Adulti sempre più tardi

Fermate il mondo, non voglio crescere”. Gli adolescenti di oggi, rispetto a quelli degli scorsi decenni, ritardano sempre di più le esperienze dal sapore più adulto, come avere un partner, lavorare, provare l’alcol, guidare l’auto dei genitori. Lo dice uno studio che, analizzando lungo il corso degli ultimi 40 anni la propensione di 8,4 milioni di adolescenti americani (età 13-19) alle attività più “da grandi”, ha trovato che le eleganti etichette “millennial” (con cui si indicano i nati tra 1980 e 1994) e “iGeneration” (1995-2012) sono sovrapponibili al più nostrano “bamboccione”.

“I diciottenni di oggi sono come i quindicenni di ieri. E i venticinquenni di oggi sono come i diciottenni di un tempo” spiega l’autrice dello studio Jean Twenge, docente di psicologia alla San Diego State University, che sul tema ha scritto anche un saggio appena uscito: iGen: why today’s super- connected kids are growing up less rebellious, more tolerant, less happy – and completely unprepared for adulthood (Atria Books).

“A partire dal 2000 si assiste un crollo continuo nel numero di adolescenti che fanno cose considerate un allenamento a entrare nella vita adulta. Intorno al 2010 i 17-18enni uscivano per appuntamenti romantici meno di quanto facessero i 15-16enni negli anni 90. E mentre intorno al 1991 il 54% dei diciassettenni aveva già avuto esperienze sessuali, nel 2015 questa percentuale è scesa al 41%”. Una tendenza simile, nota lo studio, per il primo contatto con l’alcol: dal 1993 al 2016 la percentuale di 13-14enni che hanno fatto quest’esperienza è scesa del 59%.

Una riluttanza che, nello studio pubblicato su Child Development, risulta essere trasversale a tutti i sessi e le etnie statunitensi. “Abbiamo considerato alcune ipotesi come l’effetto di Internet: se oggi si passano online più ore di un tempo, è chiaro che restano meno ore per uscire o fare lavoretti” risponde Twenge. “Ma il web non può essere la sola spiegazione, perché vediamo questo trend iniziare anche da prima del boom dell’Internet di massa “. L’interpretazione più convincente, per gli autori dello studio, è la teoria life- history, secondo cui chi vive in un ambiente agiato ha meno fretta di crescere rispetto a chi passa l’adolescenza tra rinunce e ristrettezze. Quando il futuro è incerto e le risorse sono scarse, gli esseri umani avrebbero infatti un forte incentivo a bruciare le tappe verso la maturità sessuale, così da aumentare le proprie chance di riprodursi nonostante le avversità. Chi è protetto da un contesto familiare più confortevole, invece, può indugiare più a lungo nel parco giochi dell’adolescenza.

“Dal 2000 in poi i figli hanno avuto più agi. Rispetto agli anni 70 è aumentato il reddito delle famiglie e si è ridotta la loro dimensione” osserva Twenge. “Così i bambini hanno iniziato a sentire come meno pressanti le urgenze dettate da un orologio biologico formatosi in tempi più primitivi “. Che ora è messo a tacere anche dallo smartphone: “Negli ultimi anni vediamo un’accelerazione del fenomeno: comunicando di più tramite quel mezzo, i teenager sentono meno bisogno di uscire e ritrovarsi fisicamente”.

Giuliano Aluffi, Repubblica 21 settembre 2017

 

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/21/news/adulti_sempre_piu_tardi_i_diciottenni_di_oggi_inesperti_come_i_quindicenni_del_76_-176076306/

Tanti genitori adottivi ma pochi bambini: una coppia su quattro ce la fa

adopzSono 1.072 i bambini “italiani” entrati a far parte di una famiglia nel 2014. “Italiani” in quanto residenti nel nostro Paese, ma figli anche di non italiani. E sono 2mila i minori stranieri giunti in Italia nello stesso anno per essere adottati. Due dati cui si possono sommare anche gli affidamenti preadottativi, 940 sempre nel 2014. Si arriva a fatica a 4mila minori che hanno trovato casa, a fronte nello stesso anno di 9.657 domande di adozione (che possono riguardare anche una famiglia che ha chiesto più di un bambino) e di 3.857 famiglie che hanno ufficializzato la disponibilità a prendersi cura di un minore straniero.

