Da Monopoli alla guerra dei brand

empireChissà se con l’abolizione dell’Imu, sempre che davvero ci sarà, potranno tornare di moda anche nella finzione. Fatto sta che in Empire, la nuova versione del tradizionale Monopoly, le proprietà immobiliari non sono più gli indicatori della ricchezza e del successo. Allineandosi alla trasformazione della società, il mattone lascia il posto alla finanza, al marketing e alla comunicazione. L’obiettivo non è più costruire quante più case e alberghi possibile, per poi lucrare sulle rendite. Bensì conquistare il controllo delle grandi multinazionali ai cui brand garantire poi la massima visibilità possibile. Come? Con il modello Times Square, ovvero grandi messaggi pubblicitari su palazzi e grattacieli. Sempre di più, uno sopra l’altro. Vince chi arriva a coprire per primo l’intera superficie della propria torre.

Per rendere il tutto più reale, in lizza ci sono 22 tra i principali marchi mondiali: dalla Coca Cola a Mc Donald’s, da Samsung alla Xbox. Un solo brand è di casa nostra: quello Ducati.E visto che la chiave di tutto diventa la comunicazione, l’ennesima evoluzione del gioco creato all’inizio del secolo scorso da Elizabeth Magie e portato al successo mondiale dall’ing. Charles B. Darrow che lo brevettò e poi lo cedette alla casa editrice Parker Brothers, sarà lanciata l’8 ottobre via Facebook nella Battle of the brands che vedrà davvero impegnate 15 delle 22 compagnie che hanno accettato di associare il loro nome al gioco da tavolo più famoso e giocato del mondo (è entrato nel Guinness con più di 500 milioni di partite stimate, oggi si parla già di oltre un miliardo di persone che vi si sono cimentate in 111 Paesi del mondo). Obiettivo: arrivare per primi a collezionare 5 mila like sotto al post che ognuna di loro pubblicherà sulla propria pagina ufficiale per annunciare il debutto di Empire. L’idea è quella di richiamare il meccanismo della rapidità insito nella nuova versione del gioco che prevede che una partita, non essendoci più la necessità di acquisire proprietà o di costruire immobili, duri anche meno di 30 minuti.

Non è la prima volta che la Hasbro, la società che detiene i diritti di distribuzione del Monopoly, ricorre ai social per coinvolgere i fan nelle iniziative di lancio dei propri prodotti. Lo scorso gennaio era stata una grande campagna via Facebook e Twitter, «Save your token», a decidere quali avrebbero dovuto essere le nuove pedine da utilizzare sul tabellone. Nella versione Empire i giocatori avranno a disposizione sei pedine che rappresentano alcune delle principali aziende che hanno aderito all’iniziativa: una bottiglietta di Coca Cola, un controler della Xbox, la tavoletta del ciack della Paramount, le patatine di McDonald, una Chevrolet Corvette e un modellino di Ducati.

Sono lontani, insomma, i tempi delle anonime casette rosse di legno e dei percorsi accidentati che i dadi determinavano tra parchi della Vittoria e vie dei Giardini. Nell’epoca della comunicazione globale e globalizzata, tutto è questione di marketing, un po’ come quello indiretto che ne deriverà per le 22 marche presenti nel gioco (oltre a quelle citate ci sono Beats, Carnival, eBay, Eletronic Arts, Fender, la stessa Hasbro, Intel, JetBlue, Nerf, Nestlé, Transformers, Under Armour, X Games e Yahoo), che si ritroveranno citate già nei giochi dei ragazzini. Del resto, lo stesso Eric Nyman, senior vice president e global brand leader di Hasbro Gaming, lo dice espressamente nel comunicato diffuso alla stampa: «Il gioco permette ai bambini di creare l’impero economico dei loro sogni e di immaginare come sarebbe possedere le marche che per loro hanno maggior significato, come ad esempio Xbox e X games».

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Paghette pesanti in Germania

paghSecondo statistiche ufficiali, la paghetta media di bimbi e teenager della repubblica federale non è mai stata così alta come oggi, continua ad aumentare (alla faccia della lotta all’inflazione, povera Bundesbank che illusa se la prende sul tema solo con Mario Draghi…) e trasforma bambini e adolescenti in un target sempre più importante sul mercato, per ogni comparto produttivo: fumetti e manga, giochi elettronici, alimentare tra fast food e altro, giocattoli, ma anche labels, marchi di moda, griffes d’ogni livello.

