Lo Stato è finito

techLa Danimarca ha deciso di mandare un ambasciatore in Internet. Un ambasciatore vero, come l’ambasciatore in Cina o in Italia o in Russia. Soltanto che invece di trattare con gli Stati e coi governi tratterà con Google, Apple e Facebook e coi loro amministratori delegati. Secondo il ministro degli Esteri di Copenaghen, l’economia dei colossi del digitale vale più di quelle di Grecia o Portogallo, perciò è necessario stabilire con loro rapporti diplomatici. Piacerà o dispiacerà, ma è questo il mondo cui andiamo incontro, dove le nazioni contano sempre di meno e non soltanto per lo strapotere del denaro sulla politica, ma perché ogni volta che ci connettiamo a Twitter o comunichiamo con WhatsApp o sentiamo musica su Spotify o vediamo una serie su Netflix, noi espatriamo, attraversiamo i continenti, accettiamo il sistema senza frontiere e dogane. Lo facciamo quando acquistiamo su Amazon o eBay, ogni volta che ingoiamo famelici l’ultima app, e cioè siamo noi della comunità connessa a essere multietnici e globalizzati e apolidi. La fine dello Stato era stata descritta con qualche rammarico dieci anni fa da Eric Hobsbawm, serio marxista inglese, che fra l’altro sottolineava lo sbriciolarsi dei confini. E nel frattempo che spuntano Donald Trump e Marine Le Pen con l’idea di rafforzarli, i confini stanno semplicemente diventando inutili, ci si vola sopra, ci si passa attraverso: siamo noi stessi ad amare e ingrassare il mostro che ci terrorizza. Ora, davvero crediamo di rimediare con Matteo Salvini?
Mattia Feltri
La Stampa, giovedì 9 febbraio 2017

In Danimarca nasce l’ambasciatore digitale per trattare con i giganti tech

Entro breve la Danimarca, primo paese al mondo, avrà un «ambasciatore digitale». Lo ha annunciato il ministro degli Esteri danese Anders Samuelsen, 49 anni, in carica dallo scorso novembre. Il ruolo di questo speciale ambasciatore, che dev’essere ancora nominato, sarà quello di mantenere le relazioni e stipulare accordi con le aziende tecnologiche, sull’onda di quella che Samuelsen chiama la «TechPlomacy» (termine che si potrebbe tradurre in italiano come «TecnoDiplomazia»).

I compiti dell’ambasciatore digitale

L’ambasciatore digitale svolgerà incarichi simili a quegli degli altri ambasciatori danesi – con cui lavorerà a stretto contatto, probabilmente condividendone lo staff – e porterà avanti negoziati per conto del Paese. Inoltre, discuterà con le aziende tech su tematiche quali la sicurezza dei dati e la privacy. «La tecnologia fa parte della vita quotidiana dei cittadini danesi», ha detto il ministro in un’intervista al Washington Post. «Dobbiamo smetterla di guardare al passato e iniziare a pensare a come potrebbe essere il mondo nel futuro».

Le compagnie tech come grandi nazioni

A detta di Samuelsen, società come Apple, Facebook e Microsoft possono essere considerate delle vere e proprie nazioni. Nel 2015 le compagnie tech statunitensi hanno incassato 215,6 miliardi di dollari (circa 200,8 miliardi di euro), una cifra superiore all’intero Pil annuo di Grecia e Portogallo. «Apple, per esempio, ha un valore maggiore di tutte le aziende italiane quotate in borsa messe insieme», ha osservato il ministro. I giganti della Silicon Valley, sostiene il Samuelsen, hanno creato ricchezza e posti di lavoro in quantità maggiore rispetto ad alcuni dei paesi con cui la Danimarca intrattiene rapporti diplomatici. Recentemente Apple e Facebook hanno annunciato che hanno intenzione di costruire grandi data center nel paese scandinavo. «Penso che [l’istituzione di un ambasciatore digitale] rappresenterà un immenso successo per la Danimarca», ha commentato il ministro al Washington Post. «E sono convinto che presto molti altri paesi ci copieranno questa idea».

