La libertà del cecchino

La sarabanda di ieri non contribuirà a migliorare la reputazione dei franchi tiratori. E in effetti l’espressione viene dal gergo militare: il franco tiratore è un cecchino, uno che coglie di sorpresa, e se può spara alle spalle. È curioso quanta distanza ci sia tra l’opinione (diffusa) che si ha del franco tiratore e le (rare) difese che se ne fanno, accademiche e nobili. Ma è che di accademico e di nobile si coglie poco nelle imboscate di ieri, è difficile persino capire chi abbia raggirato chi, è difficile capire se fossero franchi tiratori quelli del Movimento cinque stelle, che credendo in un voto segreto hanno votato quasi tutti contro la legge elettorale appena concordata, o erano franchi tiratori al quadrato i pochi cinque stelle che invece hanno votato a favore, proprio perché erano contrari.

Se il concetto non vi è chiaro, siete in larga compagnia: questa è politica quantistica. Di sicuro c’erano franchi tiratori nel Pd, pure nella Lega e in Forza Italia, franchi tiratori ovunque in una sparatoria da saloon, al termine della quale lo sceriffo li impiccherebbe tutti, e fortuna loro che qui non è ancora Far West. A questo punto viene complicato restituire la dignità alla figura del franco tiratore, che tecnicamente, nella teoria politologica più insigne, sarebbe il parlamentare che approfitta del voto segreto per votare contro le disposizioni (contro il dispotismo) del capo.

Uno come Benedetto Croce, che alla Camera lo avranno letto in trenta, spiegava così: «La segretezza del voto è conseguenza della partitocrazia e del sistema proporzionale e, dopo tutto, in nessun codice è scritto che un uomo debba far risuonare sempre e ad alta voce tutto ciò che pensa o crede». La partitocrazia è autoritarismo, e l’autoritarismo ammazza. Tutti sanno che l’unico ad abolire il voto segreto, in Italia codificato fino dall’Ottocento nello Statuto Albertino, è stato Benito Mussolini. «D’ora in poi si voterà a testa alta», disse, intendendo che si doveva piegarla. Il Duce lo abolì nel 1939. Prima non aveva bisogno. Ma ormai sentiva la dissidenza al collo, e non voleva che emergesse con certificazione dei lavori parlamentari. Bisognerebbe sempre riflettere, quando si chiede l’abolizione del voto segreto, e dunque dei franchi tiratori, in nome della purezza e della trasparenza dell’eletto, sul fatto che il voto segreto non era praticato nella Camera dei fasci e della corporazioni, e nemmeno nella Duma di Stalin e di Breznev. Dopo di che, a quasi tutti i capi a un certo punto il voto segreto comincia a stare sul gozzo. Alla centesima volta che un progetto affonda per l’implacabile mira dei franchi tiratori, il capo perde la testa. «Il voto segreto è indegno di un paese civile», disse Bettino Craxi nel 1988. Riuscì a ridurne l’applicazione, ma non oltre, e per sua parzialissima fortuna visto che nel sanguinolento 1993, quello del Terrore di Mani pulite, fu salvato dal voto segreto contro l’autorizzazione a procedere chiesta dai magistrati di Milano. Anche lì, naturalmente, Craxi fu tardivamente preso alla lettera, perché l’indegnità del voto segreto venne ribadita e rafforzata da tutti i deputati che avrebbero visto volentieri l’avversario spiattellato dalla giustizia, dal momento che, di spiattellarlo, loro non erano stati capaci.

