La sola legalità non basta

legalità[2]In una famosa novella di Heinrich von Kleist si narra il caso di Michele Kohlaas, un mercante di cavalli vissuto a metà del sedicesimo secolo. Onesto e buon cittadino, rispettoso delle leggi, ma eccessivo in una virtù. «Il senso di giustizia fece di lui un brigante e un assassino». Offeso da un arrogante castellano, e derubato di due morelli, Kohlhaas, non ottenendo sollecita riparazione, arma bande, mette a ferro e fuoco le province, turba la quiete e l’ordine pubblico. Alla fine della vicenda, il castellano è condannato, il danno risarcito; ma Kohlhaas sale il patibolo per la rottura della pace pubblica. Questa cronaca ripropone l’antica antitesi fra legalità e giustizia, fra norme dettate dall’autorità pubblica e principî parlanti nell’intimità della coscienza. Kohlaas — e così la figura mitica di Antigone — obbedisce alla voce interiore, ma viola la legge e soggiace alla pena. La legalità trova dinanzi a sé un altro principio, che si leva con la violenza, e così apre un conflitto. La pace, rotta dalla violenza, è ristabilita mediante l’esercizio della forza (se vogliamo chiamare forza la «violenza» della legalità).

Il principio di legalità è accompagnato dal conflitto, dall’urto continuo con altre potenze, destinate a vincere o a soccombere. La legalità — cioè l’ordine giuridico di uno Stato — è sempre vigilante e armata, poiché sa che vive in assiduo conflitto, ed ogni giorno è chiamata a difendersi e ad imporsi.

Sono almeno tre i fattori, che ne garantiscono la tutela. La legalità non sta a sé, ma presuppone ed esige l’ethos della convivenza, o ciò che in altri tempi, e con dischiusa sincerità, era chiamato il senso dello Stato. Non si osservano le leggi perché sono leggi, ossia comandi rivolti da uomini ad altri uomini, ma perché sono espressione di uno Stato, dell’unità storico-politica, in cui ci è dato di vivere. È quasi banale avvertire che si osservano le leggi per convivere, e non si convive per osservare le leggi, le quali sono soltanto duri strumenti e mezzi spesso dolorosi. La caduta di senso dello Stato, appunto di questa umana necessità di «stare» insieme, riduce e infiacchisce il principio di legalità, che, lasciato da solo e privo di appoggi storico-politici, porge all’individuo l’unico e crudele volto del comando e della forza coercitiva. La legalità non è separabile dal consapevole e reciproco vincolo della convivenza. Quando ne sia separato, la legalità può diventare strumento di partito, di classe, di ceto burocratico: indocile arma contro i nemici, poiché subito, caduta in altre mani, si rivolta contro i possessori di ieri e li trascina nel suo vortice. Forse così ha origine la massima francese La legalité tue,» la legalità uccide, più volte rammentata da Carl Schmitt in pagine di critica al positivismo giuridico.

L’altro fattore, ma secondario rispetto all’ethos della convivenza, è la razionale stabilità delle leggi. La legalità ha bisogno di «durata»: norme mutevoli, incerte, oscure, precarie, non suscitano né fiducia né paura dei destinatari. Le leggi, come terreno saldo e sicuro su cui si svolge la convivenza, o durano nel tempo, o, dissolvendosi nell’occasionalità parlamentare, perdono qualsiasi autorità di comando. Una legalità, sottoposta a continui mutamenti e revisioni, e dunque mutevole nel suo contenuto imperativo, non può stabilire alcun vincolo di fiducia e di lealtà civica. È merce tra le merci di consumo. L’ossessiva volontà di riforma, e l’«accelerazione delle procedure parlamentari, lasciano talvolta l’immagine di una macchina, che funzioni senza sosta e senza meta, capace di «lavorare» qualsiasi materiale, e pronta a piegarsi al padrone di turno. Questa macchina può produrre leggi, ma non generare né rinsaldare legalità. La novella di Kleist insegna che la legalità viene ristabilita, e trionfa sulla «ragion fattasi» turbatrice della pace pubblica, soltanto se infligge sanzioni anche all’arrogante castellano. E così appare come indissociabile dall’eguaglianza: la legge può essere eguale per tutti, e dunque da tutti osservata, soltanto se tutti sono eguali dinanzi alla legge. Questo è il terzo elemento costitutivo della legalità, e, a ben riflettere, dipende da chi applica le leggi e così garantisce l’eguaglianza.

