Google, multa Ue di 4,3 miliardi

Nuova multa record per Google dalla Commissione Ue, la più alta mai comminata. Il motore di ricerca, che è riuscito a schivare le accuse di Bruxelles, dovrà pagare 4,3 miliardi di euro per aver abusato della posizione dominante del suo sistema operativoAndroid. La sanzione ammonta a quasi il doppio di quella, già rilevante, che la Ue inflisse a Google lo scorso anno: 2,4 miliardi di euro per aver favorito il suo servizio di comparazione di prezzi Google Shopping a scapito degli altri competitor.

La Commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha annunciato le motivazioni della Commissione in una conferenza stampa. Il caso Android è nel mirino di Bruxelles dal 2015. Dopo un anno di indagini, nel 2016 Google fu accusata formalmente di aver obbligato i produttori di smartphone, come Samsung o Huawei, a pre-installare Google Search e a settarlo come app di ricerca predefinita o esclusiva. “Il nostro caso riguarda tre tipi di restrizioni che Google ha imposto ai produttori di apparecchi Android e operatori di rete per assicurarsi che il loro traffico andasse verso il motore di ricerca di Google – ha spiegato Vestager – In questo modo, Google ha usato Android come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca. Pratiche che hanno negato ai rivali la possibilità di innovare e competere sui meriti. E hanno negato ai consumatori europei i benefici di una concorrenza efficace nella importante sfera mobile. Questo è illegale per le regole dell’antitrust Ue”.

In particolare, Bruxelles contesta a Google tre cose. La prima: ha chiesto ai produttori di device Android di pre-installare l’app di Google Search e il browser Chrome come condizione per fornire la licenza dell’app store di Google, cioè Play Store. Secondo: ha pagato alcuni grandi produttori e operatori di rete a condizione che pre-installassero l’app di Google Search. Infine, Google ha offerto incentivi finanziari ai produttori e agli operatori di reti mobili a condizione che installassero esclusivamente Google Search sui loro apparecchi. Questo allo scopo di consolidare e mantenere la sua posizione dominante. La notizia della multa record è stata data per prima dall’agenzia Bloomberg. Per quanto riguarda la multa inflitta lo scorso anno per Google Shopping, l’azienda ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia della Ue.

Secondo la società di ricerca Gartner, Android nel 2017 ha dominato il mercato della telefonia cellulare con una quota dell’85,9%: l’anno scorso sono stati venduti circa 1,3 miliardi di telefoni con Android contro i circa 215 milioni che girano con iOS e 1,5 milioni che utilizzano altri sistemi operativi. L’ammontare dell’ammenda è deciso all’ultimo momento e può teoricamente raggiungere, secondo le regole di concorrenza europee, fino al 5% del fatturato totale della società, che è calcolato per Alphabet, società madre di Google, in 110,9 miliardi di dollari nel 2017, ovvero 94,7 miliardi di euro. La multa si calcola anche in base alla durata dell’infrazione, all’intenzione o meno di commetterla e alle sue conseguenze, cioè se ha davvero ha fatto fuori i competitor dal mercato oppure no.

La mossa di Bruxelles, che era attesa, è destinata a farsi sentire nelle già tese relazioni Usa-Ue. Per parte sua l’azienda ha replicato con l’intenzione di ricorrere contro la sanzione: “Android ha creato più scelta per tutti, non meno: un ecosistema fiorente, innovazione rapida e prezzi più bassi sono le caratteristiche classiche di una forte concorrenza. Faremo appello contro la decisione della Commissione”. Non solo. Il numero uno di Google, Sundar Pichai, ha agitato lo spettro di un sistema operativo a pagamento, in futuro, per i produttori di smartphone. Intanto, però, Google deve cambiare la propria “condotta illegittima” entro 90 giorni, altrimenti rischia un’altra multa che potrebbe arrivare fino al 5% del giro d’affari mondiale medio giornaliero di Alphabet, la società madre del noto motore di ricerca. “Finora, il modello di business di Android è stato progettato in modo da non dover far pagare per la nostra tecnologia”, afferma Pichai, ricordando la dura concorrenza con iOS di Apple. “Siamo preoccupati – prosegue il ceo – invii un segnale preoccupante a favore di sistemi proprietari rispetto a piattaforme aperte”.

