Il Presidente ha giurato sulla Costituzione

3 febbraio 2015

Il giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione. Il discorso di insediamento di fronte alle Camere unite e ai delegati regionali (aperto con il ringraziamento dei suoi predecessori, Ciampi e Napolitano) interrotto da 42 applausi in 30 minuti. Poi: l’omaggio all’Altare della Patria e gli onori militari nel cortile del Quirinale. Infine l’insediamento al Colle, nel salone dei Corazzieri, di fronte alle più alte cariche dello Stato e ai rappresentanti di tutte le forze politiche (con due grandi assenti, Beppe Grillo e Matteo Salvini). Inizia così il settennato del neo Capo dello Stato Sergio Mattarella. …

http://www.corriere.it/politica/speciali/2015/elezioni-presidente-repubblica/notizie/mattarella-via-settennato-9d399e9c-ab7f-11e4-864d-5557babae2e2.shtml

 

Il Presidente si è dimesso

gndimIl presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato questa mattina, alle ore 10.35, l’atto di dimissioni dalla carica, come ha annunciato in una nota il Quirinale. Il segretario generale della presidenza della Repubblica, Donato Marra, ha dato ufficiale comunicazione ai presidenti del Senato della Repubblica, Piero Grasso, che diventa presidente supplente, e della Camera dei deputati, Laura Boldrini, e al presidente del Consiglio, Matteo Renzi …..

Nella prassi con le dimissioni Napolitano diventa automaticamente presidente emerito della Repubblica e senatore a vita e come tale avrà un suo ufficio a Palazzo Giustiniani, che tra l’altro sarà la sede temporanea di Pietro Grasso nelle sue funzioni di presidente supplente della Repubblica. La funzione di presidenza del Senato sarà assolta dalla vicepresidente Valeria Fedeli.

Giorgio Napolitano è stato il primo presidente della Repubblica a essere stato rieletto per il secondo mandato , ora rientrerà in Parlamento come senatore a vita e già domani dovrebbe comunicare per quale gruppo parlamentare sceglierà di iscriversi, anche se con ogni probabilità aderirà al gruppo misto.

La prima votazione del Parlamento in seduta comune integrato dai rappresentanti delle Regioni per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica dovrebbe tenersi alle ore 15 del prossimo 29 gennaio. Nei primi tre scrutini è richiesta la maggioranza dei due terzi dell’Assemblea (pari a 672 voti) mentre dal quarto si scende a 505, ovvero la maggioranza assoluta…….

http://www.ilfoglio.it/articoli/v/124577/rubriche/napolitano-lascia-il-quirinale-grasso-presidente-supplente.htm