Natalino Irti

Corriere della Sera

  • 19 giugno 2016
  • Novel food in arrivo

    novel foodSui giornali italiani di giovedì 29 ottobre ha ottenuto molto spazio e visibilità la notizia di una presunta “apertura” dell’Unione Europea su cibi esotici come insetti, alghe e micro-organismi vari. La notizia ha guadagnato la foto principale della prima pagina – fra gli altri – della Stampa e dell’Unità, che hanno titolato rispettivamente “Alghe e insetti a pranzo, via libera dall’Ue” e “Indovina cosa viene a cena. Ue: insetti e alghe sono cibo”. In realtà la questione è un po’ più complessa e riguarda l’aggiornamento di una vecchia normativa del 1997 sul cosiddetto “novel food”, cioè di quegli alimenti che secondo la stessa definizione dell’Unione Europea «prima del 1997 non sono stati consumati significativamente all’interno dell’Unione».

    L’aggiornamento della normativa, che prevede principalmente una semplificazione delle procedure di approvazione di cibi esotici da parte dell’Unione Europea, è stato effettivamente approvato mercoledì 28 dal Parlamento Europeo con 359 voti a favore e 202 contro: ma la normativa dev’essere ancora approvata dal Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che è composto da un rappresentante per ciascuno stato – diverso a seconda della questione di cui si occupa – e che assieme al Parlamento Europeo esercita la funzione legislativa dell’Unione. E per vederne eventualmente i primi effetti potrebbe passare parecchio tempo.

    Il contesto, i problemi
    Dal 15 maggio 1997 è in vigore una normativa europea che regolamenta le procedure di approvazione di cibi che vengono immessi per la prima volta nel mercato europeo (il cosiddetto “novel food”). Rientrano in questa categoria i prodotti geneticamente modificati, quelli ottenuti con «microorganismi, funghi o alghe», gli alimenti che non sono stati ottenuti tramite «pratiche tradizionali di moltiplicazione o di riproduzione» e – genericamente – quelli che sono stati ricavati con un «processo di produzione non generalmente utilizzato». Quindi cibi “strani” e non previsti dalla dieta dei vari paesi europei, ma anche preparati con tecnologie nuove e non previste nel 1997.

    Oggi, il procedimento per richiedere di poter vendere un nuovo alimento nell’Unione Europea funziona così: l’azienda presenta domanda di ammissione del proprio prodotto allo Stato in cui lo vuole commerciare. Lo Stato fa esaminare la domanda a un’authority indipendente. La domanda dell’azienda e la valutazione dell’authority vengono inviate alla Commissione Europea, che invia entrambi i documenti a tutti gli altri Stati dell’Unione, che a loro volta hanno 60 giorni di tempo per sollevare dei dubbi e chiedere nuovi esami. Nel caso questo succeda, è necessario che la Commissione dia la propria autorizzazione all’azienda, e per fare questo chiede un consulto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, un’agenzia dell’Unione Europea che ha sede a Parma e che si occupa di consulenza su questioni alimentari. Nel caso nessuno sollevi obiezioni, il singolo Stato può autorizzare l’azienda a vendere il suo prodotto. Ogni azienda deve ripetere lo stesso procedimento, anche se vende un prodotto identico a uno già approvato. Dal 1997 a oggi sono stati approvati 86 nuovi cibi, di cui 5 solo nel 2015 (fra cui latticini trattati con un particolare tipo di batteri, o l’olio tratto dalla microalga Schizochytrium). Secondo il Sole 24 Ore la Commissione Europea in questi anni ha esaminato 180 richieste.

    …..

    La nuova proposta
    La normativa approvata dal Parlamento Europeo è stata presentata dalla Commissione Europea nel dicembre del 2013. Prevede in sostanza un aggiornamento delle categorie previste dal 1997 e una semplificazione delle procedure per avanzare la richiesta di vendere un nuovo prodotto.

    L’aggiornamento delle categorie dovrebbe portare a un loro ampliamento che ad esempio tenga conto degli insetti – sui quali la Commissione Europea ha chiesto e ottenuto un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (che è stato sostanzialmente positivo) – e dei cosiddetti nanomateriali, cioè degli additivi microscopici. La nuova proposta prevede anche che le richieste per commerciare nuovi prodotti vengano avanzate direttamente alla Commissione, saltando in questo modo il passaggio nei singoli stati, e che una volta che un cibo sia stato approvato riceva una “autorizzazione generica” valida per tutti i prodotti identici messi ipoteticamente in vendita da altre società. La Commissione ha sette mesi per decidere se un cibo possa essere o meno commerciato in Europa. La nuova normativa prevede anche una procedura “agevolata” per prodotti già commerciati in un paese terzo «per almeno 25 anni nella dieta abituale di una grande parte della popolazione del paese». Non è ancora chiaro, comunque, quando questa normativa verrà esaminata dal Consiglio dell’Unione Europea: né di conseguenza se e quando entrerà in vigore.