Guida al neoprotezionismo l’America che esalta Wall Street

trump-protezionismoNel giorno del Muro col Messico, Wall Street segna un record storico con l’indice Dow Jones a quota 20.000. I mercati celebrano la svolta di Donald Trump. America First — slogan che racchiude protezionismo commerciale, nazionalismo economico, restrizioni sugli immigrati — lungi dal provocare incertezze tra gli investitori, ne alimenta l’ottimismo. Siamo agli effetti- annuncio, ma c’è una coerenza implacabile nella raffica di “ordini esecutivi” firmati nei primi tre giorni lavorativi alla Casa Bianca. Molti pensarono che certe proposte erano slogan da comizio elettorale. Lui li smentisce: fa quel che aveva promesso. C’è un disegno organico, un progetto di economia e di società molto diverso dall’America che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
MURO, TPP, AUTO
Lunedì ha abbandonato il trattato di libero scambio con l’Asia- Pacifico (Tpp), ha annunciato che rinegozierà il mercato unico nordamericano (Nafta), venerdì riceve Theresa May con un gesto di omaggio a Brexit. È protezionismo commerciale classico. Trump non crede che la riduzione delle barriere agli scambi abbia giovato all’economia americana. Ai chief executive dell’automobile ha proposto un modello alternativo: smettetela di costruire fabbriche nei paesi emergenti, rimpatriate la produzione, io vi ricompenso con meno tasse sui profitti e meno regole anti-inquinamento. Per chi non obbedisce c’è la minaccia di super-dazi sulle importazioni. Il Muro col Messico? Per ora è un annuncio simbolico, peraltro un pezzo di fortificazione esiste già e la fece costruire Bill Clinton. Ma siamo ancora nell’ambito del protezionismo, questa volta “demografico”. Il segnale di Trump è una priorità ai bisogni degli americani, sposando la tesi che gli immigrati creano insicurezza.
È POSSIBILE RITIRARSI DENTRO GLI STATI-NAZIONE?
Quale America e quale mondo prefigura Trump? Nulla che non sia già accaduto. I più pessimisti evocano un ritorno agli anni Trenta, quando la Grande Depressione fu propagata e aggravata da misure protezionistiche e rappresaglie (in Italia ci fu l’autarchia mussoliniana). C’è un precedente meno apocalittico: gli anni Cinquanta, segnati da un commercio estero più controllato, con restrizioni valutarie e limiti ai movimenti di capitali. Un moderato protezionismo commerciale fu praticato da Ronald Reagan, convinse la Toyota a costruire auto in America. Per l’immigrazione, l’attuale apertura degli Stati Uniti è frutto di una svolta recente, alla metà degli anni Sessanta; prima ci furono periodi di chiusura, con restrizioni drastiche verso alcune etnie. Nel mondo contemporaneo ci sono modelli nazionali che scoraggiano l’immigrazione (Cina, Giappone, di recente l’Australia).
TRUMP NON È L’UNICO ANTI-GLOBAL
La critica agli effetti nefasti della globalizzazione esplose nel 1999 con la protesta di Seattle contro un vertice del Wto. C’è sempre stata un’opposizione di sinistra al liberoscambismo. Bernie Sanders l’ha ereditata da Occupy Wall Street e in campagna elettorale ha detto cose simili a Trump. Tra gli economisti i premi Nobel Angus Deaton e Joseph Stiglitz denunciano da anni la “redistribuzione alla rovescia” che ha accompagnato la globalizzazione: pur riducendosi le diseguaglianze Nord-Sud o Occidente- Oriente, sono peggiorate all’interno di ciascuna nazione. L’impoverimento della classe operaia poi del ceto medio; l’inversione delle aspettative coi figli destinati a stare peggio dei genitori, coincidono con una concentrazione dei benefici a vantaggio di ristrette élites (grandi azionisti e top manager, dalla finanza alla Silicon Valley). Trump ha cavalcato un disagio diffuso, incarna un nazionalismo economico di destra, ma ci sono convergenze con la sinistra.
A CHI FA MALE IL PROTEZIONISMO?
La crescita non è un gioco a somma zero in cui se tu ti arricchisci io divento più povero; l’aumento degli scambi diffonde benefici a tutte le nazioni; se invece io alzo le barriere e pretendo di consumare solo ciò che produco in casa mia, alla fine gli altri faranno lo stesso, le industrie esportatrici saranno rovinate e ci ritroveremo tutti più poveri. Questo è l’argomento classico contro il protezionismo in nome delle regole dell’economia di mercato: se io sono aperto a comprare i prodotti altrui, gli altri compreranno i miei, è un circolo virtuoso. La pratica è diversa dai manuali accademici. Anche nella globalizzazione ci sono protezionismi nascosti (vedi la Cina) che non hanno reso perfettamente reciproche le aperture dei mercati. Inoltre è mancato un elemento del circolo virtuoso: la globalizzazione non ha esportato diritti, le potenze emergenti come la Cina non hanno adottato le nostre libertà sindacali. Peggio ancora, paesi straricchi come Inghilterra e Lussemburgo hanno fatto “dumping fiscale” attirando le multinazionali nei paradisi dell’elusione.
GUERRA ASIMMETRICA (E POVERA ITALIA)
Così come alcune nazioni (Cina) hanno guadagnato più di altre dalla globalizzazione, per lo stesso motivo qualcuno può trarre almeno a breve termine dei vantaggi da una retromarcia. Gli Stati Uniti hanno un vasto mercato interno, e sono in deficit commerciale da sempre verso Cina, Germania. Perciò sono un caso da manuale in cui un ritorno ai dazi può dare benefici, almeno nell’immediato. L’Italia sta dal lato delle economie estroverse ed esportatrici come la Germania. L’euforia di Wall Street si spiega anche così: i mercati scommettono che il mix trumpiano di nazionalismo economico, sgravi fiscali, investimenti pubblici (armamenti e infrastrutture), deregulation, possa dare stimolo a crescita e profitti. Nel lungo termine il rischio è che gli altri rispondano con rappresaglie, danneggiando perfino un’economia grossa e relativamente autosufficiente come gli Usa. C’è la variante bluff: poiché l’America ha meno da perdere, la minaccia del protezionismo può costringere la Cina a una maggiore reciprocità?
CONSUMATORI O LAVORATORI
È il dilemma antico della globalizzazione. Il made in China (o in Vietnam, Bangladesh, Messico, Romania) mi costa meno e quindi è un beneficio per me in quanto consumatore, rafforza il potere d’acquisto. Ma se io lavoro in un settore che viene smantellato e spostato in un paese emergente, il mio potere d’acquisto crolla. Questo dilemma ha una versione “macro”. La globalizzazione ha creato un mondo di deflazione, prezzi fermi o calanti, che contribuiscono al ristagno. Trump può fabbricare inflazione, cosa che non sono riusciti a fare le banche centrali stampando moneta e comprando bond. Tutti gli scenari sono sconvolti.
MERCI O MIGRANTI
Una contraddizione c’è fra Muro e protezionismo commerciale. È più facile ridurre i flussi migratori se i paesi emergenti possono esportare merci anziché esseri umani. L’emigrazione di messicani si è ridotta quando l’economia del loro paese è andata meglio. Chiudere le frontiere alle merci e anche agli immigrati è dirompente. I problemi sono acuti per alcuni settori: Apple ha una complessa catena di fornitori di componenti elettronici sparpagliati nel mondo intero, rilocalizzare tutto negli Stati Uniti è difficile. Inoltre la Silicon Valley, così come altri settori dell’economia Usa, nell’immigrazione qualificata ha trovato un motore di dinamismo, creatività.
Federico Rampini
La Repubblica 26 gennaio 2017