Vediamo in corsa poche cifre. In media, prese in considerazione famiglie d’ogni fascia di reddito su tutto il territorio federale (e i ceti medi e operai benestanti qui sono in percentuale sul totale molti di più che da noi o in Francia) la paghetta mensile dei bimbi e giovani tedeschi ammonta a 27,56 euro. Ha cioè subito un aumento di ben 38 cents rispetto all’anno scorso, e se la confrontiamo alla paghetta del 2009 dell’apice della prima grande crisi finanziaria mondiale, paghetta che era di appena 23,20 euro mensili per scendere poi a 23,04 nel 2010, l’aumento è ancora più cospicuo, del 19,6%. E inarrestabile: la paghetta cresce in un paese di fatto a inflazione zero per il terzo anno consecutivo, dai 24,79 euro del 2011 ai 27,18 dell’anno scorso alla cifra appena citata del 2013. Se a ciò si aggiungono i regali per compleanni e feste ricevuti dai familiari, almeno 170 euro pro capite annui in media, e soprattutto le somme versate sui libretti di risparmio di bimbi e adolescenti federali, il patrimonio di bambini e teenagers della Bundesrepublik ammonta a circa cinque miliardi di euro. Infine ma non ultimo anche i piccolissimi, i bambini tra i 4 e i 5 anni, con un patrimonio stimato di 648 milioni di euro, ingrassano ancora il totale.
E’ un’indice di come il benessere cominci presto nella patria del capitalismo ben temperato da welfare, concertazione e primato all’industria creatrice di posti di lavoro, eccellenze tecnologiche ed export. Ma è anche una cifra che fa sempre più gola a ogni comparto dell’economia e contribuisce alla robustezza della prima economia europea e quarta mondiale.
Tutti quei soldi, bimbi e teenagers di Germania non li spendono solo per fumetti o manga, gelati o cola, videogames o abbonamenti online. No, il 62 per cento dei giovani tra 6 e 13 anni dà grande importanza a scarpe sportive o altri capi d’abbigliamento firmati o griffati, nota Die Welt. “I genitori non impongono più le loro decisioni o preferenze alla prole”, nota Ralf Bauer, capo della sezione ricerche di mercato all’editoriale Egmont Ehapa. Comunque tranquilli, i tedeschi adulti di domani non sono solo consumisti: oltre l’80 per cento di loro spendono qualcosa almeno una settimana per libri e riviste culturali o di qualità, e anche i più “digitali” tra loro, continua lo studio di Egmont Ehapa Verlag citato dalla Welt, cliccano sempre più spesso in rete su contenuti culturali, col portatile o con lo smartphone che sia.

http://www.repubblica.it/economia/2013/08/07/news/germania_paghetta_pil-64413760/?ref=HREC1-7

Per non buttare nulla…confezioni che evitano lo spreco

dentifriciioAvete l’abitudine di spremere il tubetto di dentifricio fino allo spasimo, accartocciandolo sul lavandino del bagno? Vi disturba l’idea di buttar via la confezione di maionese e di ketchup lasciandone così tanto là in fondo? A maggior ragione, non tollerate che il prezioso siero anti-rughe non esca tutto dal suo contenitore? Avete ragione voi, e consolatevi: siete la maggioranza. Una quota crescente dei consumatori sono insofferenti verso un packaging che trattiene sempre qualcosa, ci costringe a buttare nella spazzatura parte del prodotto acquistato.

Una ricerca compiuta dalla società di consulenza Booz & Co.,e pubblicata sul Wall Street Journal, rivela che la bottiglia media di shampoo “trattiene” pervicacemente dall’8% al 10% del suo contenuto. Consumatori meno accorti di voi, o meno testardi, alla fine si arrendono e la buttano via così. Hanno pagato il 100% dello shampoo e ne hanno usato solo il 90%. Ci sono prodotti per i quali il “residuo” è ancora più elevato, si arriva a punte del 25% per certi tipi di tubi usati dall’industria alimentare.
Gli esperti di marketing spiegano che nella lotta quotidiana contro il packaging intervengono diversi fattori psicologici: oltre alla volontà di risparmio e all’avversione contro lo spreco, c’è il gusto di “sentirsi vincitori” contro le grandi marche che stanno cercando di fregarti. Il 97% degli americani intervistati dichiarano che “estrarre tutto il contenuto della confezione” per un prodotto cosmetico o di igiene intima è “molto importante”.

L’industria è costretta finalmente ad ascoltarli. Tra le marche citate dal Wall Street Journal perché stanno riprogettando il packaging, figurano in prima fila i grandi nomi della cosmesi di lusso. La Prairie, ad esempio, vende un prodotto contro le rughe attorno agli occhi, dal nome evocativo: Skin Caviar Luxe Eye Lift Cream. Il prezzo effettivamente è da caviale: 310 dollari la confezione. Con un’etichetta a quei livelli, La Prairie si è decisa a fornire un accessorio speciale: una piccola spatola con la quale la cliente può essere certa di grattare via l’ultima oncia dell’unguento miracoloso

http://www.repubblica.it/esteri/2012/12/13/news/confezione_spreco-48638365/?ref=HREC2-1

Sigarette no logo

sigarette-250x200[1]L’Australia è diventato il primo Paese al mondo con i pacchetti di sigarette venduti in pacchetti senza pubblicità nè logotipo dell’azienda produttrice: l’obiettivò è quello di togliere ogni tipo di fascino alla sigaretta e così combattere e prevenire il tabagismo. Tutte le sigarette dovranno essere vendute in pacchetti identici, di color verde oliva, con la marca del tabacco scritta con lo stesso carattere tipografico e le immagini di malattie legate al fumo. Le avvertenze sui rischi per la salute dovranno occupare almeno il 75% della parte frontale del pacchetto e il 90 per cento di quella posteriore

Lo scorso agosto la normativa ha avuto il via libera dell’Alta Corte australiana, che ha respinto il ricorso presentato da quattro colossi del tabacco, British American Tobacco, Philip Morris, Imperial Tobacco e Japan Tobacco.  La British American Tobacco ha avvertito che la normativa causerà un’esplosione del mercato nero perché i pacchetti anonimi faciliteranno la contraffazione a beneficio soltanto del crimine organizzato mentre la sua rivale Philip Morris ha promesso una lunga battaglia giuridica.  L’esempio dell’Australia ha tuttavia riscosso consensi internazionali, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha esortato il resto del mondo a seguirlo.

http://www.corriere.it/salute/12_dicembre_01/sigarette-australia-pacchetti_11b551de-3b94-11e2-97b1-3dd2fef8db49.shtml