    http://www.ilpost.it/2015/10/29/insetti-alghe-parlamento-europeo-europa/

     

    Tagliamo le norme, non le teste

    I dipendenti pubblici? Una mandria di sfaticati. I loro dirigenti? Mandarini del Celeste Impero. Le burocrazie locali? Centri di spreco e corruzione. Nella furia iconoclasta che s’abbatte sugli uomini (e le donne) dello Stato, non si salva più nessuno

    ………

    …. siamo noi, lo Stato. È la maestra che insegna matematica ai nostri bambini, guadagnando meno d’una colf. È il poliziotto che fa il turno di notte nelle strade, a bordo di volanti scalcinate e sempre a corto di benzina. È il medico del Pronto soccorso, che s’arrangia risparmiando sulle garze. Ed è anche il burocrate con la sua penna d’oca in mano, come no. Ma per difenderci dalle vessazioni burocratiche, per ritrovare la nostra libertà perduta, dobbiamo restituire all’amministrazione pubblica la sua propria dignità perduta. Sfatando innanzitutto dicerie e leggende sul corpaccione dello Stato.

    Non è vero che l’Italia sia la patria dei dipendenti pubblici: ne abbiamo 3,4 milioni, contro i 5,5 milioni del Regno Unito o della Francia. E sono 58 per ogni mille abitanti, come in Germania. Peraltro in calo del 4,7% nell’ultimo decennio, a differenza di tutti gli altri Stati europei. Non è vero che costano troppo: pesano l’11,1% del Pil, circa la metà di quanto si spende in Danimarca. Mentre il loro contratto di lavoro è bloccato dal 2010. È vero però che sono troppo vecchi (solo il 10% ha meno di 25 anni), con troppi marescialli e pochi soldati semplici (la Francia ha un terzo dei nostri dirigenti), ed è vero infine che sono mal ripartiti (in Calabria gli statali rappresentano il 13% degli occupati, in Lombardia il 6%).

    Da qui il farmaco più urgente: razionalizzare. Con l’intelligenza, non con la violenza. Significa distribuire meglio i ruoli, ma significa altresì semplificare i procedimenti e gli accidenti del diritto amministrativo. Dove la legge annuale di semplificazione non interviene mai ogni anno, e si traduce per lo più nell’ennesimo fattore di complicazione. Dove regna (dal 1889) l’astrusa distinzione fra diritti soggettivi e interessi legittimi, ciascuno col suo giudice, ciascun giudizio un rebus per i cittadini. E dove s’accalca una folla di custodi, che ovviamente passano i giorni a litigare sulle rispettive competenze. Ma in un Paese che ospita 6 forze di polizia nazionali e 2 locali questa è la regola, non certo l’eccezione.

    Ecco, è lì il virus che infetta l’organismo dello Stato. S’annida nell’eccesso dei controlli, delle giurisdizioni, dei procedimenti, delle norme (che peraltro fanno da scudo ai poco volenterosi). Quante ne abbiamo in circolo? Nel 2007 la commissione Pajno ha fatto un po’ di conti: 21.691 leggi statali, cui però dovremmo aggiungere 30 mila leggi regionali e 70 mila regolamenti. Ma in un sistema tortuoso come un labirinto nessuno risponde più di nulla: c’è sempre un comma che ti lava la coscienza. La fuga dalle responsabilità ha origine perciò da un pieno, non da un vuoto. Giacché troppi controllori vanificano il controllo, giacché troppe leggi equivalgono a nessuna legge. E allora tagliamo le norme, non le teste.

    Di Michele Ainis Corriere della Sera del 17/4/14

    http://www.corriere.it/editoriali/14_aprile_17/labirinto-inestricabile-12c7e14c-c5ed-11e3-8866-13a4dbf224b9.shtml

    I figli hanno diritto ad avere il cognome della madre

    I genitori devono avere il diritto di dare ai figli il solo cognome materno. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che oggi ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una coppia di coniugi avendo  negato loro la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre invece di quello del padre.

    Nella sentenza, che diverrà definitiva tra 3 mesi, i giudici indicano che l’Italia «deve adottare riforme» legislative o di altra natura per rimediare alla violazione riscontrata.