Funziona sempre così. A Silvio Berlusconi è andata pressoché allo stesso modo. Se ne saltò fuori, un giorno, con la teoria dell’inutilità dei parlamentari, bastava votassero i capigruppo. Niente voto segreto, niente voto palese, i seggi usati come i carrarmatini del Risiko da spostare a gusto del generale. Curioso: il Parlamento si chiama così perché la gente deve parlare, e con lo scopo di far cambiare idea a chi ascolta. Purtroppo, dipende dall’idea, e da chi l’ha partorita. Perché quando l’idea è diventata la decadenza del medesimo Berlusconi, condannato in Cassazione per frode fiscale, i ragazzi di Avaaz, un gruppo mai sentito prima e mai più sentito dopo, si sono denudati fuori dal Senato: «La protesta nuda vuole opporsi alla possibilità che si utilizzi il voto segreto». Dunque: «Noi non abbiamo niente da nascondere, e voi?». Ed era la dimostrazione di piazza che nascondere qualcosa talvolta è meglio. Un uomo meno sventato dei tanti nemici del voto segreto, Palmiro Togliatti, infatti si imbatté in una grana durante i lavori dell’Assemblea costituente. Si discuteva del matrimonio, e se si dovesse applicargli l’aggettivo «indissolubile». Alcuni costituenti chiesero il voto segreto, e il presidente comunista Umberto Terracini la definì una procedura ormai in disuso. Altri, specie i democristiani Giovanni Gronchi e Aldo Moro, dissero che era uno strumento per pavidi. Ma Togliatti, che sapeva guardare al di là del suo naso, chiuse la questione: «Noi siamo 104 comunisti, siamo una minoranza. Guai se ammettessimo che si violi il regolamento della Camera. È il presidio della nostra libertà. Per questo, se è stata chiesta la votazione segreta, la votazione segreta si deve fare». Capì che più avanti gli sarebbe servita e, aggiungiamo noi, l’aggettivo «indissolubile» cascò rendendo possibile, molti anni dopo, il referendum sul divorzio. Così si possono ricordare i franchi tiratori che hanno abbattuto Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Franco Marini e Romano Prodi alla presidenza della Repubblica. E si deve ricordare che dove ci sono i franchi tiratori c’è libertà, dove ce ne sono troppi c’è arbitrio, ma dove non ce ne sono affatto c’è tirannia.

Mattia Feltri

La Stampa 9 giugno 2017

http://www.lastampa.it/2017/06/09/cultura/opinioni/buongiorno/la-libert-del-cecchino-0VweWgf7pOygMhS1aQzjKP/pagina.html

Le obbligazioni subordinate, ultimo frutto avvelenato dell’enorme debito pubblico italiano