Sorprese dalla banca dati
A via Damiano Chiesa 24, quartiere Balduina a Roma, c’è il Dipartimento per la giustizia minorile guidato da Francesco Cascini. Qui, in un palazzo super sorvegliato, viene gestita la banca dati sulle adozioni nazionali. Frutto dei dati inviati dai 29 tribunali minorili che gestiscono la complessa materia. Dati di cui non viene garantita la piena omogeneità perché non tutti i tribunali trasmettono con gli stessi criteri. Comunque una cassaforte numerica che, assieme a quella della Commissione per le adozioni internazionali di palazzo Chigi, consente di avere un quadro sufficiente della situazione italiana.

Focus sul 2014
Partiamo da qui allora. Dagli ultimi dati disponibili. Perché il 2015 è ancora un buco nero. Nel 2014, nei 29 tribunali, sono giunte 9.657 “domande di disponibilità all’adozione”. Di cui 3.345 con un coniuge di più di 45 anni. Attenzione, è importante insistere sul fatto che le domande non corrispondono ad altrettante famiglie, perché una famiglia può aver chiesto più adozioni. Solo a Roma se ne contano 878, 542 a Bologna, 478 a Firenze, 359 a Bari. Ben 3.857 domande “aprono” anche a minori stranieri

Stepchild “in famiglia”
Sempre nel 2014 sono stati 1.397 i minori dichiarati adottabili, di cui 1.119 con genitori noti e 278 ignoti. Ben evidente, già nel corso di un anno, la sproporzione tra le richieste e la disponibilità di bambini. Le sentenze di adozione risultano 1.072, mentre i cosiddetti “affidamenti preadottivi” sono 940. Da segnalare i 413 minori che sono stati adottati da un coniuge. Ovviamente siamo nell’ambito di una coppia eterosessuale regolarmente sposata.

Bambini stranieri
Nel 2014 sono state 3.141 le coppie che, dopo aver presentato una domanda di adozione, hanno ricevuto dai tribunali minorili un decreto di idoneità all’adozione stessa spendibile all’estero, un documento essenziale per qualsiasi procedura. Gli affidi di minori stranieri sono risultati 75. Le adozioni 1.969. Anche in questo caso è evidente la sproporzione tra la domanda per ottenere un bambino e l’effettiva adozione

Il trend internazionale
La Commissione di palazzo Chigi fornisce le statistiche dei maschi e delle femmine stranieri giunti in Italia per entrare in una famiglia. Dati che, dal 2006, corrono stabili, 3.188 nel 2006, 3.420 nel 2007, 3.977 nel 2008, 3.964 nel 2009, 4.130 nel 2010, 4.022 nel 2011, 3.106 nel 2012, 2.825 nel 2013 e circa 2mila nel 2014. Come spiegano i magistrati esperti di adozioni, come Daniela Bacchetta che lavora al Dipartimento giustizia minorile dopo l’esperienza al vertice della Commissione per le adozioni internazionali, la situazione è cambiata e nei Paesi stranieri ci sono meno bambini disponibili.

Il trend italiano
È utile scorrere la tabella che fornisce il quadro delle adozioni di bambini “italiani” (lo ricordiamo, quelli che vivono in Italia ma possono essere anche figli di genitori stranieri) dal 2001 a oggi. Il trend è di fatto stabile. Si parte con 1.290 adozioni, che scendono a 972 tre anni dopo, per risalire a 1.133 nel 2007. Poi dati simili. Le città che adottano di più sono Roma, Milano, Napoli e Torino.

Gli affidi
Anche qui un trend equilibrato. Dai 930 del 2001, ai 1.006 l’anno seguente, picco nel 2006 con 1.042 affidi, giù a 788 nel 2008, si va oltre i mille nel 2013, per assestarsi a 940 nel 2014.

 I bambini adottabili
Distinguiamo tra i figli di genitori noti e quelli di ignoti. Il dato complessivo degli uni e degli altri vede anche in questo caso un andamento simile, siamo sempre intorno al migliaio dal 2001 a oggi. Cifre più alte nel 2007 (1.345), nel 2008 (1.405), nel 2009 (1.320), nel 2012 (1.410) e nel 2013 (1.429). Gli adottabili che non sapranno mai chi erano i genitori “pesano” di meno, 327 nel 2001, 642 nel 2007, 575 nel 2008, fino ai 278 del 2014. Negli anni centrali conta ovviamente l’immigrazione. Gli adottabili con genitori noti sono in crescita lieve, 769 nel 2001, 1.073 nel 2012, 1.103 nel 2013, 1.119 nel 2014. Segno, dicono alla Giustizia, che servizi sociali e scuola funzionano meglio.