 

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L’allarme di Ft: «Oggi Amazon pratica prezzi bassi, che cosa farà in futuro?»

Spendendo un miliardo di dollari Amazon ne ha cancellati 14. Non soldi suoi, ma del settore in cui ha fatto il suo ingresso, quello della distribuzione dei farmaci. Con questo commento il Financial Times fa il punto sull’ultima acquisizione del dinamico e controverso gruppo delle consegne globali — Amazon — la creatura fondata 24 anni fa a Seattle dal visionario Jeff Bezos e valutata oggi in Borsa l’incredibile somma di 824 miliardi di dollari, grosso modo quanto il Pil annuale di un paese come l’Olanda.

La somma «sparita» di 14 miliardi di dollari equivale alle perdite in borsa subite dalle principali catene statunitensi di distribuzione di farmaci — Walgreens, Boots Alliance, Cvs Health, Express Scripts, Cardinal Health, McKesson e Amerisource -Bergen — dopo che il colosso di Seattle ha annunciato l’acquisizione di PillPack, una società di vendita online di specialità farmaceutiche. Già nel corso degli ultimi 12 mesi, ricorda il Financial Times, queste società avevano perso circa il 10% della loro capitalizzazione in seguito ai «rumours» di un possibile ingresso di Amazon nel settore.

Il mercato, secondo il giornale finanziario britannico non sta reagendo in modo esagerato. Infatti tutte le volte che Amazon ha provato a colonizzare nuovi segmenti della distribuzione l’impatto è stato fortissimo, come ad esempio nel caso di Wal Mart che ha visto ridurre drasticamente i suoi margini a causa della concorrenza del gigante di Seattle. E tuttavia i consumatori beneficiano delle riduzioni di prezzi che derivano dall’aumento della concorrenza il che va a merito di Amazon. Una società che nel 2017, grazie alle sue dimensioni colossali, è stata in grado di investire 34 miliardi di dollari in nuove piattaforme tecnologiche d’avanguardia, contenuti e servizio alla clientela. Nessuno è in grado di competere con una simile potenza di fuoco.

Ma che cosa accadrà una volta che Amazon avrà raso al suolo i principali competitor all’interno dei settori in cui opera, si chiede il quotidiano della City. Il rischio è che i consumatori, che oggi godono di tutti i vantaggi di prezzi più bassi nell’acquisto dei prodotti siano costretti in futuro a pagare di più. E senza neanche accorgersene o avere la possibilità di rivolgersi altrove.

Marco Sabella

Corriere della sera , 1 luglio 2018

https://www.corriere.it/economia/18_luglio_01/allarme-ft-oggi-amazon-pratica-prezzi-bassi-che-cosa-fara-futuro-7af76df2-7d1b-11e8-b995-fbeecea523fe.shtml

 

Sullo stesso tema:

https://www.corriere.it/economia/18_gennaio_19/amazon-rischio-monopolio-l-ipotesi-dividerla-due-6a91276a-fd18-11e7-b1af-dcddd5d25ebd.shtml

https://www.internazionale.it/notizie/robinson-meyer/2017/06/29/monopolio-amazon

https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/monopolista-monopsonista-amazon-caso-unico-al-mondo-leuropa-sta-guardare/

 

Biglietti aerei, il prezzo dipende da un algoritmo

L’intenzione è concedersi una pausa a New York. Partenza il 6 novembre, ritorno otto giorni dopo: 382 euro, tasse incluse, calcola l’app sul telefonino mentre la metropolitana è ferma in una zona periferica di Milano. Pochi minuti dopo si tenta l’acquisto, stavolta dal computer di lavoro, in pieno centro: 421 euro per lo stesso volo, la stessa classe. «Uno potrebbe pensare che intanto qualcun altro ha prenotato, riducendo i sedili liberi a disposizione e incrementando il valore dei biglietti successivi», sintetizza un manager di una grande compagnia aerea europea. «Ma la verità è che l’algoritmo del vettore ha fatto un’analisi più sofisticata: ha notato che il viaggiatore, una volta davanti alla scrivania, si trova in un’area dove il reddito medio è elevato — il centro città — e gli orari sono quelli di ufficio, quindi magari la trasferta è per motivi professionali e a pagare sarebbe l’azienda».