 
images[8]Prima del mese scorso, era successo solo nel 1921. L’ultima volta prima di questa in cui i creditori di una banca italiana si erano visti azzerare i propri titoli, la prima guerra mondiale era appena finita. La Banca italiana di sconto fallì perché l’Ansaldo, il suo solo grande debitore, era stato messo in ginocchio dalla fine delle commesse belliche. L’anno dopo un neolaureato di nome Piero Sraffa pubblicò sul Guardian un’analisi devastante di quell’operazione, tutta dati e fatti, che gli fruttò l’ira del neo-premier di allora, Benito Mussolini, e un esilio a Cambridge che sarebbe durato tutta la vita.
Non ci sarà un altro Sraffa, stavolta. Non solo perché economisti del suo genio non nascono spesso né perché l’intolleranza del fascismo ormai ce la siamo messa alle spalle (si spera). Se non ci sarà un altro Sraffa, è anche perché l’azzeramento delle obbligazioni di quattro piccole banche arrivata per decreto il 22 novembre è il punto di arrivo di una storia diversa. Di pace, non di guerra. Quella di oggi è una vicenda che rivela cosa può fare un debito pubblico cronicamente eccessivo a un Paese. Diventa una sottile, persistente tossina che ne deforma la struttura finanziaria, i costumi, le responsabilità pubbliche e i comportamenti privati.
Il punto di partenza è in un golfo aperto, alla fine del 2010. Era quello fra ciò che le banche italiane raccoglievano dai correntisti, e quanto invece prestavano alle famiglie, alle imprese o alle amministrazioni. Fra questi due valori c’era uno scarto eccessivo: le banche si finanziavano grazie ai depositi della clientela per una somma notevolmente inferiore a quanto poi impiegavano nell’economia. Alla fine del 2010 la raccolta di risparmio agli sportelli sfiorava i 1.400 miliardi di euro, mentre i prestiti viaggiavano appena sotto i duemila miliardi. Le banche dovevano trovare dunque quasi 600 miliardi in più per funzionare e questo golfo veniva colmato tramite prestiti a breve termine da grandi istituti esteri: dalla City di Londra, Parigi, Francoforte.
Qui il debito pubblico entra in scena, bloccando l’ingranaggio. A metà del 2011 si scatena la crisi finanziaria, gli investitori internazionali dubitano che il governo possa evitare l’insolvenza e smettono di comprare titoli di Stato italiani. Anche le banche del Paese rischiano di soffocare, perché nel frattempo hanno già circa 200 miliardi di titoli del Tesoro nei loro bilanci, dunque vengono considerate vulnerabili a un default dello Stato. Per loro i prestiti dall’estero si interrompono, però quel golfo tra raccolta e impieghi resta aperto e rischia di provocare un infarto a vari istituti di credito.
Il coinvolgimento più intenso delle famiglie italiane nei rischi delle banche, specie le più provinciali, parte da qui. Con i mercati internazionali per loro ormai chiusi, centinaia di istituti iniziano a collocare con foga le proprie obbligazioni alla clientela.
Hanno urgenza di finanziarsi in qualche modo, per colmare almeno parte di quel golfo aperto fra depositi e impieghi. Secondo i dati ufficiali, le obbligazioni bancarie nei bilanci delle famiglie italiane esplodono dal già enorme livello di 271 miliardi di euro del 2005 fino a 372 miliardi del 2011. Si arriva al punto che i comuni risparmiatori italiani hanno una quantità di titoli di debito delle banche quasi doppia rispetto ai titoli di Stato. Non siamo più il popolo dei Btp. Diventiamo un popolo di obbligazionisti bancari. Nel 2013 i bond emessi dal settore creditizio rappresentano il 99,7% di tutte le obbligazioni private in cui hanno investito le famiglie italiane: quell’impiego ne scaccia molti altri, magari più produttivi.
Accade per molte ragioni, sempre influenzate dalla tossina del debito pubblico. Una è fiscale: una vecchia norma (ora abolita) cercava di spingere gli italiani a comprare titoli di Stato tassando i guadagni su normali certificati di deposito, depositi a termine o a vista in maniera più esosa rispetto a tutti i bond. La risposta nella società italiana è stata l’esplosione di bond bancari nei bilanci delle famiglie. Anche le meno finanziariamente istruite, che in Italia purtroppo sono la maggioranza. Molte piccole banche del resto ritenevano di non avere scelta, perché spesso gli investitori professionali non avrebbero comprato gli stessi titoli alle stesse condizioni.
Ci si può chiedere perché la Consob, l’autorità di controllo sul risparmio, non abbia impedito questa concentrazione del rischio. Ed è difficile resistere alla tentazione di pensare che non ci fosse molta voglia di contrastare aziende divenute vitali per la tenuta finanziaria dello Stato. Durante la crisi, mentre si finanziavano presso le famiglie (e presso la Banca centrale europea), le banche erano diventate decisive nel finanziare a loro volta il Tesoro: il loro portafoglio di titoli di Stato è salito da 108 miliardi del 2008 a 403 di due mesi fa.
Così il debito pubblico ha distorto i comportamenti lungo tutto il sistema. Certo fino all’agosto del 2013 non esistevano le regole europee che impongono di colpire i creditori in caso di aiuto di Stato alle banche (dopo sì, anche se in Italia se n’è parlato poco). E molte cose oggi sono migliorate.
Le banche hanno quasi smesso di emettere bond, perché godono di abbondante liquidità dalla Bce. Le obbligazioni bancarie in mano alle famiglie sono più che dimezzate; lo è anche la massa di titoli subordinati, i più a rischio, che ormai non supera i 30 miliardi di euro. Nel frattempo il golfo tra raccolta e impieghi degli istituti si è ristretto e – soprattutto – moltissime banche sono davvero solide. Specie fra le grandi.
Ma chi pensa che un debito alto si può vivere, perché in fondo non fa male, può rileggere la storia. A partire dal 1922.

