Lo Stato è finito

techLa Danimarca ha deciso di mandare un ambasciatore in Internet. Un ambasciatore vero, come l’ambasciatore in Cina o in Italia o in Russia. Soltanto che invece di trattare con gli Stati e coi governi tratterà con Google, Apple e Facebook e coi loro amministratori delegati. Secondo il ministro degli Esteri di Copenaghen, l’economia dei colossi del digitale vale più di quelle di Grecia o Portogallo, perciò è necessario stabilire con loro rapporti diplomatici. Piacerà o dispiacerà, ma è questo il mondo cui andiamo incontro, dove le nazioni contano sempre di meno e non soltanto per lo strapotere del denaro sulla politica, ma perché ogni volta che ci connettiamo a Twitter o comunichiamo con WhatsApp o sentiamo musica su Spotify o vediamo una serie su Netflix, noi espatriamo, attraversiamo i continenti, accettiamo il sistema senza frontiere e dogane. Lo facciamo quando acquistiamo su Amazon o eBay, ogni volta che ingoiamo famelici l’ultima app, e cioè siamo noi della comunità connessa a essere multietnici e globalizzati e apolidi. La fine dello Stato era stata descritta con qualche rammarico dieci anni fa da Eric Hobsbawm, serio marxista inglese, che fra l’altro sottolineava lo sbriciolarsi dei confini. E nel frattempo che spuntano Donald Trump e Marine Le Pen con l’idea di rafforzarli, i confini stanno semplicemente diventando inutili, ci si vola sopra, ci si passa attraverso: siamo noi stessi ad amare e ingrassare il mostro che ci terrorizza. Ora, davvero crediamo di rimediare con Matteo Salvini?
Mattia Feltri
La Stampa, giovedì 9 febbraio 2017

In Danimarca nasce l’ambasciatore digitale per trattare con i giganti tech

Entro breve la Danimarca, primo paese al mondo, avrà un «ambasciatore digitale». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri danese Anders Samuelsen, 49 anni, in carica dallo scorso novembre. Il ruolo di questo speciale ambasciatore, che dev’essere ancora nominato, sarà quello di mantenere le relazioni e stipulare accordi con le aziende tecnologiche, sull’onda di quella che Samuelsen chiama la «TechPlomacy» (termine che si potrebbe tradurre in italiano come «TecnoDiplomazia»).

I compiti dell’ambasciatore digitale

L’ambasciatore digitale svolgerà incarichi simili a quegli degli altri ambasciatori danesi – con cui lavorerà a stretto contatto, probabilmente condividendone lo staff – e porterà avanti negoziati per conto del Paese. Inoltre, discuterà con le aziende tech su tematiche quali la sicurezza dei dati e la privacy. «La tecnologia fa parte della vita quotidiana dei cittadini danesi», ha detto il ministro in un’intervista al Washington Post. «Dobbiamo smetterla di guardare al passato e iniziare a pensare a come potrebbe essere il mondo nel futuro».

Le compagnie tech come grandi nazioni

A detta di Samuelsen, società come Apple, Facebook e Microsoft possono essere considerate delle vere e proprie nazioni. Nel 2015 le compagnie tech statunitensi hanno incassato 215,6 miliardi di dollari (circa 200,8 miliardi di euro), una cifra superiore all’intero Pil annuo di Grecia e Portogallo. «Apple, per esempio, ha un valore maggiore di tutte le aziende italiane quotate in borsa messe insieme», ha osservato il ministro. I giganti della Silicon Valley, sostiene il Samuelsen, hanno creato ricchezza e posti di lavoro in quantità maggiore rispetto ad alcuni dei paesi con cui la Danimarca intrattiene rapporti diplomatici. Recentemente Apple e Facebook hanno annunciato che hanno intenzione di costruire grandi data center nel paese scandinavo. «Penso che [l’istituzione di un ambasciatore digitale] rappresenterà un immenso successo per la Danimarca», ha commentato il ministro al Washington Post. «E sono convinto che presto molti altri paesi ci copieranno questa idea».

