L’inno bistrattato di Mameli «provvisorio» da 70 anni

 
innoOmbretta Colli e il complesso jè-jè «Gli Ambulanti», una sera stramba di tanto tempo fa in una discoteca di Como, ne fecero una canzonetta e invitarono tutti a ballarla. L’orchestra chiamata a suonare gli inni a Wembley per Inghilterra-Italia sbagliò tutto e intonò la Marcia Reale dei Savoia in esilio. Michael Schumacher ci giocò come fosse una marcetta mandando in bestia Francesco Cossiga. E in un sondaggio tivù del 1986 gli italiani riconobbero di amarlo «pur apprezzando» anche «Fin che la barca va» e «Il materasso».
Il povero Goffredo Mameli, però, tornasse in vita masticherebbe amaro per qualcosa di più offensivo verso il suo inno: da settant’anni esatti il «Canto degli italiani», noto come «Fratelli d’Italia», è provvisorio. Irrimediabilmente provvisorio. Giusto simbolo, se mai ce ne fosse bisogno, di un Paese che, oltre a San Francesco, riconosce come patrono San Precario. Da quel 12 ottobre 1946 in cui il Consiglio dei ministri decise che alla celebrazione del 4 novembre si adottasse «provvisoriamente» quell’inno che già era «provvisorio» dall’8 settembre 1943, il «Canto» musicato da Michele Novaro e scritto da Goffredo Mameli (anche se c’è chi, alzando un polverone, ne ha attribuito la «brutta copia» al padre scolopio Atanasio Canata) non è ancora riuscito a ottenere il marchio di definitivo.
Quattro legislature e 16 proposte di legge, infatti, come spiegava mesi fa Ferdinando Regis, non sono bastate ancora a portare al traguardo l’idea rilanciata quando stava al Quirinale da Carlo Azeglio Ciampi, il più deciso a impugnare il vessillo della canzone risorgimentale, soprattutto dopo le figuracce della Nazionale di calcio che in varie occasioni aveva fatto scena muta. Per non dire degli insulti leghisti e di strampalate iniziative come quella di don Gianni Baget Bozzo, il cappellano di Berlusconi, autore di un estasiato remake: «Fratelli d’Italia, l’Italia s’è destra / Segni e Pannella han perso la testa / Dov’è la sinistra, ci porga la chioma / che schiava di Silvio Iddio la creò».
Esaltato da Giosue Carducci più per patriottismo che per ammirazione letteraria (parlava delle poesie del giovane irredentista come di «rigatteria romantica» ma spiegò che quel canto «gli era balzato fuori dal cuore ardente, nella primavera della sua vita e della nostra rivoluzione») l’inno di Mameli non ha mai goduto, in effetti, nella sua storia, di una considerazione artistica pari all’amore dei patrioti. E ha sofferto più volte l’umiliazione di chi suggeriva di sostituirlo via via con «Addio, mia bella addio», «La canzone del Piave», «La canzone del Grappa», «La campana di San Giusto», il «Va, pensiero» dal Nabucco o altro ancora. Senza dar peso alla popolarità conquistata subito dall’inno.
È gonfio di retorica e trabocca di parole obsolete? Sì, quelli erano i tempi. «Datemi ancor l’eburnea mano, vo’ fare ammenda / Vi credea (perdonate se il mio pensiero è fello) / quella vil cortigiana che è la sposa d’Otello», dice il libretto di Arrigo Boito. Eppure nessuno ride dell’Otello e di Giuseppe Verdi. Ma a Goffredo Mameli poco è stato perdonato. Spiegò anni fa a Jacopo Jacoboni Goffredo Fofi, che pure portava il nome dell’autore: «Noi dei gruppi extraparlamentari ci sentivamo una retorica patriottarda, era usato nei film militareschi e parafascisti del dopoguerra… Cantavamo altro». E Marco Revelli: «Se ce l’avessero chiesto a scuola, Mameli non l’avremmo cantato. In piazza lo contestavamo in nome dell’internazionalismo. Non sapevamo neanche che era stato un eroe, e pure radicale, della Repubblica romana…».
Ha scritto Luigi Pintor nel libro«La Signora Kirchgessner»: «Goffredo Mameli ha scritto un inno che dura da centocinquant’anni e non è poco. Aveva un viso triste e una grande barba, per sua fortuna non ha avuto biografi». Eppure il ritratto che ne fanno gli storici, per quanto lontani dall’agiografia, ricostruiscono la vita di un ragazzo che non merita certe ironie feroci o peggio certi titoli come quello del quotidiano leghista («Mameli, primo ladro della storia d’Italia») di qualche anno fa. Figlio di un tenente di vascello della marina sarda e di una signora genovese coltissima con un paio di dogi in famiglia, ammiratore di Giovanni Prati che rideva degli austriaci giocando sull’anagramma di Italia («Oh, Atilia! Noi ti torrem la veste dolorosa. / Sarà il tuo crin de’ più bei fiori adorno / e tu risplenderai novella sposa»), irredentista e mazziniano, il giovane Goffredo cominciò a scagliare i versi del suo entusiasmo patriottico prima ancora d’avere vent’anni e scrisse il «Canto degli italiani» due mesi dopo averli compiuti. Forse, se la sorte gli avesse concesso più tempo, anche la sua arte si sarebbe affinata.
Alla prima guerra d’indipendenza, nel 1848, lui c’era. Con una colonna di mezzo migliaio di ragazzi genovesi. L’anno dopo era a Roma, a difendere la Repubblica romana al fianco di Giuseppe Garibaldi. Ferito a una gamba nella difesa della Villa del Vascello sul Gianicolo, forse da una pallottola «amica», venne in pochi giorni assalito da violentissime febbri. L’amputazione della gamba, per contenere la cancrena, non servì a niente. Durò oltre un mese, il calvario di quel ragazzo. Se ne andò il 6 luglio 1849. Non aveva ancora ventidue anni. E forse perfino chi non crede nei suoi ideali di allora o irride a quelle parole gonfie di passione guerresca (che solo Roberto Benigni tentò qualche anno fa di spiegare con parole d’oggi in una straordinaria serata a Sanremo) dovrebbe avere un po’ di rispetto.

Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 12 ottobre 2016

Calcio: la batosta del Brasile avrà effetti economici?

brazzChe implicazioni economiche potrà avere la sconfitta rimediata dalla nazionale del Brasile contro la Germania, nella semifinale persa con il risultato storico di 7 a 1? Se lo chiedono gli analisti finanziari, che non perdono l’occasione di parlare dei Mondiali di calcio, indagandone le possibili ripercussioni sull’andamento economico o sui mercati finanziari.

Secondo Bloomberg l’evento straordinario di ieri sera rischia di ribaltare il sentore comune. Per gli analisti, infatti, finora una sconfitta del Brasile era vista come paradossalmente positiva per i mercati: avrebbe indebolito Dilma Rousseff, che avrebbe incontrato maggiori difficoltà per la corsa alla rielezione del prossimo autunno. Con un possibile cambio di guida politica, anche l’economia ne avrebbe tratto giovamento visto che molti additano la presidente come responsabile della stagnazione economica. Ma la sconfitta per 7 a 1 di ieri rischia di mischiare le carte e rompere questo meccanismo, perché troppo devastante, almeno a detta di Geoffrey Dennis, a capo della strategia per i mercati emergenti di Ubs e profondo conoscitore del Brasile, che segue fin dagli anni Novanta.

“Rischia di essere una batosta psicologica per i brasiliani molto forte, della serie: ‘Guarda, la nostra economia è in panne, non riusciamo a crescere e non abbiamo neppure una squadra nazionale decente'”. Gli Etf, derivati che replicano l’andamento di un paniere di azioni brasiliane e unico riferimento da seguire in una giornata di chiusura per il mercato, non indicano al momento particolari scossoni sul mercato.

Da quando Rousseff ha preso il potere nel 2011, la crescita ha rallentato fino a un tasso medio annuo del 2%, il ritmo più basso dai tempi delle dimissioni di Fernando Collor, nei primi anni Novanta dopo gli scandali per corruzione. Le sue politiche per la ripresa non hanno avuto impatto alcuno, se non quello di portare l’inflazione sopra la preoccupante soglia del 6,5%, in accelerazione proprio durante i Mondiali di calcio, visto l’afflusso di turisti. La sconfitta di ieri, aggiunge in un report ad hoc SocGen, rischia più che altro di far riemergere nel Paese quei forti sentimenti di opposizione e protesta che hanno accompagnato l’avvicinamento al Mondiale e che sembravano sopiti durante le ultime settimane. Non a caso Tony Volpon di Nomura ha parlato di “niente meno che una umiliazione nazionale”, per un Paese che s’identifica tanto nel calcio e – per la parte restante della popolazione – ha avversato il football come simbolo di tutto quello che non funziona e delle diseguaglianze economiche: l’organizzazione del Mondiale è costata 11 miliardi, in uno Stato che vede oltre 7 milioni di persone vivere con poco più di un dollaro al giorno.

Secondo gli ultimi sondaggi, la popolarità di Rouseff è già scesa al 38% circa; una sua bocciatura alle elezioni, secondo Alberto Bernal di Bulltick Capital Markets, si potrebbe tramutare in un rally del 25% del mercato azionario. Di contro però, una eccessiva instabilità legata ai movimenti di protesta – magari insieme alla rielezione della Rousseff – potrebbe annullare l’effetto benefico di una sconfitta amarissima; opzione per la quale da SocGen consigliano di vendere il real brasiliano contro il peso messicano.

 

http://www.repubblica.it/economia/2014/07/09/news/ubs_mondiali_brasile_eliminazione_roussef-91119043/?ref=HRER2-1

Battaglia legale tra galletti

consorzio-chianti-classicoBattaglia legale fra galletti. L’Uami, l’Ufficio marchi comunitario, ha dato ragione al Consorzio del Chianti Classico nella controversia con la Federazione francese di rugby in merito all’uso del gallo, simbolo sia dell’universalmente noto rosso toscano sia della Francia e come tale esposto orgogliosamente sulle maglie della Nazionale.

Il punto del contendere, spiega Winenews, «era la registrazione del marchio sulle bevande alcoliche griffate che il rugby francese ha tentato di fare, e alla quale si è opposta il Consorzio chiantigiano». Ora è stata pronunciata la parola definitiva: sulle maglie del XV francese rimanga pure il galletto, ma se si parla di “beverage” l’unico gallo nero legittimo è quello del Chianti Classico. Nessuna confusione, almeno prima del brindisi.

http://mondovale.corriere.it/2013/10/24/il-galletto-del-chianti-batte-il-galletto-dei-francesi/

Winenews

http://www.winenews.it/news/32811/il-chianti-classico-va-in-meta-contro-la-nazionale-francese-di-rugby-luami-lufficio-marchi-comunitario-decreta-ufficialmente-la-notoriet-internazionale-del-gallo-nero-come-logo-enologico-e-collegato-solo-al-vino-chianti-classico

Il Consorzio

http://www.chianticlassico.com/

UAMI  – Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno

http://oami.europa.eu/ows/rw/pages/index.it.do