Federico Fubini
Corriere della Sera,  13 dicembre 2015

Cosa sono le obbligazioni subordinate

Che cos’è un obbligazione subordinata, quante ce ne sono in circolazione e quante sono le banche che rischiano di far saltare per aria i risparmi dei privati, così come avvenuto col salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti.

Ecco un ‘vademecum’ con le risposte.

OBBLIGAZIONI SUBORDINATE. Come tutti i bond sono dei titoli di debito, che consentono a chi li compra di diventare creditore dell’emittente, incassando periodicamente degli interessi: il dividendo o cedola. Rispetto alle obbligazioni ordinarie, però, quelle subordinate espongono i risparmiatori a un grado di rischio molto più elevato e in caso di fallimento della banca, in questo caso, i possessori di bond sono considerati dei creditori di serie B e quindi il diritto di essere risarcito arriva dopo altri soggetti come i dipendenti, i correntisti o i sottoscrittori dei bond ordinari e anzi concorrono a ripianare le perdite. Con le nuove norme Ue infatti le passività soggette al bail-in soggette saranno innanzitutto gli strumenti di capitale, poi le passività subordinate e a seguire le obbligazioni bancarie non garantite. In più va considerato che le subordinate spesso non possono essere scambiate su mercati, nemmeno quelli Otc non regolamentati per poter almeno recuperare qualcosa.

QUALI SONO LE BANCHE A RISCHIO. Col recente salvataggio delle 4 banche, il numero di istituti a rischio si riduce notevolmente. Sulla base dei dati aggiornati a inizio dicembre dalla Banca d’Italia risultano sotto procedure di amministrazione straordinaria 9 banche di piccole dimensioni. Si tratta dell’Istituto per il Credito Sportivo (Rm), la Bcc Irpina (Av), la Cassa di Risparmio di Loreto (An), la Banca Padovana di Credito Cooperativo (Pd), la Cassa Rurale di Folgaria (Tn), la Banca Popolare delle Province Calabre (Cz), La Banca di Cascina Credito Cooperativo (Pi), la Bcc Banca Brutia (Cs) e la Bcc di Terra D’Otranto (Le). In particolare, ricorda l’istituto centrale di Via Nazionale nel 2014 sono state avviate procedure di amministrazione nei confronti di 12 banche mentre per altre 2 banche di credito cooperativo è stata avviata la procedura di liquidazione.

BOND SUBORDINATI, MINE VAGANTI? In circolazione c’e’ una massa di oltre 60 miliardi di obbligazioni subordinate emesse dalla banche italiane, più o meno redditizie, nelle mani di piccoli e piccolissimi risparmiatori o di grandi investitori, scambiabili o meno sul mercato. In un’elenco stilato dagli analisti indipendenti di Consultique, fra le circa 370 emissioni la parte del leone per decine di miliardi la fanno i big (UniCredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca ecc. con rischio basso o quasi nullo) ma figurano anche, per importi anche non disprezzabili, titoli di banche medie o piccole e Bcc. Scorrendo i titoli si nota come la gran parte delle obbligazioni subordinate, oltre due terzi, sia sprovvista di rating. Di quelle con rating circa una cinquantina non arriva a un giudizio di ‘investment grade’. Altro elemento da considerare e’ che oltre un terzo delle emissioni e’ potenzialmente illiquido e quindi non vendibile sui mercati quando la situazione inizia a farsi difficile seppure alle volte questo comporti una perdita del valore evitando comunque l’azzeramento totale in caso di perdita.