Intervista ad Edgar Morin

prigEdgar Morin, sociologo e filosofo francese, ha di recente scritto un libro su Islam e occidente, «Il pericolo delle idee» con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano docente a Oxford, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani. A Rimini per il convegno del Centro Studi Erickson sull’educazione, con un intervento sull’Islam e l’integrazione dei bambini musulmani a scuola, parla con il Corriere della Sera di nodi tra i più critici dell’attualità, alla luce degli attentati terroristici di Parigi: il terrorismo, il fondamentalismo, l’islamofobia, la laicità e il laicismo, il conflitto israeliano-palestinese.

 

Charlie Hebdo dieci mesi fa e adesso questo massacro. Com’è vivere a Parigi oggi?
«È terribile perché quelli di Parigi non sono stati degli ”attentati”, ma un atto di guerra, con attacchi sincronizzati, coordinati. È la guerra della Siria e del Medio Oriente che è entrata in Francia, si è trasformata in una guerra internazionale, come un cancro che sta producendo metastasi ovunque».

Lo vede come un attacco alla Francia e alla sua politica estera?
«La Francia rivendica l’eliminazione di Bashar Al Assad in Siria. Ma l’unico modo per lottare contro questa guerra è fermare il massacro e imporre la pace».

Qual è l’obiettivo finale?
«Non bisogna pensare alla ricostruzione della Siria o dell’Iraq: sono Paesi ormai disintegrati. Con la seconda guerra in Iraq, gli americani hanno di fatto completato la distruzione dello Stato iracheno, che si è decomposto e si sono radicalizzate le divisioni tra sciiti, sunniti, curdi. Bisognerebbe invece riprendere la visione di Lawrence d’Arabia, puntare a una grande confederazione araba, basata sulla libertà di religione, di culto, etnica. Ma per farlo dobbiamo costruire la pace in Medio Oriente, isolare il fanatismo di Isis, tagliando alla fonte la forza del terrorismo e dell’orrore che stiamo vivendo».

I bombardamenti in Siria vanno dunque nella direzione sbagliata?
«In Siria è importante fermare la guerra. La pace è una missione vitale per tutta l’umanità. Ma serve l’intervento di tutti i Paesi interessati: Stati Uniti, Europa, Russia, Iran».

Gli attacchi a Parigi sono avvenuti in quartieri che sono modelli di convivenza. Un caso, o una strategia contro la politica assimilazionista della Francia, contro la libertà di religione e di espressione, contro tutte le libertà?
«Evidentemente sono atti per terrorizzare la popolazione francese e fare del terrore un elemento di divisione nei confronti degli arabi musulmani che vivono in Francia e negli altri Paesi occidentali. Con la crisi sta crescendo l’islamofobia negli occidentali, e negli arabi la sensazione di inferiorità, l’umiliazione, la paura, che può essere un fattore di radicalizzazione. La maggioranza della popolazione arabo-musulmana è molto pacifica, ma nella crisi sociale ed economica vede il tradimento della democrazia, il fallimento della società araba. Si sente anche vittima di pesanti ingiustizie, quando vede usare due pesi e due misure, da un Occidente che aiuta Israele e non i palestinesi, che sono oggetto di colonizzazione. Chi vuole dividere, portare il conflitto all’interno della Francia e degli altri Paesi, spinge molto su queste distorsioni».

