Il carbone surclassa oro e diamanti

crbIl 2017 inizia (finanziariamente parlando) con una pessima notizia per la Befana: le consegne di carbone, quest’anno rischiano di costarle un occhio della testa. La colpa è dei mercati delle materie prime che – dopo quattro anni di crisi – le hanno giocato un brutto scherzo: i prezzi sono tornati a salire. Non solo. Invece di correre dietro ai classici metalli preziosi, il mondo – scommettendo sulla ripresa della Cina e sul piano di investimenti infrastrutturali di Donald Trump– ha riscoperto all’improvviso i prodotti industriali meno nobili e più bistrattati. È decollato lo zinco (+60% in dodici mesi), balzato del 30% l’umilissimo stagno, sono cresciuti rame (+16%), alluminio e nickel. Ma la superstar assoluta del 2016 è stato proprio il carbone da coke, quello usato per la siderurgia e per i regali ai monelli del 6 gennaio, che ha surclassato oro e diamanti chiudendo il 2016 con un rialzo delle quotazioni del 300%.
Gli ultimi dodici mesi andranno comunque agli annali come l’anno della riscossa di quasi tutte le materie prime.

Il petrolio è il simbolo della svolta. A febbraio scorso galleggiava attorno ai 26 dollari al barile, il minimo dal 2003. Poi è successo il miracolo. I litigiosissimi paesi dell’Opec– dopo otto anni di discussioni inconcludenti – si sono accordati per un taglio alla produzione di 1,7 milioni di barili al giorno. E sono riusciti (altro mezzo miracolo) a convincere la Russia e i produttori fuori dal patto ad adeguarsi alla scelta. Appena il mercato ha fiutato l’intesa, l’oro nero ha invertito la rotta, chiudendo il 2016 in rialzo del 57%, la miglior performance dal 2009.
L’esempio del greggio è stato contagioso. E ha trascinato in netto rialzo anche i metalli industriali. Il meccanismo, in fondo, è lo stesso. La domanda – in particolare della Cina – è stata superiore alle previsioni. Mentre i tagli a miniere e impianti estrattivi varati negli ultimi anni di crisi hanno ridotto all’osso l’offerta. Risultato: i prezzi sono schizzati al rialzo e le compagnie minerarie stanno facendo gli straordinari per tener dietro alle richieste. Pechino, per dire, è stata costretta a riaprire a ciclo continuo gli impianti estrattivi di carbone che solo un anno fa funzionavano per legge ad orario ridotto. Chi ha azzeccato la scommessa scommettendo al momento giusto sul settore ha fatto jackpot: la Stanmore, per dire, ha acquistato nel luglio 2015 la miniera di carbone di Isaac Plain, in Australia, per la cifra simbolica di un dollaro dalla brasiliana Vale e dalla giapponese Sumitomo che da mesi cercavano di liberarsi dell’impianto considerato ormai un peso morto. Oggi si mordono le dita, visto che il valore del sito viaggia sui 700 milioni.
L’oro dopo una partenza sprint (+16% tra gennaio e marzo 2016) ha tirato i remi in barca chiudendo l’anno con un +8%, pagando un pedaggio salato al rialzo del dollaro e a quello dei tassi Usa, fattori che tendono a ridurre il suo appeal come bene rifugio.

Il mercato delle materie prime alimentari invece ha viaggiato a due velocità: il grano resta ancora in difficoltà e ha chiuso gli ultimi dodici mesi con un calo dei prezzi del 13%. Male anche il riso ( – 20%) e il cacao, che a causa della sovrapproduzione ha visto le sue quotazioni crollare del 33%, con grande sollievo per il portafoglio dei consumatori seriali di cioccolato. Il 2016, tuttavia, è stato un anno d’oro per le materie prime meno amate dai salutisti: lo zucchero ha rialzato la testa (+ 24%) dopo lunghi anni di crisi in cui ha pagato caro la sua fama di nemico pubblico numero uno del girovita e le tasse sulle bevande gassate. A sorpresa è balzato del 30% pure il prezzo di un altro dei “Most wanted” dai profeti dell’alimentazione corretta: l’olio di palma. Il motivo? La siccità in molte zone produttive che ha penalizzato i raccolti. Ma il suo futuro, con un tempo più clemente e i consumatori che l’hanno messo nel mirino, resta comunque grigio.

Ettore Livini
La Repubblica 3 gennaio 2017

Qui, Quo, Qua e la Paperopoli dell’inflazione

iflquiCome Qui, Quo e Qua le inflazioni più importanti in questo momento sono tre e non soltanto una. Ciascuna di esse, con la stessa saggezza dei tre nipotini di Paperino, ci può dare delle indicazioni utili su quale strada di politica economica imboccare.