Sistemi e trappole per eleggere un presidente

pdrelezPer la tredicesima volta, davanti alle urne di vimini foderate di raso verde dalle quali uscirà il nome del prossimo inquilino del Quirinale, il Palazzo scopre che non c’è un metodo, non c’è una tecnica, non c’è proprio nessun sistema che garantisca l’elezione a colpo sicuro del capo dello Stato. E oggi l’imbarazzante ricordo dell’aprile 2013 – quel falò politico di 72 ore che bruciò i nomi di Franco Marini, di Stefano Rodotà e di Romano Prodi, prima che i leader di partito andassero in processione da Napolitano per supplicarlo di accettare il secondo mandato – spinge chi sarà chiamato a fare la prima mossa a guardarsi indietro, per capire come si fa un presidente. Perché solo la storia può insegnare qualcosa: forse non i segreti per conquistare il Colle, ma di sicuro gli errori da non commettere per evitare una rovinosa sconfitta.All’alba della Repubblica – siamo alla fine di giugno del 1946 – la partita si svolge tra le quattro mura di una stanza, quella in cui una sera si riuniscono De Gasperi, Togliatti e Nenni per scegliere il “capo provvisorio dello Stato” dopo la fine della monarchia. Una partita a tavolino, dunque, nella quale il leader democristiano entra portando in tasca il nome di Vittorio Emanuele Orlando (il presidente del Consiglio della Grande Guerra) e ne esce con quello di Enrico De Nicola. Eppure, trovata l’intesa, l’impresa più difficile risulta quella di convincere il grande giurista napoletano a dire di sì: quando gli offrono – a 69 anni – la poltrona più importante della neonata Repubblica, lui ha già rinunciato quattro volte ad essere presidente del Consiglio. Al prefetto di Napoli, incaricato da De Gasperi di sondarne la disponibilità, De Nicola risponde con un cortesissimo «No, grazie». Neanche Giovanni Leone, suo allievo prediletto, riesce a parlargli: «Veniva al telefono – racconterà poi – e credendo di ingannarmi camuffava la voce nella cornetta: mi dispiace, l’onorevole non c’è». Sul Giornale d’Italia il giornalista Manlio Lupinacci gli rivolge un appello pubblico: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare”». Solo quando Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea costituente, gli telefona per assicurargli che c’è quasi l’unanimità sul suo nome, De Nicola finalmente accetta. E raccoglie l’80 per cento dei voti.Neanche due anni dopo, nonostante la storica vittoria alle politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi riesce a imporre il suo candidato, il repubblicano Carlo Sforza. Nella notte del 10 maggio, dopo due disastrose votazioni, deve ripiegare sul liberale Luigi Einaudi. E tocca al suo collaboratore più fidato, Giulio Andreotti, bussare alle sei e un quarto alla porta dell’ignaro senatore piemontese per chiedergli di lasciare le sue tre cariche – ministro del Bilancio, vicepresidente del Consiglio e governatore della Banca d’Italia – per la presidenza della Repubblica. «Ma De Gasperi – obietta lui, sinceramente preoccupato – lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?». E Andreotti, serafico: «Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili».Con l’elezione di Giovanni Gronchi si sperimenta, e proprio in casa democristiana, la congiura anti-partito. Il segretario del partito, Amintore Fanfani, vorrebbe eleggere Cesare Merzagora, ma un fronte largo si mobilita sottotraccia per Gronchi, il democristiano che piace a sinistra. E mentre il futuro presidente porta a spasso per Roma il monarchico Covelli, per convincerlo a rastrellare i voti della destra, Guido Gonella tiene i contatti con Togliatti e Andreotti va a casa di Pertini. Ci va a piedi, per non essere seguito, e il deputato socialista scende ad accoglierlo in vestaglia. «Trovammo l’atrio affollato di gente, come se ci aspettassero – racconterà poi – e invece aspettavano la Madonna Pellegrina che allora girava di palazzo in palazzo».Anche un candidato ufficiale può mettere in campo le contromisure per neutralizzare chi lavora contro di lui. Per far eleggere il quarto presidente, Antonio Segni, che nelle prime votazioni non riesce a raccogliere i voti dei dissidenti democristiani, si mobilita quella che verrà battezzata «la Brigata Sassari», guidata da Piccoli, Sarti e Cossiga. Sono loro che si occupano di recuperare a uno a uno i voti in libera uscita: nel Transatlantico, col telefono o al ristorante. Decisivo è però il no di Leone a Togliatti. È il pomeriggio del 6 maggio 1962. A Segni sono mancati solo quattro voti, all’ottavo scrutinio, per essere eletto, e in aula è scoppiato un tumulto per l’apparizione di schede prevotate. Mentre l’aula è in subbuglio, il segretario del Pci va da Leone, presidente della Camera, e gli chiede di rinviare la seduta al giorno dopo. Se lo farà, avrà i voti della sinistra per diventare presidente al posto di Segni. «Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale: non posso», risponde Leone, che indice per la sera stessa la nuova votazione. Segni supera il quorum per 15 voti: la Brigata Sassari ha conquistato il Colle.Due anni dopo, quando le dimissioni di Segni riaprono i giochi per il Quirinale, il presidente del Consiglio Aldo Moro fa tesoro degli errori di De Gasperi ed evita di schierare dal primo minuto il suo candidato, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. «Se noi lo candidassimo subito, i gruppi democristiani si ribellerebbero e uscirebbe eletto Fanfani» spiega a Nenni. Dunque lo stesso Moro dà il via