I big data

L’ambito è l’«airline revenue management». Tradotto in modo esplicito: dimmi dove ti colleghi, quando e con quale dispositivo così potrò stabilire il prezzo massimo che riesco a farti pagare. Il tutto grazie ai big data, l’ammasso di informazioni digitali raccolte da ogni tipo di fonte possibile e incrociati tra loro. «È una versione moderna del rivenditore di auto», commenta Rafi Mohammed, noto consulente sulle strategie di prezzo, nell’ultimo numero della rivista Harvard Business Review. Se a quelli bravi «bastano uno sguardo all’abbigliamento, domande sulla residenza e sulla professione e un paio di battute per intuire quanto può spendere al massimo per un veicolo ogni singolo cliente», allo stesso modo funzionano anche gli algoritmi elaborati per conto di alcune compagnie aeree e motori di ricerca dei viaggi.

La «discriminazione»

Mohammed racconta come la discriminazione tariffaria abbia colpito anche lui. «Quando ho usato l’app di Orbitz per un pacchetto vacanza nella Grande Mela mi dava un prezzo, ma quando ho deciso di acquistarlo, da un computer, la cifra era più alta del 6,5%». La società ha spiegato che la variazione dipende dalla fluttuazione tipica della domanda e della risposta. Ma l’esperto ribatte: «A parità di servizio a certi utenti vengono mostrati prezzi diversi dagli altri». Ufficialmente i vettori, grandi e piccoli, smentiscono. Ufficiosamente diversi di loro decidono i prezzi usando i big data per massimizzare il profitto all’interno di una stessa classe di volo. «In una Economy ci sono quindici diverse fasce di prezzo», spiega il manager della compagnia aerea. Così il viaggio da Milano a New York, a parità di sedile, può costare 300 o 900 euro.

Come funziona

La geolocalizzazione dell’utente è una delle voci più importanti: questo tipo di algoritmo, infatti, è così sofisticato che riesce a differenziare il prezzo per l’utente incrociando i dati del suo posizionamento — in centro o in periferia, in città o in campagna, al Nord o al Sud — con le fasce di reddito relative di ogni area. Il dispositivo elettronico è un’altra variabile rilevante: su tablet e smartphone compare un prezzo diverso — di solito più elevato, a parità di località — rispetto al computer. Così come influisce sul costo finale anche il sistema operativo: iOs, di Apple, è considerata appannaggio della fascia medio-alta di una popolazione a differenza di Android, che verrebbe utilizzato di più da chi ha una capacità di spesa inferiore. Poi c’è la questione tempo. Le prenotazioni nei primi cinque giorni della settimana tendono a vedersela con tariffe più elevate: l’algoritmo ipotizza si tratti di trasferta di lavoro. Da venerdì sera a domenica sera la media si abbassa: l’incrocio dei big data immagina che si tratti di un viaggio di piacere o di un’esigenza famigliare.«Bisogna chiedersi a questo punto se questa personalizzazione dei prezzi sia etica — ragiona Mohammed —, anche perché può produrre, senza volerlo, risultati ingiusti».

Leonard Berberi

Corriere della Sera, 28 ottobre 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_28/voli-se-algoritmo-ti-alza-19135ce6-bb50-11e7-8ef5-94a13146dc45.shtml

