Perché le promesse elettorali ci piacciono così tanto

Cosa accadrebbe se applicassimo gli studi che poche settimane fa hanno valso il premio Nobel per l’Economia a Richard Thaler alla campagna elettorale italiana? Il tema non è peregrino: Thaler, così come prima di lui altri esperti di economia comportamentale insigniti del prestigioso riconoscimento – George Akerlof, Robert Fogel, Daniel Kahneman, Elinor Ostrom, Herbert Simon, e Robert Schiller – ha concentrato la sua attenzione sui processi decisionali in materia economica e di risparmio personale, andando ad analizzare i motivi per cui facciamo scelte sbagliate quando si tratta di decidere cosa fare del nostro denaro e di quello pubblico: razionalmente comprendiamo bene che è opportuno prendere e gestire dei rischi per ottenere alti rendimenti nel medio e lungo termine ma poi siamo portati a fuggire il rischio e a preferire di rinunciare a quei benefici (se non addirittura a perderci in termini reali, come spiegato in questo articolo) preferendo strumenti garantiti, protetti, con rendimenti bassi o nulli, se non addirittura lasciarli sul conto corrente o sotto il materasso.

Cosa c’entra tutto ciò con l’abolizione della legge Monti-Fornero sulle pensioni, o sulle tasse universitarie o ancora con il canone Rai? È davvero possibile mettere a confronto una decisione in materia di risparmio o di finanza con il voto a un partito o l’adesione a un soggetto politico?

Richard Thaler e i suoi predecessori risponderebbero che il nesso c’è eccome e si gioca sulle asimmetrie si cui lavora la nostra mente e che, detto in parole semplici, sono lo specchio dei suoi limiti quando si attiva per prendere decisioni. È utile conoscere quali sono i fattori che ci condizionano:
1) siamo portati a prendere in esame e a isolare solo una parte di tutto ciò che sarebbe necessario sapere e non è detto che ciò che abbiamo isolato sia la parte più corretta (effetto di isolamento);
2) è fondamentale il modo con cui ci viene presentata la questione (effetto framing);
3) guadagnare denaro ci da una soddisfazione di gran lunga inferiore al dolore provato a perdere la stessa identica cifra (avversione alle perdite) il che porta a evitare scelte azzardate e innovative. Inizia a essere più chiara l’analogia con la politica?

Aggiungiamo un elemento più specifico ossia il cosiddetto “reflection effect”: Kahneman e Tversky hanno scoperto che quando non è chiaro il premio che si ottiene come conseguenza di una scelta, siamo portati a stravolgere l’ordine delle preferenze e la visibilità del rapporto tra costi e benefici: le lotterie non a caso vedono la partecipazione di numerose persone desiderose di incassare il cospicuo monte premi, anche se le chances di vittoria sono bassissime(senza considerare la perdita ossia costo del tagliando che invece è certo). Per tutto ciò siamo indotti verso una direzione piuttosto che verso un’altra.

Non si tratta qui di stabilire se a posteriori una scelta è migliore di un’altra (anche se quando ci sono in gioco i soldi questi si possono contare) né evidentemente la qualità dell’offerta politica dei diversi partiti, ma di mettere sotto la lente quel che ci condiziona. Detto in altro modo, cosa ci rende potenzialmente “vulnerabili” al potere di convincimento altrui? E per farlo ci può essere utile definire alcune asimmetrie tra le scelte che ci troviamo di fronte che ci indirizzano in modo preciso: promesse immediate contro benefici nel lungo termine, in primo luogo, ma anche concretezza del vantaggio contro impalpabilità del guadagno di lungo termine, ridotta dimensione del costo della promessa contro il gigantismo astratto dell’impatto futuro.

Prendiamo un caso di scuola, ossia l’indebitamento delle famiglie statunitensi a causa della carte di credito e di debito prima della crisi del 2008: tanti piccoli esborsi con uno strumento percepito poco “concreto” rispetto invece alle monete o alle banconote, non ha fatto scattare nessun meccanismo di allarme nei consumatori. «Peanuts», noccioline cioè, sono i piccoli ammontari di denaro che spendiamo senza pensarci, ma che tutti insieme possono produrre grandi problemi. Quando arriva il rendiconto dettagliato di quelle spese, gravate peraltro di pesanti interessi. La politica non fa lo stesso? Quando la Finanziaria del 1974 introdusse la possibilità per i dipendenti pubblici di andare in pensione con 14 sei mesi e un giorno di lavoro, furono in pochi a sottolineare i rischi che nel tempo scelte di questi tipo producono sui conti dello Stato. Ma questa e numerose altre misure analoghe sono state le maggiori responsabili dell’esplosione del debito pubblico italiano: elemento di vulnerabilità del sistema Italia e vera spina nel fianco della sovranità del Belpaese di oggi.

