«Il Papa da Don Milani è un bel segno. Non era un marxista, ma un prete vero».

«Salii da Firenze con un compagno di seminario, su una Lambretta. Andare a trovare Don Milani a Barbiana era proibito. Appena ci ha visti, per prima cosa ha chiesto: “Voi due, avete il permesso del rettore?”. E noi: no. Aveva uno sguardo che ti inchiodava. “Male”, ci fa. “Già solo per questo vi sbatterei fuori, perché siete disobbedienti!”». Il cardinale Gualtiero Bassetti sorride, «era fatto così, ti aggrediva per metterti alla prova, “L’ho sempre detto, io, che sarei l’unico a poter fare l’educatore in seminario!”, ma poi ci fece entrare…».
I tempi cambiano. Il giovane seminarista di allora è appena stato scelto dal Papa come presidente della Conferenza episcopale italiana. E domattina Francesco andrà a Barbiana e prima ancora a Bozzolo, nel Mantovano, per pregare sulle tombe di don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, ovvero il prete trentunenne che nel ’54 fu mandato in esilio ecclesiastico nel Mugello e il parroco che ad ogni libro veniva messo all’indice dal Sant’Uffizio.
Che cosa significa per la Chiesa italiana, eminenza?
«È un segno molto bello. Il Papa parla anche attraverso i segni. E vuole indicare ai sacerdoti e ai vescovi di oggi due modelli di “Chiesa in uscita”, due pastori che “hanno l’odore delle pecore”, capaci di cogliere i segni dei tempi e sempre dalla parte dei dimenticati, degli ultimi. Le più belle pagine della Chiesa sono state scritte da anime inquiete, diceva don Mazzolari. Vale anche per don Lorenzo. Erano diversi ma entrambi profetici, lontani dalle etichette cui si tenta talvolta di ridurli».
Quali etichette?
«A don Milani, per esempio, hanno cucito addosso dei vestiti che non erano suoi. È una personalità complessa, difficile da afferrare perché aveva un pensiero fermo nei principi ma in costante evoluzione. L’hanno definito ribelle, disobbediente alla sua Chiesa, il prete rosso. Ma lui, come don Mazzolari, è sempre stato fedele alla sua Chiesa, anche nei momenti più difficili. Ed era temuto non solo dai conservatori. Ricordo che una volta disse: il vescovo mi proibisce di parlare alla casa del popolo di Vicchio e io obbedisco, ma faccio un piacere ai comunisti».
E perché?
«Perché parlava chiaro, e non era tenero con nessuna parte. La verità era quella e la diceva. Già nelle esperienze pastorali, del ’54, accusava i comunisti di tradimento nei confronti dei poveri: nelle case del popolo date giochi e valigette borghesi! Li invitava a trasformarle in scuole, piuttosto».
Per quale ragione fu esiliato a Barbiana?
«Talvolta è destino dei profeti il non essere compresi. Dava fastidio la sua scelta radicale per i poveri, la scuola, il suo lottare contro le ingiustizie. Ragazzi sfruttati, in fabbrica per sedici ore con salari minimi. Aveva capito che i ricchi possono scegliere quello che vogliono ma per i poveri c’è solo un destino bieco. E il Vangelo lo portava a stare dalla parte degli ultimi, i dimenticati, non perché fosse un sociologo né tantomeno un marxista, ma perché era un prete. Tanti fanno confusione: poteva arrivare a conclusioni simili, ma diverse erano le premesse. Penso alla tonaca…».
La tonaca?
«Quando Paolo VI autorizzò il clero a indossare il clergyman, credo sia stato l’unico della nostra diocesi che rimase in tonaca. Forse aveva letto Bernanos, il curato di campagna che dice: porto una veste da beccamorto, ma annuncio il Risorto. Un prete fino in fondo. In una lettera del 25 febbraio 1952 scrive che l’ingiustizia sociale non è cattiva anzitutto perché danneggia i poveri ma perché è peccato, offende Dio e ritarda il suo regno. Anche la cultura diventava per lui uno strumento per evangelizzare i poveri. La scuola per i poveri, gli operai, i contadini, divenne il mezzo di questa sua catechesi: crescere i giovani per farne uomini più liberi, più giusti e in fondo più cristiani».
Il Vangelo «sine glossa»…
«Don Milani veniva da una famiglia altoborghese, colta. Arrivò a Barbiana e non c’era nulla, niente acqua, né luce, né gas, né strade. Bisognava vederla, a quei tempi: solo una piccola canonica in cima a un poggio in mezzo al bosco, e 84 anime. La madre gli scrisse: vedrai, il cardinale ti ha mandato là per tenerti lontano dalle chiacchiere, ma poi torni. Lui le rispose: hai capito male, la dignità di un prete non sta nel numero di fedeli, ma nel modo in cui si rapporta al Vangelo».