E così Röpke intuì che il vero liberale ama l’imperfezione

 
oekonom-wilhelm-roepke-1899-19661Per spiegare il successo dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra, viene spesso citata la cosiddetta «Economia Sociale di Mercato». Tale prospettiva, in sintesi, si struttura nei seguenti tre punti: 1) impedire al potere politico di essere una sorgente arbitraria di disordine; 2) sopprimere ogni struttura monopolitistica; 3) fare prevalere in ogni caso libertà e concorrenza. Dunque, si tratta di un «tipo» di «economia di mercato» che presuppone e promuove una realtà dinamica e policentrica che rifiuta la pretesa monopolistica sul sociale avanzata dalla politica, così come da altre forme sociali.
I sostenitori della Soziale Marktwirtschaft tedesca impararono presto l’amara lezione impartita dalla veloce salita al potere di Hitler, e fecero proprio un principio fondamentale dell’allora dottrina sociale della Chiesa (Pio XI, Quadragesimo anno, 1931), e più precisamente le nozioni di giustizia sociale e di sussidiarietà: prevenire il formarsi di monopoli e garantire l’esigenza di un ampio numero di aziende di medie dimensioni. Ben prima che la Seconda guerra mondiale finisse, un gruppo di economisti, giuristi, sociologi e filosofi tedeschi cominciarono a pensare concretamente ad un possibile novus ordo; un ordine che avrebbe dovuto rimpiazzare il nazismo. Gli interpreti della cosiddetta Scuola di Friburgo, nota anche come «Ordoliberalismo», compresero con lucidità teorica che per ricostruire una società umana avrebbero dovuto pensare alla ragioni di un nuovo ordine politico, economico e morale-culturale.In tale contesto si inserisce l’opera di uno dei maggiori interpreti dell’Economia Sociale di Mercato, l’economista svizzero-tedesco Wilhelm Röpke (1899-1966), di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla morte. Nel 1924 inizia l’attività accademica, insegnando sociologia all’Università di Jena e nel 1926 pubblica il suo primo importante saggio dal titolo Kredit und Konjunktur. Nel 1933, con l’ascesa di Hitler, il nostro lascia la Germania per trasferirsi in Turchia, dove insegna Economia all’università di Istanbul. Nel 1936 viene pubblicato in inglese il suo volume Crises and Cycles e nel 1937 pubblica Die Lehre von der Wirtschaft. Nel 1937 si trasferisce a Ginevra per dirigere l’Institut des Haute Etudes Internationales. È qui che incontra intellettuali del calibro di Ludwig von Mises, Hans Kelsen, Guglielmo Ferrero e Luigi Einaudi. Nel periodo tra il 1942 e il 1945 pubblica La crisi sociale del nostro tempo (1942)e Civitas humana. I problemi fondamentali di una riforma sociale ed economica (1944) e L’ordine internazionale (1945).
Nel 1947, insieme a Mises e a Friedrich August von Hayek, dà vita alla Mont Pélerin Society. È questo l’anno in cui inizia a collaborare con la rivista Ordo, insieme a sociologi, economisti e giuristi come Alexander Rüstow, Franz Böhm e Alfred Müller-Armack. Nel 1950 è nominato dal Governo tedesco consulente economico e diventa uno dei maggiori ispiratori dell’Economia Sociale di Mercato. Nel 1958 pubblica il libro che a parere di molti rappresenta il suo testamento spirituale: Al di là dell’offerta e della domanda. Muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Di lui ha scritto il premio Nobel Hayek: «Röpke mostrò un grande coraggio da giovane, quando la sua reputazione e la sua posizione dovevano ancora venire al mondo, e lo mostrò di nuovo allorché senza esitazione mise a nudo le illusioni degli anni Sessanta del secolo ventesimo con la stessa onestà con cui aveva lottato contro le illusioni degli anni Venti». Ed infine, la testimonianza di Ludwig Erhard: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità, i miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli radicalmente influenzato la mia concezione e la mia condotta».
«Che cos’è il liberalismo?», si domanda il nostro autore. «Esso è umanistico. Ciò significa: esso parte dalla premessa che la natura dell’uomo è capace di bene e che si compie soltanto nella comunità, che la sua destinazione tende al di sopra della sua esistenza materiale e che siamo debitori di rispetto a ogni singolo, in quanto uomo nella sua unicità, che ci vieta di abbassarlo a semplice mezzo. Esso è perciò individualistico oppure, se si preferisce, personalistico». Il liberalismo di Röpke fa proprio il principio caro alla tradizione dell’antiperfettismo cristiano, di Agostino, di Pascal, di Rosmini, di Sturzo, fino ad arrivare a Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 1991), per il quale l’uomo, benché tenda verso il bene è pur sempre capace di male. Esso è personalistico, poiché «ogni anima umana è immediatamente dinanzi a Dio e rientra in lui come un tutto». Esso è antiautoritario, rendendo a Cesare quello che è di Cesare, ma riservando a Dio ciò che qualifica il suo rapporto con l’Assoluto: per il cristianesimo è la coscienza individuale che giudica il potere e non viceversa; esso, dunque, rifugge da ogni forma di nazionalismo, razzismo e imperialismo; in breve, è universale. Allora, il liberale per Röpke è «l’avvocato della divisione dei poteri, del federalismo, della libertà comunale, delle sfere indipendenti dello Stato, dei corps intermédiaires (Montesquieu), della libertà spirituale, della proprietà come forma normale dell’esistenza economica dell’uomo, della decentralizzazione economica e sociale, del piccolo e del medio, della gara economica e spirituale, dei piccoli Stati, della famiglia, dell’universalità della Chiesa e dell’articolazione».In questa prospettiva andrebbe considerato anche il suo profondo convincimento in ordine alla contiguità ideale tra liberalismo e cristianesimo: «Il liberalismo non è nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni del pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità». Per Röpke, l’eredità spirituale che il cristianesimo ha tramandato al liberalismo è rappresentata dalla difesa della dignità di ogni singola persona umana contro tutte le forme di statalismo. Il fatto che esistano correnti di pensiero che mettono in discussione tale eredità spirituale, sostenendo, sul versante religioso, l’incompatibilità del cristianesimo con il liberalismo e, sul versante laico, l’incompatibilità delle istituzioni liberali con la fede cristiana, sarebbe il frutto, rispettivamente, di un moralismo ignorante e di un economismo ottuso: «Un moralismo dilettantistico nell’economia nazionale è altrettanto scoraggiante quanto un economicismo moralmente indifferente, e purtroppo il primo è diffuso quanto il secondo».

