L’economia dà i numeri

stattttL’esperimento richiede pochi secondi. Nella stringa di ricerca di Google bisogna digitare tre parole: «disoccupazione giovanile Italia». Le informazioni che si ottengono dalle pagine internet trovate non sembrano giustificare dubbi: «Istat: la disoccupazione giovanile risale al 40,1%». «Disoccupazione dramma per i giovani: superato il 40%». «Lavoro, a dicembre il tasso di disoccupazione dei giovani di nuovo oltre il 40%». Che idea ci si fa dei ragazzi senza lavoro? All’apparenza la risposta sembra di una evidenza elementare: che la disoccupazione giovanile è, appunto, oltre il 40%, ovvero che più di 4 giovani su 10 sono disoccupati.
Ovvio, ma sbagliato. In realtà i giovani disoccupati sono uno su dieci. Come è possibile? Molto semplicemente tutto dipende dalla definizione di tasso di disoccupazione giovanile: secondo le classificazioni europee, accolte dall’Istat e dagli altri enti statistici dell’Unione, la cifra si ottiene dividendo i disoccupati per i lavoratori attivi (occupati e disoccupati) che hanno tra i 15 e i 24 anni. Disoccupato, però, è solo chi, nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, ha cercato lavoro ed è disponibile a lavorare. La limitazione esclude dal divisore non solo i cosiddetti «scoraggiati», quelli che il lavoro non lo cercano nemmeno, ma soprattutto quelli che non lavorano perché stanno facendo altro, e cioè studiando, ovvero l’85% o giù di lì dei ragazzi. Il numero preso in considerazione è dunque estremamente ridotto. Se si considera tutta la popolazione di quella fascia di età, i disoccupati sono il 10,9% del totale, cifra comunque importante, specie se la si confronta con quella di altri Paesi, ma ben lontana dal drammatico 40% citato all’inizio.
La morale di quanto detto fin qui è che i numeri possono rappresentare una potente cortina fumogena. E più in generale che per quanto le statistiche sembrino fatti incontrovertibili, iscritte nell’ordine necessario delle cose, in realtà sono semplici interpretazioni della realtà. I numeri sono raccolti e organizzati con criteri più o meno corretti, da persone che hanno i loro limiti e i loro pregiudizi; poi vanno valutati e contestualizzati. Eppure le cifre hanno un fascino e una patina di oggettività che appare irresistibile. Lewis Carrol, noto per aver scritto Alice nel paese delle meraviglie, ma matematico di professione, non aveva esitazioni: «Se vuoi ispirare fiducia, dai molti dati statistici. Non importa che siano esatti o che siano comprensibili. Basta che siano in quantità sufficiente». 

ATTENTI AI GIOVANI
Un imbroglio bello e buono, insomma. Per smascherarlo bisogna capire come i numeri e le statistiche nascono e come sono organizzate. Non sempre è facile. L’esempio già citato, quello della disoccupazione giovanile, è interessante: il dato finale è frutto di un rapporto, ma per valutarlo bisogna prima fare caso alle grandezze messe a confronto. L’osservazione si può generalizzare per tutte le rilevazioni sulla disoccupazione. Il bollettino mensile dell’Istat con le ultime cifre sui senza lavoro (per la sua sinteticità è chiamato «flash») è fatto di 11 pagine di chiarimenti e note metodologiche . Nell’ultima campagna elettorale americana uno dei punti di polemica è stato proprio il tasso di disoccupazione. Chi, come Hillary Clinton voleva valorizzare l’eredità di Barack Obama, citava il dato più utilizzato, in base al quale i disoccupati sono il 4,8% (si conteggia chi dichiara di volere un lavoro e ha fatto almeno una ricerca di un posto nel mese precedente, mentre occupato è chi ha lavorato anche un numero minimo di ore). Donald Trump, invece, si riferiva di solito a un altro dei sei indicatori usati abitualmente, in cui oltre ai disoccupati si tiene conto anche dei «sottoccupati», di chi, per esempio, lavora solo poche ore alla settimana. E in questo caso il dato era del 9,8%. A volte prendeva in considerazione anche gli inattivi (chi è di fatto fuori dalla forza lavoro), raggiungendo quasi quota 40%.
Per quanto riguarda l’Italia i dati sui senza lavoro hanno alimentato negli ultimi anni più di una polemica: quella per il contrasto tra le cifre dell’Istat, e quelle del ministero del Lavoro. L’istituto statistico nazionale pubblica ogni trimestre un’indagine campionaria che si propone di essere una fotografia completa sull’impiego, in cui i «posti» vengono valutati indipendentemente dal tipo di contratto e, entro certi limiti, dalla loro posizione fiscale (si tiene conto così anche del sommerso).
PIL BALLERINO
Questo documento è poi affiancato da una rilevazione mensile con un campione ridotto. Quanto al ministero del Lavoro il suo compito è quello di diffondere i dati sulle comunicazioni obbligatorie e ufficiali di avvio di un rapporto di lavoro. Ovvio che i numeri possano spesso non coincidere.
Un’altra polemica, questa volta del 2016, ha riguardato la diffusione di due dati relativi al Pil.