Gian Guido Vecchi

Corriere della Sera, 19 giugno 2017

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_giugno_18/papa-don-milani-bel-segno-8d3f8c18-546a-11e7-b88a-9127ea412c57.shtml

Marx a pagamento

marxxxCome sottolinea in un lungo articolo il «Wall Street Journal» una visita alla tomba di Karl Marx nel cimitero di Highgate costa 4 sterline (5,55 euro). Se prima nessuno, o quasi ci faceva caso, ora i tanti militanti laburisti che vanno a rendere omaggio alla tomba del pensatore cardine del comunismo trovano oltraggioso il fatto di dover pagare. Peccato che i soldi che vengono incassati da turisti, militanti e curiosi, servano per mantenere il resto del cimitero, dove riposano altre 170mila anime decisamente meno famose. In genere ci sono 200 visitatori al giorno per la tomba di Marx, ma sono in aumento. La decisione di recintare la tomba di Marx che rese poi possibile la visita dietro compenso, fu però motivata in passato non solo da ragioni economiche, ma anche di sicurezza, visto che negli anni ‘60 il cimitero fu più volte vandalizzato e divenne metà favorita degli occultisti. Il monumento a Marx divenne poi negli anni ‘70 un bersaglio dei vandali con tentativi di tagliare il naso al busto del filosofo tedesco. Il memoriale divenne oggetto perfino di un fallito attentato, che vide dell’esplosivo piazzato nei pressi del piedistallo (su cui è incisa la celebre frase del filosofo di Treviri «Lavoratori di tutto il mondo unitevi») che danneggiò la copertura esterna di marmo dello stesso.

Fu così che nel 1975 un londinese, Jean Pateman, fondò l’associazione «Gli amici di Highgate» ed ebbe l’idea (attuata molto tempo dopo) di far pagare per visitare la tomba, replicando alle accuse di marxisti e laburisti di sfruttare la popolarità del filosofo, con l’affermazione divenuta proverbiale «Anche Marx conduceva una vita capitalista». E se i militanti più puri e duri sostengono che Marx sarebbe stato disgustato dall’idea di far pagare per far visitare la sua tomba c’è chi, come Alex Gordon, a capo della «Marx memorial library & workers school» non ci vede nulla di male. Del resto, come dicevano i latini, «Pecunia non olet.

Marco Letizia

Corriere della sera  27 ottobre 2015

http://www.corriere.it/esteri/15_ottobre_27/tomba-marx-pagamento-nuovi-laburisti-corbyn-insorgono-c630f704-7c9a-11e5-8cf1-fb04904353d9.shtml

Cimitero di Highgate

http://highgatecemetery.org/

Uno spettro (di Marx) si aggira nella globalizzazione

mNon si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.

Nel 1971 era apparso il libretto di un autore venezuelano, Ludovico Silva, Lo stile letterario di Marx, poi tradotto da Bompiani nel 1973. Credo sia ormai introvabile e varrebbe la pena di ristamparlo. Rifacendo anche la storia della formazione letteraria di Marx (pochi sanno che aveva scritto anche delle poesie ancorché, a detta di chi le ha lette, bruttissime), Silva andava ad analizzare minutamente tutta l’opera marxiana. Curiosamente dedicava solo poche righe al Manifesto, forse perché non era opera strettamente personale. È un peccato: si tratta di un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari.

Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: «Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe «rivoluzionaria» ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire «si vede», in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.

È impressionante come il Manifesto avesse visto nascere, con un anticipo di centocinquant’anni, l’era della globalizzazione, e le forze alternative che essa avrebbe scatenato. Come a suggerirci che la globalizzazione non è un incidente avvenuto durante il percorso dell’espansione capitalistica (solo perché è caduto il muro ed è arrivato internet) ma il disegno fatale che la nuova classe emergente non poteva evitare di tracciare, anche se allora, per l’espansione dei mercati, la via più comoda (anche se più sanguinosa) si chiamava colonizzazione. È anche da rimeditare (e va consigliato non ai borghesi ma alle tute di ogni colore), l’avvertimento che ogni forza alternativa alla marcia della globalizzazione, all’inizio, si presenta divisa e confusa, tende al puro luddismo, e può venire usata dall’avversario per combattere i propri nemici.

Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari.

Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni. E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari).

A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia?

Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare, e ottiene l’applauso del pubblico proletario… Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, è esattamente quello che vogliamo fare.

La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione…

E così via, sino a quel capolavoro di reticenza che è la risposta sulla religione. Si intuisce che la risposta è «vogliamo distruggere questa religione», ma il testo non lo dice: mentre abborda un argomento così delicato sorvola, lascia capire che tutte le trasformazioni hanno un prezzo, ma insomma, non apriamo subito capitoli troppo scottanti.

Segue poi la parte più dottrinale, il programma del movimento, la critica dei vari socialismi, ma a questo punto il lettore è già sedotto dalle pagine precedenti. E se poi la parte programmatica fosse troppo difficile, ecco un colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati (mi pare) a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene» e «Proletari di tutto il mondo unitevi».

A parte la capacità certamente poetica di inventare metafore memorabili, il Manifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti.