Liana Milella

La Repubblica 3 marzo 2016

 

Un Decreto per la lotta al femminicidio

scarpe-contro-la-violenza-delle-donne-638x425[1]Il «pacchetto» di provvedimenti è stato approvato stamani in Consiglio dei ministri, e come ha sottolineato il presidente del Consiglio Enrico Letta, «essendo un decreto legge è immediatamente attuativo». «Nel Paese – ha sottolineato il premier – c’era bisogno di dare un segno fortissimo, e questo non è solo un segno ma un cambiamento radicale sul tema» oltre che «un chiarissimo segnale di lotta senza quartiere» al fenomeno del femminicidio e «contro ogni forma di violenza sui più deboli, ogni forma di machismo e di bullismo».

Un provvedimento agile, di soli 12 articoli e che, ha spiegato il ministro dell’Interno Angelino Alfano, persegue tre obiettivi: «prevenire la violenza di genere, punirla in modo certo e proteggere le vittime». «Su questi obiettivi, che recepiscono la Convenzione di Istanbul, abbiamo organizzato una serie di norme che hanno lo scopo di: intervenire tempestivamente prima che il reato venga commesso, proteggere la vittima se il reato viene commesso, punire il colpevole e agire affinché la catena persecutoria non arrivi all’omicidio».

PENE PIÙ SEVERE

È stata aumentata la pena di un terzo se alla violenza assiste un minore di 18 anni (ora solo se minori di 14 anni), se la donna è incinta o se l’autore della violenza è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il partner, pure se non convivente. Aggravanti anche per lo stalking: per questo tipo di reato, analogamente a quanto già accade per la violenza sessuale, una volta presentata la querela è irrevocabile: «così sottraiamo la vittima al rischio di una nuova intimidazione tendente a farle ritirare la denuncia» ha spiegato il ministro. «Nell’ambito di questo sistema, abbiamo voluto ricordare che c’è una vicenda delicatissima legata alle molestie, il cyberbullismo, cioè atti di molestie tra ragazzi attuati attraverso Internet, che viene punito severamente» ha detto aggiunto Alfano.

VIA DI CASA I VIOLENTI

«Le forze di polizia, su autorizzazione della magistratura, potranno buttare fuori di casa, con urgenza, il coniuge violento, se vi è il rischio che dalle molestie possa derivare un pericolo per l’incolumità della vittima», e verrà impedito al violento di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima.

ARRESTO IN FLAGRANZA

È previsto l’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti contro familiari e conviventi o per stalking. A questi tipi di reato i tribunali dovranno dare una corsia preferenziale, così come è previsto il gratuito patrocinio alla vittima a prescindere dal reddito. «Lo Stato si schiera senza se e senza ma dalla parte delle vittime di questo genere di violenze» ha sottolineato Alfano. Altra novità, la vittima deve essere costantemente tenuta al corrente dell’ evoluzione del processo. Inoltre, quando a un processo di questo tipo è prevista la testimonianza di un minorenne o di un maggiorenne vulnerabile, questa persona sarà protetta. Ancora, «chi sente o sa di una violenza in corso, può telefonare alla polizia e dare tranquillamente il suo nome sapendo che lo Stato garantisce l’anonimato»: si può dunque intervenire anche se la denuncia della violenza non arriva dalla vittima ma da terzi.

PERMESSO DI SOGGIORNO ALLE VITTIME

Verrà concesso un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai cittadini stranieri che subiscano violenze di questo tipo. «Monitoreremo costantemente con un osservatorio della polizia l’andamento di questi delitti, in modo da avere sempre un riflettore acceso sul fenomeno» ha concluso Alfano.