Flavio Felice
Il Giornale, mercoledì 2 novembre 2016

La rivoluzione dei negozi con i prodotti made in China

MLe candeline per le torte di compleanno, le mollette per il bucato, i guinzagli per i cani, le spine elettriche, le ciabatte multipresa, gli adattatori, gli stivali di gomma, le grattugie, gli zerbini, le borse per l’acqua calda, le spazzole anti-pelucchi e ovviamente le onnipresenti cover per gli smartphone. L’elenco potrebbe continuare per righe e righe perché si stima che gli oggetti prodotti (ormai) solo dai cinesi siano almeno un centinaio. Basta girare per uno dei megastore asiatici che troneggiano alle porte delle grandi città del Nord Italia — appena 48 ore fa a Padova l’Ingrosso Cina è stato multato per oltre 1 milione di euro — per avere davanti agli occhi un catalogo di prodotti che una volta venivano fabbricati dalle Pmi italiane e oggi vengono dalla Grande Fabbrica del mondo con la scritta «made in Prc». Volendo le merci si possono raggruppare in due categorie: da una parte quelle che i cinesi producono in regime di sostanziale monopolio e dall’altra la fascia bassa di prodotti che l’Italia sforna ancora ma solo nella gamma alta (due esempi su tutti: occhiali da sole e caffettiere). Tra i tanti effetti della globalizzazione c’è anche questa sorta di informale divisione internazionale del lavoro che ha finito per penalizzare più di altri Paesi la piccola industria italiana, dominatrice in passato di questo segmento «povero» di mercato. Del resto quante Pmi italiane sono nate grazie ad operai messisi in proprio replicando pedissequamente i prodotti della casa-madre? Tantissime, una buona parte nell’industria meccanica ma anche nella plastica, nella gomma o nei metalli leggeri.