Il primo indicatore dell’inflazione è quello dell’andamento dei prezzi al consumo: si tratta del termometro più vicino alle tasche della gente comune, dal dentrificio al pane al telefonino. Ebbene qui andiamo male: la crescita dello scorso anno è stata dello 0,1 e quella prevista dal Def per questo è dello 0,2 per cento. Significa che i consumi, nonostante la cura del bonus di 80 euro che pure ha agito, non hanno avuto la forza di spingere i prezzi. Il suggerimento dice: più soldi nelle tasche della gente. Come? Una strada può essere quella del rinnovo dei contratti, stagione aperta in grande stile dalla vertenza dei metalmeccanici: ma purtroppo non ci sarà da aspettarsi molto, perché le imprese hanno compresso i margini di guadagno. Lo dimostra proprio il basso andamento dei prezzi nel 2015: le aziende, strette dalla concorrenza, hanno tagliato i listini rinunciando per la prima volta ad incamerare i vantaggi della forte discesa delle materie prime. Dunque è bene che il governo, come ha annunciato, continui a lavorare su taglio delle tasse e bonus per le famiglie.

Il secondo indicatore, è il deflatore del Pil. Questo ci da la misura dell’aumento di tutti i prezzi del sistema-Italia, non solo di quelli pagati dai consumatori. E’ più alto dell’inflazione al consumo ed è stato fissato all’1 per cento: sommato al Pil reale, cioè al netto dell’inflazione, dà il Pil nominale. Cruciale perché è il denominatore di tutti i parametri di Maastricht: se l’inflazione è bassa, la crescita del Pil nominale è bassa e il rapporo debito-Pil non scende. Nell’audizione sul Def la Banca d’Italia ha portato un esempio clamoroso: la stagnazione del prodotto “nominale” ha fatto crescere di un terzo il rapporto debito-Pil dal 2007 ad oggi; la crescita si sarebbe limitata a soli tre punti percentuali se il Pil nominale fosse salito sulla spinta di una inflazione in linea con l’obiettivo dell’Euroarea, dunque il 2 per cento. Dunque: attenzione.

Il terzo saggio fratellino, che dovremmo abituarci a seguire, è l’andamento della componente di fondo dell’inflazione, quella che viene definita “core”, e che è cruciale perché propone un dato depurato dagli aspetti “volatili”, come i beni alimentari e i prezzi dell’energia, che oggi scendono in buona parte per motivazioni geopolitiche. Questo dato è più ottimistico degli altri: ad esempio per l’Italia si stima una crescita dell’1,1  per cento per quest’anno perché l’indicatore non viene trascinato verso il basso dai prodotti energetici a buon mercato. L’inflazione “core”, in sintonia con quanto accade nell’Eurozona, ci deve disporre verso una maggiore fiducia perché vuol dire che il quantitative easing raggiunge qualche risultato. Le tre inflazioni, come i tre fratellini, seppure con ordini di grandezza diversi ci dicono che l’inflazione a Paperopoli non è ancora quella che la Bce ha promesso. E dunque, contrariamente allo scetticismo del ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, Mario Draghi fa bene a tenere la barra dritta nella sua battaglia contro la deflazione.

Roberto Petrini

La Repubblica 23 aprile 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/04/23/news/qui_quo_qua_le_tre_inflazioni_da_tenere_d_occhio-138200675/?ref=HRLV-4

Il deflatore del Pil

http://www.treccani.it/enciclopedia/deflatore-del-pil_(Dizionario_di_Economia_e_Finanza)/

 

Deflazione, la malattia delle monete che non trova una cura.

deflaLa temperatura di un corpo umano sano è tra 36 gradi e mezzo e 37. Quando si abbassa sotto quei livelli il corpo diventa debole e progressivamente vengono meno le funzioni vitali. Secondo la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, il tasso di inflazione di una economia sana è tra l’1,5 e il 2 per cento (la definizione ufficiale è “vicino ma inferiore al 2 per cento). Quando l’inflazione è più bassa il corpo dell’economia diventa debole e poco reattivo. È questa la ragione per la quale il mandato delle banche centrali è utilizzare le politiche monetarie per garantire quella soglia

L a cura per contenere l’inflazione è nota ed è stata più volte testata: aumentare i tassi di interesse e ridurre la liquidità del sistema. Sappiamo che funziona, anche se gli effetti collaterali, soprattutto in termini di disoccupazione, sono pesanti. La cura contro la deflazione invece ha una casistica senza successi.

Dal secondo dopoguerra sino a un paio di anni fa la sola vittima è stata il Giappone, che dall’inizio del millennio ci combatte senza soddisfacenti risultati. La Banca centrale di Tokyo le ha tentate tutte, ha portato i tassi a zero, stampato moneta senza risparmiarsi, comprato titoli di Stato, obbligazioni delle imprese, azioni, ha inondato il mercato di liquidità. Non ha avuto esplosione della spesa pubblica che ha portato il debito del Giappone al 260 per cento del pil. Niente da fare.