libera alla candidatura di Leone, che i franchi tiratori si incaricano di bloccare. Poi, dopo il quindicesimo scrutinio a vuoto, fa approvare ai grandi elettori del partito un oscuro documento in cui si auspica un candidato che raccolga «le più larghe adesioni della parte democratica del Parlamento». Molti votano senza cogliere quella sfumatura. Solo un deputato quarantenne di Novara, Oscar Luigi Scalfaro, coglie il vero significato di quella frase: «Ho capito tutto, questa sera siamo stati chiamati a votare per Saragat!». E al ventunesimo scrutinio, dopo un testa a testa con Nenni, Saragat diventa il quinto presidente.Entrare in gioco nel secondo tempo, quando il primo nome è stato bruciato nel voto segreto: questa è la mossa che si rivelata la più efficace, in 69 anni di votazioni presidenziali. Funziona anche con Leone, lo sconfitto del 1964 che sette anni dopo ottiene la rivincita al termine della più lunga serie di votazioni della storia del Quirinale: al ventitreesimo scrutinio. Il candidato ufficiale della Dc, Fanfani, esce di scena al settimo giorno, battuto dai franchi tiratori, e da allora i democristiani non partecipano più alle votazioni. Il 23 dicembre a piazza del Gesù l’intesa arriva sul nome di Leone. Dovrà battere Nenni, che abita nel suo stesso condominio, in via Cristoforo Colombo. Il giorno della votazione decisiva il portiere mette la guida rossa nell’atrio. «Non so chi sarà eletto – annuncia agli altri inquilini – ma so che stasera torna a casa un presidente».Quando però il partito di maggioranza relativa non ha la forza per imporre il suo candidato né al primo né al secondo tempo, la sua prima tentazione è quella di bloccare anche gli altri aspiranti. Così, nel luglio rovente del 1978 – Moro è stato ucciso il 9 maggio, Leone è stato costretto a dimettersi il 15 giugno – le correnti democristiane cercano di neutralizzare il candidato più insidioso: il socialista Sandro Pertini, sostenuto dai comunisti e dai laici, subìto. Non potete chiederci, dicono, di votare un candidato scelto dagli altri. La contromossa di Pertini è geniale: convoca i cronisti e annuncia il suo ritiro dalla corsa. Poi aggiunge: «Volete una rivelazione? Dieci giorni fa io sono andato da Zaccagnini e gli ho detto: il candidato devi essere tu». La mina è disinnescata, il candidato socialista non è più uno schiaffo alla Dc. Così, 48 ore dopo l’ex partigiano viene eletto presidente con 832 voti, un record tutt’ora imbattuto.Sette anni dopo, però, la Dc non si fa cogliere impreparata. Ha imparato la lezione, e Ciriaco De Mita realizza un capolavoro tattico riuscendo a far eleggere al primo scrutinio – per la prima volta dal 1946 – Francesco Cossiga. Il segretario Dc tesse con largo anticipo, in gran segreto, una tela che gli permette di raccogliere un consenso trasversale così ampio che Cossiga – ex uomo di punta della “Brigata Sassari” – stavolta può andarsene in Portogallo ostentando il suo distacco. Ma il giorno del voto decisivo va a trovare l’amico segretario alle sei e mezzo del mattino nella sua casa vicino alle Fosse Ardeatine, lo invita a fare due passi nella strada deserta e gli regala una Bibbia rilegata con la sua dedica. «Non lasciatemi solo» mormora, abbracciandolo.Eppure la pazienza e l’abilità non bastano, davanti a una poltrona per due. E nella primavera del 1992, quando Andreotti e Forlani puntano entrambi verso il Colle, i grandi elettori li puniscono nel voto segreto. Solo il tritolo della strage di Capaci, che scuote il Palazzo come un terremoto, costringe i partiti a trovare subito un’intesa su un outsider, Oscar Luigi Scalfaro, che alla prima votazione aveva avuto solo sei voti. All’ultimo momento però Achille Occhetto va dal candidato per dirgli che c’è ancora ostacolo: «Tra i nostri c’è chi teme che la tua identità di cattolico fervente possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica dello Stato» lo avverte. «Di’ ai tuoi – gli risponde Scalfaro – che io sono serenamente degasperiano: la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato». Poche ore dopo – la sera del 25 maggio – il quinto (e ultimo) presidente democristiano viene eletto con 672 voti su 1002. Nell’ultimo anno del secondo millennio, l’elezione del successore di Scalfaro è così sorprendente, per la rapidità dell’elezione e per l’ampiezza della maggioranza – che da allora si parla di “metodo Ciampi”. Stavolta il ruolo del grande tessitore tocca a Walter Veltroni, che riesce a trovare l’intesa con l’opposizione berlusconiana sul nome del ministro dell’Economia che ha portato l’Italia nell’euro. L’accordo resta segreto fino all’ultimo, anche se una settimana prima delle votazioni Gianfranco Fini fa una scommessa con i giornalisti e scrive il nome del futuro presidente su un foglio che, sigillato in una busta, viene affidato al cameriere di un bar. Dopo l’elezione, torna con i cronisti, riapre la busta davanti a loro e mostra il biglietto: «Ciampi».L’impresa non riuscirà più a nessuno. Nel 2006 la candidatura di Massimo D’Alema trova una sponda perfino nel «Foglio» di Giuliano Ferrara, ma Fini, Casini e Rutelli si mettono di traverso e all’ultimo momento spunta il nome dell’ottantunenne Giorgio Napolitano. Sarà il primo ex comunista a diventare capo dello Stato. E sarà anche il primo presidente a essere rieletto, dopo il ritorno sulla scena degli eterni protagonisti delle campagne per il Quirinale: i franchi tiratori. Ma quella è un’altra storia, che va raccontata dall’inizio.

