Ed ecco la bolla cinese

bolleLa via al comunismo finanziario di Pechino si è rivelato un disastro. Con 3 mila miliardi di dollari bruciati nelle ultime settimane – mentre l’Europa ne perdeva 1 miliardo sull’onda della Grexit – che hanno cancellato i risparmi dei cinesi. Intanto la popolazione diventa sempre più povera e scontenta, come il loro Paese che ha dimenticato gli anni nei quali si cresceva a due cifre. Fitch ha stimato che il Pil in Cina aumenterà soltanto del 6,8% quest’anno, del 6,5 nel 2016 e al 6 nel 2017: il tasso più basso da 20 anni a questa parte…. LA GUERRA PER LA SALVAGUARDIA DEL PARTITO. Secondo il South Morning quello che sta vivendo il Dragone non è altro che la guerra finale per «la salvaguardia del partito comunista». Iniziata da quando i nuovi vertici del Paese (il presidente Xi Jinping e Li Keqiang) hanno esasperato il dettato dei loro due predecessori (Hu Jintao e Wen Jiabao) assertori del «mantenimento totale della stabilità». E si sono resi conto che per realizzare questo progetto non restava che la strada dell’isolamento. LE MISURE PER FRENARE L’INFLAZIONE. Prima hanno continuato le purghe nel partito, colpendo le ali più aperte agli stranieri (come il protomaiosta Bo Xilai) o provando a limitare il potere d’interdizione del mandarino – Zhou Xiaochuan, presidente della People’s Bank – che più di altri ha portato soldi cinesi in Occidente. Quindi hanno frenato la macchina produttiva cinese, nella speranza di rallentare l’inflazione e abbassare i prezzi per spingere i loro concittadini a spendere, a creare una domanda interna e a rifinanziare un’industria alimentata contro il surplus delle esportazioni. Ma questo processo sta avendo, per ora, soltanto un risultato: portare il Paese verso l’implosione sociale ed economica. CONTI DEPOSITO POCO CONVENIENTI. In quest’ottica c’è una bomba posta sotto la Borsa di Shanghai, che per qualcuno è già scoppiata. Come detto, da anni le autorità cinesi stanno provando a spingere la popolazione a spendere i loro eccezionali risparmi (si calcola almeno il 50% del Pil). Inutilmente. Poi le cose sono cambiate quando il governo ha ribassato oltre il dovuto i tassi d’interesse, rendendo poco fruttifero tenere i propri soldi fermi su un conto di deposito. Questo, più di una serie di articoli della stampa governativa sulle magnificenze borsistiche che qualcuno ha letto come una garanzia statale su quel tipo di investimento, ha permesso alle banche di utilizzare tutta la raccolta per comprare azioni in proprio oppure per finanziare i grandi fondi. Risultato? Al giugno scorso i listini cinesi avevano visto una crescita negli ultimi otto mesi del 150%. Tuttavia, come avviene quando la misura è colma, gli investitori istituzionali legati a realtà statali hanno venduto in tempo. Mentre i piccoli borsini sono rimasti con il cerino in mano e con titoli che valgono un terzo rispetto a quando li avevano acquistati. Ed è scoppiato il panico. Il governo è intervenuto tardi. Prima ha fatto finta di non vedere che la massa di acquisti in Borsa era legata ad acquisti a leva, utili soltanto a remunerare le società di intermediazione. …… http://www.lettera43.it/economia/finanza/cina-a-rischio-bolla-finanziaria-crolla-la-borsa_43675177957.htm   La borsa di Shanghai, la principale borsa valori cinese, è in caduta dal 12 giugno scorso. Nei 12 mesi precedenti, dal 12 giugno 2014, la borsa di Shanghai era cresciuta tantissimo, del 150 per cento: vuol dire che, in media, il valore di un’azione in un anno era più che raddoppiato. Dal 12 giugno di quest’anno invece è scesa di più del 30 per cento: si tratta di più di 3mila miliardi di dollari. Per dare un’idea di che cifre stiamo parlando: l’intero grande debito della Grecia è di circa 330 miliardi di dollari, circa un decimo. Ci sono interi mercati finanziari, come quello spagnolo o quello indiano, che valgono meno di quanto perso dalla Cina nell’ultimo mese. Com’è cominciata la crisi Oltre alla borsa di Shanghai, è stata coinvolta da questa crisi anche l’altra borsa cinese, quella di Shenzen, e quella di Hong Kong. La condizione in cui si trova il mercato cinese sembra avere tutte le caratteristiche di una bolla finanziaria: i prezzi delle azioni nell’ultimo anno sono cresciuti moltissimo, senza particolari ragioni collegate ai risultati delle aziende. Il grafico dell’Economist qui sotto rende bene l’idea di quanto il mercato finanziario nell’anno scorso si sia distanziato dall’andamento del PIL cinese, quella che viene definita spesso come “economia reale” (GDP è il PIL in inglese). Schermata 2015-06-29 alle 6.27.55 PM   Gran parte della crescita della borsa di Shanghai è stata trainata da ChiNext, l’indice che raccoglie le maggiori società tecnologiche della Cina: il corrispettivo di quello che è il NASDAQ per la borsa statunitense. Secondo molti analisti quello che sta avvenendo nel mercato finanziario cinese è molto simile alla bolla dei titoli “dotcom” del 1999, la cosiddetta “bolla della new economy”: una crisi finanziaria generata da un eccessivo entusiasmo per le nuove aziende digitali statunitensi. Cosa ha fatto la Cina Le autorità cinesi hanno fatto di tutto per evitare che si diffondesse il panico e che il valore delle azioni continuasse a scendere, apparentemente senza molto successo: sono state vietate le IPO, le quotazioni in borsa di nuove aziende; sono stati autorizzati nuovi metodi di indebitamento per permettere agli investitori di avere maggiore liquidità da immettere nel mercato finanziario; quando la situazione si è fatta molto grave, nell’ultima settimana, sono state sospese le contrattazioni di moltissimi titoli; oggi non è possibile comprare o vendere circa il 70 per cento delle azioni sulla borsa di Shanghai. Come spesso accade, quando le autorità finanziarie dicono di non spaventarsi succede proprio che gli investitori si spaventino…..-. http://www.ilpost.it/2015/07/08/bolla-finanziaria-cinese/