Con lo stesso problema ora si stanno misurando la Bce e molte altre banche centrali e la strumentazione è la stessa, tassi a zero o negativi, grande liquidità immessa nel sistema. Non siamo caduti in deflazione ma oscilliamo poco sopra lo zero. In termini di metafora si potrebbe dire che la corda (monetaria) si tira ma non si spinge.

Deflazione vuol dire che il denaro aumenta il suo potere d’acquisto e quello che un anno fa potevi comprare con cento oggi lo puoi comprare con 98. Può sembrare una buona notizia per chi ha soldi in tasca ma non lo è: perché quel fortunato signore, che sia unlo potrà avere a 96, il suo denaro non lo spende e non lo investe. L’economia rallenta, per liberare il magazzino i venditori abbassano ancora i prezzi e la deflazione si avvita, i debiti si fanno più pesanti e più difficili da rimborsare, le aziende falliscono, l’economia si fa sempre più debole. Perciò va combattuta come una malattia, quindi ci vogliono una diagnosi e una cura. Un’esperienza del passato che ha qualche somiglianza con quella di oggi non è finita molto bene. Era la fine del XIX secolo e le merci a basso costo che arrivavano dall’America precipitarono l’Europa nella deflazione. Durò parecchio, finchè la corsa agli armamenti di Germania e Regno Unito non dettero una scossa all’occupazione e alla domanda. Si uscì dalla deflazione e si arrivò alla Prima Guerra Mondiale.

Se non è il caso di replicare l’esito, quell’esperienza un po’ ci può aiutare nella diagnosi e forse nella terapia. La causa domestica più evidente della deflazione in Europa sta nel basso utilizzo degli impianti e della manodopera che deriva dal fatto che consumi e investimenti sono fermi dopo alcuni anni di declino. Con tanti disoccupati i salari non salgono mentre i prezzi dei beni in cerca di compratori scendono.

Tra le cause esterne quella che viene sempre citata e che ha certamente un ruolo è il crollo delle materie prime e segnatamente del petrolio. Mario Draghi ha spiegato con la sua geometrica chiarezza come una crisi dei prezzi del barile causata da carenza di domanda influisce sulla inflazione core perchè finisce per determinare una riduzione delle esportazioni nette globali, il che a sua volta porta ad una contrazione degli investimenti. La caduta dei prezzi petroliferi può avere effetti deflattivi anche se è determinata da eccesso di offerta se questi eccessi sono ripetuti e si protraggono nel tempo, perchè abbassano le aspettative di crescita dei prezzi di famiglie e imprese che quindi rinviano acquisti e investimenti.

Ad oggi, sostiene Draghi, ambedue gli effetti sono in atto. Dare però solo al crollo delle materie prime tutta la responsabilità dell’andamento dell’inflazione rischia di portarci fuori strada. Basta guardarsi un pochino indietro per vedere che una correlazione diretta non è scontata: tra il 1999 e il 2007 il prezzo del barile è cresciuto da 18 a 71 dollari, ma in quegli stessi anni l’inflazione globale è scesa dal 6 al 4 per cento mentre la crescita del pil del pianeta è salita dal 3 al 6 per cento. Drogata dal debito, certo, ma il fatto che l’inflazione si sia ridotta di un terzo in anni un cui il ritmo di crescita dell’economia è raddoppiato e il prezzo del petrolio quadruplicato dovrebbe suggerici che già allora, ben prima della grande crisi, erano in azione altre forze. Un primo suggerimento su quali esse siano ce lo dà l’esperienza della fine dell’800, con la prima globalizzazione. Allora furono le merci, soprattutto i cereali, a basso costo in arrivo dall’America a portare la deflazione in Europa. Similmente possiamo dedurre che la seconda globalizzazione, quella della fine del secolo scorso e l’inizio di questo, con l’invasione delle merci a basso costo provenienti dalla Cina e dagli altri paesi emergenti è stato un fattore determinante nel comprimere l’inflazione anche quando in Occidente consumi e occupazione crescevano. Quell’impatto è ancora in atto, ma la globalizzazione questa volta non è la sola forza in azione e neanche la più potente. Accanto infatti c’è la tecnologia. L’automazione della manifattura ha spinto in basso i costi di produzione. Ora siamo nella fase della digitalizzazione, che riduce i costi non solo dei prodotti ma anche dei servizi. Uno degli effetti della digitalizzazione infatti è la disintermediazione: compriamo i libri e molto altro da Amazon e non nei negozi, condividiamo le nostre macchine con Blablacar o quelle a noleggio con il car sharing, usiamo Uber invece dei taxi e per il turismo AirBnb. La ragione del loro successo è che i prezzi di quei prodotti e di quei servizi sono più bassi. L’economia nuova (che contiene anche pezzi di quella vecchia, dai voli di Ryanair ai mobili dell’Ikea) è low cost: dobbiamo rassegnarci, la digital economy e i nuovi modelli di consumo sono deflattivi. Direttamente perchè disintermediando riducono i prezzi, e indirettamente perchè i nuovi modelli produttivi e distributivi almeno per il momento distruggono lavoro, quindi impediscono la crescita dei salari e del monte salari. Poichè la compressione dei prezzi da globalizzazione non si esaurirà nel giro di pochi anni e quella da digitalizzazione durerà ancora più a lungo, allora dovremmo prendere in considerazione la possibilità cambiare prospettiva. Petrolio o non petrolio, la bassa inflazione e forse la deflazione potrebbero non essere congiunturali ma strutturali. Dovuti a un cambiamento profondo del modello economico del quale siamo solo all’inizio e il cui impatto tocca non solo la moneta ma anche la stabilità sociale, politica e geopolitica. Possiamo fare quindi la lista delle “cospiring forces” che ci spingono verso la deflazione: basso utilizzo degli impianti ed elevata disoccupazione (che rallentano investimenti e consumi), crollo delle materie prime che deprimono le aspettative sui prezzi e l’export mondiale, tecnologia e globalizzazione che riducono i costi e i prezzi. A questo punto forse è il caso di porsi un paio di domande. La prima è se dobbiamo ancora concentrare le forze contro la tendenza deflazionistica o piuttosto utilizzare gli strumenti della politica monetaria per conviverci il meglio possibile. La seconda è se possiamo ancora pensare che siano i bazooka della politica monetaria la sola medicina. Rilanciare gli investimenti e redistribuire più equamente il reddito per spingere i consumi sono obiettivi che richiedono politica. Quella senza aggettivi.