La rabbia è già esplosa, urgenti nuove regole su tasse, bonus e lobby

ineqNEGLI ULTIMI ANNI, incontrandosi a Davos, i leader del mondo economico e imprenditoriale hanno classificato la disuguaglianza tra i maggiori rischi per l’economia globale, riconoscendo che si tratta di questione economica oltre che morale. Non vi è dubbio, infatti, che se i cittadini non hanno reddito e perdono progressivamente potere d’acquisto, le corporation non avranno modo di crescere e prosperare.
Il FMI è della stessa idea e avverte che a funzionare meglio sono i paesi dove c’è meno disuguaglianza.
Se la maggioranza dei cittadini sente di non beneficiare a sufficienza dei proventi della crescita o di essere penalizzata dalla globalizzazione finirà col ribellarsi al sistema economico nel quale vive. In realtà dopo Brexit e i risultati delle elezioni americane, ci si deve chiedere seriamente se questa ribellione non sia già cominciata. Sarebbe d’altronde del tutto comprensibile. In America il reddito medio del 90% dei meno abbienti ristagna da 25 anni e l’aspettativa di vita ha mediamente cominciato ad abbassarsi.
Da anni, Oxfam fotografa i livelli sempre più accentuati della disuguaglianza globale e ci ricorda come nel 2014 fossero 85 i super ricchi – molti dei quali presenti a Davos – a detenere la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera (3,6 miliardi di persone). Oggi, a detenere quella ricchezza sono solo in 8.
È chiaro dunque che a Davos il tema della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi abbia continuato a tenere banco. Solo per alcuni continua a essere una questione morale, ma per tutti è una questione economica e politica che mette in gioco il futuro dell’economia di mercato per come la conosciamo. C’è una domanda che assilla, sessione dopo sessione, gli Ad presenti al Forum: «C’è qualcosa che le corporation possono fare rispetto alla piaga della disuguaglianza che mette in pericolo la sostenibilità economica, politica e sociale del nostro democratico sistema di mercato?» La risposta è sì.
La prima idea, semplice ed efficace, è che le corporation paghino la loro giusta quota di tasse, un tassello imprescindibile della responsabilità d’impresa, smettendo di fare ricorso a giurisdizioni a fiscalità agevolata. Apple potrebbe sentire di essere stata ingiustamente presa di mira tra tante, ma in fondo ha solo eluso un po’ più di altri.
Rinunciare a giurisdizioni segrete e paradisi fiscali societari, siano essi in casa o offshore, a Panama o alle Cayman nell’emisfero occidentale, oppure in Irlanda e in Lussemburgo in Europa. Non incoraggiare i paesi in cui si opera a partecipare da protagonisti alla dannosa corsa al ribasso sulla tassazione degli utili d’impresa, in cui gli unici a perdere davvero sono i poveri in tutto il mondo.
È vergognoso che il Presidente di un paese si vanti di non aver pagato le tasse per quasi vent’anni – suggerendo che siano più furbi quelli che non pagano –, o che un’azienda paghi lo 0,005% di tasse sui propri utili, come ha fatto la Apple. Non è da furbi, è immorale.
L’Africa da sola perde 14 miliardi di dollari in entrate a causa dei paradisi fiscali usati dai suoi super-ricchi : a questo proposito Oxfam ha calcolato che la cifra sarebbe sufficiente a pagare la spesa sanitaria per salvare la vita di 4 milioni di bambini e impiegare un numero di insegnanti sufficiente per mandare a scuola tutti i ragazzi di quel continente.
C’è poi una seconda idea altrettanto facile: trattare i propri dipendenti in modo dignitoso. Un dipendente che lavora a tempo pieno non dovrebbe essere povero. Ma è quel che accade: nel Regno Unito, per esempio, vive in povertà il 31% delle famiglie in cui c’è un adulto che lavora. I top manager delle grandi corporation americane portano a casa circa 300 volte lo stipendio di un dipendente medio. È molto di più che in altri paesi o in qualunque altro periodo della storia, e questa forbice ampissima non può essere spiegata semplicemente con i differenziali di produttività. In molti casi gli Ad intascano ingenti somme solo perché niente impedisce loro di farlo, anche se questo significa danneggiare gli altri dipendenti e alla lunga compromettere il futuro stesso dell’azienda. Henry Ford aveva capito l’importanza di un buono stipendio, ma i dirigenti di oggi ne hanno perso la cognizione.
Infine c’è una terza idea, sempre facile ma più radicale: investire nel futuro dell’azienda, nei suoi dipendenti, in tecnologia e nel capitale. Senza questo non ci sarà lavoro e la disuguaglianza non potrà che crescere. Attualmente invece una porzione sempre più consistente di utili finisce ai ricchi azionisti. Un esempio su tutti viene dalla Gran Bretagna, dove nel 1970 agli azionisti andava il 10% degli utili d’impresa, oggi il 70%. Storicamente le banche (e il settore finanziario) hanno svolto l’importante funzione di raccogliere risparmio dalle famiglie da investire nel settore delle imprese per costruire fabbriche e creare posti di lavoro. Oggi negli Stati Uniti il flusso netto di denaro compie esattamente il percorso opposto. L’anno scorso, Philip Green, magnate britannico della vendita al dettaglio, è stato accusato da una commissione parlamentare di non aver investito abbastanza nella sua azienda e di aver inseguito il proprio tornaconto personale, arrivando alla bancarotta e a un deficit previdenziale di 200 milioni di sterline. Per quanto incensato e blandito dai governi succedutisi, promosso a cavaliere del regno e considerato faro dell’economia britannica, quella commissione parlamentare non avrebbe potuto scegliere parole più esatte, definendolo come «la faccia inaccettabile del capitalismo».
Le multinazionali sanno che il loro successo non dipende solo dalle leggi dell’economia, ma dalle scelte di politica economica che ciascun paese compie. È per questo che spendono così tanto denaro per fare lobby. Negli Stati Uniti, il settore bancario ha esercitato il suo potere d’influenza per ottenere la deregulation, raggiungendo il proprio obiettivo. Ne sanno qualcosa i contribuenti costretti a pagare un conto salato per quanto accaduto in seguito. Negli ultimi 25 anni, in molti paesi, le regole dell’economia liberista sono state riscritte col risultato di rafforzare il potere del mercato e far esplodere la crisi della disuguaglianza. Molte corporation sono poi state particolarmente abili – più che in qualsiasi altro campo – nel godere di una rendita di posizione – vale a dire nel riuscire ad assicurarsi una porzione più grande di ricchezza nazionale, esercitando un potere monopolistico o ottenendo favori dai governi. Ma quando i profitti hanno questa origine, la ricchezza stessa di una nazione è destinata a diminuire. Il mondo è pieno di aziende guidate da uomini illuminati che hanno capito quanto l’unica prosperità sostenibile sia la prosperità condivisa, e che pertanto non fanno uso della propria influenza per orientare la politica, al fine di mantenere una posizione di rendita finanziaria. Hanno capito che nei paesi dove la disuguaglianza cresce a dismisura, le regole dovranno essere riscritte per favorire investimenti a lungo termine, una crescita più veloce e una prosperità condivisa.
Joseph Stiglitz
la Repubblica, lunedì 16 gennaio 2017
Davos
World Economic Forum Annual Meeting