Gli aspetti singolari dell’intera vicenda sono molti. Innanzitutto la clientela è nella stragrande maggioranza occidentale e possiamo pensare che sia analoga a quella dei discount alimentari. I commessi non parlano quasi mai l’italiano, i lay out dei centri commerciali sono ampli, non c’è però un ordine riconoscibile di esposizione e le merci spesso sono ammassate. In qualche caso i cinesi per evitare furti hanno introdotto tornelli agli ingressi e telecamere nelle grandi superfici, le scale mobili — dove esistono — mostrano la loro età mentre i parcheggi fanno invidia all’Ikea. Spesso i prodotti di cui stiamo parlando non hanno mercato a Pechino o a Chendu, come la grattugia che a noi serve per il parmigiano e nessun cinese amante del tofu (morbido) comprerebbe mai. I connazionali di Xi Jinping producono quasi tutta l’oggettistica e i gadget che troviamo negli alberghi e i kit distribuiti nei convegni. Delle volte capita che a regalare penne biro cinesi sia anche qualche organizzazione che vuole stoppare l’invasione di prodotti asiatici. La posizione di monopolio non viene però utilizzata — come sostengono i classici del business — per alzare i prezzi, anzi.

 

Il costo dei prodotti in discussione non supera mai i 10 euro, la maggior parte è addensata sotto i 5. Il nastro adesivo per pacchi costa un euro, il guinzaglio per Fido costa 2 euro (una ditta italiana si ostina a produrlo ma lo vende a 15 euro), la grattugia 4, un set di forchette/coltelli/cucchiaini 2, un thermos 4, un ombrello a 4, il portamonete 2, la soletta per le scarpe anche 0,90. È il trionfo dell’usa e getta mentre noi celebriamo le virtù dell’economia circolare — dallo spreco al valore — i prodotti cinesi fanno l’inverso perché la spesa è cosi contenuta che si ripaga anche se l’oggetto viene utilizzato una volta solo. E mentre la cultura del commercio occidentale ricerca la massima profilatura del cliente per stanarlo meglio, i cinesi hanno una sola strategia. Abbassare il prezzo. Secondo gli artigiani della Cna l’effetto di questa silenziosa penetrazione è stato devastante perché le Pmi italiane non avevano nessuna chance di competere in quantità e prezzo. Le cererie sono scomparse completamente, stessa sorte per le ombrellerie del Piemonte e della Brianza tranne quelle che sono riuscite a scavarsi una nicchia di qualità, nelle ferramenta i cinesi hanno sfruttato il loro know how nelle biciclette e primeggiano anche nei fuochi d’artificio e nei gadget per le feste. Gli asiatici hanno sfondato anche negli abiti da sposa, sono in grado di venderne uno più che dignitoso a 50 euro (contro prezzi italiani a 1.000 euro). «Ci battono sui materiali perché sono un Paese ricco di materie prime e poi sono in grado di fare le prime lavorazioni a costi della manodopera che per noi sono incredibili» aggiungono alla Cna.

È chiaro che visto da un economista il processo di sostituzione di offerta cinese a produzione italiana è nient’altro che distruzione creativa — nelle province di Padova e Venezia secondo la Cna dal 2009 al 2015 le imprese a titolare italiano sono calate del 12,6% e le cinesi salite del 40,6% — perché ha fatto pulizia di una fascia di aziendine inefficienti e che non avrebbero saputo nemmeno da dove iniziare per innovare. Probabilmente è così ma un tributo all’avanzata asiatica l’Italia l’ha pagato in termini di occupazione. La risposta del nostro associazionismo d’impresa al dilagare delle merci cinesi punta innanzitutto a denunciare l’assenza di standard legali e qualitativi, specie per i giocattoli o i prodotti che vanno a contatto della pelle. «Altroconsumo» ha parlato addirittura di presenza di amianto tra le pareti dei thermos low cost e di recente la Confindustria Ceramica ha allargato l’iniziativa suonando l’allarme per la scadenza dei dazi doganali europei sull’importazione di ceramiche e i rischi di «un nuova invasione di piastrelle cinesi sottocosto». Nessuno però in fondo si illude e pensa che si possa tornare indietro, al massimo si spera di far diga. Di evitare che il monopolio giallo si allarghi.

di Dario Di Vico (ha collaborato Diana Cavalcoli)

