Adulti sempre più tardi

Fermate il mondo, non voglio crescere”. Gli adolescenti di oggi, rispetto a quelli degli scorsi decenni, ritardano sempre di più le esperienze dal sapore più adulto, come avere un partner, lavorare, provare l’alcol, guidare l’auto dei genitori. Lo dice uno studio che, analizzando lungo il corso degli ultimi 40 anni la propensione di 8,4 milioni di adolescenti americani (età 13-19) alle attività più “da grandi”, ha trovato che le eleganti etichette “millennial” (con cui si indicano i nati tra 1980 e 1994) e “iGeneration” (1995-2012) sono sovrapponibili al più nostrano “bamboccione”.

“I diciottenni di oggi sono come i quindicenni di ieri. E i venticinquenni di oggi sono come i diciottenni di un tempo” spiega l’autrice dello studio Jean Twenge, docente di psicologia alla San Diego State University, che sul tema ha scritto anche un saggio appena uscito: iGen: why today’s super- connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy – and completely unprepared for adulthood (Atria Books).

“A partire dal 2000 si assiste un crollo continuo nel numero di adolescenti che fanno cose considerate un allenamento a entrare nella vita adulta. Intorno al 2010 i 17-18enni uscivano per appuntamenti romantici meno di quanto facessero i 15-16enni negli anni 90. E mentre intorno al 1991 il 54% dei diciassettenni aveva già avuto esperienze sessuali, nel 2015 questa percentuale è scesa al 41%”. Una tendenza simile, nota lo studio, per il primo contatto con l’alcol: dal 1993 al 2016 la percentuale di 13-14enni che hanno fatto quest’esperienza è scesa del 59%.

Una riluttanza che, nello studio pubblicato su Child Development, risulta essere trasversale a tutti i sessi e le etnie statunitensi. “Abbiamo considerato alcune ipotesi come l’effetto di Internet: se oggi si passano online più ore di un tempo, è chiaro che restano meno ore per uscire o fare lavoretti” risponde Twenge. “Ma il web non può essere la sola spiegazione, perché vediamo questo trend iniziare anche da prima del boom dell’Internet di massa “. L’interpretazione più convincente, per gli autori dello studio, è la teoria life- history, secondo cui chi vive in un ambiente agiato ha meno fretta di crescere rispetto a chi passa l’adolescenza tra rinunce e ristrettezze. Quando il futuro è incerto e le risorse sono scarse, gli esseri umani avrebbero infatti un forte incentivo a bruciare le tappe verso la maturità sessuale, così da aumentare le proprie chance di riprodursi nonostante le avversità. Chi è protetto da un contesto familiare più confortevole, invece, può indugiare più a lungo nel parco giochi dell’adolescenza.

“Dal 2000 in poi i figli hanno avuto più agi. Rispetto agli anni 70 è aumentato il reddito delle famiglie e si è ridotta la loro dimensione” osserva Twenge. “Così i bambini hanno iniziato a sentire come meno pressanti le urgenze dettate da un orologio biologico formatosi in tempi più primitivi “. Che ora è messo a tacere anche dallo smartphone: “Negli ultimi anni vediamo un’accelerazione del fenomeno: comunicando di più tramite quel mezzo, i teenager sentono meno bisogno di uscire e ritrovarsi fisicamente”.

Giuliano Aluffi, Repubblica 21 settembre 2017

 

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/21/news/adulti_sempre_piu_tardi_i_diciottenni_di_oggi_inesperti_come_i_quindicenni_del_76_-176076306/

Senza i consumi dei Millennials non ci sarà ripresa

millllllSi cambia cavallo. Nei dati sui conti economici trimestrali diffusi dall’Istat lo scorso 31 maggio c’è la conferma che a spingere la ripresa dell’economia italiana sono oggi i consumi più che le esportazioni. Nel primo trimestre il contributo alla crescita offerto dalla domanda estera netta – la differenza tra export e import – è stato negativo. Gli investimenti sono rimasti al palo. L’apporto positivo di consumi e scorte ha permesso al Pil di segnare un incremento trimestre su trimestre che conferma la proiezione di una crescita annua dell’ordine di un punto percentuale. L’indebolimento delle esportazioni nette non sorprende. Il commercio mondiale rallenta e le prospettive delle grandi economie extra-europee rimangono relativamente incerte. Il passaggio della barra della ripresa nelle mani dei “driver” domestici rimane, però, altrettanto esposto a rischi che meritano attenzione, a breve come a medio termine.