Prima, in febbraio, è stata diffusa la cifra dell’ultimo trimestre, qualche giorno dopo il bilancio annuale. E almeno all’apparenza i due numeri non tornavano. Colpa delle diverse metodologie che prevedono per esempio che il dato trimestrale venga destagionalizzato (depurato cioè delle specificità relative al periodo considerato per confrontarlo con i periodi precedenti). La destagionalizzazione, invece, non è prevista per il dato annuale, perché si presuppone che nel corso dei 12 mesi le contingenze stagionali si compensino e sia possibile il paragone con il periodo precedente. Il risultato di queste tecnicalità statistiche conduce a piccole differenze, scostamenti a volte decimali che spesso bastano per alimentare infuocate polemiche politiche. Anche tenendo conto che, per esempio in base al Pil vengono calcolati i saldi di finanza pubblica, tenuti d’occhio con implacabile precisione dai guardiani dei conti di Bruxelles.
Nel migliore dei mondi possibili a fare da tramite tra la complessità delle statistiche e il cittadino sarebbero i media. Ma in tempi a cui dominare la politica è la post verità, la spregiudicata affermazione dell’irrilevanza dei fatti, il dibattito pubblico è diventato anche post-statistico. Numeri e cifre vengono strizzati e deformati a seconda delle convenienze, mentre velocità e sinteticità dell’informazione impediscono analisi meditate. Un rischio, perché i numeri corretti sono un bene pubblico, premessa di deliberazioni informate. Tra i documenti fondativi dell’Onu c’è la Carta sui principi fondamentali della statistica ufficiale. E le regole sancite partono dal presupposto che «l’informazione statistica è una base essenziale per lo sviluppo in campo economico, demografico, sociale e ambientale e per la mutua conoscenza e il commercio tra gli Stati e i popoli del mondo».

IL METODO CRISTINA
Per avere un’idea del significato politico dei numeri basta guardare all’etimologia: statistica è la scienza «relativa allo Stato», e la disciplina è nata nel XVII secolo in Inghilterra come «aritmetica politica». Più istruttivo ancora richiamare esempi come quello greco o argentino. Ad Atene l’unico che sembra destinato a pagare la falsificazione dei numeri del bilancio statale che ha dato il via alla crisi è il capo dell’Istat locale. Non quello che collaborò a «truccare» le cifre, al contrario il funzionario che, inviato dal Fondo Monetario Internazionale, contribuì a far emergere l’imbroglio . In Argentina, invece, il governo demagogico-peronista di Cristina Kirchner, messo di fronte alla propria incapacità di frenare l’inflazione, male endemico del Paese, decise di tagliare la testa al toro: sostituì i dirigenti dell’Ufficio nazionale di statistica, che ogni mese misuravano l’aumento dei prezzi, per sostituirli con uomini fidati. E questi ultimi, come da istruzioni ricevute, iniziarono a certificare ufficialmente che l’inflazione a Buenos Aires e dintorni era miracolosamente scomparsa. Due casi limite di strumentalizzazione del mondo dei numeri e delle rilevazioni.
Per ridurre i rischi la strada maestra sarebbe quella di un’alfabetizzazione di base in materia statistica. In Italia siamo però lontani dall’obiettivo. A pesare è la tradizionale difficoltà nell’insegnamento anche della semplice matematica. E a darne la prova è un piccolo gioco. Si tratta di ridurre del 30% una cifra data, per esempio 100. E poi di aumentare la cifra così ottenuta dello stesso 30%. Si ritorna al punto di partenza? Di solito in moltissimi rispondono di sì. Ovviamente la risposta giusta è no. Anche nel secondo caso si tratta di un rapporto, ma la base delle due operazioni è diversa. Riducendo il numero 100 del 30% si ottiene 70, ma il 30% di 70 è solo 21. Anche i numeri più semplici hanno i loro (apparenti) misteri.

ANGELO ALLEGRI

il Giornale, 27 febbraio 2017

http://www.ilgiornale.it/news/leconomia-d-i-numeri-1368968.html

 

 

La politica nell’era dello storytelling

Christian Salmon  spiega come i protagonisti di oggi, da Obama a Hollande, cerchino il consenso solo con espedienti “narrativi

 

images1L95JH8RSIAMO diventati tutti cannibali. Affamati di storie e colpi di scena, divoriamo i nostri rappresentanti politici come fossero oggetti di consumo, dimenticando che il piatto finale di questo banchetto funesto è la democrazia, il sistema istituzionale che abbiamo faticosamente costruito. “Il dibattito delle idee è passato dall’età della confronto a quello dell’interattivo, del performativo e dello spettrale” racconta Christian Salmon, autore di numerosi saggi su censura e narrazione.