Disuguaglianze in aumento. Otto super Paperoni hanno la stessa ricchezza di metà dell’umanità

 
ROMA A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum. I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare. E l’Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero……
 Barbara Ardù
la Repubblica, lunedì 16 gennaio 2017

L’acquisto di Monsanto da parte di Bayer rende evidente chi muove le pedine in Europa

baymonChi muove i pezzi sulla scacchiera? Berlino. Dov’è il futuro? In Germania. Se osserviamo le cose che contano, alla fine bisogna sempre guardare al nord per vedere cosa accade nel domani. Bayer e Monsanto daranno vita al più grande gruppo industriale dell’agroalimentare del mondo, l’aspirina e i fertilizzanti, i fitofarmaci e la Vitamina C. I tedeschi pagheranno Monsanto 66 miliardi e avranno il controllo di un gruppo attivo in tutto il mondo. E’ il più grande take-over mai realizzato nella storia dell’industria della Germania che così muove la sua diplomazia economica, dispiega la forza della sua cultura industriale, va sempre più oltre i suoi confini, si espande e continua la sua storica ricerca di spazi. Sono strumenti di influenza diplomatica, di politica estera. L’acquisto deve superare la barriera dei regolatori anti-trust, le giurisdizioni di trenta paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile, Canada e Unione Europea.

Non interessa gli italiani? Altro che. Bayer in Italia ha quattro siti produttivi (a Garbagnate milanese, Segrate, Filago e Nera Montoro), fattura oltre un miliardo di euro e ha 2.200 collaboratori. Monsanto è presente nel nostro paese da quarant’anni, è il leader mondiale della biotecnologia applicata all’agricoltura, il suo marchio Dekalb commercializza in Italia mais e colza per vari usi. In prima pagina la notizia è solo sul Sole 24Ore (“Bayer conquista Monsanto”) e MF (“Il terzo tentativo va a segno. Bayer conquista Monsanto con un’offerta da 66 miliardi $. Nasce gigante della chimica”), viene registrata come un fatto finanziario (e lo è) ma è soprattutto un agente della produzione nel nostro settore agricolo (dai prodotti di Bayer e Monsanto dipendono qualità e quantità dei raccolti) e un elemento di straordinaria importanza strategica per il paese chiave dell’Europa e della sua Unione, la Germania. (…..)