NON SOLO REPRESSIONE

Il decreto, ha spiegato il viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maria Cecilia Guerra, declina buona parte dei principi della Convenzione di Istanbul che l’Italia ha recentemente ratificato. Non c’è solo repressione, ha detto, nel decreto è stato inserito anche un piano d’azione straordinario di protezione delle vittime di violenza sessuale e di genere che prevede azioni di intervento multidisciplinari per prevenire il fenomeno, potenziare i centri antiviolenza e i servizi di assistenza, formare gli operatori. …….

http://www.lastampa.it/2013/08/08/italia/politica/contrasto-duro-e-forte-al-femminicido-il-governo-vara-la-stretta-sulla-sicurezza-z2PIzXLRGcPE5mpKEVq70I/pagina.html

Il CONSIGLIO DEI MINISTRI N.19 DELL’ 8 AGOSTO 2013

http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=72539

L’invisibile violenza contro i bambini

La violenza contro i bambini è troppo spesso un fenomeno invisibile, non ascoltato e non denunciato, #ENDviolence è la campagna internazionale con cui l’UNICEF mira a sensibilizzare l’opinione pubblica, i media e i decisori politici sull’urgenza di misure idonee ad arginare le diverse dimensioni della violenza, degli abusi e dello sfruttamento che si consumano sulla pelle dei bambini, delle bambine e degli adolescenti. L’attore irlandese Liam Neeson, testimonial per l’UNICEF sin dal 1997 e Ambasciatore dell’organizzazione da marzo 2011, ha prestato voce e volto per lo spot di questa campagna. ….

La campagna di Unicef contro la violenza sui bambini

UNICEF

http://www.unicef.it/

Carceri under 18

prigione_carcere_minorile_lettore00-b-2[1]Non è una giustizia minore, quella che si occupa di ragazzi. Al contrario, dovrebbe essere una giustizia ancor più giusta di quella prevista per gli adulti. Oggi la presenza media nei sedici istituti penali per minori della penisola è di 530 detenuti. …

I Centri di prima accoglienza. In Italia ci sono 27 Centri di Prima Accoglienza (CPA): strutture che ospitano i minorenni in stato di arresto o fermo fino all’udienza di convalida che deve aver luogo entro 96 ore. Tra il 1998 e il 2012 l’andamento degli ingressi nei CPA è decisamente decrescente, passandosi dai 4.222 del 1998 ai 2.193 del 2012 (calo di quasi il 50%). Diminuzione dovuta soprattutto al crollo degli ingressi dei minori stranieri, che passano dai 2.305 del 1998 ai 937 del 2012. La maggior parte dei minori entrati nei CPA (l’85,6%) uscirà a seguito della applicazione di una misura cautelare. …

Le Comunità. Positivo anche l’andamento dei minori presso le comunità, sia ministeriali che private, passati dai 1.339 casi del 2001 ai 2.037 del 2012. Tendenza che verosimilmente ha contribuito a contenere gli ingressi in carcere. Si tratta di una tendenza che ha però coinvolto in misura assai maggiore gli italiani rispetto agli stranieri: tra i minori in comunità gli stranieri erano il 40% nel 2001 e solo il 37,1% nel 2012.
La “messa alla prova”. L’istituto non rappresenta solo una alternativa al carcere, ma allo stesso processo, che viene sospeso durante la messa alla prova. Se la misura avrà buon esito, alla sua conclusione il reato verrà dichiarato estinto. Si tratta di un istituto in forte espansione, tanto che si è passati dai 788 provvedimenti del 1992 ai 3.216 del 2011. L’accesso a queste misure per gli stranieri continua però a essere più difficile che per gli italiani. Tra i soggetti messi alla prova nel 2011 gli stranieri erano solo il 17%.
Gli Istituti penali. Anche negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM), dove avviene l’esecuzione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria quali la custodia cautelare o l’espiazione di pena, si registra un andamento decrescente: si passa dai 1.888 ingressi del 1988 ai 1.252 del 2012. E anche questo è dovuto soprattutto al calo degli ingressi di minori stranieri (-41,6%). Ciò detto, tra gli ingressi in IPM, i minori stranieri sono fino al 2007 addirittura in maggioranza e in seguito rappresentano comunque una percentuale ampiamente superiore al 40%. Negli istituti del Nord e del Centro ci sono pochissimi ragazzi italiani, spesso trasferiti dagli istituti del Sud. Al contrario negli IPM del Sud e delle isole si trovano pochissimi stranieri, anche questi spesso trasferiti dagli istituti sovraffollati del Nord.
Il direttore del carcere. Cosa si fa dietro le sbarre? “Qui non abbiamo l’ora d’aria  –  spiega il direttore di Nisida, Gianluca Guida  –  il ragazzo trascorre la maggior parte del tempo fuori dalla cella. Si svegliano alle 7,30, scendono alle 8,15, fanno colazione tutti insieme dopo di che, fino alle 7 della sera, ci sono una serie di esperienze e di attività, tra cui le attività di tempo libero dalle 5 alle 7 del pomeriggio. Il regime è fondamentalmente dedicato a portare avanti tre linee di azione: formazione, istruzione e lavoro sulla persona”.