Umberto Eco

La Stampa –  3 ottobre 2015

http://www.lastampa.it/2015/10/02/cultura/tuttolibri/uno-spettro-di-marx-si-aggira-nella-globalizzazione-tPqxkWorSjtLvShTSZfWDO/pagina.html

La tecnica unirà l’Europa

tervIl problema dell’unità politica dell’Europa richiede di essere affrontato tenendo conto di due tendenze che, sebbene contrastate, sono nell’ordine delle cose. La prima è quell’infittirsi dei rapporti economici tra Europa e Russia che (nonostante l’attuale stato di tensione) prelude a forme sempre più strette di cooperazione, peraltro ostacolate dagli Stati Uniti. La seconda — che include la prima ed è la più decisiva — consiste nella progressiva trasformazione degli Stati più ricchi in società tecnocratiche (che tra l’altro hanno di per sé la capacità di risolvere il problema della fame nel mondo e alla fine saranno esse, appunto in quanto tecnocratiche, a risolvere il problema della pressione dei popoli poveri su quelli ricchi).
Tendenze entrambe contrastate e in se stesse contrastanti in modo estremamente complesso. L’avvicinamento dell’Europa alla Russia, ad esempio, è rallentato dagli Stati Uniti, che però stanno prendendo coscienza di ciò che li unisce alla Russia — cioè la necessità di far fronte comune contro il fondamentalismo islamico — e che quindi li rende meno intransigenti rispetto a quell’avvicinamento (e alla questione nucleare iraniana). E d’altra parte esso è oggettivamente favorito proprio da quelle forze che in Europa sarebbero le più disposte alla cosiddetta Grexit e che insieme sono le più intransigenti nei confronti della Russia. Infatti è venuto del tutto in chiaro che l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe un’occasione, per la Russia, di presentarsi come salvatrice dell’economia greca, aumentando in modo consistente, anche se oneroso, la propria presenza in Europa e nel Mediterraneo.
L’unità politica dell’Europa non conviene alla Germania. Tra i vari motivi, anche perché un Superstato europeo dovrebbe pur sempre mostrare di essere democratico, in cui l’assegnazione del potere sarebbe il risultato di libere elezioni dove gli interessi della Germania potrebbero venir posti in minoranza. Non solo, ma, se ci si porta al fondo del problema — e nonostante quello che si continua a dire — l’unità politica dell’Europa non conviene nemmeno all’Europa. È un seme che tende a generare un frutto già vecchio.
Perché, infatti, si continua a invocare da più parti l’unità politica, sostenendo che l’unità monetaria non basta? Perché, si risponde, una moneta unica sulla cui gestione possono influire forze diverse e tra loro contrastanti, cioè gli Stati nazionali europei, circola in modo esso stesso contraddittorio, non può cioè assolvere ai propri compiti. E si conclude dicendo che, responsabili di questa disfunzione essendo appunto gli Stati nazionali, è necessario sostituirli con l’unione politica dell’Europa, con un Superstato politico.
Proviamo a saggiare la consistenza di questo ragionamento. È viziato, perché da una premessa valida trae una conclusione arbitraria: dalla necessità di una gestione unitaria della moneta unica (premessa valida) inferisce arbitrariamente che tale gestione non possa esser data che dall’unità politica dell’Europa. Il presupposto è che tale gestione possa venir praticata soltanto dallo Stato inteso come forza politica.
Ma la politica è in crisi. Come sono in crisi — e inevitabilmente — tutti i valori della tradizione occidentale. A questi valori la politica si è ispirata. Oggi la democrazia procedurale gestisce valori in crisi — ed è essa stessa in crisi perché nonostante la sua apparente neutralità condivide a sua volta alcuni di quei valori (eguaglianza, libertà, ad esempio). Da tempo la politica ha ceduto all’economia la guida della società. Nelle società capitalistiche la politica (ormai anche quella di sinistra) mira a garantire il miglior funzionamento dell’economia di mercato. Di fatto, lo Stato non è più Stato politico, ma economico. Ne è una prova, in Europa, l’esistenza di più di sessant’anni di cooperazione economica tuttavia priva di unità politica — questo, anche se la cooperazione non ha certo eliminato i contrasti politico-nazionali e la gestione contraddittoria della moneta unica. Proporsi l’unità politica dell’Europa è comunque mirare a una politica che garantisca la gestione unitaria, dunque efficiente, del capitalismo europeo.
Ma è già in atto il processo in cui l’economia sta a sua volta cedendo alla tecnica la guida della società. Come altre volte ho chiarito anche in questa sede, lo scopo delle società capitalistiche tende a non esser più l’incremento indefinito del profitto privato, ma l’incremento indefinito della potenza prodotta dalla tecno-scienza. Un processo che si lascia alle spalle ogni nostalgia del marxismo, della politica, della tradizione morale-religiosa. Un processo, dunque, dove è il capitalismo stesso a portare al tramonto se stesso. Lasciandosi alle spalle il proprio scopo, infatti, il capitalismo non è più capitalismo.
Esso è diventato dominante perché la produzione industriale si serve della forza che si mostra la più potente di tutte: la tecnica moderna. La potenza di questa serva è destinata a diventare la padrona — a differenza dei cosiddetti «governi tecnici» comparsi in Europa, che rimangono al servizio del capitale. Il capitalismo stesso è interessato a rendere sempre più potente lo strumento tecnico di cui esso si serve.
Gli Stati nazionali europei, da Stati politici (cioè economici) stanno pertanto diventando sempre più funzionali al Superstato tecnico europeo, esso stesso in via di formazione, ossia tendono a cedere la propria sovranità non a un Superstato politico, ma ad una organizzazione tecnica dello Stato, in grado tra l’altro di gestire la moneta unica in modo unitario, e per definizione razionale, senza gli inconvenienti della gestione politica. (Quindi il reciproco avvicinamento di Europa e Russia di cui si diceva all’inizio è destinato a non avere un carattere politico, ma a realizzarsi come marcia di entrambe, certamente lunga e non priva di incognite anche gravi, in direzione del Superstato tecnico).
Orbene, là dove lo scopo della società riesce a diventare la crescita indefinita della potenza, il denaro rappresenta pur sempre beni, strumenti, competenze, ecc., tuttavia coordinati non più alla crescita del profitto, ma alla crescita della potenza. Marx rileva che alla circolazione delle merci, dove il denaro serve a scambiare un certo tipo di merce con un altro, il capitalismo ha sostituito una circolazione dove la produzione delle merci serve ad accrescere il capitale inizialmente investito. (Descrizione difficilmente contestabile — a meno che non si voglia sottoscrivere l’improbabile tesi che il capitalista produca merci allo scopo di farle consumare agli acquirenti). Nello Stato tecnico il denaro abbandona il proprio carattere di scopo e riprende quello di rappresentazione, ma, questa volta, di rappresentazione di beni, strumenti, competenze, eccetera, coordinati alla crescita della potenza.
D’altra parte il capitalismo fornisce alla tecnica lo schema della crescita indefinita di ciò che viene inizialmente impiegato. Ma il capitalismo impiega il denaro, la tecnica impiega la potenza. Inoltre il capitalismo non produce beni che non siano merci, ossia beni da vendere. Invece, nello Stato tecnico i beni prodotti possono sì diventare merci, ma non li si produce allo scopo di renderli merce, bensì allo scopo di aumentare la potenza complessiva dello Stato. Nel quale il denaro può sì continuare a produrre merci per incrementare se stesso (ossia per realizzare profitto), tuttavia questo incremento non è più lo scopo della produzione, come invece avviene nel capitalismo, ma la stessa produzione capitalistica diventa mezzo per accrescere la potenza — e dunque è una produzione che non è più capitalistica. L’incremento tecnico della potenza è il «bene comune» destinato a prevalere anche sul «bene comune» che il cristianesimo esorta a perseguire in modo che a esso il profitto resti subordinato.
Si continua a sostenere che la crisi del capitalismo non è dovuta al capitalismo in quanto tale, ma a quella forma del capitalismo finanziario che ha separato la circolazione del denaro dalla produzione di beni. Da questo punto di vista, una volta eliminata tale separazione, il capitalismo tornerebbe in salute e sarebbe anche in grado di evitare la propria subordinazione alla tecnica. Sennonché quella separazione non appartiene alla patologia, bensì alla fisiologia del capitalismo. Ne è lo sviluppo fisiologico. Infatti è il capitalismo in quanto tale, sin dal suo inizio, a separare il denaro dalla produzione dei beni. Se il bene prodotto serve primariamente a incrementare il capitale — e pertanto è merce —, alla produzione capitalistica è indifferente quale merce produrre. La produzione è sì unita alla merce in generale, ma è separabile da ogni merce determinata. Nelle esorbitanze del capitalismo finanziario questa separabilità fa poi perdere di vista anche quell’unità.
Le considerazioni che abbiamo tratteggiato non hanno nulla a che vedere con una esortazione — l’esortazione alla tecnica. Sono piuttosto la constatazione di un processo in atto, tanto più incisivo e inevitabile quanto meno ci si accorge della sua presenza e quanto più le forze oggi dominanti credono di poter continuare a servirsi della tecnica senza che i nodi abbiano mai a venire al pettine. Non si esortano i fiumi a scendere verso il mare.
Si tratterà poi di vedere quali minacce il mare tenga in serbo.
Emanuele Severino
Corriere della Sera 3 agosto 2015

