Perché difendo l’oligarchia

monnneySono alquanto deluso dalle risposte che Gustavo Zagrebelsky ha dato ai miei duplici interventi sul rapporto tra oligarchia, democrazia e dittatura o tirannide che dir si voglia. Si tratta al tempo stesso di sostanza e di parole che la esprimono. Nel dibattito che c’è tra noi le parole talvolta coincidono, la sostanza no. Che l’oligarchia sia il governo dei pochi lo diciamo tutti e due. Che faccia un governo per i ricchi lo dice solo Gustavo e che i ricchi facciano i loro propri interessi a danno dei molti, anche questo lo dice soltanto lui, non io. Che l’oligarchia abbia in mente una sua visione del bene comune è inevitabile. Lo diceva persino Giuseppe Mazzini che infatti quando fondò la Giovane Italia aveva in mente l’educazione dei giovani e li preparava ad essere gruppi d’assalto per sollevare le plebi contadine. In quegli assalti morivano quasi tutti; quello che si immolò con altri trecento fu Pisacane: “Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti”. Quella era l’oligarchia mazziniana: aveva in mente la nazione italiana e la Repubblica invece della monarchia. Del resto tre secoli prima lo stesso Machiavelli dedicò il Principe a Lorenzo de’ Medici affinché prendesse la guida per risollevare le plebi e farne un popolo.

Un altro esempio porta il nome di Mirabeau che agli Stati generali di Francia riuscì a trasformare il Terzo Stato in un’assemblea costituente che rendesse il potere assoluto del re soggetto alla Costituzione. Zagrebelsky è più giovane di me e forse non sa che l’oligarchia del partito comunista abitava in case molto povere; addirittura le lampadine appese al soffitto non avevano neppure una traccia di paralume, erano appese ad un filo e pendevano in quel modo. Io entrai in molte di quelle case e le ricordo bene: quella di Pajetta, quella di Longo, ed anche quella di Pietro Nenni che era il segretario del partito socialista, ed anche quella di Sandro Pertini. Potere ma con una visione del bene comune molto precisa, in parte ideologica ma soprattutto politica. Identificare i pochi con i ricchi che ottengono il comando per favorire i propri interessi è un evidente errore. Talvolta può accadere, ai tempi d’oggi sono molti i potenti ricchi arruolati dai partiti e spesso anche membri del Parlamento e del governo. È il cosiddetto malaffare. La loro presenza in Parlamento – che Gustavo vede come il vero organo di rappresentanza della democrazia e il suo pilastro – è una prova che è un pilastro assai traballante, tanto più quando qualcuno di questi potenti e ricchi che fa la politica nel proprio interesse viene indagato dalla magistratura. La commissione delle immunità in questi casi concede l’immunità a tutti ed in più votando all’unanimità.

Naturalmente negli ultimi anni il livello del malaffare è aumentato dovunque: è aumentato il livello del benessere ma con esso purtroppo anche quello del malaffare ma il fatto che il Parlamento sia secondo Gustavo il luogo principale dove deve risiedere la democrazia dimostra semmai che sono aumentati insieme al livello delle comodità della vita anche i ricchi e il declino etico.

Io infatti non sostengo che l’oligarchia è per definizione il governo dei migliori; sostengo che è il governo dei pochi ma è la sola forma d’un governo democratico.

Zagrebelsky pensa che i pochi sono i ricchi e i potenti. Ricchi non necessariamente, potenti certamente e su questo è tutto. Le alternative sono la democrazia referendaria della quale ho già scritto l’impossibilità di governare; oppure la dittatura. Gustavo è d’accordo sul primo tema ma non sul secondo: la dittatura secondo lui è la forma estrema dell’oligarchia, con il passare degli eventi sia del passato remoto sia di quello prossimo. Ma questa asserzione sulla base della storia non è affatto vera.

