La Cina taglia i dazi per tenere testa agli Usa

La drastica riduzione dei dazi sulle importazioni di 187 prodotti (numerosi quelli italiani) decisa ieri dalla Cina prova che la linea dura della Casa Bianca con Pechino sul free trade funziona? Donald Trump ne è certamente convinto, ma le cose non stanno così, se non in minima parte. Il mondo è complicato e anche le grandi scelte economiche della potenza asiatica hanno motivazioni complesse. Xi Jinping ha voluto certamente dare un segnale di disponibilità agli Usa e anche alla Ue, impegnata in negoziati infiniti con la Cina sulle barriere commerciali. Ma la sostanza è un’altra: l’abbattimento dei dazi, il secondo in due anni, è soprattutto una mossa rivolta all’interno che ha l’obiettivo di accelerare la trasformazione di un sistema fin qui sostenuto dall’export e da massicci investimenti in infrastrutture in un’economia basata soprattutto sulla crescita dei consumi interni.

Che si tratta di questo è evidente già dall’elenco delle merci su cui i dazi verranno ridotti dal 17 al 7 per cento (e in qualche raro caso addirittura azzerati): niente prodotti tecnologici, macchinari, beni d’investimento. Solo normalissimi beni di consumo — dai pannolini al latte in polvere, passando per le bevande alcoliche e i profumi — che il ceto medio asiatico ormai benestante e affamato di merci occidentali (soprattutto dopo gli scandali che hanno messo in dubbio la qualità e la sicurezza di alcuni prodotti cinesi) va sempre più spesso ad acquistare fuori dai confini nazionali. Meglio, allora, spingere i cittadini a comprare questi prodotti in patria: il margine che spetta alla distribuzione commerciale resterà in Cina e si ridurranno le spese per viaggi all’estero.

Certo, tutto questo ha anche un significato a livello di relazioni internazionali, ma sarebbe miope ridurlo a una sorta di inchino cinese davanti ai pugni battuti sul tavolo da Trump. Dopo il recente viaggio asiatico del presidente molti organi d’informazione e anche i servizi Usa di intelligence hanno sottolineato come, capita la vulnerabilità psicologica di un leader così narcisista, i leader da lui incontrati abbiano tentato di compiacerlo con elogi e concessioni formali. Più che un inchino, quindi, l’apertura sui dazi (come la possibilità di controllare fondi d’investimenti e altre attività finanziarie concessa alle imprese straniere pochi giorni fa, durante il viaggio di Trump) è un altro passo sulla via della trasformazione della Cina in una superpotenza politica, oltre che economica.

Non più la fabbrica del mondo che non raggiunge, però, l’eccellenza tecnologica, un’economia emergente retta da un regime autoritario, ma un Paese che, grazie anche alla crisi d’identità dell’America trumpiana, tende ad acquistare un ruolo centrale in varie aree: l’impegno per la tutela ambientale e lo sviluppo delle energie rinnovabili (Pechino protagonista dopo il sostanziale ritiro di Washington), la sfida agli Stati Uniti per la leadership nell’intelligenza artificiale, la tecnologia del futuro, strategica anche sul piano militare. E poi, ancora, questo stesso, forte sviluppo dei consumi interni destinato a rendere quello cinese un mercato irrinunciabile per le imprese di tutto il mondo e perfino l’impegno per la riduzione delle diseguaglianze economiche tra i cittadini: è lo slogan sbandierato da Xi Jinping al recente congresso del Partito comunista cinese che lo ha visto uscire da trionfatore. Ma non sono solo parole: i dati della Banca mondiale e dell’Ocse mostrano che in Cina le diseguaglianze, divenute estreme in 30 anni di rapido sviluppo economico, ora si stanno riducendo soprattutto grazie a un’industrializzazione che, dopo le città costiere, sta ora investendo le aree interne del Paese, le più povere.

La Cina vera superpotenza in grado di tenere testa agli Stati Uniti resterà ancora a lungo un sogno per la leadership di Pechino che deve occuparsi prima di tutto di evitare il collasso di un’economia surriscaldata dall’eccesso d’investimenti alimentati dai prestiti facili delle banche e gravata da un enorme debito pubblico (il 260 per cento del Pil, il doppio di quello italiano).Ma il taglio dei dazi e il sostegno ai consumi interni servono proprio a tentare di riequilibrare questa situazione e a dare credibilità allo yuan come valuta alternativa a dollaro ed euro. Offrendo al tempo stesso agli altri Paesi emergenti del mondo il modello di una tecnocrazia illiberale ma efficiente (le misure annunciate ieri entreranno in vigore tra pochi giorni) contrapposto a quello di liberaldemocrazie occidentali tutte scosse in misura più o meno rilevante da crisi di governabilità e da perdite di credibilità.