Emanuele Severino

Le conseguenze del comunismo

naifNel ventesimo secolo appena trascorso ha circolato molto la parola comunismo, e diverse società l’hanno adottata per indicare che quello era il loro punto d’arrivo; intanto però durante il ventesimo secolo queste società dichiaravano che al momento erano in una fase di transizione, ossia stavano incamminandosi verso il comunismo, ma il comunismo completo e perfetto era ancora di là da venire, perché non si poteva realizzarlo in un colpo solo; la gente non era preparata, dicevano, c’erano vecchie abitudini che resistevano. E si sono presi provvedimenti contro quelli che resistevano; per la verità quasi sempre un po’ esagerati. Come fosse questo comunismo una volta realizzato, e che cosa ci si facesse, non è mai stato chiaro a nessuno. Era più chiaro ad esempio il paradiso: prima di tutto ci si andava da morti, la vita in terra era una specie di prova, che metteva un po’ in apprensione, come succede durante gli esami, ma poi se uno si applicava, se non andava al bar a perdere tempo, se non stava in ozio a gironzolare eccetera, anche l’esame diventava un periodo intenso, con una meta. E poi il paradiso bene o male si sa com’è: si sta in estasi, circa come quando si ascolta un bel pezzo di musica, magari avendo bevuto un bicchierino di elisir o di vodka, che allora l’estasi è piena e la musica la si gode con più intensità; se uno vuole un’intensità maggiore può bere due bicchierini, e di due in due è come salire di cielo in cielo, fino alla vicinanza con lo Spirito Santo; è un paragone per dare l’idea, solo che se uno giunge allo Spirito Santo grazie all’elisir o alla vodka, il giorno dopo sta male, non avessi bevuto! dice; mentre in Paradiso uno sta bene anche il giorno dopo, non vomita, non ha acidità di stomaco né male di testa, la musica gli sembra sempre bellissima, e così per tutta l’eternità; uno stato alcolico che non ha mai fine e che non danneggia il fegato. Anche il comunismo dovrebbe essere una specie di paradiso; non è però necessario essere morti, ci si va da vivi, o comunque ci andranno le generazioni future quando il comunismo sarà realizzato. Bene, ma in concreto cosa farà la gente nel comunismo? Carlo Marx, fondamentale teorico del comunismo futuro, è stato molto chiaro in materia; nei Manoscritti economico-filosofici dice quanto segue: che nel comunismo chi vorrà pescare andrà a pescare, chi vorrà dipingere andrà in campagna a dipingere. Punto. Non dice altro. Quindi se ne deduce che metà della popolazione, nel comunismo realizzato, sarà di pescatori, l’altra metà di pittori. Io ho sempre fatto fatica a digerire il comunismo perché non ho passione per la pesca né attitudine alla pittura; quindi starei lì passivo, sarei d’intralcio alle canne da pesca e rovinerei il paesaggio ai pittori. Anche quando avevo vent’anni ed ero più propenso alle idee comuniste, o comunque più interessato, questa faccenda del pescare e dipingere non l’ho mai ben compresa, e credo che molti fossero nelle mie condizioni; un po’ come la ricerca del Sacro Graal: quello che interessava ed esaltava era la ricerca, perché poi del Sacro Graal uno non avrebbe saputo che farsene, essendo solo un catino, che si può comprare anche al supermercato.