L’Impero romano cominciò con Cesare Ottaviano, poi seguito dal termine Augusto, ma era ancora una struttura, quella da lui costruita, che lasciava un certo spazio al Senato. Il vero imperatore fu Tiberio. Lui comandava e il suo comando veniva eseguito. I tribuni diventarono cariche militari, i prefetti governavano le regioni che componevano l’Impero ma non erano altro che amministratori e Pilato ne è un esempio. Adriano, della famiglia Antoniniana, fu un altro imperatore che comandava da solo e senza alcun consigliere. Traiano è ancora di più un capo assoluto. L’Impero durò quasi cinquecento anni e consiglieri non ne ebbe mai. Si potrebbe dire che il giovane Nerone ebbe Seneca (solo Seneca) come educatore e la madre, assai autoritaria anche lei; talmente autoritaria che alla fine Nerone se ne stancò e la fece uccidere. Per cinquecento anni la struttura imperiale non fece nessun cambiamento salvo uno: la divisione tra Oriente e Occidente.

In tempi più ravvicinati le monarchie erano chiamate assolute. Il cosiddetto Re Sole, non a caso, sosteneva che lo Stato era lui. Al massimo fu in qualche modo orientato dalle sue amanti. E poi gli Asburgo d’Austria e di Spagna, i duchi di Borgogna, i Re di Spagna, di Francia, di Inghilterra, di Scozia, di Svezia. Gli zar di Russia. Napoleone. Dove sta in questi esempi l’oligarchia? Quelle dittature erano oligarchiche? Assolutamente no. Napoleone ascoltava solo Talleyrand in politica estera e basta.

Ma voglio aggiungere un caso che può sembrare particolare e infatti lo è ma è estremamente significativo: quello del Papa cattolico e dei vescovi. Non so quale sia il numero dei vescovi, certamente molte migliaia, compreso il Papa che è vescovo di Roma. Ma se paragoniamo le migliaia di vescovi alle centinaia di milioni di fedeli siamo di fronte in questo caso ad una oligarchia religiosa. Tanto più se aggiungiamo ai vescovi i cardinali che ammontano a un centinaio o poco più. Il Papa con cardinali e vescovi, nunzi apostolici e sacerdoti addetti a specifici compiti e dicasteri rappresentano un caso tipico di oligarchia. Un’oligarchia che si riunisce molto spesso nei Sinodi dove i pareri, sia pure nel quadro d’una religione che crede nel Dio assoluto trascendente, sono molto diversi e suscitano spesso controversie molto aspre. Il compito del Papa è proprio quello di cercare e trovare una mediazione che almeno per un periodo sia condivisa da tutti

. In sostanza la Chiesa cattolica è sinodale. Potremmo anche chiamare i comitati centrali dei partiti con la parola Sinodo: significano in due diversi casi lo stesso fenomeno oligarchico. Ora mi fermo e non parlerò più di questo tema. Viviamo tempi dove la politica è molto agitata e merita molta più attenzione che definire con le parole e con il pensiero se si chiami oligarchia la sola forma di democrazia che conosciamo.

Eugenio Scalfari

La Repubblica 14 ottobre 2016

http://www.repubblica.it/politica/2016/10/13/news/perche_difendo_l_oligarchia-149655377/

Il precedente articolo del Prof. Gustavo Zagrebelsky

https://liceoeconomicosociale.wordpress.com/2016/10/12/tempo-di-oligarchie-e-di-chiarimenti/

Riforma del Senato, l’appello di Zagrebelsky

senatriffIl funzionamento della democrazia è cosa difficile, stretto tra l’inconcludenza e la forza. Chi crede che si tratti di una battaglia che si combatte una volta ogni cinque anni in occasione delle elezioni politiche e che, nell’intervallo, tutto ti è concesso perché sei il “Vincitore”, si sbaglia di grosso ed è destinato a essere travolto, prima o poi, dal suo orgoglio, o dalla sua ingenuità, mal posti. La prima vittima dell’illusione trionfalistica è il Parlamento. Se pensiamo che si tratti soltanto di garantire l’azione di chi “ha vinto le elezioni”, il Parlamento deve essere il supporto ubbidiente di costui o di costoro: deve essere un organo esecutore della volontà del governo. Altrimenti, è non solo inutile, ma anche controproducente

