano stati relativamente più limitati per decenni, prima che la bilancia delle partite correnti iniziasse a esplodere dal 2003 fino ai livelli parossistici di oggi.

Questi sono squilibri recenti e la loro spiegazione è tanto semplice quanto parlarne nella buona società europea è tabù: il tasso di cambio è completamente sbagliato. È come se il prezzo di tutta la competenza e la laboriosità dei tedeschi fosse tenuto artificialmente troppo basso e dunque essi non riuscissero a star dietro alla domanda per i loro stessi prodotti. L’Fmi stima che la Germania dovrebbe operare con una moneta di almeno il 15% più forte (Italia e la Francia invece del 10% più debole), ma anche persino sembra una visione caritatevole. Probabilmente lo squilibrio è anche più profondo. L’economia tedesca sviluppava enormi surplus anche negli anni scorsi quando l’euro era del 20% più forte, dunque è probabile il suo tasso di cambio di equilibrio sia davvero parecchio sopra a dov’è oggi.

Stime simili (in senso inverso) valgono per l’Italia o per la Francia, ma la soluzione non può essere la rottura dell’euro come alcuni propongono. I suoi costi sarebbero colossali per i singoli Paesi e per il progetto europeo, che resta un successo vitale degli ultimi 60 anni. Questa vicenda dimostra semmai quanto fosse irrealistico uno dei presupposti intellettuali della moneta unica. Molti dei suoi architetti pensavano che sarebbe bastato fissare un vincolo macroeconomico — il tasso di cambio — perché i Paesi da esso accomunati attenuassero loro differenze. È stata una tragica sottovalutazione di come le strutture sociali, gli interessi di categoria e secoli di cultura non si lasciano rimodellare in pochi anni da una sola variabile macroeconomica. Nel tessuto delle comunità nazionali, milioni di soggetti preferiscono rischiare lo strangolamento del sistema europeo e del proprio Paese piuttosto di concedere anche solo un po’ terreno. In Germania, come in Italia.

Perciò è così pericoloso che i leader dei grandi Paesi dell’area continuino a governare le proprie economie come se fossero avulse dall’equilibrio generale dell’euro. Anche qui in Germania, come in Italia. Il loro comportamento ricorda la guerra di dazi degli anni 30: allora ogni governo cercava di reagire alle difficoltà proteggendo i propri produttori, senza capire che così collettivamente tutti insieme distruggevano l’economia globale e i propri stessi Paesi. …….

A Bruxelles va in onda la babele dei bilanci

uecommRaffaele Mattioli, il grande banchiere che guidò la Comit durante il miracolo economico, sosteneva di non trovare differenza tra una poesia e un bilancio. “Nella loro espressione migliore, entrambi sono un’opera d’arte“. Forse esagerava un po’. Sta di fatto che una parte di verità la coglieva. E lo si capisce proprio in questo periodo dell’anno, quando in Europa va in scena il grande spettacolo della presentazione e della valutazione delle leggi di bilancio.

E’ un’occasione unica per osservare le diverse anime del nostro Continente, cosa le accomuna e cosa ancora le separa. In base alla nuova governance dell’Eurozona, entro metà ottobre i paesi membri devono inviare a Bruxelles le versioni preliminari della loro leggi di bilancio (Draft budgetary plan, Dbp). La Commissione le esamina, verifica se deficit e debito sono in linea con gli obiettivi di medio-termine che sono stati concordati in passato ed entro fine novembre emette un giudizio di conformità. Se vengono promosse, le leggi di bilancio da preliminari diventeranno definitive.

L’apparenza deve essere quella di una costruzione rigida, impenetrabile alle eccezioni, che riesca ad essere simbolicamente credibile agli occhi dei mercati e degli elettori nordeuropei, nel tentativo di ancorare le politiche fiscali nazionali ai requisiti dei Trattati. La realtà è però molto diversa e, nel processo di revisione delle leggi di bilancio, la Commissione e i suoi indisciplinati alunni assomigliano a tutto tranne che ad un austero ginnasio prussiano. Partiamo dalla lingua in cui sono scritti i Dbp inviati a Bruxelles e disponibili sulla pagina web della Commissione. Nonostante fiumi di inchiostro sulla retorica dell’integrazione europea e del coinvolgimento dei cittadini, su sedici paesi che hanno inviato il Dbp, sette non l’hanno tradotto in inglese. Poco male se la lingua è quella francese o spagnola. Ma cimentarsi con il finlandese o l’estone non è una cosa da poco. La Grecia e Cipro, beneficiando di un piano di assistenza finanziaria, non devono inviare il loro Dbp. Ma il Portogallo avrebbe dovuto inviare il suo entro la metà di ottobre, come tutti gli altri. Il problema è che si sono tenute le elezioni e non si è ancora formato un governo. I patti internazionali dovrebbero essere rispettati indipendentemente dai momenti particolari della vita democratica di un paese. La Spagna, in previsione delle prossime elezioni, ha infatti anticipato la stesura del proprio Dbp e l’ha inviato a inizio settembre. Sta di fatto che il caso portoghese è lì a smentire chi afferma che la Commissione sia fatta di burocrati irrispettosi dei processi democratici.