Ma vediamo di discutere un po’ del comunismo; supponiamo si fosse realizzato in Italia. Su 50 milioni di abitanti, 25 milioni di pescatori! Io credo che Marx intenda prevalentemente la pesca all’amo, non certo la tonnara, la pesca a strascico, la pesca oceanica, se no l’avrebbe specificato. Se supponiamo che tra un pescatore e l’altro ci siano circa due metri per non intralciare le lenze, gli italiani formerebbero una fila di 50 mila chilometri, che è leggermente superiore alla circonferenza terrestre (42 mila chilometri), quindi si deve pensare che su tutte le rive dei mari e dei fiumi durante il comunismo ci sarebbe un pescatore ogni due metri; se per la pesca usano i vermi, si deve pensare che i pesci pescati siano lasciati marcire perché si formino i vermi da pesca, quindi diciamo che nel comunismo ci sarebbe un certo fetore inevitabile, altri pesci servirebbero per l’alimentazione; ma in poco tempo i pesci si estinguerebbero, o si farebbero furbi, non abboccherebbero più, dunque 25 milioni seduti su uno sgabellino, in riva all’acqua, che passano il tempo così

Gli altri 25 milioni dipingerebbero, una parte paesaggi naif, l’altra parte, che non sa dipingere, pitture moderne di tipo più o meno informale. Se ognuno fa un quadro al giorno, in un anno si sarebbero prodotti 9 miliardi e cento milioni di quadri, in dieci anni di comunismo 91 miliardi di quadri. Si può ipotizzare un baratto tra pescatori e pittori, un quadro per un pesce, il che creerebbe un aumento nella produzione di quadri per avere più pesci, producendo una svalutazione del quadro, ovvero un rincaro del pesce; è probabile che i quadri sarebbero usati per arrostire il pesce, trasformando i pittori di fatto in raccoglitori di legni, tela, carta e altra roba infiammabile. Una dieta così povera creerebbe malattie, scorbuto, pellagra, ipertiroidismo, metà della popolazione sarebbe malata, con maledizioni alla pittura e alla pesca, essendo non prevista in regime comunista l’agricoltura o l’allevamento zootecnico, a quanto dice Marx, e a quanto conferma Engels.

Marx per la verità dice: chi vuol dipingere dipingerà, chi vuol pescare… , sottintendendo quindi ci sia una parte della popolazione che non vuole far niente, com’è il mio caso, che nel comunismo mi annoierei, e se dovessi scegliere sceglierei il paradiso, che lì almeno c’è molta vodka artigianale, che non fa male. L’errore dell’Unione Sovietica è stato di confondere il comunismo col paradiso, infatti non si pescava né si dipingeva, non si ha notizia che Lenin pescasse, Lenin non ha mai pescato in vita sua, né da solo né assieme a Stalin o al politbùro, né si ha notizia che andasse in campagna a dipingere, neppure la domenica pomeriggio. Si ha invece notizia di un largo uso di vodka. Che cosa significa? che pensavano di essere in paradiso? Se lo pensavano erano in errore, prima di tutto perché erano vivi (anche se a questo si è tentato di rimediare); in secondo luogo perché era vodka in genere pessima, tanto che poi tutti stavano male, dunque non si trattava di paradiso né di comunismo; e in effetti si trattava di socialismo, che è una fase intermedia, di preparazione, perciò di conoscenza con la canna da pesca, di conoscenza con l’amo, con l’esca, coi vermi, che sono fondamentali; e maneggio del pennello, delle tempere; nel socialismo, stando a Marx ed Engels, si dovrebbero preparare i colori, l’olio di lino, per chi intenda poi nel comunismo dipingere a olio. Invece a quanto si sa, si mandava la gente al nord ad estrarre carbone, nelle miniere ad estrarre minerali, come l’uranio, che non mi risulta sia usato in pittura e neppure durante la pesca. Un’altra osservazione che si può fare è la seguente: nelle zone desertiche, ad esempio in tutta l’enorme estensione sahariana, ci saranno solo pittori, realizzando così il comunismo solo a metà; a meno che i pescatori si addensino tutti attorno ai pochi corsi d’acqua, condizione che come si sa dà luogo poi a gomitate, spinte, diverbi, insulti, il raro pesce pescato tirato in faccia, un groviglio di canne e di lenze, ami che cavano un occhio, che prendono un labbro, un naso, un comunismo che durerebbe una giornata; e anche i pittori nelle zone desertiche cosa dipingerebbero? dune! oppure scivolerebbero verso la pittura informale, spremendo il tubetto sulla tela, facendo sgorbi, anche se queste forme di pittura sono considerate anticomuniste.