Le riforme in campo, infatti, sono tutte orientate all’umiliazione del Parlamento, nella sua prima funzione, la funzione rappresentativa. Che cosa significano le leggi elettorali, che prevedono la scelta dei candidati attraverso le “liste bloccate” stilate direttamente dai capi dei partiti o attraverso la farsa delle cosiddette “primarie”, se non l’umiliazione di quella funzione nazionale: trionfo dello spirito gregario o del mercato dei voti. Il prodotto degradato, se non avariato, è davanti agli occhi di tutti. Così, mentre dalle istituzioni ci si aspetterebbe ch’esse tirassero fuori da chi le occupa il meglio di loro stessi, o almeno non il peggio, di fatto avviene il contrario.

Queste istituzioni inducono alla piaggeria, alla sottomissione, all’assenza di idee, alla disponibilità nei confronti dei potenti, alla vigliaccheria interessata o alla propria carriera o all’autorizzazione ad avere mano libera nei propri affari sul territorio di riferimento. Per essere eletti, queste sono le doti funzionali al partito nel quale ti arruoli. Non devi pensare di poter “fare politica”. Non è più il tempo: il tempo è esecutivo!

Una prova evidente, e umiliante, dell’inanità parlamentare è la vicenda che ha agitato la vita politica negli ultimi due anni: la degradazione del Senato in Camera secondaria che dovrebbe avvenire col consenso dei Senatori. Si dice loro: siete un costo, cui non corrisponde nessun beneficio; siete un appesantimento dei processi decisionali, cui corrisponde non il miglioramento, ma il peggioramento della qualità della legislazione. Sì, risponde il Senato: è così. Finora siamo stati dei parassiti inutili e dannosi e siamo grati a chi ce ne ha resi consapevoli! Sopprimeteci!

Vediamo più da vicino questo caso da manuale di morte pietosa o suicidio assistito nella vita costituzionale.

A un osservatore non superficiale che non si fermi alla retorica esecutiva e “governabilitativa”, cioè ai costi (“Senato gratis”, è stato detto) e alla velocità (una deliberazione per ogni legge, invece di due), l’esistenza di una “seconda Camera” risulta bene fondata su “ragioni conservative”. Non conservative rispetto al passato, come fu al tempo delle Monarchie rappresentative, quando si pose la questione del bilanciamento delle tendenze anarcoidi e dissipatrici della Camera elettiva, propensa a causa della sua stessa natura a sperperare denaro e tradizioni per accattivarsi gli elettori. Allora ciò che si voleva conservare era il retaggio del passato. Oggi, di fronte alla catastrofe della società dello spreco, si tratterebbe dell’opposto, cioè di ragioni conservative di risorse e opportunità per il futuro, a garanzia delle generazioni a venire.

Il Senato come concepito nella riforma moltiplica la dissipazione. Se ne vuole fare un’incongrua proiezione amministrativistica di secondo grado di enti locali, a loro volta affamati di risorse pubbliche. A questa prospettiva “amministrativistica” se ne sarebbe potuta opporre una “costituzionalistica”. Nei Senati storici, le ragioni conservative corrispondevano alla nomina regia e alla durata vitalizia della carica: due soluzioni, oggi, evidentemente improponibili, ma facilmente sostituibili con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola tassativa della non rieleggibilità, come garanzia d’indipendenza da interessi particolari contingenti.