…. la regola è quella di una costante espansione del business tedesco in Italia. La Deutsche Borse oggi attraverso l’acquisto della Borsa di Londra controlla anche la Borsa di Milano; E.ON opera nell’energia con sei parchi eolici in Italia; Merck nel 1999 comprò un marchio storico dell’industria farmaceutica italiana, la Serono; Allianz è ai primi posti nel mercato assicurativo italiano, ha 5.500 dipendenti, 2.900 agenti, 22.000 collaboratori e oltre 1.900 promotori finanziari; Heidelberg Cement con un’offerta pubblica d’acquisto da 2 miliardi di euro (realizzata in queste ore) ha acquisito l’Italcementi della famiglia Pesenti, diventando così il primo gruppo mondiale per gli aggregati, il secondo per il cemento, con un fatturato complessivo di 18 miliardi di euro; Linde Group è il numero uno nel mondo nel settore dei gas industriali, in Italia è presente dal 1991 e nel corso degli anni ha comprato una serie di aziende strategiche, cominciò con le forniture all’Acciaieria Pittini di Trieste, è partner di Eni, è entrata nel settore dell’ossigenazione medica, nel fotovoltaico, rifornisce la stazione di idrogeno dell’Azienda dei trasporti milanese; ZF è uno dei principali fornitori mondiali di sistemi per il settore automobilistico, ferroviario e per i motori marini: freni, frizioni, sterzo, trasmissioni, sospensioni, airbag, telaio, cambio della vostra auto sono prodotti da ZF, è presente in Italia dal 1951. Quando si parla di Germania, quando si stigmatizza il cosiddetto “dominio tedesco” sull’Europa, bisognerebbe ricordare che è frutto di una politica industriale robusta, un’espansione continua sostenuta da un governo che promuove le sue imprese nel mondo, le affianca con una diplomazia silente e efficace. L’Italia? Come ha scritto Romano Prodi, qualche settimana fa sul Messaggero “l’Italia ha raggiunto l’incredibile risultato di non avere quasi più alcuna grande impresa nazionale pur essendo, per dimensione, il secondo paese industriale europeo”. La realtà, Auf Wiedersehen.

Mario Sechi

Il Foglio 15 settembre 2016

http://www.ilfoglio.it/economia/2016/09/15/monsantobayer-rende-evidente-chi-muove-le-pedine-in-europa___1-v-147505-rubriche_c383.htm

Expo e multinazionali

imagmacexpNelle chiacchiere da metropolitana tornando da Rho il tema del rapporto tra multinazionali ed Expo occupa sempre un posto centrale. Tra i visitatori con figli minorenni che hanno affollato il ristorante di McDonald’s e il padiglione della Lindt, gli intellettuali politicamente corretti che storcono il naso per una contaminazione che non avrebbero voluto. Nel mezzo ci sono le nostre multinazionali, Barilla e Ferrero in testa. La prima ha avuto un ruolo decisivo nell’ispirare la Carta di Milano, la seconda ha diversi padiglioni sparsi qua e là. Poi c’è un’altra corporation che fa discutere più delle altre ed è l’americana Manpower, che organizzando le selezioni per assumere i lavoratori dell’Expo è entrata giocoforza nel mirino dei rapper no global.

Dunque il tema delle multinazionali sarà sicuramente divisivo ma se l’Expo queste cose non le prende di petto è destinata a restare una piccola Disneyland nella cintura milanese. Gli organizzatori sono convinti che il rischio vada corso e parlano di una «triangolazione necessaria» ovvero di un equilibrio dialettico che si deve stabilire tra le istituzioni, le associazioni non profit e le imprese. Per questo hanno invitato, e si stanno definendo in questi giorni le date, i tre amministratori delegati di Coca Cola, Nestlé e McDonald’s – al secolo rispettivamente Muhtar Kent, Paul Bulcke e Steve Easterbrook – ovvero il Gotha del capitalismo alimentare globale. Ma riusciranno i nostri eroi a istruire un gioco che non sia un inutile blabla e che ingaggi davvero il diavolo e l’acqua santa, McDonald’s e Slow food?
Noi italiani con le multinazionali abbiamo un rapporto contrastato. Da una parte vogliamo attrarle – tutti in tv lo dicono anche se militano in Sel o nella Lega – ma poi le consideriamo ingombranti e predatorie. Qualcuna riesce, grazie ai prodotti, a far breccia nel nostro cuore e quindi ci dimentichiamo che Apple o Ikea siano yankee o scandinave, entrano a far parte del nostro quotidiano e non ne escono più. Altre non ce la fanno magari solo perché hanno prodotti di minor fascino o perché, come le agenzie interinali, vengono accusate dai NoExpo «di trattare il lavoro come fosse merce».