Finanza, un trilione di dollari che soffoca l’economia reale

trilionLa più sintetica fotografia del nostro tempo difficile è nel rapporto tra due numeri, nella cui gigantesca differenza si annidano gran parte dei pericoli che ci minacciano.  l primo è 75 bilioni di dollari, 75 mila miliardi, l’ammontare del prodotto lordo mondiale nel 2013. Il secondo è 993 bilioni di dollari, 993 mila miliardi, l’ammontare delle attività finanziarie globali alla fine dello scorso anno. Oggi ambedue i numeri sono già più alti, e quando nei prossimi mesi avremo i dati del 2014 dovremo cominciare a familiarizzarci con un nuovo termine: trilione, fino ad oggi utilizzato solo dagli informatici per contare i bit della capacità di calcolo e dagli astronomi per misurare la distanza tra le stelle. Dal 2015 lo useremo anche in economia per dare un nome a quella inquietante montagna di attività finanziarie che avrà superato il picco del milione di miliardi, un trilione appunto. Il primo motivo per il quale quella montagna ci inquieta, oltre alla sua dimensione, è la dinamica: in dieci anni il prodotto lordo mondiale è raddoppiato mentre il volume delle attività finanziarie è triplicato. Il secondo motivo è la struttura di quella montagna: di quei 993 mila miliardi di dollari solo 283 mila sono finanza primaria, ovvero azioni, obbligazioni e attivi bancari; tutto il resto, 710 mila miliardi di dollari, sono invece prodotti derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, dei quali solo una piccola quota è legata a transazioni che hanno a che fare con l’economia reale.

Il grosso sono scommesse: sui tassi di interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie prime, sull’andamento degli indici azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese. All’interno di quei 710 mila miliardi si annidano, secondo le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali, rischi massimi pari a circa 19 mila miliardi, una cifra superiore al prodotto interno lordo degli Stati Uniti. I derivati inoltre, il grosso di quella montagna, sono la parte che negli ultimi dieci anni è cresciuta più rapidamente surclassando la finanza primaria, il cui rapporto con il pil si è mantenuto sostanzialmente stabile intorno a un multiplo di quattro, mentre i derivati sono passati da cinque a dieci volte il pil.