Due i fattori chiave: i redditi e la demografia. I consumi dipendono dal reddito e dalla propensione a spendere. Per la prima volta dal 2008, nel 2015 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato a crescere di quasi un punto percentuale. Merito della fine del calo dell’occupazione e dei segnali di recupero che ad aprile 2016 portano l’aumento degli occupati a colmare metà della caduta di 1,1 milioni realizzata tra il 2008 e il 2013. A rimettere in moto i consumi è servito tutto, dagli sgravi contributivi alle nuove regole del mercato del lavoro agli 80 euro. Ugualmente, a tonificare il potere d’acquisto delle famiglie contribuisce il lato buono dell’inflazione zero, con le rate dei mutui che diventano più lievi e il pieno di carburante che costa meno di uno o due anni fa. Meno sfiduciati che in passato, gli italiani tornano a spendere, soprattutto nell’acquisto di beni durevoli che nei dati del primo trimestre aumentano di ben sei punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2015. È l’auto la regina della ripresina dei consumi, con le immatricolazioni di nuovi veicoli che continuano a marcare incrementi annui a due cifre. Dopo anni di freno a mano tirato, i consumi ripartono mettendo la prima. Il punto è creare le condizioni perché la marcia prosegua, magari salendo di rapporto. L’approvazione dei target italiani di finanza pubblica per il 2016 da parte della Commissione Europea garantisce un sostegno importante, ancorché misurato, al consolidamento della ripresa dei redditi e dei consumi. Questo nell’orizzonte dell’anno. Ma, oltre il 2016, incombe una sfida ben più impegnativa i cui contorni divengono via via più chiari. È la sfida del cambiamento demografico. Ancora una trentina di anni fa la distribuzione per età della popolazione italiana era graficamente rappresentata da una piramide. Oggi assomiglia a una teiera e nell’arco di un paio di decenni assumerà le forme di un vaso che si allarga verso l’alto. Ancora negli anni Ottanta le età percentualmente più numerose erano quelle giovanili, tra i 20 e i 30 anni. Oggi la pancia della distribuzione è salita tra i 50 e i 60 anni. Alla metà del secolo il baricentro muoverà ancora più in alto. L’Italia invecchia, e deve porsi il problema di invecchiare bene ricucendo in fretta i divari profondi che si sono scavati tra le generazioni. Divari a danno dei giovani, di lavoro e di reddito che più di altri fattori minano il potenziale di sviluppo dell’economia e della società. Altro che “output- gap” e “digital-divide”. Oggi il reddito medio di un membro di una famiglia il cui capofamiglia ha non più di 30 anni è tornato indietro ai valori di quaranta anni fa. Ben diversa e migliore risulta invece la situazione di chi può contare su un capofamiglia ultra-sessantacinquenne o anche solo cinquantenne. Cresce il peso delle famiglie che trovano nelle pensioni la fonte prevalente di reddito, mentre raddoppia rispetto agli anni Ottanta la quota di giovani tra 25-34 anni che vive ancora nella famiglia d’origine. Magra consolazione, la riduzione del numero medio dei figli aumenta la misura dei lasciti. Non è con maggiori eredità che si potranno sostenere i consumi futuri dei “millennials” quando saranno finite le pensioni dei “baby-boomers”. Servono lavoro e lavori nuovi e sostenibili, da creare con l’innovazione, le riforme e il buon senso.

Giovanni Ajassa

Direttore Servizio Studi Bnl Gruppo Bnp Paribas

A&F 13 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2016/06/13/news/senza_i_consumi_dei_millennials_non_ci_sar_ripresa-141977708/

QUELLA GENERAZIONE DI GIOVANI CHE POTREMMO PERDERE

millnnllss… Le preoccupazioni di questi giorni per il futuro incerto delle pensioni dei millennial e per gli alti tassi di disoccupazione giovanile ci hanno ricordato che in Italia vive una generazione perduta. Ma la lost generation di Hemingway che usciva a pezzi dalla Grande Guerra non c’entra. Oggi in Italia si combatte una guerra del tutto diversa: la contesa generazionale sul lavoro e le risorse (scarse) del sistema di welfare.