Quarantaquattro anni dopo il mondo è cambiato moltissimo, ma la nostra capacità di decidere si è evoluta pochissimo. Sparite le ideologie e la politica industriale, ridotti ai minimi termini i programmi, il marketing politico – come quello finanziario – utilizza il target elettorale in modo analogo a come l’industria finanziaria considera la platea di risparmiatori e investitori. Che sia la legge Fornero o gli sgravi fiscali per i possessori di animali, il canone Rai o le dentiere gratis, gli spin doctor dei politici studiano i modi con cui suscitare interesse e attenzione e accreditare i candidati come soggetti attenti ai bisogni degli elettori. Sta al consumatore del prodotto elettorale, così come di quello finanziario, saper discernere e decidere, con la sua capacità di informarsi e definire un’opinione il più possibile fondata e non “di pancia”.

Post scriptum Nudge 
Possibile che non siano possibili contromisure a questi comportamenti inefficienti? E che non si possa effettuare un salto evolutivo? Comprendere e spiegare “razionalmente” la relazione temporale tra benefici e costi non è impossibile, ma nemmeno semplicissimo. Si fa presto a dire che è necessario educare le persone a riconoscere “gli specchietti per le allodole”: ci sarà sempre una fetta importante di popolazione che sarà vittima di questi specchietti anche perché la loro vulnerabilità corrisponde al presunto proprio beneficio, economico o politico. Aiuterebbe un patto tra tutti coloro che non vogliono ricorrere a mezzi considerati deteriori per ottenere consenso o guadagnare soldi a spese degli altri; ciò presuppone però un tasso etico non comune e non uniforme all’interno della popolazione. A meno che questa comprensione non si annidi in profondità nella cultura “emotiva” di un popolo: la super inflazione dei tempi della Repubblica di Weimar continua a condizionare le scelte di politica economica della Germania.

E il Nudge? La “spintarella gentile” grazie alla quale Richard Thaler è diventato famoso per un celebre libro scritto con Cass Sunstein, è vista da molti come una soluzione. Ma è efficace? «Il Nudge la fa un’authority di vigilanza – spiega lo psicologo Paolo Legrenzi –, che deve intervenire in caso di inadempienze. E in materia di risparmio e finanza qualche falla l’abbiamo vista. Per quanto riguarda la politica il Nudge è spuntato a causa della competizione elettorale tra candidati, che spinge per far saltare quel possibile “patto tra gentiluomini” per evitare comportamenti deteriori. Quando in gioco ci sono in gioco le decisioni e i rischi connessi, la cosa difficile, se non disperata – spiega Legrenzi –, è far comprendere un concetto a chi non lo sa comprendere: è il paradosso della conoscenza. Eppure non è così difficile. Basti pensare al passaggio generazionale dei patrimoni delle famiglie italiane: tutti pensano a pagare meno tasse e a proteggere ciò che si ha, dimenticando che investire per i figli e per i nipoti allunga l’orizzonte temporale degli investimenti, ottenendo rendimenti superiori».

Marco lo Conte

Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2018

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-09/perche-promesse-elettorali-ci-piacciono-cosi-tanto-170905.shtml?uuid=AEuqBVeD&cmpid=nl_7+oggi_sole24ore_com

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Il «robot contribuente» e la tassa per il lavoro

