Dieci milioni di senza patria

apolidA 50 anni dalla Convenzione internazionale che istituiva lo status di apolide, sono ancora dieci milioni le persone a cui è negata una cittadinanza nel mondo. Spesso sono le minoranze etniche ad essere colpite, mentre un terzo degli apolidi sono bambini. Luci e ombre per l’Italia, in cui gli apolidi sono 15mila de facto, ma solo 900 quelli riconosciuti. L’Unhcr lancia una campagna per porre fine all’apolidia nei prossimi dieci anni.
….

Invisibili dalla culla alla tomba. Nel mondo ci sono 10 milioni di persone come lei, apolidi. Bambini, coppie, anziani, intere comunità, a cui viene negata una cittadinanza. Non hanno diritto ad un certificato di nascita, ma neanche a quello di morte. Oggi l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati lancia la campagna “I belong” per cancellare l’apolidia dalla faccia del pianeta nei prossimi dieci anni. “È un problema – spiega l’Unhcr – creato unicamente dall’uomo, facilmente risolvibile se ci fosse la volontà dei Governi”. Si può essere apolidi per generazioni, come succede ai bihari del Bangladesh, a 600mila ex cittadini sovietici ancora senza nazionalità a più di vent’anni dalla disgregazione dell’Urss, e agli oltre 800mila rohingya di fede islamica che in Myanmar, l’ex Birmania, si sono visti rifiutare la cittadinanza sulla base di una legge del 1982 che ne limita fortemente la libertà di movimento, quella religiosa e l’accesso all’istruzione. Ma si può anche diventare apolidi dal giorno alla notte: è successo nel 2013 a decine di migliaia di dominicani di origine haitiana, a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha revocato la cittadinanza e i diritti ad essa connessi.

 Più di un terzo degli apolidi nel mondo sono bambini e lo stigma dell’apolidia può seguirli per il resto della loro vita. Talvolta significa che per loro non suona la campanella della scuola. In Myanmar, solo il 4,8% delle ragazze e il 16,8% dei ragazzi apolidi completano l’istruzione primaria, rispetto al 40,9% e al 46,2% dei coetanei con cittadinanza. Le guerre sono una delle cause principali: il 20% di tutti i rifugiati reinsediati dall’Unhcr nell’ultimo quinquennio erano anche apolidi e tra le eredità di quattro anni di guerra in Siria, ci sono oltre 50mila bambini che non sono mai stati registrati all’anagrafe perché nati da rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano, Turchia ed Egitto.

……
Ma chi sono gli apolidi nel Belpaese? Quasi tutti rom dell’ex Jugoslavia, spesso qui da due o tre generazioni; il resto provengono soprattutto dall’ex Urss, dalla Palestina, Tibet, Eritrea ed Etiopia. Helena Behr fa due esempi di cosa vuol dire essere apolidi in Italia: “Ho recentemente incontrato una ragazza che non riesce a sposarsi perché senza documento d’identità e un adolescente che, per lo stesso motivo, non può partecipare alla gita all’estero della sua classe”. A cinquant’anni dalla Convenzione del 1954 – è quindi l’appello dell’Unhcr – anche l’Italia ha ancora molta strada fare: aderire a quella del 1961, sburocratizzare le pratiche per l’ottenimento dell’apolidia, tutelare gli apolidi privi di documenti dal rischio di essere espulsi o ingiustamente detenuti. Infine una proposta concreta altrettanto importante: elaborare un manuale informativo sui diritti degli apolidi e sulle procedure di riconoscimento.

La Campagna Unhcr per porre fine all’apolidia nel mondo nei prossimi 10 anni

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/11/04/news/10_milioni_nel_mondo_la_campagna_dellunhcr_per_cancellare_lapolidia_dalla_faccia_della_terra-99697918/

Il tessuto che ci unisce è delicato

www…………. Quando, quale che ne sia la causa, la violenza, individuale o collettiva, irrompe sulla scena pubblica, la vera funzione della politica appare per un momento chiara anche a coloro che, di solito, non lo capiscono. Sono abituati a pensare la politica come l’attività cui spetta di distribuire pensioni e altre prestazioni assistenziali, favorire lo sviluppo, l’occupazione, eccetera. E che le lotte politiche riguardino la distribuzione di quei benefici fra i diversi gruppi sociali. Non riflettono, per lo più, sul fatto che la funzione fondamentale della politica è tutt’altra (e che tutti i compiti suddetti sono ancillari a quella funzione). La funzione fondamentale della politica è tutelare l’ordine sociale, quella particolare qualità dei rapporti interindividuali che consente a persone diverse, con differenti idee, interessi, eccetera, di convivere, e di competere, pacificamente, senza ammazzarsi a vicenda. La funzione fondamentale della politica è impedire la rottura violenta dell’ordine sociale.