I giovani italiani sono una generazione perduta innanzitutto nelle statistiche.
Quelle sulle nascite, di cui abbiamo una solida serie storica che parte dal 1862 (il Regno d’Italia aveva un anno di vita e la capitale era Torino), dicono che nell’ultimo anno sono nati solo 488mila bambini, ovvero il minimo storico da quando disponiamo di dati affidabili (il 1862, appunto). In altri termini, non si sono fatti così pochi figli neanche in tempo di guerra, quando gli uomini stavano al fronte e sulle città cadevano le bombe (ne erano nati 676mila nel 1918, 821mila nel 1945). E siamo precipitati a meno della metà rispetto al picco storico recente (correva l’anno 1964: 1 milione e 35mila nati). Già nel 1972 eravamo scesi sotto la soglia delle 900mila unità, nel 1977 sotto le 800mila, nel 1979 sotto le 700mila, dal 1984 in poi non abbiamo mai recuperato quota 600mila e il 2014 è stato l’ultimo anno sopra i 500mila. La curva delle nascite si piega inesorabilmente nonostante il grande aumento nel corso del tempo della popolazione (ci sono state più persone che potenzialmente potevano fare figli), nonostante i progressi della medicina (le morti al momento del parto sono oggi un evento raro, la medicina riproduttiva consente ormai di fare miracoli), nonostante il contributo della popolazione straniera stabilmente residente nel nostro paese (il tasso di fecondità delle donne immigrate è più elevato di quelle italiane).
È una deriva ineluttabile, si dice: in Occidente va così, ormai. Ma è falso. In paesi a noi molto vicini, ma meno fatalisti di noi, non c’è stata una emorragia di questa portata.
Le coorti di giovani alla base di quella che non ha più alcun senso geometrico chiamare “piramide demografica” non sono così esangui: lì i giovani non sono una specie in via di estinzione. In Italia gli under 30 costituiscono il 29 per cento della popolazione, in Francia superano il 36 per cento, nel Regno Unito sono il 37 per cento. E la Germania, che è stata afflitta come noi da una grave riduzione delle nascite, ha però messo in campo misure efficaci per attrarre giovane capitale umano da altri paesi.
La denatalità, insieme alla senilizzazione della popolazione, definisce i contorni di un fenomeno talmente nuovo che i demografi non dispongono nemmeno di un termine appropriato per nominarlo: qualcuno ora prova con “degiovanimento” (il contrario di ringiovanimento).
I sociologi dei consumi, invece, hanno prima blandito i giovani sezionandoli in tribù e sottocategorie (la generazione Z fino a 20 anni, i millennial fino a 34, analizzati al microscopio rispetto alla generazione X che va dai 35 ai 49 anni, i baby boomer dai 50 ai 64, gli aged oltre i 65), sostenendo che erano loro i big spender e i
trendsetter del mercato. Salvo poi accorgersi che, in realtà, sono gli anziani il vero motore dell’economia, semplicemente in ragione della capacità di spesa legata a redditi sicuri e stabili nel tempo e in ragione della loro ricchezza patrimoniale accumulata negli anni passati.
Prendi l’anno 1951, quando l’Italia preparava il miracolo economico, e il confronto è impietoso. Allora gli italiani erano 47,5 milioni: 14 milioni avevano meno di 18 anni e 13 milioni avevano tra 18 e 34 anni. Oggi, invece, su quasi 61 milioni di abitanti, gli under 18 sono 10 milioni e i giovani di 18-34 anni sono 11 milioni. In sessantacinque anni, mentre la popolazione complessiva aumentava di 13 milioni di unità, abbiamo perso 5,7 milioni di giovani.
Insomma, nell’Italia del miracolo economico i giovani con meno di 35 anni erano il 57 per cento della popolazione, nell’Italia del letargo si sono ristretti al 35 per cento.
