Centoparole

Ldantema settimana della lingua italiana nel mondo è appena cominciata e già si accavallano gli studi, i sondaggi, i libri sull’argomento. Di ieri, per esempio, è un’indagine di www.libreriamo.it condotta su cinquemila persone, secondo la quale il podio degli strafalcioni scritti e parlati degli italiani è occupato da ‘un pò’, ‘qual’è’ e dal non uso o uso errato del congiuntivo. Non a caso un linguista e critico letterario come Gian Luigi Beccaria autore del reccentissimo L’italiano in 100 parole
(Rizzoli, pp. 490, euro 18), subito dopo aver sottolineato l’importanza dell’iniziativa del Ministero degli esteri, annota: «Bisogna pensare all’italiano nel mondo, ma dobbiamo cominciare a pensare anche a fare qualcosa per migliorarlo in Italia. La nostra è una lingua ricchissima e la gente non la conosce, non la possiede. Parole certamente utili come  ok e gossip sostituiscono e accorpano espressioni un tempo comuni che non si usano più per pigrizia. L’italiano scritto peggiora sempre di più. La sintassi latita. La civiltà delle immagini punta tutto sulla velocità esiliando il ragionamento e la costruzione del discorso. Un fenomeno non solo italiano, ma sul quale bisogna meditare».

Non è solo colpa dell’inglese, quindi?
«Vede, la ricchezza di una lingua è anche nella sua capacità di sapersi ‘imbastardire’ assumendo parole e concetti dall’esterno. Non a caso questa è la forza dell’inglese moderno, che non ha mai avuto momenti di difesa del ‘purismo’, ha preso tutto da tutti: latinismi, francesismi, italianismi, arabismi…».

Lei però nel libro lamenta un uso eccessivo di ‘anglicismi’ nell’italiano attuale…

«Troppi e anche a sproposito, con l’uso di espressioni che in inglese nessuno si sognerebbe di utilizzare, come: andare in
tilt , toast, autogrill , slip, golf … Certo non dobbiamo chiuderci, ma dobbiamo anche un po’ difenderci. Parole inglesi come ok
gossip, dicevamo, impoveriscono la nostra lingua: non si dice più ‘va bene’, ‘sta bene’, ‘tutto a posto’, non si ‘spettegola’ più, non si fanno più ‘chiacchiere malevole’, non si dicono ‘indiscrezioni’, ‘maldicenze’, ma si dice sempre ‘ok’ e si fa sempre e soltanto gossip. E poi penso anche all’uso di parole italiane come se fossero il corrispettivo inglese».
Per esempio?
«La parola ‘grosso’ che traduce l’inglese big e viene usata in italiano alla stessa maniera al punto che si stanno perdendo gli altri equivalente italiani che offrono molte sfumature. Così diciamo uniformemente: un ‘grosso evento’, un ‘grosso scrittore’, un ‘grosso personaggio’, un ‘grosso successo’… Penso anche alla parola ‘testare’ nell’uso che deriva dall’inglese to test, che funziona bene, ma ha eliminato sinonimi come ‘provare’, ‘saggiare’, ‘sperimentare’, ‘analizzare’, ‘collaudare’…».

L’italiano che emerge dal suo libro, però, è una lingua ricchissima, che nei secoli ha saputo restare vitale grazie anche alla capacità di rendere proprie parole di altre lingue.
«Il concetto giusto è rendere proprio per arricchire la lingua, non quello di assorbire acriticamente per impoverire il linguaggio. In questo senso non esiste l’italiano puro. Esistono centinaia, migliaia di vocaboli che vengono da altre lingue e sono diventati italiano. Pensiamo solo a quelli che derivano dall’arabo: ‘ragazzo’, ‘bizzeffe’, ‘zenit’, ‘almanacco’, ‘algoritmo’, ‘algebra’, ‘sciroppo’, ‘spinacio’, ‘zafferano’, ‘carciofo’, ‘arancio’, ‘cappero’, ‘arsenale’, ‘tariffa’, ‘quintale’, ‘carrugio’, ‘camallo’, ‘zero’… Ecco, pensiamo solo all’importanza di ‘zero’…».