A ciò si sarebbero potuti accompagnare requisiti d’esperienza, competenza e moralità particolarmente rigorosi, contenuti in regole di incandidabilità, incompatibilità e ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli eletti. Fantasie. I riformatori costituzionali pensano ad altro: a eliminare un contrappeso politico, ad accelerare i tempi. Non riuscendo a eliminare, puramente e semplicemente, un organo, che così come è si ritiene inutile, anzi dannoso, si sono persi in un marchingegno la cui assurda complicazione strutturale – le modalità di estrazione dei nuovi “senatori” dalle assemblee locali – e procedimentale – i rapporti con l’altra Camera – verrà alla luce quando se ne dovesse sperimentare il funzionamento.

Gustavo Zagrebelsky

Da il Fatto quotidiano dell’8 settembre 2015

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/08/riforma-del-senato-lappello-di-zagrebelsky-fermiamo-il-suicidio-assistito-della-nostra-costituzione/2016743/

 

http://www.libertaegiustizia.it/

 

 

800 ANNI DI CARTA

magnaLa Magna Carta è un documento scritto in latino in cui furono sanciti otto secoli fa una serie di limiti al potere del sovrano inglese: il 15 giugno del 1215 un gruppo di potenti baroni del Regno d’Inghilterra obbligò re Giovanni a concederla. Tra le altre cose, da quel momento il re non avrebbe più potuto imprigionare gli aristocratici senza prima un processo con una giuria di loro pari. Da allora è cresciuto un vero e proprio “mito” della Magna Carta Libertatum che ne ha fatto, nei secoli, un elemento fondante del moderno stato di diritto e, addirittura, della stessa democrazia. L’ottocentesimo anniversario della sua concessione è festeggiato in tutto il mondo anglosassone con esibizioni delle copie del documento e rievocazioni storiche: per l’occasione è stato anche aperto su Twitter l’account .

L’importanza della Magna Carta, come ha scritto Jill Lepore sul New Yorker, è stata probabilmente esagerata. Quasi tutti ricordano le norme che tutelavano i baroni dallo strapotere del re, ma in pochi ricordano che gran parte del documento era dedicato a più complesse questioni di diritti feudali e a numerosi e spesso bizzarri dettagli di legislazione medievale. Fu anche un documento dalla storia particolarmente tribolata, più volte annullato, ristabilito, dimenticato e poi riscoperto. Ad esempio, poche settimane dopo l’approvazione della Magna Carta, re Giovanni (che è lo stesso della storia di Robin Hood, per intendersi), scrisse una lettera al papa implorandolo di annullare il documento che, disse, gli era stato estorto con le minacce. Il papa lo accontentò, i baroni si ribellarono e scoppiò una guerra civile. Giovanni morì poco dopo di dissenteria e per risparmiarsi problemi con i baroni riottosi il suo successore dichiarò la Magna Carta di nuovo valida.

Nel Seicento, con i sovrani della dinastia Stewart, la Magna Carta passò in secondo piano rispetto alle prerogative di sovrani che sostenevano di regnare direttamente per volere di Dio. La rivoluzione inglese di metà Seicento, che come la più famosa rivoluzione francese di un secolo dopo terminò con la decapitazione di un re, riportò la Magna Carta in primo piano. Quando, cento anni dopo, i coloni americani decisero di ribellarsi alla monarchia inglese fecero anche loro appello all’antico documento, consacrandone definitivamente il mito anche negli Stati Uniti.

La concessione della Magna Carta
Giovanni era diventato re in seguito alla morte di Riccardo Cuor di Leone nel 1199 e qualche anno dopo aveva avviato una guerra in Francia, con l’obiettivo di difendere e riconquistare alcuni territori dei Plantageneti, la casa reale di cui faceva parte. Per finanziare il conflitto impose una forte tassazione ai suoi baroni, che protestarono contro la decisione del sovrano. La spedizione in Francia andò male e nel maggio del 1215 i baroni si ribellarono e rifiutarono la loro fedeltà a re Giovanni, che fu costretto a sistemare le cose incontrandoli a Runnymede, oggi nella contea del Surrey, e a dare una serie di concessioni alla base della Magna Carta Libertatum. In pratica il re confermava i privilegi dei feudatari e del clero, impegnandosi ad avere meno influenza nei loro affari.