Rispetto agli anni ’50, il boom degli ultrasessantacinquenni è dirompente: sono aumentati di 9 milioni. E se nel 1951 i grandi vecchi over 80 erano 622mila, oggi sono poco meno di 4 milioni. Se le persone con più di 90 anni erano solo 28mila, oggi sono 666mila. E se gli oldest old, i centenari, allora erano una rarità (in quell’anno se ne contavano 165 in tutto), adesso sono diventati un esercito di quasi 20mila persone.
Tutti questi dati ci piombano in un bel paradosso. Quello di un mercato del lavoro che tiene alla porta una generazione di giovani che, rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti, mai prima d’ora sono stati così istruiti (il tasso di laureati tra loro è senza precedenti), mai prima d’ora sono stati così dotati di competenze specifiche possedute in modo pressoché esclusivo (rispetto ai quasi analfabeti digitali più vecchi di loro), mai prima d’ora sono stati così aperti alla globalità (hanno una conoscenza delle lingue straniere, ad esempio, superiore a quella di chiunque altro li ha preceduti).o choosy. Secondo ragione, sono tutti fattori altamente spendibili in termini occupazionali. Ma il mercato del lavoro, invece di approfittarne, per quanto li riguarda ristagna nella dissipazione del capitale umano che non si trasforma in energia lavorativa, scoraggia gli inattivi e i sottoinquadrati, è flagellato da tassi di disoccupazione giovanile che non riescono a scendere a livelli tollerabili malgrado l’introduzione del Jobs act e degli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni.
Il cavallo non beve.
Mentre nella ridotta di Palazzo Chigi ora si studiano ipotesi di flessibilità in uscita e di “staffetta generazionale”, per riacciuffare quei pochi talenti in fuga, nella cronaca il problema sembra ammantato da una coltre retorica che vorrebbe i giovani tutti interessati a un impiego (magari autonomo) nel mondo delle app e startup. Come se fosse vero che tutti i giovani possano trovare lavoro in una iniziativa imprenditoriale nelle piattaforme digitali, che sia creativa e innovativa, magari in grado di rivoluzionare il mondo. Come se non fosse vero che una startup su mille ce la fa e tutte le altre falliscono nel giro di una manciata di mesi.
A voler tirare le somme con onestà, bisogna riconoscere che lo scarso peso demografico dei giovani si traduce automaticamente in una scarsa incidenza politica. Molto prosaicamente, i giovani sono pochi: per questo non contano. Chi rappresenta, poi, i loro interessi? “Rappresentanza” è una parola che, mi rendo conto, rischia di apparire desueta nell’epoca della disintermediazione, in cui uno vale uno e non c’è aggregazione identitaria (men che meno ideologica) che tenga. Però il problema rimane (i pensionati, almeno, hanno in mano la metà delle tessere sindacali, per quello che oggi possono valere).
Se i giovani devono mangiare futuro, come vuole l’assunto biologico, le scelte politiche dovrebbero essere lungimiranti, strategiche, programmatiche, anziché rimanere intrappolate in un presentismo che garantisce consenso. Ma i millennial che hanno diritto al voto sono 11 milioni (e negli ultimi quindici anni sono diminuiti di oltre 17 punti percentuali: 2,3 milioni in meno) rispetto a un corpo elettorale fatto di quasi 50 milioni di persone: numeri bassi da contendersi nel mercato elettorale. Chi scommetterebbe su una componente sociale (elettorale) ridotta al lumicino e che si va ulteriormente eclissando? Così, il cerchio si chiude al punto di partenza: sulle statistiche della generazione perduta. Non si tratta di mettere un cartello in cima allo stivale con su scritto “AAA Cercasi giovani”. Ma almeno non riduciamo la questione a un giovanilistico hashtag (#AAAcercasigiovani).
Massimiliano Valeri
L’autore è direttore generale del Censis
La Repubblica  31 maggio 2016
Il Censis
http://www.censis.it/1