L’idea di una tassa sui robot è stata sollevata lo scorso maggio in un rapporto al Parlamento europeo redatto dall’eurodeputata Mady Delvaux della commissione giuridica. Sottolineando come i robot potrebbero incrementare le disuguaglianze, il rapporto ha suggerito che potrebbe esistere la «necessità di introdurre obblighi aziendali di comunicazione su dimensioni e proporzioni del contributo della robotica e dell’intelligenza artificiale ai risultati economici di una azienda al fine di imporre una tassazione e contributi previdenziali». La reazione dell’opinione pubblica alla proposta di Delvaux è stata assolutamente negativa, con la notevole eccezione di Bill Gates, che l’ha sostenuta. Ma non dovremmo respingere l’idea pregiudizialmente. Solo l’anno scorso, abbiamo visto il proliferare di dispositivi quali Google Home e Amazon Echo Dot (Alexa), che vanno a sostituire alcuni aspetti dell’aiuto domestico. Allo stesso modo, i taxi senza conducente di nuTonomy e Delphi in servizio a Singapore hanno iniziato a subentrare ai tassisti. Inoltre Doordash, che utilizza veicoli autoguidati in miniatura della Starship Technologies, sta sostituendo il personale per la consegna dei pasti a domicilio.
Se queste e altre innovazioni che cancellano posti di lavoro avessero successo, sicuramente le richieste di una loro tassazione diventerebbero più frequenti, a causa dei problemi individuali che sorgono quando le persone perdono il lavoro, un lavoro con cui spesso si identificano fortemente e che può aver significato anni di preparazione.
Gli ottimisti sottolineano che ci sono sempre stati nuovi posti di lavoro destinati alle persone sostituite dalla tecnologia; ma, poiché la rivoluzione dei robot è in accelerazione, continuano ad aumentare i dubbi su come questa potrà funzionare. I suoi sostenitori sperano che una tassa sui robot possa rallentare il processo, almeno temporaneamente, e fornire entrate per finanziare adeguamenti, come i programmi di riqualificazione professionale per i lavoratori licenziati.
Tali programmi possono essere essenziali tanto quanto il nostro lavoro lo è per una vita sana come noi la conosciamo. Nel suo libro “Rewarding Work”, Edmund S. Phelps ha sottolineato l’importanza fondamentale di mantenere un «posto nella società, una vocazione». Quando molte persone non sono più in grado di trovare un lavoro per sostenere la famiglia, ne possono derivare preoccupanti conseguenze, e, come Phelps sottolinea, «il funzionamento di tutta la comunità può essere compromesso». In altre parole, vi sono esternalità dovute alla robotizzazione che giustificano eventuali interventi del governo.
I critici nei confronti di una tassazione dei robot hanno sottolineato che l’ambiguità del termine “robot” rende difficile la definizione della base fiscale. I critici sottolineano anche gli innegabili ed enormi benefici delle nuove tecnologie robotiche per la crescita della produttività.
Ma non dobbiamo escludere così in fretta almeno un modesto carico impositivo sui robot nel corso della transizione verso un diverso mondo del lavoro. Tale imposizione fiscale dovrebbe essere parte di un piano più ampio di gestione delle conseguenze della rivoluzione robotica.
Tutte le tasse, ad eccezione di una “tassa forfetaria”, introducono distorsioni nell’economia. Ma nessun governo può imporre una tassa forfetaria – lo stesso importo per tutti, indipendentemente dal loro reddito o spese – perché essa graverebbe in maniera drammatica su coloro che percepiscono redditi inferiori, e schiaccerebbe i poveri, che probabilmente non sarebbero affatto in grado di pagarla.