Corriere della Sera 31 agosto 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_31/rivoluzione-negozi-cina-8eb96c86-6ee6-11e6-adac-6265fc60f93f.shtml

SFIDA AI COLOSSI WEB

imaANTTRSTSono passati 104 anni da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò Standard Oil colpevole: era un monopolista che abusava della sua posizione dominante. All’epoca il gruppo di John D. Rockefeller gestiva l’80%delle forniture mondiali di petrolio, un po’ come oggi Google gestisce il 90% delle ricerche in rete in Europa, Booking ed Expedia hanno il 75% delle prenotazioni d’albergo su Internet in Italia o Amazon occupa una quota di mercato negli acquisti sul web che, da sola, supera quella dei suoi dodici concorrenti messi insieme.

Certe realtà non cambiano mai troppo. Le nuove tecnologie creano quasi sempre monopoli o oligopoli nelle mani di chi inventa un mercato, lo occupa e lo presidia All’epoca era la rivoluzione dei trasporti e dei motori, e Standard Oil usò la sua forza per tarpare le ali a qualunque altro concorrente. Oggi è Internet e la tentazione di chi ne controlla una nicchia, avendone scoperto un nuovo uso, è sempre quella di favorire se stesso e emarginare chiunque altro. Gli imprenditori che provarono a sfidare Standard Oil, o i giornalisti che cercarono di raccontarla, subirono minacce e pestaggi. Poi però nel 1911 la Corte Suprema costrinse il gruppo di Rockefeller a smembrarsi in sette aziende, le «Sette sorelle». Più  di un secolo dopo, i guardiani dell’Antitrust aRoma, aParigi, a Bonn, a Stoccolma o a Bruxelles non rischiano lo stesso trattamento a cui andava incontro chi dispiaceva a Rockefeller…… Ma la sfida ai campioni delle tecnologie è sempre delicata e tutto lascia pensare che questi siano solo gli inizi. Salvo sorprese, il 21 aprile se ne vedrà una nuova tappa quando Booking e Expedia, i due colossi delle prenotazioni alberghiere in rete, dovranno offrire concessioni alle Antitrust di Italia, Francia e Svezia In modo coordinato, le tre autorità ( quella di Roma, guidata da Giovanni Pitruzzella) stanno ottenendo dai due gruppi degli «impegni» in modo da ridurre la pressione che entrambi esercitano sull’economia reale. Si tratta di due colossi le cui holding sono basate negli Stati Uniti. Priceline, che gestisce marchi come Booking.com o Rentalcars.com, fattura oltre 40 miliardi di euro (circa come la pri ma banca italiana), e permette di accedere a mezzo milione di hotel in duecento Paesi. Expedia offre prenotazioni in circa 250 mila alberghi e fattura oltre 30 miliardi. Entrambi sono stati accusati di impedire agli alberghi di praticare prezzi più bassi di quelli offerti sul loro sito (pena l’esclusione dalle liste) e di imporre commissioni di prenotazione mai inferiori al 15%.

Per Paesi che dipendono in buona parte dal turismo, è un onere equivalente a quello del petrolio venduto sovrapprezzo da Rockefeller. Martedì prossimo Italia, Francia e Svezia dovrebbero accettare i «rimedi» offerti daBooking e Expedia, e così chiudere il caso. L’Antitrust tedesca potrebbe invece rifiutare il compromesso e procedere a multare i due gruppi americani.

Comunque finisca, è chiaro fin da ora che si tratta solo di un primo passo. I guardiani dell’Antitrust in tutta Europa raccolgono ormai aziende Google, Booking o Amazon in un acategoria a sé: le chiamano «Over the Top», i gruppi al di sopra di chiunque altro per lapervasività della loro presa sui mercati attraverso Internet. La loro penetrazione a partire dal web sull’economia reale è così efficace che sono in grado di emarginare e soffocare qualunque impresa non digitale che non stia alle loro condizioni. Microsoft cercò di farlo negli anni ’90 e all’inizio di questo secolo, imponendo a tutti i computer montati con il suo sistema operativo ( il 90% di tutti quelli venditi ) anche il lettore audio e video della casa. La Commissione europea la multò per questo, maoggil’aziendafondata da Bill Gates è un’ombra del monopolista che fu. L’innovazione di software come Chrome o Android di Google, iOS di Apple e vari altri l’ha spiazzata e indebolita. Nell’inseguimento fra monopolisti innovatori e regolatori che contrastano i loro abusi, spesso è la trasformazione tecnologica stessa a correre più veloce di chiunque altro.