Gli articoli della Magna Carta stabilivano, tra le tante cose, che l’imposizione di nuove tasse ai vassalli diretti del re dovesse ricevere prima il consenso del consiglio comune del regno (formato dal clero e dai feudatari), che si doveva riunire e deliberare a maggioranza sui nuovi provvedimenti. Si sanciva anche la necessità di una pena proporzionata rispetto al reato commesso, la fine degli arresti senza processo, l’integrità e la libertà della Chiesa inglese e la costituzione di una commissione di 25 baroni per vigilare sul mantenimento degli impegni da parte del re.

Com’era fatta la Magna Carta
La Magna Carta fu riprodotta in numerose copie, alcune delle quali risalenti al 1215 sono arrivate fino ai giorni nostri. I documenti erano scritti in latino a mano, utilizzando penna d’oca su pergamena e avevano il sigillo reale, che ne certificava la validità. Sull’originale del 1215 non c’erano firme e nemmeno i sigilli dei singoli baroni che avevano ottenuto le concessioni da re Giovanni. Inoltre, i vari articoli non erano numerati, ma semplicemente elencati: solo nella seconda metà del 1700 fu introdotta una numerazione per rendere più pratici i riferimenti al documento.

Si stima che nel 1215 furono realizzate almeno 13 copie della Magna Carta, inviate agli sceriffi delle contee e ai vescovi per chiarire quali fossero le nuove regole della monarchia. Di questi documenti, quattro sono ancora esistenti e sono conservati presso alcune istituzioni del Regno Unito. Negli anni seguenti furono realizzate altre copie, alcune delle quali sono ancora esistenti oggi e conservate in musei in giro per il mondo.

http://www.ilpost.it/2015/06/15/magna-carta/

Twitter

https://twitter.com/MagnaCarta800th

La Scozia non se ne va

Lrefereea Scozia ha detto no all’indipendenza, e lo ha fatto in maniera decisa, al termine di uno storico referendum che ha spaccato la nazione e tenuto la Gran Bretagna e l’Europa con il fiato sospeso: 55.3% agli unionisti contro il 44.7% degli indipendentisti. 

………….

RECORD DI AFFLUENZA ALLE URNE

A scrutinio concluso il no ha preso oltre due milioni di voti contro un milione e seicentomila preferenze per il sì. Il voto ha anche fatto registrare record di affluenza per la Scozia: circa l’85% dei 4.2 milioni che si erano registrati per votare si sono recati alle urne. Mentre gli indipendentisti piangono per aver fallito un’occasione storica, gli unionisti riuniti nella sede di Glasgow esultano. Il leader del no Alistair Darling ha parlato di “notte straordinaria” e ha invitato gli scozzesi all’unità dopo una campagna elettorale che ha infuocato gli animi.

Il drammatico spoglio, durato tutta la notte, è stato seguito con un misto di apprensione e speranza da tutto il Paese, con centinaia di scozzesi riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione.

GLI UNIONISTI SI IMPONGONO A EDIMBURGO

I primi dati sono arrivati dalle più piccole e remote contee della Scozia, e il trend è apparso subito favorevole agli indipendentisti. La prima vittoria per il sì è arrivata dopo sette aree scrutinate nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come ’Yes City’, dove il sì ha registrato il 57,35% contro il 42,65% del no. Anche Glasgow vota per l’indipendenza, 53.5% contro 46.5%. Ma non basta. In mattinata arriva anche il dato di Edimburgo, che vota convintamente per gli unionisti, 61% al no contro il 39% del no.

Gli indipendentisti, che promettevano un Paese sovrano, prospero e ancorato alla sterlina e alla casa reale, avevano compiuto una clamorosa rimonta e sembravano ad un passo dal successo. La loro è stata una campagna più aggressiva e intraprendente, ma alla fine ha prevalso la “maggioranza silenziosa” preoccupata per i rischi economici e l’incertezza politica che l’indipendenza avrebbe potuto comportare.