Quanto durerà?

piazzpandI l 2,1% in più dei consumi evidenziato ieri dalla Confcommercio va maneggiato con le pinze. È un confronto diretto tra un mese di forte depressione, luglio 2014, e un altro, luglio 2015, decisamente più vivace e condizionato tra l’altro dalle alte temperature registrate nel Paese (e dal conseguente boom dei consumi elettrici dovuti ai condizionatori d’aria). Quel 2,1% nei mesi successivi calerà perché il confronto con l’ultimo scorcio del 2014 sarà meno asimmetrico e comunque quando si farà il riepilogo di fine anno si arriverà (forse) attorno a quota 1,2%. Esplicitato il caveat si può dire sicuramente che il mercato dell’auto sta trainando l’intera economia reale: viaggia a +15% rispetto a un anno fa e probabilmente a fine 2015 sarà superato quel 1,5 milioni di vetture vendute che era stato preventivato dalle caute stime dell’Anfia. E’ un mercato di sostituzione e determinato al 60% dalle famiglie, tanto che il modello più venduto è di gran lunga la Panda.

Ma quanto durerà? Secondo la Confcommercio l’incremento delle vendite dovrebbe proseguire e coprire almeno tutta la prima metà del 2016. Segnali positivi arrivano anche da un altro comparto di beni durevoli, gli elettrodomestici, che ha sofferto negli anni scorsi e ora è in risalita per la sostituzione di vecchi frigo e lavatrici, per l’appeal di alcuni dispositivi di innovazione tecnologica e per gli acquisti delle famiglie di immigrati. Per quanto riguarda l’arredo – che ha contenuto i danni anche grazie a un apposito bonus fiscale – un’iniezione di ottimismo arriva dall’indagine Findomestic, secondo la quale le intenzioni di acquisto per i prossimi mesi sono segnalate ai massimi dal gennaio 2013.

Più complesso è l’esame delle prospettive dei consumi legati al tessile-abbigliamento e all’alimentare. L’ultimo Rapporto Coop invita a riflettere sul cambio di mentalità che apportano i giovani, i cosiddetti millennials, e a un certo slittamento di gusto che alla fine può penalizzare i consumi o comunque indirizzarsi solo da Zara e H&M. Cambiano i meccanismi di riconoscimento sociale ora più legati ai social network che a un concetto tradizionale di eleganza e ricerca della griffe. I mutamenti nel campo della spesa alimentare sono molteplici e anche contraddittori tra loro. I prodotti gluten free sono aumentati del 50% nonostante che i celiaci in Italia siano solo il 3-4% della popolazione. In coda alle casse dei supermercati non si vedono più i carrelli pieni di una volta, si spreca molto meno e la spesa si fa a lotti più piccoli. Del resto non è un caso che nei corridoi non si trovino più le offerte 3×2 tipiche di un tempo passato. In questo contesto aumenta, specie in alcune aree territoriali del Sud, il peso dei discount simboleggiato anche dalla sponsorship della Nazionale italiana di calcio conquistata dai tedeschi della Lidl.

Le osservazioni sui cambiamenti del mercato e gli aggiustamenti degli stili di vita sono interessanti e compongono un puzzle in continuo mutamento ma il dubbio sull’immediato futuro dei consumi è legato principalmente a variabili di carattere più strettamente economico. Gli operatori si chiedono in che misura aumenterà il reddito disponibile degli italiani nei prossimi mesi e i timori delle associazioni del commercio sono legati ai contenuti definitivi della legge di Stabilità. Il governo vuole evitare l’aumento dell’Iva e quindi ha già detto urbi et orbi che vuole coprire l’ammontare delle clausole di salvaguardia previste ma tutto ciò sarà possibile solo se Matteo Renzi otterrà un bonus di flessibilità da Bruxelles.

Il boom estivo dei consumi è un buon segno (purché continui)

Dario Di vico

10 settembre 2015

I Millennials

millennnnPer capirli davvero, bisogna darsi appuntamento alle tre di notte, a Bergamo Orio al Serio o qualunque altro aeroporto da compagnie low cost. Lì, tra le corsie vuote del check-in, in mezzo a luci e rumori perpetui, mentre il personale pulisce il pavimento e svuota i cestini, ne troverete tanti.

Giovani adulti, al massimo trentenni o poco oltre, curvi su un sedile scomodo, abbracciati a un trolley, sdraiati a terra dentro un sacco a pelo. A volte attrezzati di mascherina paraocchi o cuffie isola-orecchie. Sempre e comunque pronti a far ciò che mai ai loro padri sarebbe saltato in mente: dormire in aeroporto. Quasi un rito, certamente il simbolo di una generazione. Quella dei cosiddetti «Millennials», o «Generazione Y», i trentenni, quelli, insomma nati dal 1980 in poi.  

Non a caso, per chiamarli spesso si è ricorso a un’altra etichetta, quella di «Generazione Ryanair». C’entrano gli orari – mattutini e infausti – dei voli low cost. Ma c’è molto di più. C’è una nuova filosofia di consumo, la necessità e la voglia di fare esperienze senza spendere un euro più del necessario, la concretezza di chi è diventato grande al tempo della crisi, la capacità e la voglia di risparmiare, ogni volta che si può.