La finanza non è un nemico dell’economia, è anzi fondamentale per la sua crescita, e non lo è neanche l’innovazione finanziaria in sé. Il problema è che la finanza è diventata un competitore dell’economia reale nell’attrazione delle risorse, un potentissimo elemento di distorsione dei processi e delle politiche, un ancora più potente fattore di instabilità i cui rischi sono amplificati dalla velocissima mobilità dei capitali e dalla volatilità delle scelte, oltre che dalla dimensione delle risorse in gioco. ….

Il problema della competizione tra la finanza e l’economia reale non si porrebbe se negli ultimi quindici anni non si fosse sviluppata impetuosamente quella che potremmo definire “finanza sintetica” o “finanza di carta”, che cioè vive di vita propria e assorbe risorse senza trasferirle all’economia reale e quindi alla crescita. C’è molto rischio in questo tipo di finanza, ma ci sono anche guadagni colossali e assai poche tasse (spesso nessuna), il che la rende assai attraente per i capitali in cerca di opportunità. E’ la ragione per cui il Fondo Monetario (….) segnala come primo fattore di instabilità lo squilibrio tra gli investimenti finanziari e gli investimenti reali e indica nella costruzione di nuovo equilibrio la ricetta necessaria per avere un futuro più tranquillo. Il Fondo non avrebbe nessun bisogno di segnalare questo squilibrio se la finanza fosse al servizio dell’economia reale, perché l’investimento finanziario (e il rischio connesso) sarebbero collegati all’investimento (e al rischio) economico. Se lo segnala è perché quel collegamento non più così forte anzi è diventato assai debole, tanto da porre un problema ulteriore, quello della efficacia delle politiche monetarie e del rischio della loro distorsione. E’ il problema che cerca di affrontare la Bce per esempio con la recente asta di crediti alle banche finalizzati all’economia reale, e che presto potrebbe fare un ulteriore passo con l’acquisto di “asset baked securities” (abs). Le politiche monetarie espansive adottate dalle banche centrali per contrastare la crisi delle economie infatti hanno avuto una efficacia limitata (o annullata) dal fatto che i miliardi immessi nel sistema non sono andati a finanziare investimenti delle imprese e consumi delle famiglie ma soprattutto operazioni finanziarie. Che notoriamente non aumentano l’occupazione, non si trasformano in pil e neanche in gettito fiscale aggiuntivo per le esauste casse degli stati. Di qui il paradosso che la politica monetaria per raggiungere i suoi obiettivi deve oggi ricorrere a strumenti non convenzionali: come la finanza ha sempre innovato per trovare il modo di aggirare i vincoli posti dalle banche centrali, ora sono le banche centrali a dover innovare per trovare il modo di aggirare le sabbie mobili della finanza. Ma, come ci ricorda Draghi a ogni piè sospinto, la politica monetaria – anche se come tutti (salvo la Germania) speriamo, riuscirà ad essere innovativa ed efficace – non basta. L’economia reale deve trovare in se stessa la capacità di competere con la finanza per attrarre risorse, cioè investimenti. …..

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/10/27/news/finanza_un_trilione_di_dollari_che_soffoca_leconomia_reale-99097465/

 

Il pericolo dell’infarto finanziario

images6QNSJUJ0Meno 4,4 per cento; meno 1,21 per cento; più 3,42 per cento. Queste cifre mostrano la variazione del Ftse Mib, il principale indice della Borsa di Milano nelle ultime tre sedute della settimana scorsa e ripetono, un poco amplificati, gli andamenti delle Borse di tutto il mondo. Variazioni di queste dimensioni, per di più senza una direzione precisa, escono dai limiti della normalità, soprattutto se si tien conto che, in questi giorni, nell’economia reale non è cambiato pressoché nulla, con l’Europa sull’orlo di una recessione – che potrebbe anche non arrivare o essere molto lieve – e gli Stati Uniti impegnati in una ripresa non del tutto convincente (nella prima metà dell’anno la crescita americana è risultata di poco superiore all’1 per cento, meno dell’aumento della popolazione).

Siamo quindi di fronte a una fibrillazione dei mercati. Potrebbe derivarne un infarto? Perché? Perché proprio ora? Il pericolo di un infarto finanziario deriva dal fatto che la trasparenza e la regolazione dei grandi mercati mondiali non hanno compiuto molti passi avanti dal 2007-08 anche se non c’è oggi una specifica categoria di titoli  a rischio, come erano allora i famigerati americani mutui «subprime». Una parte importante della risposta va cercata nella politica mondiale. Inforcando le lenti della politica occorre guardare al paese che vanta il maggior mercato finanziario globale nonché (ancora per poco, ossia finché non sarà superato dalla Cina, probabilmente nel 2015) il maggior sistema economico del pianeta. 