Dopo aver pubblicato qualche anno fa l’illuminante Storytelling, Salmon torna con un nuovo libro dedicato all’assoggettamento dei politici alla narrazione e alla performance. La politica nell’era dello storytelling è un’inchiesta sulla nuova generazione di uomini pubblici, da Bill Clinton a Matteo Renzi, protagonisti di una commedia mediatica permanente che li ha lentamente resi nudi e “potenti impotenti” come scrive Salmon. “La comunicazione politica  –  continua  –  non mira più solo a formattare il linguaggio, ma a incantare gli spiriti e sprofondarli in un universo spettrale di cui i politici sono al tempo stesso performer e vittime”.

L’obbligo della “narrazione” sta uccidendo la politica?
“Quando ho scritto Storytelling volevo allertare sui pericoli della narrazione nel management, nel marketing, nella comunicazione politica. Ormai è cosa nota. Lo storytelling ha invaso le nostre vite. È una sorta di pensiero magico usato dai comunicatori, una vulgata che scredita ancora di più la parola pubblica. In questo nuovo libro analizzo gli effetti dissolventi e divoranti dello storytelling sull’homo politicus e sulla sfera pubblica”.

Siamo assistendo a una ‘cerimonia cannibale’, titolo originale del libro?
“Il dramma che si recita non è altro che il divoramento dell’uomo politico per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi duecento anni. Per l’effetto combinato del neoliberismo, le nuove tecnologie e la rivoluzione della comunicazione, la scena politica si è spostata dai luoghi tradizionali dell’esercizio del potere verso quelli performance come i media all news, Internet e i social network”.

In cosa consiste la trappola della “insovranità”?
La simbologia del potere funziona solo con una sovranità reale. La globalizzazione neoliberista e la costruzione europea hanno distrutto la sovranità degli Stati. È scomparso il legame tra l’incarnazione del potere e il potere di agire. Da un lato ci sono po- teri senza volto  –  i mercati, le agenzie di rating, Bruxelles  –  e dall’altro volti di impotenti. Lo sviluppo dei social network e dei canali all news non ha fatto altro che aggravare la situazione. Più gli uomini politici sono esposti mediaticamente, più la loro impotenza è lampante. È un circolo vizioso “.

L’uomo politico è diventato un oggetto di consumo?
Il tempo lungo delle deliberazioni democratiche ha lasciato il posto al tempo reale dei canali di informazione. L’uomo di Stato si presenta ormai più come un oggetto di consumo che come una figura autorevole: è diventato un artefatto della sottocultura di massa e non è più visto come un’istanza produttrice di norme. Un personaggio di serie tv sottomesso all’obbligo della performance”.

Esistono delle eccezioni?
“Da Bill Clinton a Nicolas Sarkozy, passando per Tony Blair, George Bush e Barack Obama, ogni capo di Stato è costretto a essere onnipresente fino a banalizzarsi, sovraesposto sotto alla lente d’ingrandimento dei media. Si crea una distanza ravvicinata persino oscena. Siamo passati dal ‘doppio corpò del Re studiato da Kantorowicz al ‘corpo aumentatò dei telepresidenti. È il corpo sudato di Sarkozy, quello spettrale di Berlusconi. È la silhouette lunga di Obama, sottile quanto un logo. Gli uomini politici diventano virtuali, angeli digitali. Subiscono fluttuazioni nei sondaggi con la stessa volatilità di un’azione in Borsa. La simbologia del sovrano scompare“.

……..
In politica, si tenta di mascherare la mancanza di autorità con il volontarismo?
“Il volontarismo è la forma che assume la volontà politica quando il potere è privo di mezzi. Viene esibita una volontà ancora più forte, raddoppiandone l’intensità, per tentare di recuperare credibilità. Ma questa prova di forza non fa altro che accentuare il sentimento di impotenza dello Stato. E si entra così in una spirale di perdita di legittimità”.

Qual è la responsabilità dei media?
“La mediasfera è il teatro della sovranità perduta. È la ribalta per uno strip-tease in cui l’homo politicus si spoglia a poco a poco dei suoi poteri, dei suoi attributi, del suo prestigio, della sua maestà, fino a perdere dignità. È il prezzo da pagare per catturare l’attenzione sempre più reticente dell’opinione pubblica. La ribalta di questo spogliarello è la televisione. In verità, l’uomo politico sta forse scomparendo al culmine della sua sovraesposizione mediatica. Parafrasando una formula di Martin Amis, direi: “He has vanished into the front page”. È scomparso in prima pagina“.

http://www.repubblica.it/cultura/2014/11/24/news/christian_salmon_la_politica_prigioniera_dei_racconti_dei_suoi_leader-101287976/

La politica nell’era dello storytelling

http://www.fazieditore.it/Libro.aspx?id=1411