Marco Panara

La Repubblica , 22 febbraio 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/02/22/news/deflazione_la_malattia_delle_monete_che_non_trova_una_cura-134029593/

 

L’età dell’abbondanza

 

auttoooPotete chiamarla indifferentemente “L’Età dell’Abbondanza” o “Il Grande Freddo”. Sembra una contraddizione, ma, in realtà, l’uno spiega l’altra. Sulla scia della Grande Crisi del 2008, nuotiamo in un mare di petrolio, cotone, acciaio, automobili. Risparmi e capitale si ammucchiano, i lavoratori abili e disponibili sono decine di milioni. Insomma, tutti gli ingredienti di un’economia rombante sono sul tavolo, ma l’economia mondiale, invece, tossicchia e inciampa: dalla Cina agli Usa. E anche la ripresa europea appare assai pallida. Il risultato è che magazzini, depositi, casseforti scoppiano, in attesa di una domanda che non arriva. A Cushing, in Oklahoma, dove confluisce il grosso del petrolio estratto negli Stati Uniti, le cisterne, sono piene fino all’orlo: settimana dopo settimana, l’inventario delle scorte batte il record precedente e, ormai, sfiora i 500 milioni di barili. Sui mercati mondiali, del resto, ogni giorno arrivano 2 milioni di barili di greggio che faticano a trovare un compratore. Il surplus lo scontano i prezzi: dalla scorsa estate si sono dimezzati. Ma tutto il mondo delle materie prime si muove nella stessa direzione: 110 milioni di balle di cotone, nel mondo, restano nei depositi in attesa di essere venduti. Di conseguenza, il prezzo del cotone, rispetto ad un anno fa, è sceso di quasi il 30 per cento. E così per le altre derrate. Il Baltic Dry Index, che misura il traffico delle merci non liquide come il petrolio, è crollato, da ottobre, circa del 60 per cento. Per i prodotti agricoli, fermi nei silos e nei frigoriferi, il calo dei prezzi va dall’11 al 20 per cento. I metalli, dal ferro al rame, sono crollati di oltre il 18 per cento.
Eppure, di lavoratori per trasformare tutte quelle materie prime ce ne sono fin troppi. Eurolandia, con il suo tasso di disoccupazione che sfiora il 12 per cento, è la pecora nera, ma, nel mondo, una disoccupazione al 6 per cento significa che ci sono oltre 200 milioni di persone in cerca di un lavoro che non trovano. Nessuno si aspetta che diminuiscano presto: l’Onu prevede anzi che, nel 2019, saranno 212 milioni. Il problema è che anche del terzo elemento del triangolo dell’economia, quello cruciale perché mette in movimento gli altri due, materiali e lavoro, ce n’è troppo: c’è un surplus anche di capitale, fermo nei portafogli e nelle casseforti. Crédit Suisse censisce la ricchezza globale a circa 263 mila miliardi di dollari, più del doppio, rispetto ai 117 mila miliardi di appena 15 anni fa. Niente male, considerando che, nel frattempo, c’è stata la più grave crisi finanziaria da quasi un secolo. Ma il problema è che questi soldi sono incagliati, lamenta Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed. Il mondo affoga in risparmi che ristagnano, invece di tradursi in investimenti. Nel 2000, i paesi ricchi dell’Occidente investivano nei loro confini 270 miliardi di dollari più di quanto avessero in cassa con i risparmi. Nel 2013, osserva Bernanke, i termini sono rovesciati: i paesi ricchi hanno risparmiato 157 miliardi in più di quanto abbiano investito. L’Europa è passata da un saldo negativo (più investimenti che risparmi) di 36 miliardi ad uno positivo (più risparmi che investimenti) di 356 miliardi. E anche la Cina, tradizionalmente risparmiatrice, si è fatta ancora più avara: fatti gli investimenti, le restavano in cassa solo 20 miliardi di dollari nel 2000. Adesso, il divario fra risparmi e investimenti interni è arrivato a 182 miliardi di dollari.