……………

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2013/07/02/news/rapporto_carceri-62237497/?ref=HREC2-4

Niente bevande alcoliche per i minori

Con la risoluzione 18512/13, il Ministero dello Sviluppo Economico ha ritenuto che non ci possano essere interpretazioni differenti delle varie norme. Negozi e bar non possono, in generale, «fornire» bevande alcoliche ad un minorenne……..

E’ chiarito che «il legislatore con il termine “vende” non possa che avere voluto intendere “fornire” tali bevande ad un soggetto minore di anni 18, senza distinguere tra vendita, somministrazione o consumazione, ovvero che non può esserci alcuna differenza tra il mettere a disposizione del cliente minore di età la bevanda alcolica in bar o nel negozio e quindi tra somministrazione e vendita». Il Ministero sottolinea inoltre la paradossale conclusione cui si giungerebbe «ove il termine vendita venisse inteso in senso restrittivo, ovvero con l’esclusione dal campo di operatività del nuovo divieto di somministrazione»: sarebbe vietato vendere bevande alcoliche per asporto ai minori di 18 anni, ma sarebbe lecito venderle per il consumo sul posto se compiuti i 16 anni. Ricapitolando, il Ministero specifica che la somministrazione, cioè la vendita per il consumo sul posto, è reato se eseguita nei confronti dei minori di 16 anni, è illecito amministrativo se eseguita nei confronti di soggetti di età compresa tra i 16 ed i 18 anni. La sanzione amministrativa deve essere sempre applicata nel caso di vendita di alcolici per asporto ai minori di qualunque età.

http://www.lastampa.it/2013/04/24/italia/i-tuoi-diritti/cittadino-e-istituzioni/nessuna-differenza-tra-somministrazione-e-vendita-ai-minori-non-puo-essere-fornito-alcol-dmpDlX9fEeDG4onBBwRCvM/pagina.html

Sigarette elettroniche vietate ai minori

sigaretta[1]Il fumo elettronico non avrà mai la densità voluttuosa del fumo tradizionale. E probabilmente nemmeno la sua nocività, considerate le centinaia di sostanze tossiche che si sprigionano ogni volta che si accende una “bionda”. Ma per il governo sono equiparabili. 

Con un’ordinanza firmata ieri, il ministro della Salute Renato Balduzzi ha decretato il divieto di vendita della sigarette elettroniche ai minori di 18 anni, elevando così il limite a quello del divieto dei prodotti da tabacco (già innalzato da 16 a 18 anni dal 1° gennaio scorso). 

 Il divieto varrà dal 23 aprile al 31 ottobre prossimi. Prima rimarrà vigente la precedente ordinanza di settembre che poneva il divieto di vendita ai minori di 16 anni. In mancanza di dati scientifici certi, il ministero ha voluto così equiparare – almeno dal punto di vista della vendita – il fumo elettronico a quello analogico. …..

 Chiunque verrà sorpreso a vendere sigarette elettroniche ai minori sarà sanzionato: da 250 a 1000 euro per la prima violazione, da 500 a 2000 euro con la sospensione per tre mesi della licenza per molteplici violazioni.  

Non solo tabaccai, dunque, ora nelle sanzioni potrà incappare anche uno dei 1500 negozi di sigarette elettroniche sparse in Italia (dati dall’Anafe, l’associazione nazionale fumo elettronico). Rivenditori spuntati come funghi con l’esplodere della moda: si calcola che in Italia ci sia un milione di fumatori elettronici e che il 10% dei fumatori tradizionali sia passato alle e-cigarettes. Un mercato stimato, per il 2013, in mezzo miliardo di euro. 

http://www.lastampa.it/2013/04/02/italia/sigarette-elettroniche-divieto-di-vendita-ai-minori-di-anni-Lq0EgnC6GbhzlmgSqcnCtJ/pagina.html