Quindi, le tasse devono essere correlate ad una attività indicativa della capacità di pagare le tasse, e, di conseguenza, qualsiasi attività interessata ne sarà scoraggiata.
Nel 1927, Frank Ramsey ha pubblicato un studio classico in cui sosteneva che per ridurre al minimo le distorsioni fiscali indotte, si dovrebbero tassare tutte le attività, e ha proposto come impostare le aliquote fiscali.
La sua teoria astratta non ha mai costituito un principio pienamente operativo per aliquote fiscali effettive, ma fornisce forti argomentazioni contro il presupposto che le imposte dovrebbero essere pari a zero per tutte le attività eccetto alcune, o che tutte le attività dovrebbero essere tassate allo stesso livello.
Le attività che creano esternalità potrebbero avere un tasso fiscale superiore a quello che Ramsey avrebbe proposto. Ad esempio, le imposte sulle bevande alcoliche sono molto diffuse. L’alcolismo è un grave problema sociale. Distrugge i matrimoni, le famiglie e la vita. Dal 1920 al 1933, gli Stati Uniti hanno sperimentato un intervento sul mercato molto più rigido: il divieto puro e semplice di bevande alcoliche.
Ma si è rivelato impossibile eliminare il consumo di alcol. L’imposta sugli alcolici che ha accompagnato la fine del proibizionismo è stata una forma di scoraggiamento più leggera.
Il dibattito riguardo all’opportunità di una tassa sulla robotica dovrebbe prendere in considerazione le alternative disponibili rispetto all’aumento delle disuguaglianze. Sarebbe naturale considerare un’imposta sul reddito più progressiva e un “reddito di base”. Ma, queste misure non hanno prodotto un consenso popolare diffuso. Se il consenso non è molto esteso, la tassa, seppure imposta, sarà destinata a non durare.
Quando le imposte sui redditi alti vengono incrementate, come solitamente avviene in tempo di guerra, risulta trattarsi di una misura solo temporanea. In definitiva, sembra naturale alla maggior parte della gente che tassare le persone di successo a beneficio di quelle soccombenti è umiliante per quest’ultime, e perfino i destinatari di sussidi spesso in realtà non li desiderano.
I politici lo sanno: di solito non conducono una campagna elettorale su proposte per il prelievo sui redditi più
alti e l’aumento di quelli bassi.
Quindi, le tasse devono essere riformulate per rimediare alle disuguaglianze di reddito indotte dalla robotizzazione. Potrebbe essere politicamente più accettabile, e quindi sostenibile, tassare i robot, invece che solo le persone ad alto reddito. E sebbene questo non significherebbe tassare il successo dei singoli individui, come fanno le imposte sul reddito, potrebbe in effetti implicare tasse un po’ più incidenti sui redditi più alti, qualora questi ultimi fossero guadagnati in attività che coinvolgono la sostituzione di esseri umani con robot.
Una tassa moderata sui robot, anche una tassa temporanea che rallenta soltanto l’adozione di una tecnologia dirompente, sembra una componente naturale di una politica tesa ad affrontare crescenti disuguaglianze.
I ricavi potrebbero essere indirizzati verso assicurazioni salariali, per aiutare le persone sostituite dalle nuove tecnologie ad effettuare la transizione verso una carriera diversa.
Ciò potrebbe accordarsi con il nostro naturale senso di giustizia e, quindi, probabilmente sarebbe destinato a durare.
*