In realtà non siamo in grado di definire una sorta di rating sociale delle multinazionali, non sappiamo giudicarle in base ai comportamenti concreti. Senza rifarci a parametri oggettivi (investimenti sulla ricerca e sviluppo, rapporto con il territorio, welfare aziendale o meno) ci muoviamo al buio, magari amiamo la singola multinazionale ma ne odiamo la categoria. La realtà di tutti i giorni di spunti ne fornisce in quantità: prendiamo i francesi che hanno conquistato i nostri calzaturifici della Riviera del Brenta ma alla fine appaiono come degli spartani affascinati dalla cultura ateniese. Oppure proprio la Nestlé che ha fatto della San Pellegrino un’acqua venduta sui mercati globali dando occupazione e reddito alla Lombardia. Gli svizzeri volevano fare lo stesso con la Pizza Buitoni, prodotta a Benevento, e farne un altro brand globale ma nessuno ha dato loro retta né a Roma né in Campania.
L’Expo è il luogo giusto per far vivere queste contraddizioni e se i Ceo delle grandi corporation capiscono che ha senso venire a Canossa possono scaturirne delle sintesi interessanti. L’amministratore delegato di McDonald’s Italia, Roberto Masi, ogni volta che gli capita di parlare sostiene che sta spostando il budget degli acquisti tutto verso l’Italia e aggiunge che nei suoi menu ha inserito pasta, frutta e verdura ovvero la summa della dieta mediterranea. Persino Coca Cola avrebbe intenzione di aumentare gli acquisti in Italia di arance siciliane e quanto a Barilla il principio è che il grano si compra là dove si produce la pasta. Vale per l’Italia ma anche per la Turchia, la Grecia e gli States.
Ai no global tutte queste appariranno buone intenzioni e niente di più, di vero c’è che finora le multinazionali non hanno firmato la Carta di Milano. Gli organizzatori dell’Expo però ci sperano fortemente, «i grandi attori devono essere parte di questo processo» e avendo deciso che il documento sarà consegnato a fine Expo nelle mani del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon confidano che ciò produca una persuasione morale sui grandi manager del cibo. Per ottenere questo risultato è comunque al lavoro una diplomazia sotterranea che vede protagonisti il nostro ministro dell’Agricoltura Martina e la responsabile del padiglione statunitense Dorothy Hamilton.
Vedremo come andrà a finire, intanto però Stefano Scabbio, l’amministratore delegato di Manpower, ci tiene a supportare il buon nome delle multinazionali del lavoro e racconta: «Noi agiamo per portare legalità. E in questi giorni abbiamo contrattualizzato i lavoratori del padiglione polacco che stavano operando senza norme. In accordo con il commissario governativo di Varsavia li abbiamo regolarizzati e così faremo con gli altri padiglioni di Paesi esteri che si dovessero trovare nella stessa situazione».
Dario Di Vico
Multinazionali? Non sono tutte uguali Responsabilità (e marketing) a Expo

Ttip: favorevoli e contrari

tttt«Quando il 92% di coloro che sono coinvolti nelle trattative sono lobbisti, i consumatori hanno tutte le ragioni di sospettare che a beneficiare del TTIP saranno soprattutto le grandi corporation, a scapito della democrazia». Sono le parole usate dal Guardian, il giornale britannico, a proposito del Ttip, l’accordo per facilitare gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti. Un accordo di cui si parla dal 2013, anno di avvio delle trattative e che è arrivato ormai all’ottavo round negoziale. La fase di studio è finita. «Ci sono state finora quasi 1500 ore di colloqui» ha fatto sapere il commissario Ue per il commercio Cecilia Malmstrom. Con da una parte i detrattori e dall’altra i sostenitori del libero mercato che vedono nel Ttip una possibilità di creare nuovi posti di lavoro, rilanciare la crescita e ridurre i prezzi dei consumatori. Proprio come si legge sul sito della Commissione europea.

Cos’è il Ttip

Ma che cos’è di preciso il TTIP? Un sistema per far circolare le merci più facilmente senza le barriere definite dai tecnici «non tariffarie». Ossia quei controlli e leggi che oggi impediscono ancora l’import-export di alcuni prodotti tra Europa e Usa. Un esempio? I salumi. Era il 1971 quando Dino Risi portava sugli schermi Sofia Loren nei panni di un’operaia di un salumificio che doveva raggiungere New York per coronare il suo sogno di nozze. I colleghi le regalano una mortadella gigante, un regalo di matrimonio che la bloccherà all’aeroporto per giorni interi a causa di una legge americana che vieta l’importazione di insaccati per vincoli di natura veterinaria. La mortadella di Bologna oggi negli Stati Uniti può arrivare, ma non una serie di alimenti la cui esportazione è limitata da leggi restrittive. Leggi che ora, con il Ttip, potrebbero cambiare. Perchè tra gli obiettivi di questo accordo c’è proprio la necessità di uniformare le regole sui controlli delle filiere, di certificazione del Dop e dell’Igp, di sistemi di allevamento, di ormoni nei mangimi, di utilizzo della chimica e di semi transgenici nei campi, di etichettatura e tracciabilità. Allargando così le maglie del libero scambio.