Il terrorismo è diventato un’ideologia?
«È un problema di fanatismo, non di ideologia. È successo anche in Italia, con le Brigate Rosse, esponenti normali della società diventati allucinati, chiusi nell’idea che con la lotta armata si poteva svegliare il proletariato. Terrorismo non è una parola giusta: è una parola vuota».

Perché questi fanatici spargono terrore?
«Perché hanno una fede, un’allucinazione, una follia. Non sono nati terroristi, lo sono diventati, con l’idea di dover fare un servizio in nome di Dio. Il vero problema è come disintossicare le menti allucinate, far loro aprire gli occhi. Ho avuto amici delle Brigate Rosse che quando hanno capito che era una follia si sono trasformati. Dopo il terrorismo può tornare la coscienza. Noi dobbiamo aiutare questa gente affinché prevalga la coscienza e questa è una missione anche dell’insegnamento, dell’educazione».

Perché tanti giovani occidentali aderiscono alla «guerra santa»? Perché per qualcuno è più attraente andare in Iraq o in Siria a combattere una guerra di altri piuttosto che rimanere qui?
«In Francia molti giovani emigrati di seconda generazione non si sentono pienamente integrati e pensano che se non possono diventare buoni francesi forse possono diventare buoni islamici. È molto difficile perché vivono una crisi di civilizzazione, ancora più pericolosa della crisi economica. Si è alzato il livello di paura, la gente si è chiusa, pensa che gli immigrati siano l’essenza del male».

L’integrazione è la parola chiave e la sfida da vincere, oggi. Come affrontare l’argomento con le generazioni più giovani? Quale modello di integrazione adottare in una società in cui più culture e religioni condividono il medesimo spazio sociale anche e soprattutto a scuola?
«Per favorire l’integrazione è fondamentale insegnare che la multiculturalità fa parte della nostra storia. L’Italia, per esempio, è una nazione multiculturale, fatta da popoli diversi, che si sono integrati dopo l’unità d’Italia, ma non ancora totalmente. C’è gente del Nord che ha una visione razzista degli italiani del Sud. Anche la Francia non ha una razza unica, è frutto dell’integrazione di popoli originariamente molto diversi. La storia ha la possibilità di integrare e l’identità francese, come quella italiana è un’identità spirituale, di adesione a una civiltà. Senza cambiare la storia e il passato, bisogna parlare di questo, dimostrare che le nazioni nascono sulla diversità».

In Italia non esiste una materia scolastica come «Storia delle religioni», ma solo l’insegnamento opzionale di religione cattolica o l’ora alternativa per chi non è interessato o è, semplicemente, laico. Come parlare ai ragazzi di religioni, tolleranza, multiculturalismo?
«Bisogna insegnare tutte le religioni, la musulmana e l’induista, la cattolica, il candomblé. Dobbiamo introdurre la conoscenza delle religioni e fare un grande sforzo per capire e far comprendere le diversità. La religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma come diceva Karl Marx, il sospiro della creatura infelice. È l’infelicità umana che alimenta la religione e il punto fondamentale è insegnare perché gli umani hanno bisogno di una speranza, tanto più quanta più infelicità trovano sulla terra. Una questione antropologica. Una mente razionale ha bisogno di capire cos’è la religione e anche di capire che in molte società sviluppate esiste il diritto e la libertà di non credere. Non può funzionare finché ci sono Paesi anche progrediti come il Marocco, che nella propria Costituzione abbracciano la multiculturalità, ma dove non è possibile sostenere pubblicamente di essere “non credenti”

Attentati di Parigi, Morin: «La guerra del Medio Oriente è arrivata da noi»

Di Antonella De Gregorio

Corriere della Sera 15 novembre 2015

http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_15/attentati-parigi-morin-la-guerra-medio-oriente-arrivata-noi-66a3a664-8baa-11e5-85af-d0c6808d051e.shtml

Il pericolo delle idee

http://www.erickson.it/Libri/Pagine/Scheda-Libro.aspx?ItemId=41086

Può esistere un dibattito costruttivo tra due concezioni del mondo e della fede che tutto fa sembrare opposte l’una all’altra? Molti, oggi soprattutto, risponderebbero di no. Eppure questo libro è la prova del contrario, la dimostrazione che, se si ascolta veramente l’altro rispettandone la diversità, il dialogo  può non solo avere luogo ma diventare la chiave di lettura per comprendere il passato e interpretare la complessità del presente.
Edgar Morin, tra i maggiori pensatori viventi, e Tariq Ramadan, intellettuale  e teologo musulmano molto discusso in Francia per le sue opinioni su islamismo e Occidente, danno vita a una conversazione intensa e autentica, antidogmatica ed estremamente attuale, che tocca i nodi tra i più critici del dibattito contemporaneo: il conflitto israeliano-palestinese, il fondamentalismo, l’antisemitismo e l’islamofobia, la laicità e il laicismo, i diritti delle donne, la globalizzazione…
In un periodo come quello presente, in cui i principi fondativi della democrazia e del vivere comune sono minacciati e offesi, ciò che rende attuale questo libro è anche ciò che lo rende «pericoloso»: l’ambizione di poter vivere insieme anche essendo diversi, la speranza che la pluralità — di opinioni, fedi, culture — possa non ridursi a scontro fra civiltà. È questo il pericolo delle idee: un rischio che vale la pena assumersi, oggi più che mai.