Naturalmente stiamo parlando degli Stati Uniti dove ogni due anni viene rinnovata gran parte del Congresso. Tra una ventina di giorni, e precisamente il 4 novembre, si terranno negli Stati Uniti le cosiddette «elezioni di metà mandato» ed esiste la possibilità che i democratici del presidente Obama si trovino in minoranza sia al Senato (che attualmente controllano) sia alla Camera dei Rappresentati, dove già oggi sono in netta minoranza.

Se così fosse, Obama diventerebbe ciò che nel gergo politico di quel paese si chiama un’«anatra zoppa», non più in grado di perseguire efficacemente alcuna vera azione politica né interna né internazionale senza il «permesso» dei suoi oppositori repubblicani. La prossimità delle elezioni sta inoltre frenando il possibile intervento militare americano in Siria-Iraq soprattutto perché gli elettori americani sono stanchi di guerre. Ai curdi che difendono accanitamente la città di Kobane arrivano soprattutto le armi mandate dagli alleati europei degli Stati Uniti e l’aiuto di un numero non elevato di incursioni di aerei americani.

Nei prossimi venti giorni, l’incertezza sui risultati elettorali americani potrebbe incidere negativamente sui listini, così come potrebbe avere un impatto negativo una sconfitta dei democratici di Obama proprio per la paralisi governativa che ne deriverebbe. Un possibile vuoto di politica economica potrebbe riguardare anche l’Unione Europea, dove la nuova Commissione muoverà in novembre i suoi primi passi, necessariamente incerti. Non va però trascurata la politica estera.  

Il vuoto politico si aggiunge così al vuoto economico, la politica contribuisce, e non poco, a bloccare l’economia. E questo non solo – o non tanto – in Italia dove il processo di approvazione della «manovra» non ha la rapidità auspicata dal presidente del Consiglio, ma comunque procede molto più celermente che in passato; ma anche, e soprattutto, a livello mondiale. Alle Borse non rimane altro che guardare alle relazioni trimestrali delle imprese e alle previsioni di crescita dei diversi settori e quel che vi possono scorgere non è precisamente entusiasmante: a livello mondiale, sono dati molto variegati mentre la Fed parla di crescita complessivamente «moderata» o «modesta». E Janet Yellen, da pochi mesi a capo della Fed, sottolinea la crescente diseguaglianza della ricchezza e dei redditi negli Stati Uniti come motivo di preoccupazione perché costituisce un blocco alla ripresa. 

Ai pazienti a rischio d’infarto i medici prescrivono spesso una serie di pillole e suggeriscono di cambiare stile di vita. Alle economie ricche (e ai ricchi mercati finanziari) a rischio d’infarto è necessario proporre qualche pillola di nuova liquidità e un cambiamento di politica economica che introduca qualche modificazione nella distribuzione dei redditi in modo da incoraggiare, quanto meno nel breve periodo, un certo rilancio dei consumi interni. Spesso il malato non segue i buoni consigli e la Signora Merkel non ha, nelle ultime settimane, dato prova di quel pragmatismo, di quel «buon senso» del quale l’Europa e l’intera economia mondiale hanno disperatamente bisogno. C’è da sperare che l’aria di Milano, dove si è svolto un inedito incontro Europa-Asia la convinca (e convinca i suoi ministri economici) che economia e ragioneria sono due discipline diverse e che la politica economica non si fa contando i decimali di – eventuale – sforamento del tre per cento del rapporto deficit/prodotto lordo.

M.Deaglio

http://www.lastampa.it/2014/10/19/cultura/opinioni/editoriali/il-pericolo-dellinfarto-finanziario-h6HHfwmrvDIKhrocphK1oM/pagina.html

Insider trading e ragazzi flash

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La tecnologia, l’high frequency trading , sarà pure nuova ma il vizio, l’insider trading, è stravecchio.