Intende come concetto?
«Lo ‘zero’ era ignoto ai Greci e ai Latini. Un numero che introduce il concetto del nulla e del vuoto: arriva nel Medioevo e cambia il modo di pensare, di argomentare, di filosofare».

Proprio nel Medioevo nasce e si forgia la nostra lingua.
«È per questo che la prima parola-espressione delle cento del mio libro è sao ko kelle terre. Si tratta della prima attestazione di una frase in volgare. Risale al 960. È tratta dal cosiddetto Placito capuano,
un atto notarile che sancisce che la locale abbazia benedettina è legittima proprietaria di certi terreni. Tutto è scritto in latino, ma i tre testimoni che asseverano la proprietà pronunciano una frase in volgare, non perché non sanno il latino, ma perché quella è la formula d’uso:  Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti».

La seconda parola è ‘laudare’.
«Perché il Cantico delle creature è il più antico componimento in volgare del quale si conosca l’autore e l’anno (1224-1226)».

Insomma, l’italiano comincia come lingua colta e aulica.
«L’italiano è stato fino all’800 più una lingua scritta che parlata perché la gente usava i dialetti. E lo scritto, come non è capitato in nessun’altra lingua, diventa subito gigantesco con Dante, Petrarca, Boccaccio, riferimenti precisi per molti secoli. Solo Manzoni nella prosa, Leopardi, Carducci e Pascoli nella lirica ci emancipano da quegli schemi».

Il ’700 è un altro momento importante. Lei ne parla anche attraverso la ‘parola’ 53: ‘atmosfera politica’.
«In quell’epoca, grazie all’influenza francese, tante parole che hanno un significato solo per le tecniche e i mestieri acquistano un senso figurato. Vocaboli come ‘duttile’ e ‘amalgama’ in italiano erano riferite solo ai metalli. ‘Atmosfera’, ‘termometro’ ed ‘elettrico’ escono dai loro contesti scientifici e si apre un mondo nuovo fatto di ‘atmosfere elettriche’, ‘situazioni elettrizzanti’, ‘termometri politici’».

Poi ci sono le parole italiane nel mondo…
«Ci sarebbe da fare un libro solo per la terminologia musicale nata da noi ed esportata per secoli nel mondo. ‘Adagio’, ‘allegro’, ‘tenore’, ‘sinfonia’, ‘viola’, ‘violino’, ‘maestro’, ‘diva’ sono solo alcuni esempi e ancora oggi sfogliando le pagine di giornali inglesi che si occupano di musica troviamo ‘belcanto’, ‘cadenze’, ‘capriccio’…».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Ok-gossip-tilt–e-l-ITALIANO-.aspx

 

L’italiano in 100 parole

Gianluigi Beccaria

http://www.rizzoli.eu/libri/litaliano-in-100-parole/

Settimana della lingua italiana nel mondo

http://www.accademiadellacrusca.it/it/attivita/settimana-lingua-italiana-mondo

 

Quanto cibo si può comprare con 5 dollari in giro per il mondo?

Stessi alimenti, Paesi diversi. Quanto cibo si può acquistare con cinque dollari in varie parti del mondo? Per rispondere a questa domanda il sito BuzzFeed ha realizzato un video in cui pone a confronto le differenti quantità dello stesso prodotto – in questo caso banane, caffè, panini, macinato, riso, patate, uova e birra – vendute per il medesimo prezzo negli Usa, in Etiopia, Gran Bretagna, Italia, Francia, Svezia, Cina e Giappone.  BuzzFeed (piattaforma online che riunisce contenuti virali) ha utilizzato come fonti siti governativi e quotidiani come il New York Times, il Telegraph e l’Economist…

http://video.repubblica.it/mondo/il-cibo-che-si-puo-comprare-con-5-dollari-in-giro-per-il-mondo/126117/124614?ref=HRESS-15

Una pagella per le 10 grandi sorelle del cibo

Oxfam lancia l’iniziativa Scopri il Marchio per analizzare le politiche sociali e ambientali delle multinazionali dell’alimentare e avverte: «Le ‘10 Grandi Sorelle’ del cibo fanno ancora troppo poco per tutelare i produttori ed il pianeta, ma i consumatori possono fare la  differenza»

Sulla base di questi temi, la pagella-Scopri il Marchio ha evidenziato come alcune aziende (ABF, Kellogg’s, Mars) siano nettamente più indietro di altre, come Unilever o Nestlé. Tuttavia, nessuna di queste aziende è oggi leader nella lotta alla fame e alla povertà.