 

Sfida europea ai colossi web e ora entrano nel mirino i padroni dei viaggi on line

FEDERICO FUBINI Repubblica 16 aprile 2015

 

ALTRI ARTICOLI

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/04/14/news/google_nel_mirino_dell_europa_big_g_rischia_multe_per_6_miliardi_di_dollari-111976874/

http://www.repubblica.it/economia/2014/12/03/news/leuropa_sfida_il_gigante_google-101996347/

Il potere di Google

tytytyUn secolo fa i reporter della muckraking press negli Stati Uniti si guadagnarono il loro nome, copyright Theodore Roosevelt, perché rastrellavano nel fango. Svelavano gli scandali delle grandi aziende. Alcuni svelarono gli abusi da monopolista di John Rockefeller, provocarono la reazione furibonda dell’uomo la cui fortuna valeva qualcosa come 300 miliardi in dollari di oggi, ma alla fine portarono alla scissione della sua Standard Oil in molti pezzi per mano della Corte suprema. Correva l’anno 1911. Oggi niente del genere sarebbe immaginabile. Non c’entra solo il fatto che, ammesso che lo voglia, l’antitrust di Bruxelles non ha i poteri per separare il motore di Google dal resto delle sue attività (come ha chiesto giovedì scorso l’Europarlamento).

Conta anche un altro dettaglio: Google potrebbe accorgersi che un muckraker sta per pubblicare un articolo suoi sui presunti abusi prima ancora che questi lo scriva. Niente permette di sospettare che Google spii chicchessia, ma potrebbe riuscirci se solo lo volesse: è sufficiente incrociare i dati delle ricerche sul web di una persona, se è un utente dei servizi di ricerca del gruppo di Mountain View come accade nel 90% dei casi negli Stati Uniti e nel 68% dei casi in Europa.

Le nuove tecnologie danno ai grandi gruppi della rete il potere di ammassare una quantità fino a ieri inconcepibile di dati su chiunque si rivolga a loro. Questi dati possono essere usati per un gran numero di funzioni commercialiuno raccolgono le preferenze di milioni di clienti, fanno emergere le loro scelte, scavano fino a individuare le abitudini e i comportamenti dei singoli. Non è un privilegio della sola Google. Qualunque azienda multinazionale investe in programmi di software capaci di lavorare sui cosiddetti “Big Data”, i grandi numeri sui consumatori con i quali entra in contatto.

La differenza di Google è che fonde più mestieri in una sola azienda integrata: motore di ricerca che seleziona (anche) i rimandi ai suoi potenziali concorrenti; assistente personale di centinaia di milioni di persone in servizi che vanno dalla ricerca di un luogo, alle informazioni meteo, alla traduzioni di testi, allo scambio di posta; fornitore di contenuti prodotti da altri, ma estratti da Google gratis dalla rete e presentati accanto a inserzioni pubblicitarie che arricchiscono solo il gruppo di Mountain View. In un’era di trasformazioni, Google non è il solo operatore in grado di accumulare una posizione tanto dominante. Amazon lo ha fatto nei libri, e ha cercato di schiacciare la francese Hachette quando ne è stato contestato. Oggi non viviamo una nuova era di robber baron, i “baroni ladri” alla Rockefeller, ma di innovatori illuminati che hanno cambiato le nostre vite in meglio. Questo non conferisce loro il diritto di abusare della propria forza di mercato. Il nuovo commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non ha il diritto di imporre loro la stessa fine di Standard Oil. Ma (si spera) non dimenticherà le altre armi di cui dispone.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/12/01/news/le_armi_delleuropa_e_il_potere_di_google-101843886/