ROBERT J. SHILLER

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-03-30/il-robot-contribuente-e-tassa-il-lavoro-231750.shtml?uuid=AEQRycw

 

Siamo come i cani di Pavlov, tutti vittime del riflesso condizionato

pavlovOgni giorno prendiamo centinaia di decisioni: che cosa indossare, che cosa mangiare, che cosa dire, che cosa fare. A volte decidiamo per il meglio, a volte no. Da secoli, filosofi e scienziati discutono e svolgono ricerche sui meccanismi psicologici e fisiologici delle nostre scelte. Scoprire perché le donne comprano il ventesimo paio di scarpe senza averne bisogno, e gli uomini cambiano l’auto quando quella vecchia funziona ancora benissimo, potrebbe aiutarci non solo a evitare di spendere soldi inutilmente, ma anche a ponderare meglio altre decisioni ben più importanti che dobbiamo prendere nel corso della vita.
Un gruppo di ricercatori delle Università di San Diego, di Los Angeles e della Iachan School of Medicine di New York ha fatto un importante passo avanti in questa ricerca. È stato scoperto infatti il modo di guardare nel cervello dei topi, inserendo nella corteccia sostanze chimiche in grado di diventare fluorescenti quando vengono in contatto con la dopamina e con la noradrenalina: si tratta di due neurotrasmettitori oggi in gran voga, responsabili il primo di attivare motivazione, punizione e soddisfazione, il secondo di spingerci ad agire. Ai topi è stato insegnato che, dopo avere ascoltato un particolare suono, avrebbero avuto accesso a una dose di zucchero. Nei primi giorni la dopamina si illuminava nel cervello dopo avere ricevuto la ricompensa, ma negli esperimenti successivi lo faceva con largo anticipo, subito dopo l’emissione del suono che annunciava l’accesso allo zucchero.
L’acquolina in bocca
Già nel 1903 il medico russo Ivan Pavlov aveva scoperto il riflesso condizionato che faceva venire l’acquolina in bocca ai cani dopo avere udito un campanello associato alla distribuzione di cibo. Per quello che ha fatto agli animali nel corso delle sue ricerche, Pavlov oggi finirebbe probabilmente in prigione. È stato premiato, invece, con il Nobel per avere dimostrato per la prima volta che il cervello controlla i processi fisiologici dell’organismo e che, quindi, un particolare stimolo determina sempre una scelta conseguente.
La ricerca americana conferma in un modo meno empirico la sua teoria e avrà ora un collaterale e importante seguito nella lotta contro il Parkinson. Ma potrebbe anche arrivare a spiegare per quale ragione mangiamo troppo anche se sappiamo che fa ingrassare, continuiamo a fumare anche se sappiamo che uccide, e mandiamo messaggi dallo smartphone mentre stiamo guidando, anche se il texting è tra le prime cause di incidenti stradali.
Il problema è che il nostro cervello ha due modi di pensare. Uno è logico: analizza gli eventi, ne valuta ogni aspetto, mette a confronto le soluzioni possibili e sceglie quella che alla fine ritiene migliore. L’altro è intuitivo ed è molto più potente del primo. Il sistema logico è lento, richiede molta energia ed è per giunta pigro. È difficile essere logici, se si sta facendo un’altra cosa: ad esempio non si può risolvere mentalmente un problema se si sta correndo. Il sistema intuitivo sembra invece meraviglioso: è rapido e automatico, è come un autopilota nascosto, un falso amico che condiziona più di quanto si creda quello che diciamo, pensiamo e crediamo. È l’intuizione che ci fa spendere in modo impulsivo per cose di cui non abbiamo bisogno, illuminando le dopamine della soddisfazione prima ancora di avere pagato il conto. Secondo il professor Daniel Kahneman, che lavora a Princeton e ha ricevuto anche lui un Nobel, subito dopo ogni acquisto inutile l’intuizione si pente e chiede aiuto alla parte logica del cervello, perché trovi una giustificazione a quello che è stato appena fatto: qualcosa di plausibile da raccontare alla moglie o al marito quando si torna a casa.
Brutti scherzi
L’intuizione gioca a volte brutti scherzi: dovrebbe passare alla ragione le decisioni importanti che devono essere prese, perché le esamini con cura, ma non sempre lo fa. La parte intuitiva del cervello è anche responsabile della tendenza a «fare quello che fanno gli altri» e a prendere decisioni senza sapere perché. Se ad esempio si votasse solo usando la logica, molti politici palesemente incapaci non sarebbero mai stati eletti.
Sulle decisioni che prendiamo influiscono molto anche le esperienze precedenti, soprattutto quelle negative, che tendiamo a ricordare di più. È stato dimostrato che in una relazione di coppia occorrono almeno cinque «momenti buoni» per compensare un solo litigio: seguendo l’intuito, si può dunque decidere di lasciarsi, pensando di fare la cosa giusta anche quando i momenti felici sono più numerosi di quelli burrascosi. La ragione deciderebbe diversamente, ma è noto che ragione e amore non sono mai andati molto d’accordo.

Vittorio Sabadin

La Stampa, 5 settembre 2016

http://www.lastampa.it/2016/09/05/scienza/benessere/il-segreto-di-pavlov-nascosto-nella-chimica-del-cervello-pUUHrzbZhetgWHMX0PtBEO/pagina.html

 

L’economista scozzese Angus Deaton ha vinto il premio Nobel per l’Economia 2015

L’economista scozzese Angus Deaton ha vinto il premio Nobel per l’Economia 2015 “per la sua analisi dei consumi, della povertà e del benessere”. Tecnicamente, non si tratta di un Nobel vero e proprio, ma del Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. «Per delineare delle politiche che promuovano il welfare e riducano la povertà dobbiamo prima comprendere le scelte di consumo individuale» ha detto il comitato comunicando la premiazione. Il merito maggiore di Deaton è stato nel mostrare che i poveri non amministrano le loro spese allo stesso modo di tutti gli altri.

http://www.ilpost.it/2015/10/12/live-premio-nobel-economia-2015/

http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-10-12/angus-deaton-wins-2015-nobel-prize-in-economics

http://www.lavoce.info/archives/37794/il-nobel-per-leconomia-ad-angus-deaton/

 