Oxfam ha analizzato per un anno e mezzo le politiche delle 10 più grandi aziende alimentari del mondo. Abbiamo scoperto che alcune aziende si sono assunte degli impegni importanti, che meritano un riconoscimento. Tuttavia, nessuna delle 10 maggiori aziende del cibo sta tutelando abbastanza i milioni di uomini e donne che producono e coltivano le loro materie prime, né la terra, l’acqua e l’aria da cui dipende ciò che mangiamo ogni giorno. Eppure le ‘10 Grandi Sorelle’ del cibo guadagnano, complessivamente, un miliardo di dollari al giorno: hanno tutta l’influenza economica, sociale e politica necessaria per fare la differenza nella lotta alla fame e alla povertà globale” Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne e Cittadinanza Attiva di Oxfam Italia

http://www.oxfamitalia.org/primo-piano/scopri-il-marchio

Il mercato dell’auto oggi

IL MONDO
A livello mondiale il mercato  delle  auto non è affatto in crisi. Grazie alla spinta dei paesi  emergenti e nonostante il parziale rallentamento  dell’economia cinese,  nel primo semestre 2012 sono stati venduti sul pianeta 40 milioni e 466  mila auto, il 6,7 per cento in più dello  stesso periodo del 2011, che  pure  era stato un anno record. È dunque  immaginabile che a fine anno  si arriverà intorno agli 80 milioni di auto vendute, un po’ piú di una  ogni cento abitanti. Molta parte di questo incremento è stato realizzato   in Asia. I costruttori europei che si sono attrezzati prima per essere   presenti su quei mercati hanno  retto meglio alla crisi. La Fiat è  riuscita a intercettare solo parzialmente quella crescita, grazie allo  storico  insediamento in Brasile, in questi anni vera gallina dalle uova   d’oro per il gruppo di Torino. Ma non basta.  Uno dei problemi è che  anche Chrysler non è ben posizionata in Asia. Marchionne ha deciso  di  correre ai ripari in Cina  ma ci vorrà tempo.
L’EUROPA
Il mercato  viaggia a due velocità. Complessivamente nei primi otto mesi dell’anno  ha perso il 6,6 per cento ma è una somma algebrica.
Perché i paesi  della zona euro sono scesi del 9,6 mentre il resto del continente  è  salito del 2,5 per cento. La zona euro pesa di più sul totale perché   comprende tutti i principali mercati tranne quello inglese. Il crollo  dell’area euro è evidente conseguenza delle politiche recessive  dei  governi per far fronte alla crisi del debito. Infatti i mercati dei  paesi del Sud Europa vanno peggio degli altri. A livello continentale  questa dinamica favorisce soprattutto  le case tedesche che  rappresentano  ormai il 43 per cento del mercato (se si esclude Ford  Europa che vale il 7,5 per cento). Le due case  francesi hanno insieme  il 21 per cento mentre il gruppo Fiat ha il 6,5 e perde rispetto al 7,2  dello scorso anno. Nella crisi c’è dunque chi vince. Nei primi otto mesi  dell’anno Volkswagen ha addirittura incrementato  le vendite, sia  pur di poco (+0,5 per cento). Il cali più vistosi  sono quelli di Fiat (  — 16,5 per cento) e Renault (—16,1). Il calo di Fiat è dovuto al fatto  che il mercato di riferimento, quello italiano, è quello che ha perso di  piú ( — 19,9) tra i cinque grandi del continente.

http://dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/36727–caso-panda-primo-effetto-della-crisi-da-pomigliano-meta-delle-auto-previste-.html