Il primo caso ante litteram di cui si abbia notizia sfruttò qualche ora di vantaggio. Correva l’anno 1813: il 19 ottobre Napoleone veniva sconfitto nella battaglia di Lipsia. Grazie a dei piccioni viaggiatori affidati all’attendente del principe Guglielmo d’Assia, che era il loro migliore cliente, i Rothschild riuscirono a conoscere l’esito della battaglia prima dell’arrivo ufficiale dell’informazione a Francoforte. Investirono i soldi degli Assia (e i propri) e guadagnarono una fortuna. Oggi algoritmi e reti ultra broadband hanno preso il posto dei piccioni trasformando quelle ore in frazioni di secondo. Attimi impercettibili anche per il miglior Patek Philippe che secondo l’Fbi sono stati sfruttati per manipolare il mercato di Wall Street. Nella sostanza gli high frequency trader sono delle società specializzate che utilizzano i supercomputer per acquistare e vendere in automatico grossi pacchetti azionari dopo aver setacciato in poche frazioni di secondo i report sui mercati. La pratica è sotto esame da tempo e il procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, ha già affermato che l’high-frequency trading offre a queste società dei vantaggi illeciti. Ma ora il Federal Bureau of Investigation ha fatto un ulteriore passo in avanti muovendo l’accusa di insider trading. Sotto la lente c’è anche il vizio di immettere grossi ordini di acquisto seguiti in centesimi di secondo da grossi ordini di vendita: con i comandi «immediate or cancel» sembra che il mercato si muova ma l’apparenza inganna e solo l’1% di questi ordini si conclude con una vera transazione. ….

Secondo un report della Consob che riporta però un monitoraggio del 2010, l’ultimo disponibile, la quota di transazioni che a Piazza Affari vengono concluse con la stessa tecnica sono pari al 20%: una su cinque. Ed è probabile che nel frattempo il fenomeno sia cresciuto. D’altra parte le transazioni dipendono sempre di più dalle infrastrutture tecnologiche e dalla velocità di accesso: quando Piazza Affari venne acquistata dal London Stock Exchange i server che processavano le transazioni italiane vennero portati in Gran Bretagna. Ma dopo le proteste si decise di tornare indietro per evitare che gli investitori italiani potessero subire degli svantaggi di pochi attimi a causa della strada che il dato doveva compiere da Milano a Londra e ritorno: oggi i server sono in una località segreta della Lombardia.

http://iusletter.com/wall-street-affronta-i-ragazzi-flash-battaglia-dei-secondi-per-speculare/

Cos’è l’insider trading

L’espressione è oramai entrata anche nel lessico dei penalisti italiani. Indica il reato di abuso di informazioni privilegiate, ossia lo sfruttamento di notizie non ancora pubbliche, concernenti, direttamente o indirettamente, uno o più emittenti di strumenti finanziari o uno o più strumenti finanziari, quando tali notizie, se rese pubbliche, avrebbero potuto influire in modo sensibile sul mercato finanziario.
L’illiceità del fatto trae origine dalla circostanza che l’autore di questo reato possiede le informazioni di mercato in ragione di speciali situazioni soggettive, tassativamente elencate dalla legge, come la qualità di membro di organi di amministrazione, direzione o controllo dell’emittente, la partecipazione al capitale dell’emittente o l’esercizio di un’attività lavorativa, di una professione, di una funzione, anche pubblica, o di un ufficio

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/100-parole/Diritto/I/Insider-trading.shtml?uuid=060592fe-58b8-11dd-9534-b5e47a9a4888&DocRulesView=Libero

Una vittoria dell’educazione finanziaria

John Templeton, grande finanziere e figura sacra dell’industria americana del risparmio gestito, aveva una risposta molto efficace per chi gli chiedeva di tracciare il futuro della Borsa: «L’investitore che ha tutte le risposte, non ha capito la domanda». Ebbene, almeno a giudicare dall’andamento dei mercati, i cui indici sono globalmente in zone record, gli investitori della generazione post-Lehman sembrano aver maturato per proprio conto tutte le risposte alle domande che assillano da mesi i professionisti della finanza: mentre le banche e le assicurazioni continuano a reagire d’istinto alle variabili macroeconomiche, finanziarie e geopolitiche che da quasi un decennio hanno reso le Borse un campo minato, gli investitori individuali, risparmiatori e famiglie, hanno cominciato a muoversi sul mercato in modo più ordinato, non più isterico, sicuramente più ragionato che impulsivo. In parole povere, sembra quasi che l’esercito dei «Bot People» si stia evolvendo in un’armata organizzata, forte abbastanza da costringere i generali della finanza a brusche sterzate nelle strategie di investimento.