Per capire meglio il personaggio, vale la pena ricordare che sotto la lente di Deaton è finito anche l’adagio `i soldi non fanno la felicità´. In uno studio firmato ad un altro premio Nobel all’economia, Daniel Kahneman, ha analizzato i risultati del sondaggio «Well being index» realizzato su 450.000 americani nel periodo 2008-2009 e ne ha dedotto che se la felicità cresce di pari passo al reddito, c’è però una soglia di «benessere medio» a quota 75.000 dollari oltre la quale la qualità di vita non viene percepita migliore. La conclusione è che «dare alla gente più soldi oltre i 75.000 dollari non migliora di molto il loro umore quotidiano, ma dà comunque la sensazione di avere successo nella vita».

http://www.lastampa.it/2015/10/12/economia/il-nobel-per-leconomia-a-deaton-per-lanalisi-sui-consumi-la-povert-e-il-welfare-ShPHtR567lKY7na96DTmJN/pagina.html

 

 

What’s Wrong With The Economy

imagfgjfgfkfdjfgkSiamo nel cuore di un’economia che cresce da 6 anni. Ha creato 15 milioni di posti di lavoro. Ha ridotto la disoccupazione al 5,5%. E ben presto dovrà alzare i suoi tassi d’interesse a conferma della cessata emergenza. Eppure proprio qui a New York si è tenuto un summit con premi Nobel e guru dal mondo intero, sulla “stagnazione secolare” che incombe. Uno scenario da incubo, «certamente ancora più plausibile per l’Europa» secondo l’economista Paul Krugman, ma che anche in America è all’ordine del giorno. E si collega con quello che la Federal Reserve decide in queste ore (l’annuncio sarà dato domani): a quando fissare l’inizio di una risalita del costo del denaro.

Vista da qualunque altra parte del mondo – dall’eurozona o dalla Russia, dal Brasile e ora perfino dalla Cina – l’economia americana sembra scoppiare di salute: l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale. Vista da vicino, è meno esaltante. “What’s Wrong With The Economy”, che cosa non funziona nell’economia, è la conferenza che ha riunito esperti da tutto il mondo sotto l’egida della New York Review of Books e della New York University. Al centro: la stagnazione secolare, un termine coniato per la prima volta nel 1938 da Alvin Hansen, quando l’economia mondiale era intrappolata nella Grande Depressione. A rilanciare questo termine è stato di recente l’economista di Harvard, Larry Summers, già consigliere di Bill Clinton e di Barack Obama. E ora tutti lo riprendono: il Fondo monetario internazionale; la Banca d’Inghilterra; l’ufficio studi della Citibank, una delle maggiori banche di Wall Street. Nella versione aggiornata, si tratta di questo: l’economia capitalistica ha bisogno di due motori propulsivi per crescere, la demografia e la tecnologia. La storia del capitalismo moderno è una combinazione di questi fattori: una popolazione crescente allarga le dimensioni del mercato per prodotti e servizi; un flusso di invenzioni e innovazioni aumenta la produttività del lavoro umano. Che fanno ora questi due motori? La demografia si rovescia, da fattore propulsivo a elemento frenante. Nei paesi sviluppati aumenta la quota di anziani che escono dall’età lavorativa. Nei paesi emergenti la natalità si riduce velocemente – con rare eccezioni – e il più grosso di tutti cioè la Cina ha già imboccato la strada dell’invecchiamento demografico.
Un segnale di stagnazione secolare viene proprio dai tassi d’interesse. Crescita debole più deflazione (prezzi immobili o addirittura in calo come per il petrolio) hanno costretto le banche centrali a sfoderare terapie eccezionali. La prima fu la Federal Reserve che già sei anni fa cominciò a stampar moneta per acquistare bond (4.500 miliardi di dollari), inondare l’economia reale di liquidità, ridurre il costo del credito, rianimare gli investimenti. A qualcosa è servito, visto che il Pil Usa cresce dall’estate del 2009. Ma perfino qui in America, Ground Zero di questo esperimento monetario eccezionale, c’è qualcosa che non va. Al di là della disoccupazione ufficiale, c’è tanta disoccupazione nascosta (11% della forza lavoro se si cumulano i dati). I salari sono quasi fermi. Il potere d’acquisto delle famiglie ristagna. Siamo ben lungi da uno sviluppo paragonabile agli anni ’60 e ’70. Nel summit newyorchese si sono alternati esperti come Lord Skidelsky, Gerald Epstein, Benjamin Friedman, David Colander, i Nobel Edmund Phelps e Krugman. Il Fondo monetario, sposando le tesi di Thomas Piketty, afferma un nesso tra stagnazione e diseguaglianze: la ricchezza mal distribuita, concentrata in una minoranza della popolazione, non alimenta più i consumi. Alcuni settori – in America la sanità – prelevano rendite parassitarie che comprimono il reddito disponibile della middle class. Il tasso zero crea bolle speculative che mascherano questi problemi strutturali?
Jacob Hacker di Yale, il teorico della società “winner-take-all” (dove le élite fanno incetta dei frutti della crescita) elenca una serie di antidoti alle diseguaglianze: «Rilanciare i diritti sindacali nel settore privato. Recuperare una fiscalità progressiva sui patrimoni ». E soprattutto la nuova parola d’ordine “Pre-distribution”. Pre-distribuzione anziché redistribuzione. Non basta più intervenire ex-post con le tasse per attenuare le diseguaglianze (la vecchia politica redistributiva), occorre garantire a priori un accesso eguale per tutti all’istruzione di alta qualità (pre-distribuzione).
Il Nobel Edmund Phelps aggiunge un’altra preoccupazione: «L’innovazione tecnologica non si trasmette più come una volta negli aumenti di produttività del lavoro. Crediamo di vivere in un’epoca prodigiosamente innovativa, ma i gadget sfornati dalla Silicon Valley non stanno aumentando la produttività umana ai ritmi che erano tipici degli anni Sessanta. E se non riparte la produttività, c’è un altro freno alla ripresa delle buste paga.
Privata dei due motori fondamentali della crescita, l’economia può contare solo sulla pompa monetaria delle banche centrali? Domani Janet Yellen dovrà dirci se davvero l’America può considerarsi “guarita”, almeno secondo la Fed, e rientrare nel territorio familiare dove il denaro rende qualcosa.
Ma i Nobel riaccendono l’allarme ora il rischio è la stagnazione secolare
FEDERICO RAMPINI  la Repubblica  – 17 mar 2015
http://www.dirittiglobali.it/2015/03/ma-i-nobel-riaccendono-lallarme-ora-il-rischio-e-la-stagnazione-secolare/