«Abbiamo di fronte uno scenario di bassa crescita, bassa inflazione, bassi tassi d’interesse» ha detto al Wall Street Journal Megan Greene, capo economista di John Hancock, un colosso della gestione finanziaria, e instancabile twittatrice. «E, dunque, dovremo forse impiegare tutti i prossimi dieci anni per smaltire questo ingorgo». Gli economisti avevano avvertito che, quando una crisi scoppia per un crack finanziario, che azzoppa i meccanismi del credito, la ripresa è lenta e stentata. L’ingorgo di risorse inutilizzate, fra capitale, lavoro, materie prime che preoccupa la Greene ne è la conferma ed è lo specchio del ritmo asfittico dell’economia mondiale, Il Fondo monetario internazionale prevede che il prodotto interno lordo globale continui a crescere, da qui al 2016, fra il 3,4 e il 3,8 per cento, un ritmo da lumaca, rispetto al decennio passato. Quello che preoccupa è la paralisi dei paesi emergenti, il motore dello sviluppo mondiale degli ultimi anni. Il Fmi prevede che il pil dei paesi emergenti, cresciuto del 4,6 per cento nel 2014, mantenga lo stesso ritmo di crescita – e niente più – nei prossimi due anni. Stentano il Brasile, la Russia, i paesi arabi. Il dato cruciale è il brusco rallentamento cinese. Già nel 2014, la surriscaldata macchina economica di Pechino era passata ad un tasso di sviluppo del 7,4 per cento, ma la frenata è solo cominciata: 6,8 per cento in più nel 2015, 6,3 per cento nel 2016, ben lontano dal 10 per cento degli anni scorsi. La tanto sospirata e, oggi, celebrata ripresa europea rischia di sbocciare nel vuoto e di dover trovare dentro la stessa Europa, anziché nelle esportazioni, il combustibile che la alimenti.
Finirà presto? Dobbiamo solo aspettare di smaltire l’ingorgo? O c’è qualcosa che non va con i tubi? Così la pensa Daniel Alpert, che, all’attuale sovrabbondanza ha dedicato un libro, “The Age of Oversupply”: il mondo – dice – ha attraversato, negli ultimi 30 anni, una rivoluzione epocale: la globalizzazione ha inserito nel mercato mondiale due miliardi di nuovi lavoratori, mentre il boom dell’informatica faceva esplodere la produttività. Il risultato è una caduta verticale della forza contrattuale dei lavoratori, tradotta in una diminuzione dei salari e del potere d’acquisto. Meno salari, meno consumi. È questa la benzina che manca all’economia mondiale. Negli Stati Uniti, a febbraio, le scorte di beni durevoli (frigoriferi, tv ecc.) sono arrivate al livello più alto degli ultimi trent’anni. E, in Cina, la mecca del mercato automobilistico, da due anni e mezzo i concessionari non avevano i piazzali così pieni di macchine da vendere: sul totale dell’economia, l’incidenza dei consumi delle famiglie cinesi, in questi anni, è diminuita.
In realtà, in questi anni il reddito globale è aumentato. Ma è un aumento zoppo. Il 10 per cento più ricco della popolazione mondiale sequestra il 30-40 per cento del reddito totale, mentre il 10 per cento più povero deve accontentarsi del 2 per cento. I ricchi, però, consumano, rispetto ai poveri, poco e i loro soldi finiscono nei risparmi incagliati di Bernanke. L’ineguaglianza, hanno scoperto recentemente sia il Fmi che l’Ocse, non paga: una società diseguale ha una economia poco efficiente. Ma è qui che, alle tendenze di fondo, si sovrappone la situazione post-crisi finanziaria. Mentre reddito e risparmi si concentrano in poche mani, la massa dei consumatori è schiacciata dai debiti. La somma dei debiti dello Stato, delle aziende e dei privati è arrivata al 181 per cento del Pil negli Usa, al 204 per cento in Europa, al 241 per cento in Cina. I venti della deflazione trovano qui il loro alimento. Gli economisti la chiamano “deflazione da debito”: tutti si preoccupano di ridurre i debiti e non consumano.
Inutile chiedere ai governi di mettersi loro a pedalare per tutti, con programmi di stimolo economico: l’ideologia dell’austerità lo impedisce. A spingere sono rimaste solo le banche centrali, come il programma appena lanciato dalla Bce. Ma, da sole, le iniezioni di denaro facile di Francoforte – Draghi lo ha detto più volte – rischiano di girare a vuoto.

