PECHINO SFIDA TRUMP SUL LIBERO COMMERCIO L’EUROPA È NEL MEZZO

dollremimSembra un mondo alla rovescia, che pare annunciare una nuova era. L’America si chiude e la Cina si propone come un campione del libero commercio, puntando a giocare un ruolo da protagonista della globalizzazione dopo l’elezione di Donald Trump. «La Cina non chiuderà la porta al mondo esterno, ma la aprirà ancora di più», ha affermato il presidente cinese Xi Jinping in Perù, al vertice dei 21 Paesi dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), promettendo un «pieno coinvolgimento» di Pechino nella liberalizzazione degli scambi internazionali. E da Lima il leader cinese ha rilanciato le iniziative (alternative) per liberalizzare il commercio nella regione dell’Asia-Pacifico, spiegando che «la costruzione di una zona di libero scambio dell’Asia-Pacifico è un’iniziativa strategica vitale per la prosperità a lungo termine della regione» da «affrontare con fermezza». È una risposta al protezionismo sventolato da Trump, per proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo. Durante la campagna elettorale il miliardario americano ha minacciato nuovi dazi contro la Cina e attaccato con violenza la partnership transpacifica (Tpp ) voluta dal presidente Barack Obama, anche per arginare l’ascesa del gigante cinese che è infatti escluso dall’intesa siglata nel 2015 tra 12 Paesi, incluso il Giappone (Trump ha inoltre promesso la morte del Ttip, il Trattato di libero scambio con l’Europa). Ma se sul piano economico-commerciale la mossa di Xi punta a riempire il vuoto del probabile abbandono del Tpp, che deve ancora essere ratificato dal Congresso Usa; sul piano geopolitico l’azione senza precedenti di Pechino punta ad attribuire alla Cina, già seconda potenza economica mondiale, un ruolo di leadership sullo scacchiere asiatico alla luce di un possibile disimpegno militare degli Stati Uniti nella regione. Inevitabilmente preludio di un nuovo ordine mondiale. Con l’Europa nel mezzo.

di Giuliana Ferraino

Corriere della Sera, 21 Nov 2016

 

http://www.corriere.it/economia/16_novembre_20/xi-sfida-protezionismo-trump-cina-leader-libero-commercio-cina-usa-scambi-tpp-f1f79bde-af04-11e6-8815-37f3520714e8.shtml

Le altre elezioni americane del 2016

elezusaMartedì 8 novembre negli Stati Uniti non si voterà soltanto per eleggere il nuovo presidente ma anche per rinnovare gran parte del Congresso, cioè il Parlamento americano: e il risultato delle elezioni per il Congresso – di cui si parla molto poco, in confronto alle presidenziali – sarà fondamentale per capire da che parte andranno gli Stati Uniti nei prossimi anni e quanto il nuovo presidente sarà in grado di realizzare le cose che ha promesso. Le elezioni del Congresso si tengono lo stesso giorno delle presidenziali ma sono una cosa separata, quindi è possibile – è successo più volte nella storia americana – che gli elettori scelgano il presidente di un partito e diano la maggioranza al Congresso a un altro partito. Se si tiene conto di come funziona il sistema istituzionale americano, si capisce perché questo esito è spesso persino probabile.

Cosa c’è in ballo l’8 novembre
Il Congresso degli Stati Uniti è diviso in due rami. La Camera dei Rappresentanti, la camera bassa, è composta da 435 deputati il cui mandato dura due anni: l’8 novembre del 2016 quindi saranno rinnovati tutti i seggi. Ogni deputato rappresenta un collegio, cioè viene eletto dagli elettori di un pezzetto di territorio americano sulla base della loro popolazione: per questo gli stati più popolosi hanno più deputati. Il Senato, la camera alta, è composto da 100 senatori: due per stato, a prescindere dalle dimensioni e dalla popolazione. Il mandato dei senatori dura sei anni, ogni due si rinnovano un terzo dei seggi; quest’anno sono in ballo 34 seggi.

Com’è oggi la situazione
I Repubblicani hanno la maggioranza alla Camera dal 2010 e al Senato dal 2014: il loro controllo del Congresso ha limitato moltissimo le ambizioni dell’amministrazione Obama, che da anni non riesce a far approvare una qualsiasi importante riforma al Congresso. Il presidente Barack Obama ha governato soprattutto utilizzando gli ordini esecutivi: atti di portata limitata ma efficacia immediata, che possono essere emanati dal presidente senza autorizzazione del Congresso ma possono anche essere annullati o capovolti con la stessa efficacia immediata da chi succederà a Obama (mentre invece, ovviamente, il processo per abrogare una legge è molto più lungo e complesso).