GLI INDIPENDENTISTI D’EUROPA GUARDANO ALLA SCOZIA

In Europa tutti i Paesi in cui esistono rivendicazioni separatiste avevano gli occhi puntati sulla Scozia. Più di tutti la Spagna, dove la Catalogna ha già convocato, nonostante l’ostilità di Madrid e l’irrilevanza giuridica, un suo referendum indipendentista per il 9 novembre. Faceva il tifo per il sì anche la Lega in Italia, con il segretario Matteo Salvini arrivato in Scozia.

AI SEGGI

Il quesito sulla scheda chiedeva semplicemente: “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?” Ma il voto ha costretto gli elettori a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità e senso di appartenenza: Sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono? Una studentessa di 18 anni al suo primo voto, Shonagh Munro, racconta: “Mia madre è inglese, mio padre scozzese, sono nata a Glasgow, studio a Edimburgo. Mi definisco scozzese ma sono orgogliosa di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo”.

Giovedì le urne sono state aperte della 7 alle 22 ora locale, quindici ore per decidere se separarsi per sempre dalla Gran Bretagna o mantenere intatto un legame che dura dal 1707. A Edimburgo e in molte altre città le file erano cominciate ancor prima dell’apertura dei seggi, mentre volontari distribuivano bandierine e spillette agli angoli delle strade cercando di convincere gli indecisi.

Per alcuni votare per l’indipendenza è stato il sogno di una vita, adesso spezzato. “Sono nazionalista da quando ho 13 anni,” aveva detto Tommy Moore, 59 anni, spilletta “YES” appuntata sulla maglietta. “Gli unionisti dicono di amare la Scozia ma sono dei traditori”.

http://www.lastampa.it/2014/09/19/esteri/referendum-la-scozia-dice-no-allindipendenza-ktPCuUTVIGtu5CIVaEcCfP/pagina.html

 

 

E se la Scozia votasse per l’indipendenza?

scottishCosa succederebbe in concreto se fra nove giorni la Scozia votasse per l’indipendenza? Bbc, Times ed esperti cercano affannosamente le risposte, ora che l’ipotesi è diventata reale, con i sondaggi che danno i “sì” (alla secessione dalla Gran Bretagna) e i “no” testa a testa per il voto del 18 settembre.

Governo britannico
Ci sarebbero pressioni su David Cameron da parte del suo stesso partito conservatore per costringerlo a dimettersi, come responsabile della perdita della Scozia. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, sarebbe il favorito per sostituirlo, non appena venisse eletto deputato (è in calendario un’elezione supplettiva che potrebbe liberare un seggio per lui), dunque senza bisogno di attendere le prossime elezioni generali, che sono comunque non lontane: previste per il maggio 2015, potrebbero essere anticipate o anche posticipate.

Opposizione
Guai in vista anche per il partito laburista, che in Scozia solitamente conquista tutti i seggi o quasi per il parlamento nazionale. Senza la Scozia, il Labour rischia di essere condannato all’opposizione perpetua.

Parlamento
Il governo scozzese si propone di negoziare in due anni tutte le questioni legate all’indipendenza. Significa che fino al 2016 la Scozia resterebbe di fatto parte della Gran Bretagna. Dunque gli scozzesi voterebbero per eleggere la loro quota di deputati al parlamento nazionale nelle elezioni del 2015, ma quei deputati dovrebbero poi dimettersi quando l’anno seguente la Scozia non farebbe più parte del Regno Unito. Un bel rompicapo per chiunque dovrà formare una maggioranza parlamentare e un governo.