Chi produce gli ami, il filo di nailon, le tempere, i pennelli nel comunismo? Marx su questo punto tace, Engels salta l’argomento e passa a quello dopo. Lenin accenna al fatto che produrre pennelli, peli per i pennelli, filo da pesca, galleggianti, mosche finte eccetera è un fatto rieducativo compito cioè di chi non crede al comunismo, o ha dubbi o comportamenti non comunisti, chi insomma non ha disposizione alla pesca o alla pittura, ed esercita ad esempio la prostituzione, lo spionaggio, il frazionismo… Però viene da chiedere: se non ci fossero gli anticomunisti da rieducare, come sarebbe possibile l’esercizio del comunismo nelle due sue varianti? Chissà. Voglio leggere le Opere Complete di Palmiro Togliatti, se per caso c’è la soluzione.

Ermanno Cavazzoni – Il Sole 24 Ore 5 gennaio 2015

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-01-04/conseguenze-comunismo-081803.shtml?uuid=ABkfvhYC

La grande ingiustizia di una società meritocratica

 

meritWho defines Merit? – si chiedeva qualche mese fa Scott Jaschik, direttore di Inside Higher Ed., in un dibattito sul tema con i leader dei maggiori istituti universitari statunitensi. Una domanda, tutt’altro che nuova, ma sempre più relativa a complesse questioni etiche, tecniche, finanziarie. Già posta, all’origine della nostra tradizione, da Platone a proposito del “governo dei migliori”, essa è stata ripresa con accenti diversi da filosofi, economisti, politici senza mai arrivare a una risposta conclusiva.

Se il merito è il diritto a una ricompensa sociale o materiale, in base a determinate qualità e al proprio lavoro, quale arbitro neutrale può assegnarlo? Quanto, di esso, va attribuito al talento naturale e quanto all’impegno? E come valutare il condizionamento sociale sia di chi opera sia di chi giudica? Che rapporto passa, insomma, tra merito e uguaglianza e dunque tra meritocrazia e democrazia?
Un risoluto antidoto agli entusiasmi crescenti che hanno fatto del concetto di meritocrazia una sorta di mantra condiviso a destra e a sinistra, viene adesso dalla riedizione del brillante libro del sociologo inglese Michael Young — già membro del partito laburista, e promotore di rilevanti riforme sociali — dal titolo L’avvento della meritocrazia (sempre da Comunità). Scritto nel 1958 nella forma della distopia, del genere di quelle, più note, di Orwell e di Huxley, The Rise of the Meritocracy si presenta come un saggio sociologico pubblicato nel 2033, quando, dopo una lunga lotta, la meritocrazia si è finalmente insediata al potere nel Regno Unito. Debellato il nepotismo della vecchia società preindustriale, ancora legata ai privilegi di nascita, e preparato da una serie di riforme della scuola, nel nuovo regime si assegnano le cariche solo in base al merito ed alla competenza.
Tutto bene dunque? È il sogno, che tutti condividiamo, di una società giusta, governata da una classe dirigente selezionata in base a criteri equanimi e trasparenti? Bastano le pagine iniziali — che evocano disordini provocati da gruppi “Populisti”, contrapposti al “Partito dei tecnici” — per manifestarci, insieme a sinistri richiami all’attualità, la reale intenzione dell’autore. Che è ironicamente dissacratoria contro quella ideologia meritocratica che egli finge di celebrare. Sorprende che alcuni lettori, come Roger Abravanel, consigliere politico del ministero dell’Istruzione dell’ex governo Berlusconi, siano potuti cadere nell’equivoco, prendendo nel suo Meritocrazia ( Garzanti, 2008) il fantatrattato di Young per un reale elogio della meritocrazia, appena velato da qualche riserva. Del resto, per dissipare ogni dubbio circa il carattere radicalmente critico della propria opera, sul Guardian del 19 giugno del 2001, l’autore accusò Tony Blair di aver preso in positivo un paradigma, come quello di meritocrazia, carico di controeffetti negativi.
Quali? Essenzialmente quello di affidare la selezione della classe dirigente a ciò che il filosofo John Rawls definisce “lotteria naturale”, vale a dire proprio a quelle condizioni fortuite ereditate alla nascita — classe sociale, etnia, genere — che si vorrebbero non prendere in considerazione. Certo, si sostiene, esse vanno integrate con qualità soggettive, quali l’impegno e la cultura. Ma è evidente che queste non sono indipendenti dalle prime, essendo relative al contesto sociale in cui maturano, come già sosteneva Rousseau. E come Marx avrebbe ancora più nettamente ribadito, commisurando i beni da attribuire a ciascuno, più che ai meriti, ai bisogni, per non rischiare di premiare con un secondo vantaggio, di tipo sociale, chi già ne possiede uno di tipo naturale.
Ma l’elemento ancora più apertamente distopico — tale da rendere la società meritocratica da lui descritta uno scenario da incubo — del racconto di Young è il criterio di misurazione del merito, consistente nella triste scienza del quoziente di intelligenza (Q. I.). Esso, rilevato dapprima ogni cinque anni, quando si affinano i metodi previsionali di tipo genetico diventa definibile ancora prima della nascita. In questo modo si potrà sapere subito a quale tipo di lavoro destinare, da adulto, il prossimo nato. Se egli è adatto a un lavoro intellettuale o manuale, così che si possano separare già nel percorso scolastico gli “intelligenti” dagli “stupidi”, le “capre” dalle “pecore”, il “grano” dalla “pula”. Una volta definito in maniera inequivocabilmente scientifica il merito degli individui, si eviterà il risentimento degli svantaggiati. Essi non potranno più lamentarsi di essere trattati da inferiori, perché di fatto lo sono. Registrato il Q. I. sulla scheda anagrafica di ognuno, l’identità sociale sarà chiara una volta per tutte. Coloro che, a differenza dei più meritevoli, passeranno la vita a svuotare bidoni o a sollevare pesi, alla fine si adatteranno al proprio status e forse perfino ne godranno.
A questa felice società meritocratica, in cui solo alla fine sembrano accendersi bagliori di ribellione, si arriva gradatamente per passaggi intermedi: prima costruendo una scuola iperselettiva, contro la «fede cieca nell’educabilità della maggioranza»; poi subordinando il sapere di tipo umanistico a quello tecnicoscientifico; infine sostituendo i più giovani agli anziani, meno pronti a imparare e dunque retrocessi a funzioni sempre più umili. Il risultato complessivo è la sostituzione dell’efficienza alla giustizia e la riduzione della democrazia ad un liberalismo autoritario volto alla realizzazione dell’utile per i ceti più abbienti.
Il punto di vista affermativo di Young è riconoscibile nelle pagine finali, dove si riferisce a un immaginario Manifesto di Chelsea, non lontano dal progetto di riforme da lui stesso proposto, in cui si sostiene che l’intelligenza è una funzione complessa, non misurabile con indici matematici né riducibile ad unica espressione. Il fine dell’istruzione, anziché quello di emarginare gli «individui a lenta maturazione», dovrebbe essere quello di promuovere la varietà delle attitudini secondo l’idea che ogni essere umano è dotato di un talento diverso, ma non per questo meno degno di altri.