Favorevoli e contrari

Tutte questioni che preoccupano i detrattori per diverse ragioni, prima tra tutte l’arrivo di cibi nell’Unione europea, ora vietati. Non è un caso che la stessa cancelliera Angela Merkel, abbia più volte fatto presente le sue perplessità. Dietro le difficoltà del negoziato c’è infatti l’idea che gli Usa userebbero l’accordo per imporre agli europei il famoso “pollo al cloro” o la carne imbottita di ormoni. In America ad esempio gli allevamenti avicoli hanno obblighi in materia di standard igienici e sanitari molto inferiori a quelli europei. «Non ci sarà alcuna modifica delle regole europee sulla sicurezza del cibo. Non cambierà il nostro principio di precauzione» ha rassicurato Paolo De Castro, 57 anni, eurodeputato del Pd e responsabile della trattativa per il capitolo forse più importante: l’agricoltura. Ma mentre i rappresentanti europei e statunitensi hanno continuato a dialogare su entrambe le sponde dell’Atlantico, sono aumentate le proteste di consumatori, ambientalisti, piccoli agricoltori che continuano a vedere in questo accordo, un rischio sui controlli delle tutele ambientali, etichettatura e tracciabilità dei prodotti. «Questo trattato viene spacciato come la soluzione di tutti i mali – spiega Tiziana Beghin, capo delegazione del Movimento 5 Stelle in Europa – persino alla crisi. Ma gli stati europei non stanno affatto avendo problemi commerciali. Ci dicono che questo accordo farà aumentare le esportazioni di alcuni prodotti, tipo i prosciutti. Vogliamo vedere quante aziende italiane ne beneficerebbero davvero? È piuttosto vero che chi acquisterà, lo farà scegliendo il prodotto economicamente più vantaggioso a discapito della qualità. Negli anni’ 90 in Messico con il trattato di libero scambio si promettevano più di 500 mila nuovi posti di lavoro – aggiunge Beghin -. Sapete com’è andata a finire? Un milione di posti di lavoro persi negli Stati Uniti e due milioni di imprenditori agricoli locali in meno, spazzati via dall’arrivo delle grandi multinazionali americane». Secondo il Movimento 5 stelle le lobby americane avranno libero accesso a tutti gli appalti pubblici indetti negli Stati membri dell’Unione europea distruggendo le piccole medie imprese e danneggiando la qualità dei servizi. Accuse definite da De Castro «di un certo anti-americanismo preconcetto, propagandato proprio dal Front National in Francia e dal Movimento 5 stelle in Italia». «Non siamo antiamericanisti – risponde Beghin – e con il Front National non abbiamo nulla a che spartire. Questa sarà una battaglia di prezzi e le nostre piccole aziende non saranno in grado di competere con le grandi multinazionali. Fino ad ora ci ha protetto la qualità , una volta che si apre?»

I complottismi

La materia, fin troppo tecnica, ha giustificato secondo l’Istituto Bruno Leoni, complottismi ingiustificati. «La competenza in materia di commercio con l’estero è devoluta in esclusiva all’Unione europea – ha scritto Giacomo Lev Mannheimer – gli esponenti delle istituzioni italiane non hanno nessun potere in proposito, se non meramente informale. Le trattative con gli USA, pertanto, sono condotte da una delegazione della Commissione. Da quanto emergerà da tali trattative, la Commissione formulerà una proposta di fronte al Parlamento europeo, il quale – rappresentando direttamente i cittadini dell’Unione europea – avrà l’ultima parola sul TTIP». E non si tratterebbe di una mera formalità: «nel 2012 – ha scritto ancora Mannheimer – il Parlamento europeo respinse la ratifica di un accordo commerciale plurilaterale noto come ACTA, i cui negoziati iniziarono già nel 2007». Inoltre non è affatto detto, secondo l’istituto, che il trattato andrà a vantaggio delle multinazionali. «Bisogna considerare che i costi causati dalla burocrazia fanno aumentare i prezzi dei beni importati tra UE e USA fino al 20%. L’eliminazione di tali costi, pertanto, consentirà ai produttori italiani ed europei di incrementare le vendite agli americani e ai consumatori di avere sempre più scelta e minori costi sui prodotti da acquistare. Sono proprio le piccole e medie imprese a esportare con più difficoltà al di fuori dell’UE, a causa delle tariffe doganali e dei costi della burocrazia». Nel frattempo la petizione online contro il Ttip è arrivata a raccogliere un milione e seicento mila firme di cittadini europei.