Mercati e sterlina
Il giorno dopo il referendum la Banca d’Inghilterra e i governi britannico e scozzese dovrebbero lanciare un’azione congiunta per impedire il crollo della sterlina e della borsa. Molte aziende con base in Scozia, specie in campo finanziario, si trasferirebbero probabilmente a Londra per continuare a usufruire dei crediti della Banca d’Inghilterra. La Scozia cercherebbe di conservare la sterlina come propria valuta nazionale, ma il governo britannico per ora si oppone: non è chiaro cosa accadrebbe.

Petrolio
E’ la principale risorsa economica scozzese e una delle ragioni che spingono il governo di Edimburgo verso l’indipendenza, per creare una piccola e ricca nazione di stampo scandinavo, tipo la Norvegia (queste le intenzioni, perlomeno). Sulla base della divisione delle acque del mare del Nord per l’industria della pesca, decisa dopo la devolution varata da Blair, alla Scozia andrebbe circa il 91 per cento dei pozzi petroliferi.

Armi nucleari
Le forze atomiche britanniche, basate su sottomarini, sono situate a Faslane, in Scozia. Ma il governo indipendentista scozzese vuole un paese “nuclear free”. Spostare la flotta nucleare costerebbe miliardi alla Gran Bretagna e non è nemmeno chiaro dove potrebbe ricollocarsi: un’ipotesi è che finisca addirittura all’estero, in Francia o negli Usa.

Nome del paese e titolo della sovrana
Non potrebbe più chiamarsi “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord”. La denominazione “Gran Bretagna” risale al 1707, quando l’Inghilterra si unì alla Scozia. Un nuovo nome potrebbe essere “Regno Unito di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord” – ma non è escluso che anche l’Irlanda del Nord organizzi nel prossimo futuro un referendum per staccarsi dal Regno Unito e ricongiungersi con la repubblica d’Irlanda. Cambierebbe di conseguenza anche il titolo della regina Elisabetta, che tuttavia potrebbe restare capo di stato della Scozia: così dicono per ora gli indipendentisti. Una dozzina di ex-colonie britanniche attuali membri del Commonwealth, tra cui Canada e Australia, hanno la regina Elisabetta come capo di stato.

Unione Europea
La Scozia aspira a rimanere membro dell’Unione Europea. Ma non potrebbe diventarlo automaticamente: necessita il voto unanime di tutti i 28 membri e basta il veto di un paese per bloccarne l’ingresso. Voterebbe a favore la Spagna, con il rischio che Catalogna e Paesi Baschi seguano poi l’esempio della Scozia? Ma non è questo l’unico dilemma. Senza il voto degli scozzesi, mediamente assai più europeisti degli inglesi, è più probabile che il referendum che Cameron vuole indire nel 2017 sull’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione Europea produrrebbe un divorzio del Regno Unito dalla Ue. Così in futuro potrebbe esserci un’Europa a chiazze, con l’Inghilterra che non ne fa parte, la Scozia e l’Irlanda sì.

http://www.repubblica.it/economia/2014/09/09/news/bye_bye_scozia_gli_effetti_dell_indipendenza-95347177/?ref=HREC1-18

L’alchimista che trasformò la carta in oro

alchimista[1]C’era una volta un alchimista che, come tutti gli alchimisti, cercava la pietra filosofale, il magico ingrediente capace di trasformare il metallo vile in oro.

Scrutando il miraggio della trasmutazione, il nostro alchimista vagava senza costrutto fra nigredo, albedo e rubedo senza però mai giungere al compimento della Grande Opera. Il metallo rimaneva vile, e l’oro non compariva. Il sogno della perfetta purezza rimaneva confinato negli astrusi libroni che nascondeva nei recessi del suo studio, che esibiva agli occhi del pubblico trattati di matematica, astronomia, fisica, filosofia e teologia, nei quali eccelleva, primo fra i dotti.

Per nulla pago della vasta erudizione, il nostro alchimista languiva di desiderio e invecchiava con mestizia. Sul grande medagliere dei suoi successi incombeva minacciosa la nube grigia del fallimento.