Le notti in aeroporto sono solo un esempio. Il principio vale e si vede in mille altre situazioni. Ed è uno schema che non passerà, destinato a rimanere e a cambiare tutto, in materia di consumi.

A suggerirlo è un’inchiesta del settimanale economico «Forbes», che lo dice senza mezzi termini: «I Millennials stanno cambiando per sempre il modo di usare i soldi». Pragmatici fino (quasi) alla spilorceria, i venti-trentenni di oggi badano al sodo. Puntano a usare più che a possedere. Comprano un vestito o scelgono un viaggio guardando prima di tutto il prezzo, a volte passando ore a cercare la soluzione più intelligente ed economica. Si affidano alla tecnologia e a Internet per trovare l’offerta o la strategia giusta, e anche per gestire i propri risparmi.

Secondo una ricerca di Accenture, negli Stati Uniti è già il 94 per cento dei 18-29enni a usare i servizi online delle banche, mentre il 39 per cento di loro è disposto ad affidarsi a una banca senza filiali, tutta virtuale. Ancor più importante: il 66 per cento di questi giovani adulti spende sempre secondo un budget prefissato, con criterio e parsimonia, mentre a farlo è solo il 36 per cento degli over 55. 

Come detto, sono dati che riguardano i Millennials americani. Ma – con la dovuta prudenza – si possono applicare un po’ a tutto l’Occidente, Italia inclusa. I numeri aiutano anche a spiegare il successo della «sharing economy», l’economia collaborativa di chi divide una casa in affitto, viaggia con BlaBlaCar e simili (car sharing), usa le bici pubbliche (bike sharing), lavora in spazi condivisi (coworking), o finanzia i propri progetti con la colletta virtuale (crowdfunding).

È – si capisce – un mondo molto anglofono e molto online. Ma guai a vederci una rivoluzione solo tecnologica. La metamorfosi si vede infatti nel mondo reale almeno quanto su Internet. È così che si vendono sempre meno vestiti di marca e i negozi come H&M e Zara – mondi tutt’altro che digitali – sono sempre affollati.  

E così è nata la ribellione ai taxi tradizionali e si è diffuso Uber («Se si può pagare meno, che importa la licenza?», pensa il Millennial-tipo). E poi c’è il pellegrinaggio all’Ikea, diventato un altro rito simbolo, da coppiette che arredano una casa – magari in affitto – secondo il loro gusto e impulso del momento. Per qualche anno e non per l’eternità, con mobili destinati a durare quanto serve e pronti ad essere cambiati in un attimo, se cambiano le esigenze o non piacciono più.

Meglio cambiare spesso che rimanere prigionieri di mobili, scarpe, vestiti troppo costosi. Meglio far esperienze e viaggiare, seppur con qualche compromesso, che dover rinunciare perché costa troppo. È questo cambio di mentalità ciò che più distingue i Millennials da padri e nonni. Lungo la strada sono caduti tanti tabù delle generazioni precedenti, non solo quello di dormire in aeroporto. Basti pensare che in Italia il mercato dell’usato riguarda ormai il 44 per cento della popolazione e – tra mobili, vestiti, libri e tecnologia – ha raggiunto un giro d’affari di 18 miliardi di euro all’anno (dati Doxa).

Quando la generazione Y diventerà grande cambierà idea? Viaggerà in prima classe e comprerà di marca? Sarà più consumista e meno sparagnina? Difficile dirlo, ma nei dati ci sono tutti gli indizi per credere che questo non succederà.

Nel 2020 i Millennials saranno già un quarto della popolazione italiana e il 36 per cento di quella degli Stati Uniti, il Paese da cui tutto il cambiamento è partito. A quell’altezza, lo capiremo meglio. E se, come diceva «Forbes», il nuovo modo di usare il denaro è destinato a rimanere, saranno gli altri – governi, banche, aziende – a doversi adattare.

 

http://www.lastampa.it/2014/10/26/societa/meglio-usare-che-possedere-i-trentenni-cambiano-i-consumi-DWrXy0PVGJOFTTNJRlgI4I/pagina.html