http://www.corriere.it/economia/15_marzo_20/pro-contro-perche-l-accordo-scambi-europa-usa-fa-discutere-ec771f5e-cf0e-11e4-8db5-cbe70d670e28.shtml

Chiamatela Appletax o Googletax se volete …

appletax-400x158Chiamatela Appletax o Googletax se volete. E’ la tassa sui profitti esteri, o più spesso “esterovestiti”, delle multinazionali. Un’aliquota secca del 14%, tutt’altro che elevata, eppure sostanziosa se confrontata con quel che pagano adesso in certi paradisi fiscali (tra il 2% e lo 0,2% in Irlanda). E’ la proposta che lancia oggi Barack Obama nella sua legge di bilancio. La nuova tassa affronta un problema che non è solo americano: l’elusione legalizzata delle multinazionali. Così fan tutte, compresa la Fiat Chrysler (Fca) che ha spostato la sua sede legale a Londra. Gli esperti lo definiscono “shopping fiscale”: le aziende transnazionali vanno in giro per il mondo a cercarsi quegli Stati che offrono trattamenti fiscali di favore, a volte con negoziati “ad hoc” come nel Lussemburgo; in quei paradisi fiscali vengono costituite delle filiali locali dove confluiscono i profitti fatti in altre parti del mondo. Il danno è enorme per gli Stati d’origine delle aziende – e quindi per i contribuenti normali – che si vedono sottrarre una base imponibile consistente. Apple, la regina mondiale delle Borse, ha 170 miliardi di dollari di cash parcheggiati all’estero per non pagare le tasse americane. Per tutti i colossi americani messi insieme, il “tesoro estero” raggiunge i 2.000 miliardi di dollari.

L’originalità della proposta Obama sta nello scambio che offre ai repubblicani, maggioritari al Congresso: più tasse sulle multinazionali, in cambio di un maxipiano d’investimenti in infrastrutture. Ben 478 miliardi di opere pubbliche, fra autostrade, ponti, ferrovie, metropolitane. La metà di questi investimenti sarebbero finanziati col gettito della nuova tassa, sui profit dei big del capitalismo Usa. La proposta è contenuta nella legge di bilancio (un budget totale da 4.000 miliardi) che oggi il presidente invia al Campidoglio di Washington, dove hanno sede Camera e Senato, tutt’e due a maggioranza di destra dalle elezioni legislative del novembre scorso. Di solito le proposte di Obama in materia fiscale hanno vita dura, una volta che arrivano al Congresso. In questo caso però la Casa Bianca manifesta ottimismo: è convinta di poter raccogliere un consenso bipartisan, facendo leva sul fatto che molti repubblicani riconoscono l’urgenza di modernizzare le infrastrutture. La tassa sui profitti accumulati all’estero del 14%, è comunque un’aliquota agevolata rispetto all’attuale imposta sugli utili societari che arriva al 35%. Finora però le tasse sugli utili sono dovute solo nel momento in cui i profitti esteri vengono rimpatriati. Di qui la scelta di molte multinazionali, di parcheggiare quei profitti all’estero a tempo indefinito. Il caso di Apple è il più citato non solo per l’enormità dei profitti esteri ma anche perché a suo tempo la società fondata da Steve Jobs preferì indebitarsi lanciando un maxi-bond sui mercati, piuttosto che far rientrare una parte di quei profitti per autofinanziare i propri investimenti…..
 
FEDERICO RAMPINI la Repubblica • 2 feb braio15
 
http://www.dirittiglobali.it/2015/02/obama-tassa-big-apple-e-gli-altri-pagheranno-il-14-sui-profitti-allestero/
 

La politica nell’era dello storytelling

Christian Salmon  spiega come i protagonisti di oggi, da Obama a Hollande, cerchino il consenso solo con espedienti “narrativi

 

images1L95JH8RSIAMO diventati tutti cannibali. Affamati di storie e colpi di scena, divoriamo i nostri rappresentanti politici come fossero oggetti di consumo, dimenticando che il piatto finale di questo banchetto funesto è la democrazia, il sistema istituzionale che abbiamo faticosamente costruito. “Il dibattito delle idee è passato dall’età della confronto a quello dell’interattivo, del performativo e dello spettrale” racconta Christian Salmon, autore di numerosi saggi su censura e narrazione.