Cosa c’entrano le elezioni presidenziali
Le elezioni del Congresso sono separate da quelle presidenziali, e nel sistema americano non esiste un vincolo fiduciario tra presidente e Parlamento, ma dal punto di vista politico un nesso evidentemente c’è: quando si vota per il presidente, la campagna elettorale per il Congresso risente molto della campagna elettorale per le presidenziali. Un candidato presidente in grado di generare grande entusiasmo tra gli elettori porterà a votare molte persone, e quelle persone probabilmente tenderanno a votare più volentieri i candidati del partito del candidato presidente che preferiscono; un candidato che fatica a generare entusiasmo e quindi a convincere gli elettori del suo partito ad andare a votare finisce per penalizzare anche i candidati al Congresso del suo partito.

Non solo: una volta ogni quattro anni, quando le elezioni del Congresso coincidono con le presidenziali, i candidati al Congresso vengono inevitabilmente associati dagli elettori con il candidato presidente del loro partito. Uno scandalo che coinvolga un candidato alle presidenziali di un certo partito finirà per danneggiare anche i candidati al Congresso di quel partito: come minimo ne saranno messi in imbarazzo, e dovranno decidere se dissociarsi o ritirare il loro sostegno, col rischio di essere considerati “traditori” da un pezzo della base del loro partito, oppure difenderlo col rischio di mettersi in cattiva luce con gli elettori meno legati politicamente a una parte o all’altra……

 

Continua..

http://www.ilpost.it/2016/10/24/elezioni-stati-uniti-congresso/

di Francesco Costa

IlPost 24 ottobre 2016

 

 

La politica nell’era dello storytelling

Christian Salmon  spiega come i protagonisti di oggi, da Obama a Hollande, cerchino il consenso solo con espedienti “narrativi

 

images1L95JH8RSIAMO diventati tutti cannibali. Affamati di storie e colpi di scena, divoriamo i nostri rappresentanti politici come fossero oggetti di consumo, dimenticando che il piatto finale di questo banchetto funesto è la democrazia, il sistema istituzionale che abbiamo faticosamente costruito. “Il dibattito delle idee è passato dall’età della confronto a quello dell’interattivo, del performativo e dello spettrale” racconta Christian Salmon, autore di numerosi saggi su censura e narrazione.

Dopo aver pubblicato qualche anno fa l’illuminante Storytelling, Salmon torna con un nuovo libro dedicato all’assoggettamento dei politici alla narrazione e alla performance. La politica nell’era dello storytelling è un’inchiesta sulla nuova generazione di uomini pubblici, da Bill Clinton a Matteo Renzi, protagonisti di una commedia mediatica permanente che li ha lentamente resi nudi e “potenti impotenti” come scrive Salmon. “La comunicazione politica  –  continua  –  non mira più solo a formattare il linguaggio, ma a incantare gli spiriti e sprofondarli in un universo spettrale di cui i politici sono al tempo stesso performer e vittime”.

L’obbligo della “narrazione” sta uccidendo la politica?
“Quando ho scritto Storytelling volevo allertare sui pericoli della narrazione nel management, nel marketing, nella comunicazione politica. Ormai è cosa nota. Lo storytelling ha invaso le nostre vite. È una sorta di pensiero magico usato dai comunicatori, una vulgata che scredita ancora di più la parola pubblica. In questo nuovo libro analizzo gli effetti dissolventi e divoranti dello storytelling sull’homo politicus e sulla sfera pubblica”.

Siamo assistendo a una ‘cerimonia cannibale’, titolo originale del libro?
“Il dramma che si recita non è altro che il divoramento dell’uomo politico per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi duecento anni. Per l’effetto combinato del neoliberismo, le nuove tecnologie e la rivoluzione della comunicazione, la scena politica si è spostata dai luoghi tradizionali dell’esercizio del potere verso quelli performance come i media all news, Internet e i social network”.

In cosa consiste la trappola della “insovranità”?
La simbologia del potere funziona solo con una sovranità reale. La globalizzazione neoliberista e la costruzione europea hanno distrutto la sovranità degli Stati. È scomparso il legame tra l’incarnazione del potere e il potere di agire. Da un lato ci sono po- teri senza volto  –  i mercati, le agenzie di rating, Bruxelles  –  e dall’altro volti di impotenti. Lo sviluppo dei social network e dei canali all news non ha fatto altro che aggravare la situazione. Più gli uomini politici sono esposti mediaticamente, più la loro impotenza è lampante. È un circolo vizioso “.