Senza il controllo e la limitazione della violenza non c’è «società» (né pensioni, lavoro o altro). Ma l’ordine sociale è protetto da un sottile strato di ghiaccio, che può rompersi in qualunque momento. Chi ha avuto la fortuna di vivere per decenni in Paesi ove la violenza era, ed è, limitata e controllata, può cullarsi nell’illusione che lo strato di ghiaccio sia spesso e duro. Ma si sbaglia.

La democrazia, poi, ha un rapporto particolare, complicato, con la violenza. Di solito, è meno esposta di altri regimi al rischio di incontrollabili esplosioni di violenza. Essendo l’unico regime politico che permette anche alle opinioni più estremiste di esprimersi apertamente, la democrazia, grazie ai meccanismi della rappresentanza, incanala pacificamente le tensioni, ne permette la manifestazione disciplinata. Ma neppure essa è immune dal pericolo. Come ci ricordano i tanti casi di regimi democratici crollati dopo lunghe fasi di violenza.

Sappiamo che crisi economiche prolungate possono portare anche le democrazie oltre il punto di rottura. Sappiamo inoltre che il bene più prezioso, le garanzie costituzionali che la democrazia offre a tutti, viene abitualmente sfruttato a proprio vantaggio anche dai suoi nemici. Poiché la libertà dell’uno ha il suo limite nella libertà dell’altro, ad esempio, le aggressioni verbali in cui troppi indulgono (………) non sono affatto «espressioni di democrazia». Sono forme di teppismo politico che sfruttano, parassitariamente, le garanzie di libertà per abusare della libertà. Il punto, naturalmente, è che quella violenza verbale, come è già accaduto in altre epoche, può facilmente preparare il passaggio alla violenza fisica. Ma tanti, per ignoranza o amnesia, ne sembrano inconsapevoli.

In una democrazia fragile come la nostra la crisi economica esaspera le due tradizionali fratture: quella «verticale» che divide le fazioni politiche, caratterizzata dal reciproco disprezzo e da forme di razzismo che fanno considerare chi vota per la fazione avversaria antropologicamente diverso e inferiore; e quella «orizzontale», fra la classe politica e ampi strati del Paese, fra politici e «cittadini comuni»: con i secondi che, in tempi di rampante anti-politica, attribuiscono ai primi ogni colpa delle loro disgrazie. «Piove governo ladro» è una espressione che di solito fa sorridere di noi stessi e delle nostre tradizioni: si smette di sorridere, però, non appena qualcuno punta una pistola per sparare sul supposto governo ladro. Quando politica e Stato hanno il ruolo debordante che hanno in Italia diventano per molti l’alibi dei propri fallimenti, il capro espiatorio perfetto. Fra tutti i guasti morali che produce l’eccesso di politica e di Stato il peggiore è che molte persone cessano di pensarsi come i primi responsabili delle proprie scelte e del proprio destino.

In un’epoca che incoraggia la superficialità molti sono stati indotti a credere che, solo che lo si voglia (parrebbe sufficiente «mandare in galera» i cattivi che lo impediscono) sia possibile cambiare genere teatrale: trasformare la storia umana in una commedia brillante, eliminarne la dimensione tragica. Solo che quella dimensione non è eliminabile. Può essere tenuta a bada, se ne possono controllare e attenuare, per quanto umanamente possibile, gli effetti più distruttivi. Occorrono continui sforzi per impedire che lo strato di ghiaccio vada in frantumi.

Da un articolo di Angelo Panebianco

Corriere della Sera 30 aprile 2013

http://www.corriere.it/opinioni/13_aprile_30/panebianco-tessuto-unisce-delicato_c0ec81dc-b163-11e2-9053-334578a33cff.shtml