Dalla Corsica alla Baviera l’Europa si spacca nelle piccole patrie

 cataloooooTante sono le “ piccole patrie ” di cui l’Europa si scopre casa comune, quante sono le sfumature dei movimenti indipendentisti, separatisti, federalisti e autonomisti che percorrono il Vecchio continente. Si va da chi, in passato, non ha esitato a imbracciare il fucile, come gli irlandesi del Nord, i baschi, i corsi, i sudtirolesi, a chi rivendica il diritto al recupero di una identità culturale perduta, come gli occitani in Provenza e nel Sud della Francia. Fuori dalla casa comune europea, l’indipendentismo è ancora bagnato di sangue, come dimostrano la guerra in Ucraina, l’occupazione della Crimea o i massacri dell’ex Jugoslavia. Sotto il cielo a dodici stelle dell’Unione, le rivendicazioni indipendentiste tendono invece a incanalarsi in processi democratici.
L’Europa ha avuto un ruolo nel favorire il dialogo, dall’Ulster all’Alto Adige, all’indipendentismo basco, o agevolando processi di federalizzazione, come in Belgio. Ma il crescente potere di Bruxelles a danno degli stati-nazione ha favorito il proliferare di rivendicazioni autonomiste. Non è un caso che, dalla Catalogna alla Scozia alle Fiandre, le regioni che ambiscono a lasciare lo stato nazionale in cui sono inserite vogliano comunque restare in Europa.
L’idea di una «Europa delle regioni » che progressivamente soppiantasse l’ «Europa delle nazioni » era uno dei cardini del pensiero federalista dei padri fondatori. Questi si sono poi adattati a far legittimare il progetto europeo dagli stati nazionali, ma sempre nella speranza che l’integrazione portasse al loro disfacimento e all’affermarsi di una comunità di popoli e di autonomie.
Non è un caso che questa volta il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, di fronte alle elezioni catalane abbia evitato di ripetere la dura presa di posizione del suo predecessore. Barroso, in occasione del referendum scozzese, minacciò gli elettori di tenere fuori una Scozia indipendente dall’Unione europea. Juncker, in questa occasione, ha assunto un atteggiamento molto più prudente. Tra gli esperti di affari europei c’è infatti anche chi sostiene che i Trattati hanno conferito a tutti i popoli dell’Unione lo status di cittadini europei. E che questa condizione, a meno di una esplicita rinuncia, sopravvive anche alla scelta di una nuova appartenenza nazionale.
Ma quali e quante sono le «piccole patrie» che cercano di affermarsi sotto l’ombrello europeo?
Ecco un elenco, Paese per Paese, peraltro probabilmente incompleto.
GRAN BRETAGNA
SCOZIA. Gli indipendentisti scozzesi dello Scottish National Party sono i più agguerriti e dispongono di una maggioranza nel parlamento nazionale. Dopo la sconfitta di misura al referendum, la loro leader Nicola Sturgeon non ha rinunciato al progetto secessionista. Un distacco della Catalogna dalla Spagna, o un voto britannico per uscire dall’Ue, riaprirebbero la questione.
GALLES. Gli indipendentisti si riconoscono nel partito Plaid. Sono meno numerosi e meno radicali che in Scozia. Ma se Edimburgo dovesse lasciare il Regno Unito, anche Cardiff potrebbe essere tentata.
CORNOVAGLIA. Il partito indipendentista, Mebyon Kernow, si rifà alle radici celtiche della regione. Ma il fenomeno ha più il carattere di una rivendicazione culturale che politica.
SPAGNA
I catalani sono la regione più avanzata sulla via dell’indipendenza. Ma altrettanto determinati sono i baschi, le cui rivendicazioni sono danneggiate dai crimini compiuti in passato dai terroristi dell’Eta. Movimenti indipendentisti sono attivi anche in Galizia e in Aragona.
FRANCIA
La nazione che ha inventato lo stato unitario e lo ha imposto nel corso dei secoli è percorsa da numerose rivendicazioni indipendentiste. I più determinati sono i corsi, che però hanno perso un referendum nel 2003. Indipendentisti sono presenti in Bretagna, Alsazia e nella Francia del sud dove rivendicano l’autonomia dell’antica Occitania.
BELGIO
Gli indipendentisti fiamminghi dell’ N-VA sono il partito di maggioranza nel Nord del Paese. A differenza dell’estrema destra del Vlaams Blok, sono convinti filo- europei. Sotto la spinta dell’autonomismo fiammingo, il Belgio si è trasformato da Stato unitario in monarchia confederale e, infine, in Stato federale.
GERMANIA
La Germania è uno stato federale, con larghissimi margini di autonomia dei vari Lander. Questo ha mitigato le spinte indipendentiste. Tuttavia in Baviera c’è una piccolo partito, il Bayern Partei, che dal ‘46 chiede l’indipendenza, che ha una maggioranza cattolica e un’antica tradizione di sovranità.
POLONIA
Anche in Slesia esiste un partito, autonomista più che indipendentista, che ha raccolto quasi il nove per cento dei consensi nella regione. La Slesia, annessa alla Polonia dopo la guerra, faceva parte della Germania e l’influenza tedesca è ancora fortemente sentita, nonostante la pulizia etnica che ha costretto milioni di tedeschi a lasciare le loro terre nell’immediato dopoguerra.
FINLANDIA
Le isole Aaland, sotto sovranità finlandese, sono abitate da una popolazione di lingua svedese. Hanno ottenuto uno statuto di speciale autonomia nel 1991. Ma da sempre gli abitanti coltivano il sogno di una piena indipendenza, sia pure sotto l’ombrello europeo.
Andrea Bonanni
Repubblica 29 settembre 2015