L’AVVERTIMENTO DI MOODY’S. Anche l’agenzia di rating internazionale, così come la Ue, aveva detto che anche in caso d’intervento del Fitd (Fondo Interbancario Di Tutela Dei Depositi) al posto del fondo di risoluzione gli effetti negativi si sarebbero riversati anche sugli obbligazionisti subordinati. L”unica mossa che si sarebbe potuta fare per evitare duri colpi sui piccoli risparmiatori sarebbe stata ritirare i bond per scambiarli con altri come ha ricordato anche Banca d’Italia ma per farlo sarebbe stato necessario rinviare l’entrata in vigore delle regole europee di qualche anno.

Il popolo italiano odia lo Stato ma non può farne a meno

corruPiu passa il tempo e più la corruzione aumenta, invadendo non soltanto le istituzioni locali e nazionali ma l’anima delle persone, quale che sia la loro collocazione sociale. Si chiama malavita o malgoverno o malaffare, ma meglio sarebbe dire malanimo: le persone pensano soltanto a se stesse e tutt’al più alla loro stretta famiglia. Il loro prossimo non va al di là di quella.

Non pensiate che il fenomeno corruttivo sia un fatto esclusivamente italiano ed esclusivamente moderno: c’è dovunque e c’è sempre stato.

Naturalmente ne varia l’intensità da persona a persona, da secolo a secolo e tra i diversi ceti sociali. Ma l’intensità deriva soprattutto dal censo: la corruzione dei ricchi opera su cifre notevolmente più cospicue, quella dei meno abbienti si esercita sugli spiccioli, ma comunque c’è ed è proporzionata al reddito: per un ricco corrompersi per ventimila euro non vale la pena, per un cittadino con reddito da diecimila euro all’anno farsi corrompere per cinquecento euro è già un discreto affare.

Il tutto avviene in vario modo: appalti, racket, commercio di stupefacenti, di prostituzione, di voti elettorali, di agevolazioni di pubblici servizi, di emigranti.
Può sembrare un controsenso ma sta di fatto che il corruttore ha bisogno di una società in cui operare e più vasta è meglio è. La corruzione non consente né l’isolamento né l’anarchia e la ragione è evidente: essa ha bisogno come scopo comune in tutte le sue forme di una società con le sue regole e i poteri che legalmente la amministrano.

La corruzione ha la mira di aiutare alla conquista del potere e all’evasione delle regole o alla loro utilizzazione a vantaggio di alcuni e a danno di altri. Le famiglie (si chiamano così) mafiose, le clientele, gli interessi corporativi, dispongono di un potere capace di infiltrarsi. Ed è un potere che trova nei regimi di democrazia ampi varchi se si tratta di democrazie fragili e di istituzioni quasi sempre infiltrate dai corruttori.

Questa fragilità democratica va combattuta perché è il malanno principale del quale la democrazia soffre. Essa dovrebbe esser portatrice degli ideali di Patria, di onestà, di libertà, di eguaglianza; ma è inevitabilmente terreno di lotta tra il malaffare e il buongoverno. Non c’è un finale a quella lotta: continua e durerà fino a quando durerà la nostra specie. Il bene e il male, il potere e l’amore, la pace e la guerra sono sentimenti in eterno conflitto e ciascuno di loro contiene un tasso elevato di corruzione. La storia ne fornisce eloquenti testimonianze, quella italiana in particolare e la ragione è facile da comprendere: una notevole massa di italiani non ama lo Stato ma desidera che ci sia. Aggiungo: non ama neppure che l’Europa divenga uno Stato federato, ma vuole che l’Europa ci sia.