Sebastiano Messina
Sistemi e trappole per eleggere un presidente. Dal patto De Gasperi-Togliatti fino al metodo Ciampi
 Repubblica, venerdì 2 gennaio 2015

“Andare a votare merita il nostro tempo ed il nostro sforzo”

gneuCari cittadini, ci accingiamo ad eleggere il nuovo Parlamento dell’Unione europea. Quest’anno la nostra voce conterà più che in passato: per la prima volta la potremo impiegare per influire significativamente sulla scelta di chi guiderà la Commissione europea verso il futuro – si legge nell’appello al voto dei Presidenti della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, della Repubblica Federale Tedesca Joachim Gauck e della Repubblica di Polonia Bronislaw Komorowski – Allo stesso tempo, i nuovi membri del Parlamento Europeo avranno una responsabilità crescente nell’ambito del processo di formazione delle leggi. Ciò che faranno sarà importante per tutti noi e per ciascuno di noi europei”….

Siamo in larga maggioranza consapevoli dei vantaggi, concreti e quotidiani, che ci vengono dall’appartenenza all’Unione Europea. Oggi sono dati per scontati le libertà e i diritti fondamentali. Non dovrebbero essere considerati come acquisiti una volta per tutte. Essi devono essere invece costantemente riaffermati e difesi” – hanno proseguito i tre Presidenti – per questo “andare a votare merita il nostro tempo ed il nostro sforzo“. –

“Ormai da tempo si è affermato uno stile di vita europeo al quale la maggior parte di noi non intende rinunciare. Essere cittadini europei significa oggi poter vivere, lavorare ed esercitare un’attività imprenditoriale dovunque, all’interno dei confini dell’Unione – si legge sempre nell’appello – Significa poter viaggiare senza controlli alle frontiere e, spesso, senza neppure la necessità di dover cambiar moneta. Significa poter studiare a Varsavia, Roma, Berlino ed in qualsiasi altra città in Europa. Significa poter esprimere il proprio punto di vista liberamente, sempre e dovunque. Essere europei significa, in definitiva, essere liberi”.

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Appello-al-voto-dei-presidenti-Napolitano-Gauck-e-Komorowski-9847aa6a-39d2-40a4-913f-bc1dcd6b7256.html

Il premier più giovane della storia della Repubblica

Matteo Renzi adesso è ufficialmente il premier più giovane nella storia della Repubblica.  Alle 11.32 ha giurato nelle mani del capo dello Stato. Dopo di lui hanno iniziato a sfilare davanti a Giorgio Napolitano  tutti i ministri, a partire da tre delle otto donne, che rappresentano la metà dei membri del Consiglio. Tutti hanno pronunciato la formula di rito che li impegna ad agire «nell’interesse della Repubblica». A giuramento avvenuto,  il governo è  ufficialmente in carica, anche se di fatto  ancora  sub judice, in attesa del voto di fiducia del Parlamento: lunedì al Senato, probabilmente martedì alla Camera. La prima riunione del consiglio,  servita tra l’altro  a formalizzare la nomina di Graziano Delrio a sottosegretario alla presidenza, si è svolta dopo la brevissima cerimonia del passaggio di consegne a Palazzo Chigi. …………

http://www.corriere.it/politica/14_febbraio_22/governo-renzi-giuramento-1130-lunedi-fiducia-camera-senato-8517afbe-9b97-11e3-87f4-ff088781357a.shtml

