Il mattoncino come bene rifugio

legoOgni uomo (ma anche molte donne) custodisce una fortuna, e spesso la ignora. Ora però i primi investitori, dagli Stati Uniti, svelano il segreto e suggeriscono una nuova forma di guadagno: acquistare scatole di Lego, le più belle e ricercate, e rivenderle con un ritocco che può partire dal 15 per cento, ma salire fino al 100 per cento e oltre. Tutto è cominciato per caso, quando, da una parte e dall’altra dell’Oceano, i vecchi giochi sono tornati di moda: “Sono almeno due anni che le scatole di costruzioni contribuiscono alla tenuta del mercato in Italia  –  dice Paolo Taverna, direttore di Assogiocattoli  –  così come i soldatini, le trottole e i giochi da tavolo. È naturale che intorno a questo nascano anche un collezionismo e un mercato parallelo, sebbene da noi, almeno per ora, più che le quotazioni in denaro valgono quelle affettive”. Taverna confessa di essere un collezionista di soldatini e di non avere mai venduto il suo primo trenino Marklin: “Se un giocattolo è bello non si cede a nessun prezzo”.

Negli States, invece, è tutto un gioco di parole tra la corsa al mattone (immobiliare) e quella al mattoncino giocattolo, entrambi indicati con il termine bricks. David Schooley, tecnico delle comunicazioni e padre di sei figli a Memphis, lo ha raccontato a Usa Today: “Ho più di tremila scatole di Lego custodite in una stanza climatizzata, compro e vendo e guadagno il 15 per cento all’anno”……

http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/12/28/news/adesso_il_mattoncino_lego_diventato_un_bene_rifugio-49570308/?ref=HREC2-14

Gli italiani non risparmiano più

Vorrebbero risparmiare ma non possono. La crisi non lo permette più.

E le famiglie che riescono a migliorare la loro posizione economica andrebbero tutelate come i panda: nell’ultimo anno si sono ridotte a una quota del 3 per cento del totale. Come spiegano i sociologi, l’ascensore sociale non funziona più. Una questione, anche, di vile pecunia, come spiega l’annuale rapporto che Acri (l’associazione delle Fondazioni e delle Casse di risparmio), commissiona all’Ipsos.

L’edizione che viene presentata oggi a Roma dal presidente Giuseppe Guzzetti lo rivela impietosamente. Nonostante un italiano su due (il 47%) sostenga che riesce a “vivere tranquillo” solo se mette qualcosa da parte, in realtà solo il 28% delle famiglie ammette di essere riuscita a farlo.

Una percentuale che si abbassa ogni anno: era il 35% nel 2011 e il 36% due anni fa. In compenso, si fa per dire, cresce il numero di coloro che consumano tutto quello che guadagnano ed è il 40% degli italiani. Inevitabile conseguenza: è salita dal 31 al 29% della scorsa stagione la percentuale di chi per arrivare a fine mese ha intaccato i risparmi o si è addirittura indebitato. La recessione ha accentuato ancora di più la diffidenza degli italiani nei confronti degli investimenti finanziari. La stragrande maggioranza (oltre il 66%) per i propri risparmi privilegia la “liquidità”. Anche perché sono crollati gli investimenti nel mattone: lo indica come investimento preferito solo il 35% degli intervistati da Ipsos. Pensare che era il 70% nel 2006, il 54% nel 2010 e il 43% l’anno scorso. Del resto, la quota di coloro che ha deciso di investire i soldi negli strumenti più sicuri (risparmio postale, obbligazioni e titoli di stato) ha raggiunto il suo record storico al 32%. Allo stesso modo, è al massimo il numero di coloro che ritengono che sia sbagliata qualsiasi forma di investimento: è il 28% contro il 23% del 2010 e il 28% di due anni fa.

Interessante notare anche quali siano – secondo gli italiani gli ostacoli principali alla ripresa e quali i possibili rimedi. Nel primo caso, vengono indicate la disoccupazione giovanile (48% delle risposte), le tasse (sui redditi 36% e sui consumi 26%), la redistribuzione “assimetrica” del reddito (23%), l’eccessivo debito pubblico (24%), mentre “l’eccessiva presenza dello Stato” riguarda solo una minoranza (6%). La riduzione del debito pubblico dovrebbe passare per il 45% degli intervistati dalla lotta all’evasione fiscale, più che dalla riduzione di spesa per i servizi (23%) e vendita dei beni pubblici (19%). Una crisi generale da cui non si salva l’euro: ne è insoddisfatto il 69% degli italiani, anche se il 57% ritiene che fra 20 anni si sarà trasformato in un vantaggio. Del resto, l’86% è convinto che la crisi sia più grave di come venga rappresentata e che durerà altri tre anni.

http://www.assinews.it/articolo_stampa_oggi.aspx?art_id=12848