È assai singolare questo modo di ragionare, ma basta leggere o rileggere i testi di Dante e Petrarca, di Machiavelli e Guicciardini, di Mazzini e di Cavour. Hanno dedicato a diagnosticare questi valori e disvalori e le terapie che ciascuno di loro ha indicato e praticato per comprendere a fondo che cos’è il nostro Paese e soprattutto che cosa pensa e come si comporta la gran parte del nostro popolo.
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Dante e Petrarca (più il primo che il secondo) conobbero la lotta politica dei Comuni. L’autore della Divina Commedia fu in un certo senso il primo padre della Patria, una Patria però letteraria, cui insegnare un linguaggio che non fosse più un dialetto del latino ma una lingua nazionale e la poesia dello “stilnovo” già anticipata dal Guinizzelli e dai siciliani ma creata da lui e dal suo fraterno amico Guido Cavalcanti.

La loro Italia non aveva alcuna forma politica, salvo alcuni Comuni con una visione soltanto locale. Dante fu guelfo e ghibellino; alla fine fu esiliato da Firenze, ramingo nell’Italia del Nord, e ancora giovane morì a Ravenna. Che cosa fossero gli italiani non lo seppe e non gli importava. In realtà a quell’epoca non c’era un popolo ma soltanto plebi contadine o nascenti borghesie comunali la cui politica era quella delle città difese da mura per impedire ai nobili del contado e alle compagnie di ventura di invaderle.

Ma due secoli dopo la situazione era notevolmente cambiata e la più approfondita diagnosi la fecero Machiavelli e Guicciardini, fiorentini ambedue. Repubblicano il primo, esiliato per molti anni a San Casciano; mediceo il secondo, uomo di corte, ambasciatore, ministro ai tempi del Magnifico, di papa Leone X e di papa Clemente VII, anch’essi rampolli di casa Medici.

La diagnosi di quei due studiosi fu analoga: il popolo non aveva mai pensato all’Italia, era governato e dominato da una borghesia mercantile, specialmente nelle regioni del Centro- Nord, capace di inventare strumenti monetari e bancari che dettero grande impulso dal commercio di tutta Europa, ma privi di amor di Patria. Le passioni politiche sì, quelle c’erano e la corruzione sì, c’era anche quella, ma l’Italia non esisteva mentre nel resto d’Europa gli Stati unitari erano già sorti: in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Svezia, Polonia, Austria, Brandeburgo, Sassonia, Westfalia, Ungheria e le città marinare, quelle tedesche nel Baltico e in Italia Venezia, Genova, Pisa.

Il popolo mercantile in Italia c’era, era accorto e colto e condivideva il potere congiurando o appoggiando i Signori laddove esistevano le Signorie; ma gran parte d’Italia era già dominio degli aragonesi o dei francesi o degli austriaci. Il Papa a sua volta aveva un regno che si estendeva in quasi tutta l’Italia centrale salvo la Toscana ed era dominato da alcune grandi famiglie come i Colonna, gli Orsini, i Borgia, i Farnese.
Ma il resto degli abitanti dello Stivale erano plebe, servi della gleba, analfabeti, con una cultura contadina che aveva ferree regole di maschilismo, di violenza, di pugnale.

La diagnosi di Machiavelli e di Guicciardini non differiva da questa realtà. Anzi la mise in luce con grande chiarezza. Machiavelli però sperava in un Principe che conquistasse il centro d’Italia e sapesse e volesse fondare uno Stato con la forza delle armi, le congiure, le armate dei capitani di ventura e i matrimoni di convenienza tra le famiglie regnanti. Guicciardini faceva più o meno la stessa diagnosi ma la terapia differiva, le speranze di Machiavelli d’avere prima o poi un’Italia come Stato, naturalmente governato da un padrone assoluto come erano i tempi di allora; quel Principe, chiunque fosse, avrebbe dovuto dare all’Italia un rango in Europa e trasformare le plebi in popolo consapevole e collaboratore.