Massimo Gaggi

Corriere della Sera, 24 novembre 2017

http://www.corriere.it/opinioni/17_novembre_25/cina-taglia-dazi-tenere-testa-usa-a9f1bb60-d156-11e7-a924-c9d9ad888b7b.shtml

Il lusso nei Brics

Entro cinque anni i nuovi pesi massimi della crescita globale  rappresentaranno l’11% del mercato del lusso. Lo rivela uno  studio di Euromonitor International, presentato a Singapore, che  ricorda come Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica nel 2007  non arrivavano al 4% del settore. Il consumo di lusso nei Brics  è un dato importante. In un’economia globale in recessione,  i generi di fascia alta crescono del 4% e fatturano 302 miliardi  di dollari all’anno. Le economie degli emergenti, nonostante la  crisi, continuano a mostrarsi più forti di quelle dei Paesi  sviluppati. Negli ultimi mesi però la salute dei Brics  mostra segnali di deterioramento simili a quella dei  «sicks», ossia dei sistemi malati di Usa e Ue. Il  crollo dei consumi in Stati Uniti e Unione europea frena la  crescita nelle nazioni produttrici di merci ed energia, dove  emergono difficoltà comuni. L’Occidente è affondato da  disoccupazione, debiti e recessione. I Brics, perso lo scudo  della crescita a doppia cifra, scoprono la corruzione del potere,  la disparità tra ricchi e poveri, la chiusura delle  industrie e una frenata che genera centinaia di milioni di  disoccupati. Rabbia e disillusione popolari sono il filo rosso  che unisce oggi le locomotive della crescita e l’instabilità  politica rende nervosi mercati e investitori. Nel 2012, per la  prima volta nel nuovo millennio, il Pil cinese crescerà meno  dell’8%. I salari degli operai però aumentano rapidamente e  il calo delle esportazioni verso l’Occidente rende la Cina meno  competitiva. Se Pechino è in difficoltà, i debiti  sovrani di Usa e Ue possono contare su meno clienti e  l’incertezza globale cresce. Il Brasile sconta i primi effetti.  Nel 2010 è cresciuto del 7,5%, quest’anno difficilmente  supererà il 2%. Senza Olimpiadi e Mondiali di calcio sarebbe  già in stagnazione. Soffre anche l’India, che fino a pochi  mesi fa veniva descritta come la prossima Cina. Prima della crisi  cresceva del 9%, oggi supera appena il 5%. Il più devastante  black-out della storia ha ricordato al mondo l’arretratezza delle  sue infrastrutture. I leader politici promettono riforme, ma la  fiducia di indiani e investitori stranieri è intaccata. Con  Cina, India e Brasile in frenata, soffre anche il grande  serbatoio energetico estraneo alle instabilità del Medio  Oriente. La Russia di Putin sembra essersi salvata da  un’implosione del potere di stile sovietico. Gli Usa annunciano  però un’altra rivoluzione, quella del gas di scisto. Unita  al calo della domanda energetica in Europa, per Mosca si rivela  devastante. Il prezzo del gas siberiano scende e la banca  centrale russa prevede una recessione entro il 2015. Non si salva  così nemmeno il Sudafrica, fondato sull’estrazione  mineraria. Come gli operai cinesi, anche i minatori sudafricani  rivendicano maggiori diritti e stipendi più alti e nel Paese  dilagano gli scioperi. Nel 2012, mentre vacilla la leadership  zulu del presidente Zuma, la crescita sarà ridotta ad un  quarto, non arrivando al 3%. Il contagio dei Brics apre  prospettive globali diverse, rispetto alla malattia di Usa e Ue.  Qui la crisi è un fatto economico che non mette in  discussione la democrazia. Nelle autocrazie emergenti, il  rallentamento investe invece la stabilità dei sistemi  politici. E’ la ragione per cui da mesi i mercati finanziari dei  Brics soffrono più di quelli delle vecchie potenze e segno  meno. Le profezie miracolistiche di ieri hanno peccato  d’ottimismo, ma anche cedere alla disperazione oggi sarebbe un  errore. I cinque emergenti, per un decennio, continueranno a  correre più veloce degli altri. Andranno più lenti, ma  la migrazione della ricchezza dalle casseforti storiche  dell’Ovest è destinato a restare il fattore più  decisivo della contemporaneità.© RIPRODUZIONE  RISERVATA

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