IL TRAMONTO DELLA CITTADINANZA

citteuropLA CITTADINANZA europea, il progetto politico più coraggioso di cui é stato capace il vecchio continente, subisce i colpi della crisi economica in due sensi: per gli effetti elefantiaci che le strutture euro-burocratiche hanno in tempi in cui ci sarebbe bisogno di coraggiose scelte politiche comunitarie; e per gli effetti regressivi causati dalla rinascita dei nazionalismi. La debolezza della politica comunitaria alimenta indirettamente la propaganda dei confini. A soffrire gli effetti di questa spirale perversa sará la cittadinanza europea, quel nucleo di diritti civili e politici che hanno aperto spazi enormi alla creativitá e alla libertá. Le grida ringhiose di Salvini e alcuni governatori delle regioni del Nord contro rifugiati e profughi avranno effetti perversi sulla cittadinanza europea. La quale si è sviluppata proprio sul diritto di movimento: diritto non solo di uscita, giá contemplato nelle costituzioni democratiche, ma di entrata, ovvero diritto di emigrare.

Il Trattato di Roma stabilì le condizioni di questa libertá fondamentale, perfezionata dai successivi trattati, e fece del continente uno spazio aperto, senza steccati, senza dentro e fuori. Qui sta l’embrione della cittadinanza sovrannazionale, del cosmopolitismo democratico; l’opposto é la cittadinanza identificata all’appartenenza nazionale, che chiude ed esclude.
L’Unione europea è nata su una premessa rivoluzionaria, simile a quella che portò alla genesi della cittadinanza nazionale con la Rivoluzione francese. Se nel 1789 la nazione conquistò lo stato, dal Trattato di Roma in poi prese avvio un processo più compiutamente universalista e più coerente con i principi del 1789, perché propose di disarticolare la cittadinanza dalla nazionalità per farne espressione piena dei diritti della persona.
Si trattó di una rivoluzione silenziosa, che marció attraverso trattati e abiti giuridici e mutó gradualmente il modo di concepire lo spazio di vita. La cittadinanza europea dissocia i due paradigmi che hanno segnato, nel bene e soprattutto nel male, la storia della cittadinanza moderna: ovvero la cittadinanza come assoggettamento alla legge dello stato e la cittadinanza come espressione di identità nazionale. Come ha scritto Ulrick Preuss, la “cittadinanza europea può essere considerata come un passo ulteriore verso un nuovo concetto di politica simultaneamente dentro e fuori la cornice di significato tradizionale che le diede lo stato-nazione”. Cittadini degli stati membri e cittadini di un ordine post- nazionale: questa doppia identitá rafforza le nostre libertá e ci assegna più poteri.
È l’immigrazione quindi la pietra di paragone per valutare la cittadinanza europea. In questi anni di destabilizzazione dell’ordine regionale in molte parti del globo e di impoverimento di un numero crescente di popoli, le frontiere sono tornate a essere il luogo della politica identitaria e le ragioni delle nazioni hanno ripreso forza contro le ragioni delle persone e della libera circolazione. Non ci si deve illudere dicendo che la chiusura delle nostre frontiere riguarda i non europei. Questo é un argomento sofistico: saranno anche i cittadini europei a subirne le conseguenze. E le recenti contestazioni di Schengen hanno un significato sinistro poiché se il bisogno della difesa dei “nostri” territori contro “gli altri” si fa strada, allora tra gli altri ci finiranno prima o poi anche coloro che provengono dagli stati membri, per esempio i più bisognosi di muoversi per cercare lavoro ed emigrare.
Insieme all’euro-burocrazia, dunque, la questione dell’immigrazione sta cambiando la natura del progetto europeo perché mette in moto gli unici soggetti di decisione politica al momento esistenti, ovvero gli stati nazionali. Con la contestazione di Schengen riprende forza la cittadinanza etnica e con essa la politica si riposiziona pericolosamente verso ragioni di esclusione. La cittadinanza torna a prendere i colori delle etnie, a usare i linguaggi della purezza da preservare dalla contaminazione con gli stranieri. Rispolvera il gergo del populismo crudo e di pancia che alimenta le retoriche semplicistiche della destra etno-fascista.
Come contro altre minoranze in passato, i populisti di oggi si appellano alla cittadinanza “nostra” per censurare tutto quel che la macchia. Fanno della cittadinanza un’arma di esclusione. Con la lungimiranza che veniva dal ricordo vivo delle sofferenze della guerra e delle persecuzioni, il Trattato di Roma aveva messo alla base del futuro la libertá di movimento. I destini della nostra libertá, negli stati membri come in Europa, sono ancora oggi aggrappati alla forza di quella libertá. L’immigrazione é dunque una sfida alle ambizioni progressiste e democratiche dell’Europa perché mentre nessuno puó mettere in dubbio la ragionevolezza della necessitá di regolare i flussi migratori nei nostri paesi, non tutti sono convinti che questa regolamentazione debba avvenire nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignitá delle persone. Per sconfiggere sul nascere la propaganda etno- fascista dei populismi di destra, occorre che l’intera comunitá europea si impegni, non alcune regioni o alcuni stati membri; poiché, appunto, la questione della libertá di movimento é un bene di tutti i cittadini europei.
Nadia URBINATI
Da La Repubblica del 15/06/2015.