Guicciardini viceversa coincideva nella diagnosi ma differiva profondamente nella terapia. Riteneva auspicabile la fondazione d’uno Stato sovrano che abbracciasse gran parte dell’Italia, salvo quella dominata da potenze straniere che sarebbe stato assai difficile espellere. Ma sperare che gli italiani diventassero da plebe un popolo con il sentimento della Patria nell’animo lo escludeva nel modo più totale. Bisognava secondo lui governare il Paese utilizzando la plebe e questa era la sua conclusione.

Passarono due secoli da allora ed ebbe inizio ai primi dell’Ottocento il movimento risorgimentale con tre protagonisti molto diversi tra loro: Mazzini, Cavour, Garibaldi. Ci furono alti e bassi in quel movimento e tre guerre denominate dell’indipendenza e guidate da Cavour con una diplomazia e una comprensione della realtà che difficilmente si trova nella storia moderna.

Mazzini era un personaggio molto diverso: voleva la repubblica e voleva che nascesse dal basso. La sua era una forma di socialismo che aveva come strumento le insurrezioni popolari. Non insurrezioni di massa, non erano concepibili all’epoca; ma insurrezioni di qualche centinaio di persone se non addirittura qualche decina, che cercavano di sollevare la plebe contadina sperando che i suoi disagi la muovessero a combattere per una situazione migliore. Così non avvenne e le insurrezioni mazziniane non sortirono alcun effetto se non quello di allevare una classe di giovani intellettuali, studenti, docenti, che concepivano la Patria come il maestro aveva indicato. Quasi tutti erano settentrionali di nascita e fu molto singolare che questo drappello di italiani dedicati soprattutto a scuotere le classi meridionali venisse quasi tutto da Milano, da Bergamo, da Brescia, da Genova. Così furono a suo tempo i mille che mossero da Quarto verso Calatafimi. Garibaldi era una via di mezzo molto realistica e molto demiurgica tra Mazzini e Cavour. Era repubblicano come Mazzini ma disponile a trattare con la monarchia quando bisognava compiere un’impresa che richiedesse molte risorse umane e finanziarie. Questa fu l’impresa dei Mille da cui nacque poi lo Stato italiano.

La corruzione certamente non c’era in quei giovani intellettuali e combattenti ma era già ampiamente diffusa in una società che aveva pochi capitali e doveva utilizzare nel proprio interesse quelli che il nuovo stato metteva a disposizione e che forti imprese bancarie e manifatturiere straniere investirono sulla nascita dell’Italia e della sua economia.

Portarono con sé, questi capitali, una corruzione moderna che è quella che conosciamo ma che allora ebbe il suo inizio nelle ferrovie che furono costruite per unificare il territorio, nell’industria dell’elettricità e in quella dell’acciaio e della meccanica. Emigrazione da un lato, corruzione dall’altro, queste furono le due maggiori realtà italiane tra gli ultimi vent’anni dell’Ottocento e la guerra del 1915 che aprì una fase del tutto nuova nel Paese.
Non voglio qui ripetere ciò che ho già scritto in altre occasioni ma mi limito a ricordare che Benito Mussolini fu uno degli esempi tipici del fenomeno italiano.

Personalmente era onesto, aveva tutto e quindi non aveva bisogno di niente; ma i suoi gerarchi erano in gran parte corrotti e lui lo sapeva ma non interveniva perché quella corruzione a lui nota gli dava ancor più potere, li teneva in pugno e li manovrava come il burattinaio fa muovere i burattini.
Disse più volte che senza la dittatura l’Italia non sarebbe stata governabile e che governare il nostro Paese era impossibile e comunque inutile.
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……..

Eugenio Scalfari

Repubblica 14 giugno 2015

http://www.repubblica.it/politica/2015/06/14/news/il_popolo_italiano_odia_lo_stato_ma_non_puo_farne_a_meno-116812124/?ref=HRER2-1