Maurizio Ricci
Repubblica 4 maggio 2015
The Age of Oversupply

Tempesta perfetta sulle commodities

commodity 15La generalizzata debolezza dei prezzi delle materie prime è destinata a estendersi al 2015″, scrive la Banca Mondiale [World Bank] nel suo ultimo bollettino trimestrale “Commodity Markets Outlook”. Proseguirà, dunque, il calo dei prezzi che ha caratterizzato il 2014. A colpire maggiormente è stato il crollo del prezzo del petrolio, precipitato dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai 47 dollari di gennaio 2015, la terza più ampia flessione del dopoguerra. A determinare il crollo, quella che gli estensori del rapporto definiscono una “tempesta perfetta” di condizioni: crescita della produzione non convenzionale di petrolio, calo della domanda, apprezzamento del dollaro, il venir meno di alcuni rischi geo-politici e il cambiamento di approccio dell’Opec, ora propenso a mantenere le quote di mercato piuttosto che a porsi obiettivi di prezzo.

Ma a calare non è stato solo il prezzo dell’oro nero. Tutti e tre gli indici dei prezzi delle materie prime industriali (energia, metalli e materie prime agricole) elaborati dalla Banca Mondiale hanno registrato la stessa flessione: -37%, -36% e -35%, rispettivamente, dal picco del primo trimestre del 2011 alla fine del 2014.  E continueranno a calare nel 2015. “Le condizioni della domanda e dell’offerta a livello mondiale hanno contribuito a creare aspettative di un ribasso dei prezzi per tutti e nove gli indici delle materie prime elaborati dalla Banca Mondiale, un evento estremamente raro”, ha detto Ayhan Kose, direttore del Development Prospects Group della World Bank. Per quanto riguarda il petrolio, nello scenario base che non prevede peggioramenti della situazione economica internazionale o interventi da parte dell’OPEC, il suo prezzo medio è stimato sui 53 dollari al barile nel 2015, il 45% in meno rispetto al 2014, con un modesto recupero, circa 4 dollari, nel prossimo anno. La debolezza del petrolio influirà sugli altri mercati dell’energia, il gas naturale in Europa è previsto in calo del 15%. I prezzi delle materie prime alimentari sono previsti in calo di un ulteriore 4%, viste le favorevoli prospettive di raccolto nella stagione 2014/15 per cereali, oli alimentari e farine per alimenti; flessione più pronunciata, -5,6%, per le bevande, caffè in testa, grazie al recupero degli approvvigionamenti persi a causa dei mancati raccolti in Brasile a inizio 2014. In tema di produzioni agricole, va anche notato che, con il crollo del petrolio, vengono meno alcuni dei fattori che hanno spinto la produzione di bio-carburante negli ultimi anni, ovvero i timori relativi alla scarsità di fonti energetiche e alla sicurezza.

E’ prevista, infine, una diminuzione di oltre il 5% per i prezzi dei metalli, più contenuta per i fertilizzanti, traggono vantaggio del minor costo del gas naturale, e per i metalli preziosi, il cui previsto arretramento del 3% è essenzialmente legato a un minore interesse da parte degli investitori istituzionali.

http://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2015/02/20/news/materie_prime_calo_continuo_sar_un_anno_al_ribasso-107760559/

Banca Mondiale

http://www.worldbank.org/

Rublo ko

imagesQ086ZYXS

 

 

 

 

1 -Il crollo  

Dopo l’ennesimo “lunedì nero”, il rublo è oggi la valuta con la peggiore performance al mondo: dall’inizio del 2014 si è svalutato di più del 50%. Il 1 gennaio 2014 un dollaro Usa valeva 32,66 rubli, oggi 66. Solo il 15 dicembre ha perso il 10% del suo valore contro il dollaro Usa in un giorno. 