A Jean Tirole il nobel per l’economia

Il premio Nobel 2014 per l’economia va al professore francese Jean Tirole, 61 anni, direttore della fondazione Jean-Jacques Laffront a Tolosa. È stato premiato per i suoi studi nel campo dell’economia industriale

Il riconoscimento è stato assegnato a Tirole per la sua analisi del potere dei mercati e della loro regolamentazione. «Jean Tirole è uno degli economisti più influenti del nostro tempo», ha sottolineato la Reale Accademia svedese delle scienze insignendo Tirole del Nobel, «in particolare, egli ha reso chiaro come comprendere e regolare le industrie costituite da poche aziende potenti». Tirole riceverà un premio di 8 milioni di corone svedesi, pari a 1,1 milioni di dollari.
Il premio 2014 a Tirole – spiega ancora l’Accademia svedese delle scienze – riguarda «la sua analisi delle forze di mercato e della regolamentazione». Tirole, definito «uno dei più influenti economisti del nostro tempo», «più di ogni altra cosa ha chiarito come capire e regolamentare i settori industriali con poche, potenti imprese dominanti» e i rispettivi «fallimenti dei meccanismi di mercato», come prezzi più alti rispetto a quanto sarebbe motivato dai costi, o la sopravvivenza di imprese improduttive attraverso meccanismi per bloccare l’ingresso di aziende nuove e più produttive, dando risposta a come i governi debbano disciplinare la concorrenza e regolamentare il monopolio, o gestire fusioni e cartelli d’imprese. Le migliori politiche della concorrenza «devono essere attentamente adattate alle condizioni specifiche di ciascun settore industriale», si legge in una nota da Stoccolma. E in una serie di articoli e libri Tirole «ha presentato uno schema generale per progettare queste politiche e applicarle, aiutando i governi a «incoraggiare le imprese potenti a diventare più produttive e, allo stesso tempo, impedirgli di danneggiare la concorrenza e i clienti».

http://www.corriere.it/economia/14_ottobre_13/al-francese-jean-tirole-premio-nobel-dell-economia-ce621580-52c9-11e4-8e37-1a517d63eb63.shtml

 

Dal sito del Premio Nobel

http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economic-sciences/laureates/2014/press.html

Jean Tirole is one of the most influential economists of our time. He has made important theoretical research contributions in a number of areas, but most of all he has clarified how to understand and regulate industries with a few powerful firms.