ROBERTO ESPOSITO

Repubblica 16 dicembre 2014

IL LIBRO
L’avvento della meritocrazia di Michael Young ( Comunità pagg. 232 euro 15)

http://interestingpress.blogspot.it/2014/12/la-grande-ingiustizia-di-una-societa.html

 

http://books.google.co.uk/books?id=e_rTyIMJR9kC&pg=PR3&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=2#v=onepage&q&f=false

 

Stiamo tornando all’ 800?

pikkLa barba non ce l’ha e il soprannome di novello Marx affibbiatogli dall’Economist se lo è aggiudicato con il titolo del suo libro “Il capitale del XXI secolo” (Bompiani) e con il merito di aver riportato il dibattito economico sulle disparità tra ricchi e poveri. Un divario che l’economista francese giudica incolmabile perché chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco perché il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale (Pil) e del reddito, con buona pace di chi vive di solo stipendio. Per di più, in uno scenario come quello europeo, in cui l’economia non cresce, sarà facilissimo per chi vive di rendita mantenere la propria posizione di preminenza. La via d’uscita suggerita da Thomas Piketty è la tassazione progressiva dei grandi patrimoni accompagnata da una politica almeno europea, se non mondiale, capace di smascherare chi vuole celare la propria ricchezza. Come? Con una lotta senza quartieri ai paradisi fiscali e con norme severissime sull’evasione.
Per lei la crescita della ricchezza di pochi a danni di molti è inarrestabile perché il capitale cresce sempre più in fretta dell’economia reale. “Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio”. Come si potrebbe ridistribuire la ricchezza?
“Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita. Il paradosso del matrimonio rappresenta una visione cinica della vita, ma per quanto uno studente possa investire sul suo futuro non potrà mai raggiungere la ricchezza di chi ha ereditato un patrimonio. E così se la sua ambizione è diventare ricco, farà meglio a sposare una ragazza senza qualità, né bella né intelligente, ma molto ricca. L’unica soluzione è quella di ripristinare la meritocrazia, altrimenti nei Paesi a crescita demografica vicina allo zero o negativa le eredità avranno un peso sempre maggiore”.
Una forma di ridistribuzione potrebbe essere il salario minimo: è davvero utile o è solo una battaglia d’immagine che rischia di livellare gli stipendi verso il basso?
“Il salario minimo serve davvero. È un ottimo strumento per avviare la ridistribuzione del reddito, ma da solo non basta. Resto convinto che servano soprattutto investimenti nella formazione dei lavoratori, altrimenti il provvedimento resterebbe lettera morta e si avrebbe un livellamento verso il basso. Di certo bisogna trovare nuove formule di negoziazione contrattuale. E anche il ruolo dei sindacati è destinato a cambiare.”
I rappresentanti dei lavoratori sono ancora importanti? In Italia sono spesso all’angolo.
“Io credo siano molto importanti, basterebbe guardare al ruolo che hanno in Germania con la cogestione e la presenza all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Servono leggi che aumentino le responsabilità dei rappresentati dei lavoratori, in modo da renderli anche più consapevoli. In Francia è stata approvata una legge in questo senso, ma gli imprenditori si sono ribellati e così ai rappresentati dei lavoratori nei consigli di amministrazione spetta solo un posto ogni venti consiglieri: una legge così non serve a molto”.