    A fare ricorso alla Corte di Strasburgo sono stati i coniugi milanesi Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, cui lo Stato italiano ha impedito di registrare all’anagrafe la figlia Maddalena, nata il 26 aprile 1999, con il cognome materno anziché quello paterno.

    …..

    I giudici della Corte  sostengono che «se la regola che stabilisce che ai figli legittimi sia attribuito il cognome del padre può rivelarsi necessaria nella pratica, e non è necessariamente una violazione della convenzione europea dei diritti umani, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne».  Nella sentenza i giudici sottolineano anche che la possibilità introdotta nel 2000 di aggiungere al nome paterno quello materno non è sufficiente a garantire l’eguaglianza tra i coniugi e che quindi le autorità italiane dovranno cambiare la legge o le pratiche interne per mettere fine alla violazione riscontrata.

    http://www.lastampa.it/2014/01/07/italia/cronache/strasburgo-i-figli-hanno-diritto-davere-il-cognome-della-madre-dRb3wz8yzWBFCjWlyewojP/pagina.html

    Sito che promuove il diritto dei  genitori a scegliere liberamente se trasmettere il
    cognome paterno piuttosto che quello materno, o il doppio cognome.

    http://www.cognomematerno.it/

    Corte europea dei diritti umani

    http://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=home

     

    Troppe leggi poche regole

    labirinto…Abbiamo in circolo leggi sui tosaerba, sulle camicie da notte, sulle galline, sui pedaggi stradali dei camionisti. Il virus legificatore ha contagiato pure i prosciutti, con tre leggi sul San Daniele (rispettivamente del 1970, del 1990, del 1999) e un’altra sul pignoramento dei prosciutti (vi si provvede «con l’apposizione sulla coscia di uno speciale contrassegno indelebile»: legge n. 401 del 1985).

    Tuttavia non basta, non basta mai. E il parapiglia normativo che s’è scatenato attorno al decreto salva Roma ne è solo l’ultima esibizione: regole sulle lampade a incandescenza, sulle slot machine, sui chioschi in spiaggia, sulle sigarette elettroniche. Non regole qualunque, no: regole di legge. Quelle che Calderoli, nel 2010, finse di bruciare col suo lanciafiamme spento. Quelle che Bassanini, nel 1997, voleva eliminare attraverso un ampio processo di delegificazione, rimpiazzandole con altrettanti regolamenti. Senza curare il male alla radice, dato che il male è il troppo diritto che ci portiamo in groppa, e dato che per noi asinelli cambia poco se a spezzarci la schiena è una norma regolamentare anziché legislativa. Ma almeno i regolamenti sono flessibili, rapidi da approvare così come da abrogare. Se invece confezioni il prosciutto in una legge, per sconfezionarlo avrai bisogno del voto di mille parlamentari, della promulgazione del capo dello Stato, del visto di legittimità della Consulta.

    Risultato: se il secondo millennio si è chiuso all’insegna della delegificazione, il terzo ha inaugurato l’epoca della rilegificazione. Magari con meno provvedimenti rispetto alla prima legificazione (negli anni Sessanta le Camere approvavano una legge al giorno, escluse le domeniche), tuttavia con provvedimenti più corposi, ciascuno gonfio come un panettone. E con una pletora di norme astruse, di ridondanze, di strafalcioni sintattici e giuridici. La qualità della nostra legislazione è peggiorata, come no. Anche la quantità, però: nel 1962 le 437 leggi decise in Parlamento sviluppavano 2 milioni di caratteri; nel 2012 le leggi sono state 101, ma i caratteri sono diventati 2,6 milioni.

    Da qui un paradosso: l’Italia delle troppe leggi è un Paese senza legge. Perché nel diritto, così come nella vita, dal pieno nasce un vuoto. Se ti martellano troppe informazioni t’ubriachi, e alla fine resti senza informazioni. Se la legislazione forma una galassia, nessuna astronave potrà esplorarla per intero. E il cittadino sarà solo, ignaro dei propri poteri, alla mercé d’ogni sopruso……

    M.Ainis Corriere della Sera 30 dicembre 2013

    http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_30/troppe-leggi-poche-regole-29bafae4-711d-11e3-acd7-0679397fd92a.shtml