2-Le regole

Il cambio del rublo viene stabilito dalla Banca Centrale russa sulla base delle contrattazioni valutarie alla Borsa di Mosca. Fino a un mese fa vigeva un “corridoio” del cambio, superati i limiti del quale la Banca Centrale interveniva comprando o vendendo valuta, ma ora il cambio è libero. Negli ultimi 12 mesi la Banca Centrale ha speso 80 miliardi di dollari di sue riserve per frenare la caduta del rublo. 

3-La corsa verso il dollaro e l’euro

Il rublo può essere scambiato liberamente con il dollaro e l’euro, e nelle città russe si incontrano a ogni angolo punti di cambio di contante. Oggi i pagamenti contanti in valuta estera e i cartellini dei prezzi in dollari, comuni negli anni ’90, sono proibiti, ma possedere monete estere e tenervi i propri risparmi è legale, e molto diffuso. Il ricordo della iperinflazione spinge ancora molti russi a cambiare i rubli che guadagnano in dollari o euro per tenerli a casa, oppure sul conto in banca. 

4-Il cambio del rublo  

E’ un indicatore di salute fondamentale per un’economia basata sulle materie prime come quella russa. La Russa ricava i tre quarti delle sue esportazioni dalle materie prime, in primo luogo petrolio e gas, i proventi dai quali vanno a comporre metà del bilancio dello Stato. Con i profitti energetici Mosca si paga più o meno tutto il resto: quasi la metà degli alimentari consumati dai russi vengono importati, e la quota delle componenti importate, e pagate in valuta estera, è molto alta anche per le industrie localizzate in Russia. Perciò una fluttuazione del cambio del rublo si riflette subito sui prezzi al dettaglio, e interi settori stanno risentendo della svalutazione.

5-Le cause  

Lo stop della crescita alimentata dal petrolio era stato pronosticato dal governo e dalle istituzioni economiche internazionali già l’anno scorso. Ma la crisi ucraina ha accelerato il declino: dall’inizio dell’anno la fuga di capitali da un Paese che gli investitori consideravano a rischio politico sempre maggiore ha superato i 100 miliardi di dollari. Di questi più di un terzo viene stimato sia stato comprato dai russi stessi, privati e società, che volevano mettere in sicurezza i loro soldi sbarazzandosi dei rubli.

6-Le sanzioni  

L’embargo dell’Ue e degli Usa contro la Russia per l’annessione della Crimea e l’ingerenza militare nell’Est ucraino ha ulteriormente aggravato la situazione: le banche e le grandi società statali russe si sono viste impedire l’accesso ai prestiti occidentali. Le scadenze dei pagamenti di fine anno – valutati in decine di miliardi di dollari – hanno aumentato la domanda di valute estere, senza più la possibilità di cercare credito all’estero. Tra le teorie del complotto che circolano a Mosca c’è anche quella che a far franare ieri il rublo sia stata la major petrolifera statale Rosneft, che avrebbe convertito precipitosamente in dollari i 625 miliardi di rubli di prestito ottenuto dal governo per far fronte alle sanzioni.

7-Il prezzo del petrolio  

E’ stato l’ultimo colpo. La precipitosa caduta del rublo negli ultimi due mesi è infatti quasi parallela a quella del prezzo del barile. Per un’economia basata sul petrolio non è difficile stimare le mancate entrate dalle esportazioni di greggio e gas (il cui prezzo viene calcolato in base a quello petrolifero). E siccome la Russia non offre praticamente nient’altro che possa interessare i mercati esteri, le sue prospettive vengono valutate negativamente dagli investitori.

8-La reazione

Le mosse del governo non hanno rassicurato i mercati. Due mesi fa Vladimir Putin aveva detto che la discesa del prezzo del barile a 80 dollari sarebbe stata “una catastrofe per l’economia mondiale”, e i suoi ministri consideravano impossibile un calo a 60. Oggi il barile viaggia verso i 55$, ma Putin ha firmato la finanziaria per il 2015 che si basa sulla previsione del prezzo medio per l’anno prossimo a 95$. Il presidente russo ha anche dato la colpa della caduta del rublo agli “speculatori”, rifiutandosi di ammettere la crisi. Solo dieci giorni fa il ministero dello Sviluppo economico ha ammesso che la Russia poteva entrare in recessione, stimandola al 0,8% e contando che il peggio sarebbe passato già per la metà del 2015. Oggi invece la Banca Centrale stima la recessione in un 5%, e questo oscillare dei pronostici non fa che spaventare ulteriormente i mercati.