Così rinasce il sogno dell’integrazione europea

eueuCOS’È esattamente l’Europa? L’Europa non è una condizione fissa, non è un’unità territoriale, non è uno stato e neppure una nazione. Di fatto, l'”Europa” non esiste, esiste l’europeizzazione, una metamorfosi, un processo di trasformazioni in corso. Sebbene il processo di europeizzazione  –  la “realizzazione di un’unione sempre più stretta dei popoli d’Europa”, come cita il trattato dell’Unione  –  sia stato intenzionale, le sue conseguenze istituzionali e materiali sono state fortuite. Il fatto sorprendente è che il processo di integrazione non ha seguito alcun piano generale.

Al contrario: l’obiettivo è stato volutamente lasciato aperto. L’europeizzazione “funziona” nella modalità specifica di improvvisazione istituzionalizzata. Per lungo tempo è sembrato che questa politica di effetti collaterali avesse un enorme vantaggio: il colosso dell’europeizzazione andava avanti implacabilmente, sembrava non avere bisogno di un programma politico indipendente o di una legittimazione politica.

Lo sviluppo dell’Ue può avvenire attraverso la cooperazione transnazionale di élite con propri criteri di razionalità, per lo più indipendenti da interessi, convinzioni politiche e pubblici nazionali. Questa interpretazione di “governance tecnocratica” è in relazione inversa con la dimensione politica. Il quadro dei trattati europei esercita una “meta-politica” che altera le regole del gioco della politica nazionale attraverso l’entrata in campo furtiva degli effetti collaterali.

L’europeizzazione non significa la scomparsa degli Stati nazionali, bensì la metamorfosi dello stato-nazione. Ispirandosi alla legge europea, la differenza amico- nemico è stata istituzionalmente sostituita da un’architettura cosmopolita di cooperazione tra Stati, creando, nel mondo a rischio del ventunesimo secolo, un nuovo livello di potere contrattuale e alcune leve per controllare i rischi globali e il potere economico.

L’europeizzazione è un processo di creazione di istituzioni che, per sua natura, è “cosmopolita“. Perché è così? Perché non è uno Stato federale (modello na- zionale). L’europeizzazione mette in comune la sovranità e la decentra anche ai governi locali-regionali. Questi stati europei cosmopolizzati inoltre subappaltano la sovranità anche alle istituzioni internazionali come la Nato, il Fondo monetario internazionale o il G7.

Qual è stata, allora, la motivazione che ha spinto a trasformare il progetto dell’Ue da carattere nazionale a un carattere cosmopolita? La mia risposta è: l’incentivo e la carica per questa metamorfosi sono comparsi con lo shock antropologico causato dagli orrori della seconda guerra mondiale. Da questa situazione sono emersi un orizzonte normativo e un imperativo: l’etica politica del “Mai più”  –  mai più Olocausto!

L’idea di base è che lo shock universale davanti alla violazione dei principi etici dell’umanità crei un orizzonte normativo di aspettative, che sfida l’ordine esistente delle cose dall’interno. “Mai più Olocausto!” implica un’intesa di giustizia e legge  –  l’obbligo di cambiare le istituzioni nazionali e gli atteggiamenti esistenti.
C’è un movimento rivoluzionario che sta scuotendo l’Unione europea nel contesto della crisi dell’euro. Non si tratta di un movimento pro-europeista, bensì anti- europeista.

Per riuscire a comprendere come si muovono i sentimenti anti-europeisti bisogna fare una grande differenziazione. Ci deve essere una chiara distinzione tra l’accettazione e l’uso dell’europeizzazione nella vita quotidiana e il sostegno politico all’Ue. Per chi vive una vita fortemente europeizzata, in particolare, l’Ue è politicamente molto controversa.

C’è questo paradosso: lo scetticismo nei confronti dell’Ue aumenta di pari passo con l’apprezzamento di una vita quotidiana europea. Ad esempio, i danesi e gli inglesi sono entrambi europeizzati nelle loro pratiche quotidiane ed euroscettici, se non addirittura anti-europeisti, come elettori.