Finché un giorno la nomea del grande erudito giunse alle orecchie di un re. Costui ormai da anni accumulava montagne di Note di Banco, che ormai si chiamavano Banconote, che gli dicevano valessero più del tesoro della Corona.

Il vecchio Re faticava a comprendere come potesse, quella montagna di carta, esser tanto preziosa come gli spiegava il suo banchiere di corte. Nè tantomeno capiva come potesse, quella ricchezza di carta, crescere al crescere dei debiti che lui stipulava con la Banca.

“I vostri debiti Maestà – diceva l’oscuro banchiere – sono la ricchezza del Paese”.

E il Re, patriotticamente, ne faceva altri……..

continua a leggere…..   http://thewalkingdebt.wordpress.com/2013/05/24/lalchimista-che-trasformo-la-carta-in-oro/

 

 

 

Votare è bellissimo: parola di Giacomo

giacomoCi sono state domeniche in cui andare a votare era bellissimo. Penso al referendum Repubblica o Monarchia e contemporaneamente, nella stessa domenica, all’elezione dei rappresentanti dell’Assemblea costituente; oppure a quella domenica di due anni dopo, nel 1948, in cui, dopo una campagna elettorale dai toni quasi drammatici, il Paese si mobilitò per andare alle urne: più del 90% degli aventi diritto si recò ai seggi. 

Si votò in tante altre domeniche e sempre con una straordinaria partecipazione popolare; personalmente ne ricordo almeno un paio dove l’esito della consultazione elettorale avrebbe modificato le abitudini del Paese e le mie: il referendum sul divorzio nel 1974 e la domenica del 20 giugno del 1976 in cui per la prima volta votarono anche i diciottenni, e io per la prima volta entravo in una cabina elettorale. Me la ricordo ancora quella domenica, i sogni di cambiamento che potevano avverarsi con quel segno scritto con una matita copiativa e la frustrazione avvilente nel constatare un paio di giorni dopo – non c’erano gli exit poll – che la lista per cui avevo votato aveva raggranellato un misero 1,52%.

Poi ci furono elezioni amministrative, referendum sulla caccia, sull’acqua potabile, sugli embrioni, sul finanziamento dei partiti che regolarmente viene abolito e immediatamente dopo ripristinato; elezioni politiche nazionali e per il Parlamento europeo. …

Mi hanno sempre appassionato le elezioni, tutti i tipi di elezioni, anche quelle per il rinnovo del circolo del tennis, dei rappresentanti dei genitori di classe, e dei consiglieri del condominio. Mi piace votare, mi piace esprimere le mie preferenze: tutte le mattine mi sveglio e dentro di me avviene una campagna elettorale per come mi devo vestire, si presentano le liste, quella dello «Spezzato classico con cravatta», «Citizen con maglioncino in cachemire», che vince quasi sempre, e «Pantalone strettissimo a tubo e corto a scoprire la caviglia, con giacca tre taglie in meno, tanto non usa allacciarla», la quale ottiene gli stessi voti grosso modo dell’Udc: non è mai decisiva ma rompe le balle a tutti quanti….

Nauseati, svogliati, confusi, straniti, avviliti, arrabbiati, delusi? Questa campagna elettorale assomiglia al calciomercato di gennaio: le nostre squadre fin qua hanno deluso e ora speriamo nel miracolo del top player per salvare la stagione.

La formazione delle liste elettorali segue le stesse regole delle squadre di calcio, i segretari di partito sono come i presidenti del pallone: solo da loro dipende la scelta dei futuri onorevoli e senatori, come l’acquisto del terzino di fascia o del centrocampista con i piedi buoni. Non esiste una consultazione democratica, la nostra felicità dipende dalla possibilità di spesa del nostro presidente o dalle simpatie del nostro segretario di partito….

Giacomo Poretti

http://www.lastampa.it/2013/01/13/societa/votare-e-bellissimo-quasi-sempre-a-volte-WetlK6XBr5FX4C8oV1jUEK/pagina.html