I primi segnali di questa tendenza, a cui molti già riconoscono un ruolo nell’attuale performance dei mercati, sono emersi durante la crisi dei titoli di Stato: vuoi per patriottismo vuoi per opportunismo, gli investitori individuali hanno comprato Bonos e BTp proprio mentre le grandi istituzioni finanziarie vendevano i propri titoli in portafoglio. In quel primo round, la vittoria è andata ai risparmiatori: grazie alla ripresa dei prezzi avviata nel 2013, i bond periferici dell’eurozona stanno ora garantendo un buon guadagno a chi non si è fatto spaventare dalle analisi catastrofiche dei «grandi analisti» sulle prospettive dell’euro e sul futuro dell’Unione…..

Dopo i salvataggi bancari e gli interventi d’urgenza a protezione degli Stati, nessuno crede più ai vecchi dogmi dei mercati: le crisi sono diventate passeggere, i default degli Stati ipotesi remote. Conseguenza: nessuno vuole più vendere sull’onda della paura.  C’è logica in tutto ciò? E soprattutto: esiste il rischio che i titoli e le Borse siano stati gonfiati troppo dalla fiducia di grandi e piccoli investitori? Nessuno ha la sfera magica e il rischio è una variabile sempre presente sui mercati: così come salgono, i titoli possono scendere all’improvviso……

Anni fa, queste cifre, dati e valutazioni restavano confinate nell’ambito dei professionisti. Oggi sono alla portata di qualsiasi investitore, che può così scegliere con più elementi di valutazione il modo di impiegare il denaro. È la prima vittoria dell’educazione finanziaria. Non sarà quotata in Borsa, ma non c’è dubbio che l’informazione vale sempre più di una commodity.
di Alessandro Plateroti – Il Sole 24 Ore

http://www.ilsole24ore.com/art//2014-02-19/volti-nuovi-corsa-borse-064134.shtml?uuid=ABzM0Xx

Una nuova filosofia per l’ iPhone

iphone00[1] Apple stravolge se stessa: si converte al low cost, per inseguire i  nuovi mercati nei paesi emergenti, corteggiare un miliardo di potenziali  consumatori cinesi e indiani dei suoi prodotti. Per Steve Jobs sarebbe  stato un controsenso, quasi un insulto nei confronti della sua filosofia  personale.
La sua filosofia era un misto di zen, sofisticata eleganza, perfezionismo. Nulla che evochi la parola lowcost. Ma i tempi cambiano a una rapidità spaventosa. Qui nella Silicon Valley la “distruzione creatrice” è il Dna di un capitalismo in costante rivoluzione, sforna ondate di innovazioni tecnologiche e divora le sue stesse creature. Chi si ferma è perduto, la Silicon Valley è un vivaio di start-up ma è anche un cimitero di dinosauri, colossi che appena qualche decennio fa sembravano dominare l’industria hi-tech (Hewlett-Packard, Yahoo), oggi sono al massimo dei comprimari…..
L’iPhone 6 aspetterà per far posto alla presentazione di un’altra novità, quasi agli antipodi: il primo iPhone lowcost, per l’appunto. Un oggetto da 300 dollari al massimo, forse disponibile in versioni sotto i 200 dollari. Con un “guscio” di policarbonato e materie plastiche in sostituzione del vetro e alluminio (più costosi) usati finora. Un gadget funzionale, pratico, fatto per durare, ma decisamente meno “glamour” di tutto ciò che Apple ha sfornato finora per una generazione di appassionati.
Il primo smartphone low cost progettato nel quartiere generale di Cupertino (45 miglia a sud di San Francisco sulla Highway 101), dovrà partire all’assalto di un mercato stimato a 135 miliardi di dollari di vendite nel 2013. È il mercato che finora Apple aveva snobbato: quello dei ceti medio-bassi, dei consumatori attenti al budget. Jobs aveva sempre curato la fascia alta, puntando su un’immagine preziosa, esclusiva, raffinata.  La sua era una strategia perfettamente razionale che tuttora dà all’azienda una marcia in più in termini di profitti: nell’ultima relazione di bilancio il margine di profitto è del 38,6%, un livello irraggiungibile per i suoi concorrenti che lavorano sul mercato “di massa”, come Samsung. Ma anche lo smartphone forse è condannato a seguire la parabola che ha segnato la storia di altri prodotti elettronici e digitali, dal personal computer in poi: diventare delle “commodities”, prodotti su larga scala, a prezzi decrescenti, con margini di profitto risicati dalla competizione. E poi il chief executive che ha ereditato la poltrona di Jobs, Tim Cook, sta per conquistare un mercato che era sempre sfuggito al fondatore: sembra imminente l’accordo di distribuzione con China Mobile, primo operatore di telefonia mobile della Repubblica Popolare, che porterebbe in dote i suoi 600 milioni di abbonati. C’è di che giustificare una svolta strategica, il quasi-rinnegamento della filosofia di Jobs.
E lanciarsi nel mercato lowcost che finora Apple a lasciato ai suoi inseguitori, Samsung in testa. Nel mondo intero Apple deve fronteggiare questa realtà nuova: il tipico utente dei suoi prodotti, la fascia alta dei consumatori, è ormai quasi satura e si avvia a diventare un mercato di sola sostituzione. Viceversa dove le vendite aumentano a ritmi più sostenuti è in quei ceti medio-bassi dei paesi emergenti che sono acquirenti di prima generazione, stanno scegliendo il loro primo smartphone, e non possono permettersi prodotti da 650 dollari come l’iPhone 5.
I mercati finanziari, e gli azionisti, segnalano da tempo che Apple deve imboccare nuove strade. All’inizio di questo mese si è vista una vera e propria fuga di capitali: via da Apple, dirottati verso la sua rivale Google. Apple ha toccato il livello minimo degli ultimi 12 mesi in Borsa proprio mentre Google saliva al suo massimo storico. La ragione: Apple ha perso il vigore “rivoluzionario” di una volta, mentre Google la incalza con il suo software Android adottato da Samsung e altri produttori di smartphone a basso prezzo. ….