Dopo aver pubblicato qualche anno fa l’illuminante Storytelling, Salmon torna con un nuovo libro dedicato all’assoggettamento dei politici alla narrazione e alla performance. La politica nell’era dello storytelling è un’inchiesta sulla nuova generazione di uomini pubblici, da Bill Clinton a Matteo Renzi, protagonisti di una commedia mediatica permanente che li ha lentamente resi nudi e “potenti impotenti” come scrive Salmon. “La comunicazione politica  –  continua  –  non mira più solo a formattare il linguaggio, ma a incantare gli spiriti e sprofondarli in un universo spettrale di cui i politici sono al tempo stesso performer e vittime”.

L’obbligo della “narrazione” sta uccidendo la politica?
“Quando ho scritto Storytelling volevo allertare sui pericoli della narrazione nel management, nel marketing, nella comunicazione politica. Ormai è cosa nota. Lo storytelling ha invaso le nostre vite. È una sorta di pensiero magico usato dai comunicatori, una vulgata che scredita ancora di più la parola pubblica. In questo nuovo libro analizzo gli effetti dissolventi e divoranti dello storytelling sull’homo politicus e sulla sfera pubblica”.

Siamo assistendo a una ‘cerimonia cannibale’, titolo originale del libro?
“Il dramma che si recita non è altro che il divoramento dell’uomo politico per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi duecento anni. Per l’effetto combinato del neoliberismo, le nuove tecnologie e la rivoluzione della comunicazione, la scena politica si è spostata dai luoghi tradizionali dell’esercizio del potere verso quelli performance come i media all news, Internet e i social network”.

In cosa consiste la trappola della “insovranità”?
La simbologia del potere funziona solo con una sovranità reale. La globalizzazione neoliberista e la costruzione europea hanno distrutto la sovranità degli Stati. È scomparso il legame tra l’incarnazione del potere e il potere di agire. Da un lato ci sono po- teri senza volto  –  i mercati, le agenzie di rating, Bruxelles  –  e dall’altro volti di impotenti. Lo sviluppo dei social network e dei canali all news non ha fatto altro che aggravare la situazione. Più gli uomini politici sono esposti mediaticamente, più la loro impotenza è lampante. È un circolo vizioso “.

L’uomo politico è diventato un oggetto di consumo?
Il tempo lungo delle deliberazioni democratiche ha lasciato il posto al tempo reale dei canali di informazione. L’uomo di Stato si presenta ormai più come un oggetto di consumo che come una figura autorevole: è diventato un artefatto della sottocultura di massa e non è più visto come un’istanza produttrice di norme. Un personaggio di serie tv sottomesso all’obbligo della performance”.

Esistono delle eccezioni?
“Da Bill Clinton a Nicolas Sarkozy, passando per Tony Blair, George Bush e Barack Obama, ogni capo di Stato è costretto a essere onnipresente fino a banalizzarsi, sovraesposto sotto alla lente d’ingrandimento dei media. Si crea una distanza ravvicinata persino oscena. Siamo passati dal ‘doppio corpò del Re studiato da Kantorowicz al ‘corpo aumentatò dei telepresidenti. È il corpo sudato di Sarkozy, quello spettrale di Berlusconi. È la silhouette lunga di Obama, sottile quanto un logo. Gli uomini politici diventano virtuali, angeli digitali. Subiscono fluttuazioni nei sondaggi con la stessa volatilità di un’azione in Borsa. La simbologia del sovrano scompare“.

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In politica, si tenta di mascherare la mancanza di autorità con il volontarismo?
“Il volontarismo è la forma che assume la volontà politica quando il potere è privo di mezzi. Viene esibita una volontà ancora più forte, raddoppiandone l’intensità, per tentare di recuperare credibilità. Ma questa prova di forza non fa altro che accentuare il sentimento di impotenza dello Stato. E si entra così in una spirale di perdita di legittimità”.

Qual è la responsabilità dei media?
“La mediasfera è il teatro della sovranità perduta. È la ribalta per uno strip-tease in cui l’homo politicus si spoglia a poco a poco dei suoi poteri, dei suoi attributi, del suo prestigio, della sua maestà, fino a perdere dignità. È il prezzo da pagare per catturare l’attenzione sempre più reticente dell’opinione pubblica. La ribalta di questo spogliarello è la televisione. In verità, l’uomo politico sta forse scomparendo al culmine della sua sovraesposizione mediatica. Parafrasando una formula di Martin Amis, direi: “He has vanished into the front page”. È scomparso in prima pagina“.

http://www.repubblica.it/cultura/2014/11/24/news/christian_salmon_la_politica_prigioniera_dei_racconti_dei_suoi_leader-101287976/

La politica nell’era dello storytelling

http://www.fazieditore.it/Libro.aspx?id=1411