Dal salario minimo, al tetto di 240mila euro agli stipendi per i manager pubblici. Può servire?
“Certo, ma non solo nel settore pubblico. Un provvedimento del genere, però, ancora una volta, andrebbe coordinato a livello europeo. Oltre certo soglie alcuni stipendi non hanno proprio senso. E poi non si può valutare un manager solo sulla base dei risultati in Borsa e sull’utile. Andrebbe valutato anche per il numero di posti di lavoro che crea per esempio”.
Per Adriano Olivetti “nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Lei ha mai pensato quale dovrebbe essere il giusto rapporto?
“No, ma penso che l’intervento migliore sarebbe sul livello di tassazione. Negli Stati Uniti, tra il 1930 e il 1980, il tasso marginale d’imposta sui redditi più elevati è stato in media all’82% con punte superiori al 90% e di certo non ha ucciso il capitalismo americano, anzi la crescita economica di quegli anni è stata molto più forte che dal 1980 a oggi. Quando è arrivato Ronald Reagan e il tasso marginale è passato dal 1980 al 1988 dal 70% al 27%”.
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Nella Legge di Stabilità italiana ci saranno due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola. Sarà inserita pure una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali. E’ la strada giusta?
“Di certo è meglio dell’austerity. E’ un segnale importante, perché si torna a spendere e la crescita si fa con gli investimenti, ma purtroppo la soluzione non può arrivare solo dall’Italia perché questo non è un tema solo italiano. La crescita della Germania sta rallentando e l’Europa è ferma, c’è stata troppa austerity. Serve un cambio di regole a livello europeo: tutto è incentrato sui parametri di Maastricht che sono stati decisi a priori senza un voto del Parlamento. All’Eurozona serve fiducia e senza democrazia non ci può essere fiducia”.
Sta dicendo che i parametri di Maastricht su debito e deficit sono sbagliati?
“Sto dicendo che sono stati fissati in modo sbagliato, senza un intervento del Parlamento europeo. E poi sono convinto che l’Eurozona vada ripensata. Come possiamo avere una moneta unica e poi 18 deficit diversi, 18 debiti pubblici diversi? Come è possibile creare fiducia quando ci sono Paesi che pagano meno dell’1% di interessi sul loro debito pubblico e altri che ne pagano il 4 o 5%? A questi livelli di debito l’uno percento in più o in meno equivale a un punto in più o meno di Pil: stiamo parlando di più dell’intero budget destinato alle scuole e alle università francesi. Gli Stati devono capire che se vogliono creare fiducia non possono più fissare paletti in anticipo senza che ci un voto del Parlamento europeo”.
Nel suo libro, lei chiede più trasparenza sui redditi e sulla ricchezza privata, in modo da mettere i governi in grado di contrastare la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Come si potrebbe ottenerla in un’Europa i cui principali Stati hanno tutti un piccolo paradiso fiscale a disposizione?
“Ancora una volta la risposta è la stessa: serve un’azione coordinata di tutti i Paesi per ridurre questa patina di opacità. Eppure qualcosa sta cambiando. In Svizzera è caduto il segreto bancario e la Ue sta attuando una stretta sull’elusione fiscale. Mi spiace solo che per arrivare a questo punto si siano dovute aspettare le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti delle banche svizzere, altrimenti, probabilmente non sarebbe successo nulla. Bisognerebbe istituire della sanzioni commerciali sia per i Paesi che per i soggetti che sfruttano queste falle nel sistema”.
Davvero solo una guerra potrebbe allentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri?

“No, una guerra no, ma delle pesanti sanzioni commerciali sì”.
Per molti il suo libro è un manifesto politico. Ha ambizioni di questo tipo?
“No, assolutamente. La mia ambizione è studiare e scrivere. Ho il massimo rispetto per chi fa politica, ma non è il mio mestiere. Voglio cercare di far circolare le idee: credo che sia il miglior modo in cui posso aiutare la democrazia”.
Lei però è diventato il simbolo del movimento 99% e di Occupy
“Non so se sono un simbolo, mi fa piacere però pensare di aver contribuito a creare coscienza e conoscenza. Il mio intento era quello di scrivere un libro accessibile a tutti, un libro democratico che raccontasse la verità”.

http://www.repubblica.it/economia/2014/10/08/news/la_rivoluzione_di_piketty_s_al_salario_minimo_un_tetto_europeo_e_supertasse_per_gli_stipendi_dei_manager_sanzioni_commerc-97663942/?ref=HREC1-21

Thomas Piketty

http://piketty.pse.ens.fr/fr/