Il passaggio di consegne tra due presidenti del Consiglio non è mai, per colui che lascia, un momento di quelli da  incorniciare nell’album dei ricordi. Ma quello tra Enrico Letta e Matteo Renzi passerà agli annali  come il più «glaciale» e veloce della storia di Palazzo Chigi. Il momento, suggellato come da tradizione dal trasferimento della tradizionale campanella che il capo del governo utilizza nelle riunioni del Consiglio dei ministri, è durato una decina di secondi in tutto, venti considerando il tempo di raggiungere e di lasciare il centro della sala. Durante la cerimonia  Letta non ha mai guardato negli occhi il suo successore e non ha nascosto il suo fastidio  per quell’obbligo istituzionale, l’ultimo,  che   da prassi si conclude con una stretta di mano.

http://www.corriere.it/politica/14_febbraio_22/letta-renzi-passaggio-consegne-campanella-glaciale-5748fcf2-9bb8-11e3-87f4-ff088781357a.shtml

L’incarico

I tempi non saranno brevissimi, ma il primo atto ufficiale verso la nascita del governo di Matteo Renzi è compiuto. Alle 10:30 il segretario democratico si è recato (a bordo di una Giulietta Alfa Romeo bianca) al Quirinale per ricevere l’incarico di formare il governo.

Incarico che ha ricevuto alle 11:50. “Ho accettato con riserva, con la responsabilità e il senso dell’importanza e rilevanza della sfida e ho assicurato che metteremo tutto l’impegno in questa difficile situazione“, ha affermato il premier incaricato.
Adesso inizierà la fase delle consultazioni con i partiti e, previsione che arriva da più parti, Renzi potrebbe sciogliere la riserva e giurare tra mercoledi e giovedì, per ottenere la fiducia prima al Senato poi alla Camera e chiudere tutto per venerdì o sabato al massimo. L’obiettivo non è quello di un governo a breve scadenza. “Ci siamo prefissi impegno serio e significativo”, ha detto il segretario Pd, “C’è un impegno di allungamento della prospettiva politica di questa legislatura che si colloca in orizzonte naturale“. Un esecutivo che, nelle intenzioni del presidente incaricato, avrà una tabella di marcia fittissima: “Entro il mese di febbraio compiremo un lavoro urgente sulle riforme della legge elettorale e istituzionali, subito dopo immediatamente nel mese di marzo la riforma del lavoro, in aprile la pubblica amministrazione e in maggio il fisco. ………

Si è aperta la crisi di governo

Dimissioni irrevocabili e consultazioni lampo. Enrico Letta lascia dopo neppure 24 ore dalla sfiducia del Pd al premier democratico. Decisione «irrevocabile» riferisce il Presidente del Consiglio al Presidente della Repubblica: una comunicazione che gli consegna durante la formalizzazione della decisione al Quirinale in un faccia a faccia che dura meno di un’ora. E dopo aver anticipato di tre ore la salita al Colle.  Scattano le consultazioni del presidente con un giro rapido, fino a domani sera, che vede l’assenza di M5s e Lega. E lo stupore del presidente della Repubblica è forte quando arriva, a sorpresa, la notizia che anche il Carroccio non salirà al Colle.

…….

Da parte sua il Capo dello Stato può solo accelerare i tempi per ridurre al minimo la fase di crisi di governo che può danneggiare il Paese. Oggi ha visto i presidenti di Camera e Senato, le prime delegazioni dei partiti. La nota ufficiale del Quirinale parla di consultazioni che dovrebbero chiudersi domani nel tardo pomeriggio con la delegazione del Pd, composta dai capigruppo ma senza Matteo Renzi. ….

http://www.lastampa.it/2014/02/14/italia/politica/letta-colle-dimesso-ogni-giorno-come-lultimo-foto-niente-passaggio-tweet-parlamento-ecco-alle-consultazioni-daddio-instant-priorit-totoministri-poll-tDcPjZ5CR0NungF0YGIFbN/pagina.html