In realtà quel mercato non è più lo stesso di quando fu “creato” (almeno in parte) da Steve Jobs. L’irruzione di una gigantesca middle class, in Asia Africa e America latina, cambia le regole del gioco. Gli smartphone di Apple sono in media più cari del 133% di tutti i concorrenti. È il settore lowcost quello dove si vendono già oggi il 60% dei telefonini intelligenti, 540 milioni di unità al prezzo medio di 250 dollari l’uno. Poter triplicare la quota di mercato in Cina, è un’attrazione che merita di rinnegare la filosofia elitaria di Jobs. …

http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/03/11/news/tutto_pronto_per_l_iphone_low_cost_scocca_in_plastica_e_prezzo_da_300_dollari-54291902/

(11 marzo 2013)

Corte costituzionale tedesca: sì al Fondo salva Stati…

La Corte costituzionale tedesca dice sì all’Esm («European Stability  Mechanism»), il fondo salva Stati europeo. Si tratta però di un via libera condizionato: il contributo della Germania sarà limitato a 190 miliardi e qualsiasi eventuale aumento dovrà essere sottoposto al parere positivo del Parlamento.  Bundestag e Bundestrat (ovvero, il Parlamento federale tedesco e  il Consiglio federale) devono essere pienamente informati di tutte le discussioni..

Il via libera della Corte tedesca era cruciale per potenziare gli strumenti per combattere la crisi della zona euro e un requisito chiave per attivare il nuovo piano di acquisti di bond della Banca centrale europea e contenere i costi di rifinanziamento dei Paesi più vulnerabili…..

http://www.corriere.it/economia/12_settembre_12/fondo-stabilizzazione-europeo-corte-costituzionale-tedesca-decisione_3d4c3fb8-fc99-11e1-8750-e7d636bddd26.shtml

Lo European Stability Mechanism è il nuovo meccanismo permanente di stabilizzazione finanziaria dell’Europa, costituito attraverso un accordo tra i 17 paesi membri della zona euro. L’organizzazione intergovernativa ESM avrebbe il compito di finanziare i paesi in difficoltà attraverso prestiti. La sua disponibilità iniziale dovrebbe essere di 700 miliardi di euro (di cui 500 prestabili). Gli Stati membri dell’organizzazione dovranno versare una quota, detta di partecipazione, proporzionata a quella posseduta presso la Bce, che per l’Italia ammonterebbe a circa 125 miliardi di euro. Il fondo, inoltre, avrebbe la possibilità di comprare titoli di Stato sul mercato primario e su quello secondario

Come funziona il Fondo salva Stati

http://www.repubblica.it/economia/2012/09/12/news/scheda_corte_tedesca_esn-42397697/?ref=HREC1-1