9-Le conseguenze  

Il governo ha già varato tagli lineari del 10% alla spesa pubblica, già sforbiciata nei mesi scorsi soprattutto nella sanità e nell’istruzione. Mentre gli economisti discutono sull’entità della riduzione dei redditi reali dei russi, avvenuta per la prima volta in 15 anni di governo Putin, la vicepremier Olga Golodez prospetta un ricalcolo delle pensioni e pronostica un aumento del numero dei poveri, già stimati in 16 milioni su una popolazione di 144 milioni di persone. Il welfare basato sul petrolio è a rischio, anche se Putin qualche giorno fa ha consolato i russi: la svalutazione del rublo rispetto alle monete estere aiuterà il bilancio russo a quadrare nonostante le perdite dalle entrate petrolifere. In effetti la tassazione sull’esportazione di idrocarburi in Russia è calcolata in dollari, e quindi le minori entrate vengono in parte coperte dal cambio del rublo precipitato. Ma è una questione solo di numeri, mentre la svalutazione ha già colpito diversi settori, soprattutto legati alle importazioni. Le multinazionali presenti in Russia cambiano ogni giorno i cartellini dei prezzi, le prenotazioni per i viaggi all’estero per le vacanze di Natale sono più che dimezzate, e nei banchetti di cambio è frequente la scritta “dollari ed euro esauriti”, a dimostrazione che il panico non accenna a diminuire. 

10-Le prospettive  

La mossa della Banca Centrale di aumentare il costo del denaro dal 10,6% al 17% rischia, secondo molti esperti, di uccidere definitivamente le prospettive di crescita rendendo i crediti per banche e imprese troppo costosi. E’ a rischio anche il sistema dei mutui, che aveva contribuito negli anni precedenti al boom dei consumi. L’inflazione, già raddoppiata al 9% rispetto agli obiettivi della Banca Centrale per il 2014, non accenna a diminuire, mentre quasi tutte le statistiche sull’economia russa, dall’indice degli investimenti alla produzione industriale, segnano un meno. Anche se il Cremlino decidesse, come auspicano gli esperti internazionali, di fermare l’escalation con l’Occidente e lanciare riforme strutturali del sistema per renderlo più trasparente, liberalizzato e aperto, gli effetti non sarebbero certo immediati.

http://www.lastampa.it/2014/12/16/economia/crollo-del-rublo-le-cose-da-sapere-iR3ynxasGRsVJibA3WQFFJ/pagina.html

L’hamburger di McDonald’s come un caffè

hamburgL’hamburger di McDonald’s come un caffè. La multinazionale del fast food ha ridotto in Italia a 90 centesimi il prezzo del suo prodotto simbolo, scendendo «sotto la soglia di 1 euro, su cui si era assestato dal 2004, senza cambiarne ricetta e qualità». «In un momento difficile come quello che l’Italia sta attraversando – afferma McDonald’s – l’azienda ha deciso di dare un segnale molto concreto di vicinanza ai consumatori».

La multinazionale ritiene che inflazione e costi delle materie prime renderebbero necessario perfino un adeguamento dei prezzi, ma con lo sconto deciso spiega di voler «continuare a prestare attenzione a quel segmento di clientela che si rivolge ai suoi ristoranti cercando il miglior rapporto qualità/prezzo». Ogni anno nei 460 McDonald’s di Italia vengono serviti quasi 20 milioni di hamburger, ricorda la società, stimando che la clientela tipica del panino “base” sia tra i 14 e i 24 anni di età.

……. Ora arriva una nuova politica dei prezzi in Italia, e viene aggiustato il listino nazionale del gruppo facendo riferimento al «momento difficile» del Paese. McDonald’s tra l’altro non fornisce i dati aggiornati ad oggi sui singoli prezzi di vendita del proprio hamburger nel resto del mondo (si starebbero valutando sconti anche in altri Paesi). Solo tra qualche giorno, insomma, si capirà se si tratta di una mossa legata solo alle specificità della crisi italiana o più globale.

A quel punto si chiarirà anche se lo sconto sul panino più semplice di McDonald’s possa intervenire come tema ad esempio nel dibattito sull’euro o sul costo della vita in Italia. Non va dimenticato, infatti, che il più celebre panino della multinazionale, il Big Mac, è utilizzato in un noto e semi serio strumento di misurazione del potere di acquisto delle valute mondiali elaborato dall’Economist: si chiama Indice Big Mac e viene aggiornato annualmente (da quest’anno ne esiste anche una nuova versione interattiva). È formulato assumendo come valida la teoria della parità di potere di acquisto, cioè che i tassi di cambio tra le diverse valute dovrebbero tendere a un identico prezzo in tutto il mondo per uno stesso paniere di beni e servizi, e viene citato di frequente dagli economisti.

http://www.lastampa.it/2013/04/02/italia/cronache/l-hamburger-al-prezzo-di-un-caffe-mcdonald-s-lo-sconta-a-centesimi-BzfKWVTbecI0XDND1XmCQP/pagina.html

 

The BIG MAC INDEX

http://www.economist.com/content/big-mac-index