Passando alla forma e al contenuto si rimane sorpresi dall’assenza di un formato comune. Dopo tutto stiamo parlando di numeri di bilancio, non di un tema con svolgimento libero. Prendiamo il Dbp francese. Sin dalla prima riga si sgombra il campo da ogni equivoco. L’obiettivo del Presidente è uno: promuovere la ripresa della Francia. La premessa del Dbp tedesco parte dalla disciplina che l’appartenenza all’Europa impone. La Germania, si legge, è conforme con il Patto di Crescita e Stabilità e prosegue nel processo di riduzione del suo debito eccessivo con lo scopo di portarrlo al di sotto del 60% del Pil. In quello italiano, di fatto, non c’è una premessa, tantomeno un obiettivo. Si parte dal contesto macroeconomico, fotografando la situazione di recupero dell’economia, con imprese e consumatori più “upbeat”. Forse è vero quel che diceva Mattioli dei bilanci. Esiste un notevole grado di libertà anche nella definizione del quadro macroeconomico di riferimento. La qual cosa potrebbe anche essere accettabile per variabili economiche prettamente “nazionali”. Ma ci si aspetterebbe di avere gli stessi valori per le cosiddette “esogene”. Il cambio euro-dollaro nel 2016 è ad esempio previsto pari a 1,15 dal Belgio e pari a 1,07 da Lituania e Malta. Per la crescita dell’economia (escludendo la Ue) c’è chi, come l’Austria e la Slovacchia, prevede un valore al 3,6% e chi è più ottimista e vede un 4,3% come Lettonia e Lituania. Ognuno ha il proprio modello ed effettua le proprie ipotesi.

Pensare che la Commissione sia in grado, partendo dal nuovo scenario di inizio novembre, di rifare veramente i calcoli per ogni paese è una pia illusione. Alla fine, la Commissione dovrà emettere un giudizio, la famosa “Opinion”, che viene sintetizzato in tre gradi: “pienamente conforme”, “a grandi linee conforme”, “a rischio di non conformità”. La conformità viene misurata rispetto al deficit e al debito. L’Italia non rischia tanto sul fronte del deficit, ma su quello del debito. Insieme al Belgio, è già sotto osservazione perché non rispetta l’obiettivo di riduzione e rimanda di anno in anno il punto di inversione. Difficile comunque che la Commissione Juncker “bocci” l’Italia per questo e la rimandi nel “braccio correttivo” (si chiama proprio così), dove comunque sarebbe in compagnia di altri cinque paesi, tra cui Francia e Spagna. Dal 2007 al 2014 non c’è mai stato un anno in cui il debito medio dell’Eurozona si sia ridotto. E, tra gli undici paesi il cui debito nel 2014 è risultato superiore al 60% del Pil, quattro, tra cui l’Italia e il Belgio, nei loro Dbp non prevedono per il 2015 di ridurlo.

MARCELLO ESPOSITO

Affari&Finanza

9 novembre 2015

 

Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

bexitGli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti.

I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa.

La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci.

Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la dola domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

Mariana Mazzucato

Repubblica 13 luglio 2015

 

“E tu ti definisci un economista?”

Forse mi sto illudendo, ma mi sembra che non si senta più parlare tanto come prima dei «veri americani», cioè l’idea che la vera essenza della nazione sia costituita da bianchi che vivono in città di piccole dimensioni, associata in questi giorni a Sarah Palin, ma evocata anche da coso, lì, come si chiama, quel tizio che è vissuto alla Casa Bianca fra il presidente Clinton e il presidente Obama e ha condotto il Paese in guerra con l’inganno. Ma sono sicuro che a destra sono ancora in tanti a pensarla così. Quel concetto mi è tornato in mente per via di qualcosa di analogo che ho notato riguardo alle reazioni a ciò che scrivo…..

di Paul Krugman

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http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2014-09-05/e-tu-ti-definisci-economista-201104.shtml?uuid=ABVgvpqB