L’uomo politico è diventato un oggetto di consumo?
Il tempo lungo delle deliberazioni democratiche ha lasciato il posto al tempo reale dei canali di informazione. L’uomo di Stato si presenta ormai più come un oggetto di consumo che come una figura autorevole: è diventato un artefatto della sottocultura di massa e non è più visto come un’istanza produttrice di norme. Un personaggio di serie tv sottomesso all’obbligo della performance”.

Esistono delle eccezioni?
“Da Bill Clinton a Nicolas Sarkozy, passando per Tony Blair, George Bush e Barack Obama, ogni capo di Stato è costretto a essere onnipresente fino a banalizzarsi, sovraesposto sotto alla lente d’ingrandimento dei media. Si crea una distanza ravvicinata persino oscena. Siamo passati dal ‘doppio corpò del Re studiato da Kantorowicz al ‘corpo aumentatò dei telepresidenti. È il corpo sudato di Sarkozy, quello spettrale di Berlusconi. È la silhouette lunga di Obama, sottile quanto un logo. Gli uomini politici diventano virtuali, angeli digitali. Subiscono fluttuazioni nei sondaggi con la stessa volatilità di un’azione in Borsa. La simbologia del sovrano scompare“.

……..
In politica, si tenta di mascherare la mancanza di autorità con il volontarismo?
“Il volontarismo è la forma che assume la volontà politica quando il potere è privo di mezzi. Viene esibita una volontà ancora più forte, raddoppiandone l’intensità, per tentare di recuperare credibilità. Ma questa prova di forza non fa altro che accentuare il sentimento di impotenza dello Stato. E si entra così in una spirale di perdita di legittimità”.

Qual è la responsabilità dei media?
“La mediasfera è il teatro della sovranità perduta. È la ribalta per uno strip-tease in cui l’homo politicus si spoglia a poco a poco dei suoi poteri, dei suoi attributi, del suo prestigio, della sua maestà, fino a perdere dignità. È il prezzo da pagare per catturare l’attenzione sempre più reticente dell’opinione pubblica. La ribalta di questo spogliarello è la televisione. In verità, l’uomo politico sta forse scomparendo al culmine della sua sovraesposizione mediatica. Parafrasando una formula di Martin Amis, direi: “He has vanished into the front page”. È scomparso in prima pagina“.

http://www.repubblica.it/cultura/2014/11/24/news/christian_salmon_la_politica_prigioniera_dei_racconti_dei_suoi_leader-101287976/

La politica nell’era dello storytelling

http://www.fazieditore.it/Libro.aspx?id=1411

 

Le promesse del G20

g22220No, Barack Obama non ha piegato le resistenze di Angela Merkel, il G20 non segna l’inizio di un ripensamento dell’euroausterity. Al massimo ha fornito legittimità a Mario Draghi per accelerare e amplificare gli acquisti di bond sul modello seguito in America. Nel comunicato finale del vertice di Brisbane c’è infatti un richiamo a politiche monetarie che contrastino le pressioni deflazionistiche». Il summit in Australia ha anche riservato un’amara sorpresa al nuovo presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Nel testo approvato dai leader c’è una chiara condanna del tipo di esenzioni fiscali occulte offerte alle multinazionali dal Lussemburgo, proprio quando Juncker ne era premier e ministro delle Finanze. Quel passaggio rilancia le polemiche sulla credibilità di Juncker appena giunto alla guida della Commissione di Bruxelles.

Mentre l’invasione russa dell’Ucraina crea nuovi ostacoli alla crescita europea e il premier britannico David Cameron paventa i «costi enormi di un nuovo conflitto glaciale sull’Europa intera..

Il comunicato del G20 annuncia uno sforzo congiunto per accelerare la crescita, i Paesi che rappresentano insieme l’85%del Pil mondiale s’impegnano a realizzare un sovrappiù di sviluppo pari al 2,1%, aggiuntivo rispetto alla tendenza attuale, di qui al 2018. Gli strumenti? Investimenti in infrastrutture, riforme strutturali per la concorrenza e nuove misure per la liberalizzazione degli scambi. «Aumenteremo il Pil mondiale di oltre 2.000 miliardi di dollari, creando milioni di nuovi posti di lavoro», promette l’accordo. Ma gli investimenti infrastrutturali non saranno necessariamente pubblici. Possono essere attivati con capitali privati, attivati grazie alle banche di sviluppo e alle organizzazioni internazionali. C’è posto dunque per il cosiddetto piano Juncker di 300 miliardi d’investimenti europei. Non significa che i Paesi membri abbiano deciso di sforare i vincoli di bilancio, come 3% di deficit/Pil. Non significa neppure che Berlino abbia deciso di rilanciare la domanda interna con fondi pubblici per le grandi opere. II nome di Juncker aleggia implicitamente nel documento finale dove si parla della «ottimizzazione fiscale delle multinazionali». E’ un eufemismo per descrivere la massiccia elusione d’imposte attraverso accordi sottobanco negoziati coi governi dei paradisi bancari e fiscali come il Lussemburgo. Lo scandalo Lux-leaks, che espone le responsabilità di Junker, ha spinto il G20 a promuovere «la trasparenza contro queste pratiche nefaste». Viene adottata una proposta dell’Ocse, che renderebbe quasi impossibili i comportamenti come quelli del Lussemburgo, costringendo i governi a divulgare alla luce del sole le con dizioni di favore pattuite con le multinazionali. Il G20 promette contro l’elusione risultati concreti e definitivi a breve termine, addirittura nel 2015  …..