    Pressione burocratica e fiscale

    buroIl ministro del Lavoro ha annunciato che il Governo ….. «sta lavorando a un’operazione di semplificazione molto forte che dovrebbe vedere la luce a brevissimo» (4 giugno 2013).
    Auguri. Perché da quando è cominciata la precedente legislatura, nella primavera del 2008, sono state varate qualcosa come 288 norme fiscali che hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita alle imprese. E’ un numero pari al 58,7 per cento di tutte le disposizioni di natura tributaria (491) introdotte attraverso 29 differenti provvedimenti. Oltre quattro volte superiore a quello delle 67 «semplificazioni» fatte nello stesso periodo: ogni norma approvata per snellire la burocrazia ne ha quindi portate con sé 4,3 capaci di riversare altra sabbia negli ingranaggi…

    E forse non è un caso, sottolinea l’ultimo rapporto della Confartigianato che contiene questo dato scioccante, che «la pressione burocratica abbia lo stesso ritmo di crescita della pressione fiscale». Ha raggiunto il 44,6 per cento, livello mai visto dal 1990, anno d’inizio della serie storica . Con un picco negli ultimi tre mesi 2012, durante i quali per ogni minuto che trascorreva il Fisco incassava un milione 731.416 euro. L’ufficio studi della Confartigianato ricorda che tra il 2005 e il 2013, secondo le stime Ue, le entrate fiscali sono salite del 21,2 per cento, pari a 132,1 miliardi: cifra esattamente corrispondente all’aumento nominale del Pil, diminuito però in termini reali. Per ogni euro di crescita apparente, dunque, l’Erario ha intascato un euro in più: è l’eredità di quello che nel rapporto viene definito «il ventennio perduto», iniziato nel 1993 e proseguito con 12 differenti governi. Senza che nemmeno gli esecutivi tecnici siano riusciti a invertire la rotta.

    Negli ultimi 600 giorni, ……, il numero delle imprese è calato dell’uno per cento, il Pil è diminuito del 3,4 per cento, il credito al sistema produttivo ha subito una flessione di 65 miliardi, il debito pubblico è aumentato di 122 miliardi, la pressione fiscale è cresciuta dell’ 1,8 per cento, la disoccupazione giovanile si è ingigantita dell’ 8,5 per cento. Il numero delle persone senza lavoro è lievitato di 728 mila unità. La pressione fiscale sulle imprese risulta ben più elevata di quella per le famiglie: è arrivata al 68,3 per cento. Misura che vale il primato europeo e la quindicesima piazza mondiale. In Francia, dove pure non scherzano, il total tax rate sulle imprese è del 65,7 per cento. Ma in Germania scende al 46,8 per cento, per calare ancora in Spagna al 38,7 e planare nel Regno Unito al 35,5 per cento

     

    http://www.corriere.it/economia/13_giugno_10/aziende-record-burocrazia_f5d46d76-d18c-11e2-810b-ca5258e522ba.shtml

    Niente bevande alcoliche per i minori

    Con la risoluzione 18512/13, il Ministero dello Sviluppo Economico ha ritenuto che non ci possano essere interpretazioni differenti delle varie norme. Negozi e bar non possono, in generale, «fornire» bevande alcoliche ad un minorenne……..

    E’ chiarito che «il legislatore con il termine “vende” non possa che avere voluto intendere “fornire” tali bevande ad un soggetto minore di anni 18, senza distinguere tra vendita, somministrazione o consumazione, ovvero che non può esserci alcuna differenza tra il mettere a disposizione del cliente minore di età la bevanda alcolica in bar o nel negozio e quindi tra somministrazione e vendita». Il Ministero sottolinea inoltre la paradossale conclusione cui si giungerebbe «ove il termine vendita venisse inteso in senso restrittivo, ovvero con l’esclusione dal campo di operatività del nuovo divieto di somministrazione»: sarebbe vietato vendere bevande alcoliche per asporto ai minori di 18 anni, ma sarebbe lecito venderle per il consumo sul posto se compiuti i 16 anni. Ricapitolando, il Ministero specifica che la somministrazione, cioè la vendita per il consumo sul posto, è reato se eseguita nei confronti dei minori di 16 anni, è illecito amministrativo se eseguita nei confronti di soggetti di età compresa tra i 16 ed i 18 anni. La sanzione amministrativa deve essere sempre applicata nel caso di vendita di alcolici per asporto ai minori di qualunque età.

    http://www.lastampa.it/2013/04/24/italia/i-tuoi-diritti/cittadino-e-istituzioni/nessuna-differenza-tra-somministrazione-e-vendita-ai-minori-non-puo-essere-fornito-alcol-dmpDlX9fEeDG4onBBwRCvM/pagina.html