Come può l’Europa superare questa crisi di convivenza? Una larga parte degli euro-critici e degli anti-europeisti che stanno alzando la voce in questo periodo sono prigionieri di una nostalgia nazionale obsoleta.
Ci serve una visione cosmopolita per capire il tipo di disperazione che ribolle sotto la superficie degli ambienti delle periferie europee e che sta tracimando in entusiasmo per la protesta antieuropeista.

Tutte le nazioni si trovano a dovere affrontare un nuovo pluralismo culturale, non solo come conseguenza della migrazione, ma anche della comunicazione in Internet, del cambiamento climatico, della crisi dell’euro e delle minacce digitali alla libertà. Persone delle più diverse estrazioni, con lingue diverse, concezioni di valore diverse e religioni diverse, vivono e lavorano insieme fianco a fianco, cercano di inserirsi negli stessi sistemi giuridici e politici, e i loro figli frequentano le stesse scuole.

Non dovremmo quindi pensare solo a “un’altra Europa”, dobbiamo pensare anche al prossimo passo dell’europeizzazione: al modo in cui le nazioni europee subiscono la metamorfosi da una concezione di carattere nazionale etnico a una concezione cosmopolita. Questa europeizzazione cosmopolita non è un ostacolo alla sovranità nazionale.

È esattamente il contrario, poiché include il cambiamento della sovranità degli stati nazionali europei dal livello nazionale a quello cosmopolita. L’europeizzazione non deve minacciare il carattere nazionale, è parte di ciò che fa aprire le nazioni al mondo, rendendole cooperative, appetibili e potenti, in un era di rischi globali.

Se l’Europa vuole superare le sue crisi di coesistenza, secondo un’altra tesi, deve riscoprire e rinvigorire la sua identità nelle grandi opere, nei monumenti e nei paesaggi della cultura europea. “Dalle coste dell’Africa dove sono nato”, scriveva Albert Camus, “si vede meglio il volto dell’Europa. E si sa che non è bello”.

Per Camus, ammiratore di Nietzsche, la bellezza è un criterio di verità e di vita felice. Ed è radicata nella cultura mediterranea. La storia ha logorato molte cose  –  l’idea della nazione, l’astuzia della ragione, la speranza nel potere liberatorio della razionalità e il mercato; perfino l’idea di progresso è diventata la fonte dell’apocalisse.
Ciò evoca l’immagine di una piacevole Europa delle Regioni che vale la pena vivere.

Il legame apparentemente necessario tra lo Stato, l’identità nazionale e una lingua unica verrebbe cancellato. L’Unione, gli Stati membri e le loro regioni si occupano del benessere dei cittadini a diversi livelli. Essi prestano ai cittadini, da un lato, una voce nel mondo globalizzato, dando loro, dall’altro, un senso di sicurezza regionale e di identità. La democrazia quindi sta diventando una realtà a più livelli.

Che cosa potrebbe riconciliare, dunque, gli europei anti-europeisti con l’idea di europeizzazione? L’anti-centralismo  –  l’antiideologia che è priva di nostalgia etnico-nazionale. La svolta e il ritorno alla bellezza delle regioni che, allo stesso tempo, sono anche globalizzate, come métissage culturale, incontro tra diverse culture. E la città come attore europeo cosmopolita! La libertà è nell’aria della città.

Se si guarda il panorama politico, si vedrà che le città sono isole rosso-verdi nel mare nero del conservatorismo nazionale. Perciò non dovremmo cercare solo gli Stati Uniti d’Europa, ma anche le Città Unite d’Europa  –  per un’Europa multicentrica e per la democrazia europea.

di ULRICH BECK

(20 settembre 2014)

http://www.repubblica.it/dal-quotidiano/r2/2014/09/20/news/citt_unite_d_europa_cos_rinasce_il_sogno_dell_integrazione-96210783/

La Camera dà fiducia al Governo Letta

Lunedì, 29 aprile 2013

L’Italia e l’Europa si trovano ad affrontare un momento eccezionale. E il presidente della Repubblica ci ha concesso un’ultima opportunità di mostrarci degni del ruolo che la costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione».  Con queste parole, e con un ringraziamento personale a Pier Luigi Bersani – accolto da un lungo applauso che ha commosso il segretari dimissionario del Pd  -,  Enrico Letta ha dato il via nell’aula della Camera al discorso di presentazione del programma del suo governo. Un programma che ha incassato un’ampia fiducia453 sì a fronte di 153 no e di 17 astensioni – e che passa ora al vaglio del Senato. Un intervento, quello di Letta,  che arriva all’indomani della cerimonia di giuramento del nuovo esecutivo, funestata dalla sparatoria di piazza Montecitorio che ha visto il ferimento di due carabinieri e di una passante…..

http://www.corriere.it/politica/13_aprile_29/governo-letta-fiducia_e6cb8618-b0c9-11e2-b358-bbf7f1303dce.shtml