 

Federico Rampini

Obama non piega la Merkel – Dai Grandi solo promesse

Repubblica 17 novembre 2014

Per il Dragone è solo uno spot

NON credo che l’accordo Cina e Stati Uniti avrà l’impatto di cui oggi tutti parlano“. Richard Brubaker, il professore americano che insegna Sviluppo sostenibile alla China Europe International Business School di Shanghai, fondatore dell’autorevole think thank asiatico Collective responsibility, è cauto. “Questo accordo non fa abbastanza “.

Perché?
L’obiettivo 2030 posto da Pechino è troppo lontano. Per quella data le emissioni cinesi saranno raddoppiate visto che la crescita delle città cinesi continua massiccia e senza regole. In Cina questo ha ormai un impatto maggiore delle fabbriche che invece erano i maggiori responsabili di emissioni 10 anni fa. Seppure Pechino dovesse raggiungere gli obiettivi: nel 2030 ci sarà il problema di India, Brasile, Bangladesh, Nigeria… Paesi che non iniziano nemmeno a porsi il problema”.

Cosa manca all’accordo per funzionare?
“Da parte cinese la comprensione di quanto sia serio il problema. E questo non perché siano ignoranti, ma perché mettono l’economia davanti all’ambiente, la politica prima della sostenibilità. Detto questo, non credo che la crescita cinese possa continuare senza una diversa relazione col consumo di energia e il conseguente impatto sull’ambiente. Non raggiungeranno gli obiettivi senza drastici cambiamenti”.

I cinesi manterranno l’impegno?
“Personalmente avrei voluto vedere un piano più concreto. Che spiegasse come ridurre le emissioni nel consumo domestico, nei trasporti, nelle fabbriche…”.

Possiamo considerarla un’operazione di immagine?
“In parte sì. A breve ci sarà la Conferenza di Parigi sul clima. Possono arrivare dicendo: abbiamo firmato l’accordo, lasciateci in pace. Possono usarlo come “brand” positivo”.

Cosa ne pensa la gente comune in Cina?
“Ne sa poco. Qui non si parla di emissioni ed effetto serra, semmai di smog. Sanno cos’è il global warming , ma l’inquinamento preoccupa per i figli, è una cosa concreta. I cambiamenti climatici sono più astratti…”.

Cinesi e americani si fidano gli uni degli altri?
“Non so se si fidano, ma di certo sono arrivati al tavolo delle trattative da prospettive diverse. L’Occidente appunto parla di cambiamenti climatici, mentre l’Oriente di inquinamento e soprattutto di energia. La Cina pensa a fonti rinnovabili anche perché non ne ha abbastanza. Se su questi due punti si troverà un linguaggio comune, bene, le soluzioni esistono. Ma temo che non ci siamo ancora”.

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/13/news/brubaker_l_accordo_cina-usa_su_ambiente_non_basta_per_il_dragone_solo_uno_spot-100437572/

 

Usa-Cina : accordo per ridurre il gas serra

serraLa corsa per fermare il riscaldamento globale accelera. Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un accordo per ridurre su base volontaria le emissioni di gas serra, finalizzato a diminuire i danni dell’inquinamento e favorire la firma di un nuovo trattato globale per rinnovare il Protocollo di Kyoto, al vertice in programma l’anno prossimo a Parigi. Così il presidente Obama, incassa un successo internazionale che gli consente di far passare in secondo piano la sconfitta subita dal suo partito alle elezioni midterm del 4 novembre scorso.