Many industries are dominated by a small number of large firms or a single monopoly. Left unregulated, such markets often produce socially undesirable results – prices higher than those motivated by costs, or unproductive firms that survive by blocking the entry of new and more productive ones.

From the mid-1980s and onwards, Jean Tirole has breathed new life into research on such market failures. His analysis of firms with market power provides a unified theory with a strong bearing on central policy questions: how should the government deal with mergers or cartels, and how should it regulate monopolies?

Before Tirole, researchers and policymakers sought general principles for all industries. They advocated simple policy rules, such as capping prices for monopolists and prohibiting cooperation between competitors, while permitting cooperation between firms with different positions in the value chain. Tirole showed theoretically that such rules may work well in certain conditions, but do more harm than good in others. Price caps can provide dominant firms with strong motives to reduce costs – a good thing for society – but may also permit excessive profits – a bad thing for society. Cooperation on price setting within a market is usually harmful, but cooperation regarding patent pools can benefit everyone. The merger of a firm and its supplier may encourage innovation, but may also distort competition.

The best regulation or competition policy should therefore be carefully adapted to every industry’s specific conditions. In a series of articles and books, Jean Tirole has presented a general framework for designing such policies and applied it to a number of industries, ranging from telecommunications to banking. Drawing on these new insights, governments can better encourage powerful firms to become more productive and, at the same time, prevent them from harming competitors and customers

Il Nobel per la pace a Kailash Satyarthi e Malala Yousafzay, i paladini dei bambini

Il Nobel per la Pace 2014 è stato assegnato a Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana vittima di un attentato talebano nel 2009 quando aveva solo 12 anni (perché difendeva il diritto delle bambine allo studio nella valle dello Swat) e all’indiano, Kailash Satyarthi, 60 anni, attivista dei diritti dei bambini. Lo ha annunciato Thorbjoern Jagland, il presidente del Comitato del Nobel al Nobel Institute di Oslo

http://www.lastampa.it/2014/10/10/esteri/il-nobel-per-la-pace-a-kailash-satyarthi-e-malala-yousafzay-HYoJiWSK7N7bXH39nLHU6J/pagina.html

Il Premio Nobel

http://nobelpeaceprize.org/

The Nobel Peace Prize for 2014

L’annuncio

The Norwegian Nobel Committee has decided that the Nobel Peace Prize for 2014 is to be awarded to Kailash Satyarthi and Malala Yousafzay for their struggle against the suppression of children and young people and for the right of all children to education. Children must go to school and not be financially exploited. In the poor countries of the world, 60% of the present population is under 25 years of age. It is a prerequisite for peaceful global development that the rights of children and young people be respected. In conflict-ridden areas in particular, the violation of children leads to the continuation of violence from generation to generation.

Showing great personal courage, Kailash Satyarthi, maintaining Gandhi’s tradition, has headed various forms of protests and demonstrations, all peaceful, focusing on the grave exploitation of children for financial gain. He has also contributed to the development of important international conventions on children’s rights.

Despite her youth, Malala Yousafzay has already fought for several years for the right of girls to education, and has shown by example that children and young people, too, can contribute to improving their own situations. This she has done under the most dangerous circumstances. Through her heroic struggle she has become a leading spokesperson for girls’ rights to education.

The Nobel Committee regards it as an important point for a Hindu and a Muslim, an Indian and a Pakistani, to join in a common struggle for education and against extremism. Many other individuals and institutions in the international community have also contributed. It has been calculated that there are 168 million child labourers around the world today. In 2000 the figure was 78 million higher. The world has come closer to the goal of eliminating child labour.

The struggle against suppression and for the rights of children and adolescents contributes to the realization of the “fraternity between nations” that Alfred Nobel mentions in his will as one of the criteria for the Nobel Peace Prize.

Oslo, 10 October 2014