In base all’intesa bilaterale annunciata oggi da Obama e Xi Jinping, Washington si impegna a ridurre entro il 2025 le sue emissioni di gas serra di una quantità compresa fra il 26 e il 28% rispetto al livello del 2005. Pechino, invece, promette di raggiungere il massimo delle sue emissioni intorno al 2030, con l’intenzione di arrivare a questa soglia anche prima. Dal 2030 in poi il suo inquinamento comincerà a scendere, puntando sull’obiettivo di produrre il 20% della propria energia con fonti alternative non fossili entro quella data. L’impegno preso dagli Stati Uniti raddoppierà il ritmo della riduzione globale dell’inquinamento dall’1,2% annuo tra il 2005 e il 2020, al 2,3 – 2,8% nel periodo successivo dal 2020 al 2025. Per la Cina, invece, passare dallo zero al 20% di consumo energetico basato su fonti che non producono emissioni vorrà dire sviluppare tra 800 e 1.000 gigawatts con gli impianti nucleari, eolici, solari, o di altra tipologia alternativa.

Insieme Usa e Cina sono responsabili di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, e quindi il loro accordo ha un doppio valore: sul piano pratico, infatti, riduce l’inquinamento; e su quello diplomatico offre una forte spinta alle trattative in corso per rinnovare il protocollo di Kyoto, durante il vertice Onu sul clima previsto a Parigi nel 2015. Per il presidente Obama, poi, l’intesa con il collega Xi ha anche un importante valore politico, perché gli consente di ottenere un risultato tangibile subito dopo la sconfitta nelle elezioni midterm. Il primo passo verso una serie di iniziative che prenderà sfruttano i suoi poteri esecutivi, per restare rilevante e salvare la sua eredità storica.

http://www.lastampa.it/2014/11/12/esteri/stati-uniticina-raggiunto-laccordo-sull-emissione-di-gas-serra-Ch4Jqw3HLpeoNBCUV9777O/pagina.html

http://www.repubblica.it/ambiente/2014/11/12/news/gas_serra_usa_e_cina_s_impegnano_a_ridurre_le_emissioni_entro_il_2030-100336891/

 

 Il Protocollo di Kyoto e il post-Kyoto

Con il termine “Protocollo di Kyoto” si intende l’accordo internazionale sottoscritto il 7 dicembre 1997 da oltre 160 paesi partecipanti alla terza sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici (UNFCCC ). Oggetto del Protocollo è uno degli aspetti del cambiamento climatico: la riduzione, attraverso un’azione concordata a livello internazionale, delle emissioni di gas serra.

Obiettivo del Protocollo è la riduzione delle emissioni globali di sei gas, ritenuti responsabili di una delle cause del riscaldamento del pianeta, primo tra tutti l’anidride carbonica (CO2). Gli altri gas interessati sono il metano (CH4), l’ossido di azoto (N2O), l’esafluoruro di zolfo (SF6), gli idrofluorocarburi (HFCs) e i perfluorocarburi (PFCs).

 Protocollo di Kyoto ha impegnato i Paesi industrializzati ed i Paesi con economia in transizione a ridurre del 5,2%, rispetto ai livelli del 1990, le emissioni di gas in grado di alterare l’effetto serra del Pianeta entro il 2012. ….

Nel corso della 18a conferenza delle Parti dell’UNFCCC (COP 18) e dell’8a conferenza delle Parti che funge da riunione delle Parti del protocollo di Kyoto (COP/MOP 8), tenutasi a Doha (Qatar) dal 26 novembre all’8 dicembre 2012, l’impegno per la prosecuzione oltre il 2012 delle misure previste dal Protocollo è stato assunto solamente da un gruppo di Paesi (tra i quali Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia), che rappresentano appena il 15% circa delle emissioni globali di gas-serra. I 200 paesi partecipanti hanno invece lanciato, a partire dal 1° gennaio 2013, un percorso finalizzato al raggiungimento, entro il 2015, di un nuovo accordo che dovrà entrare in vigore nel 2020.

http://www.camera.it/camera/browse/561?appro=9&L’attuazione+del+Protocollo+di+Kyoto

Pesante sconfitta dei democratici nelle elezioni midterm

Pesante sconfitta per i democratici, e per il presidente Obama, nelle elezioni midterm, che rischiano di complicare la paralisi politica a Washington. I repubblicani, infatti, non solo hanno conquistato la maggioranza alla Camera e al Senato, ma hanno scardinato la coalizione che nel 2008 e 2012 aveva portato Barack alla Casa Bianca. Ora cominciano due anni molto difficili per il presidente, ormai “anatra zoppa”, che dovrà gestire il potere esecutivo da una posizione di grande debolezza, e per il suo partito, che dovrà ricostruire una nuova strategia elettorale se vuole tornare competitivo alle presidenziali del 2016.

La giornata ieri ha preso subito una piega negativa per i democratici, fin dai primi exit poll. Oltre il 50% degli elettori appena usciti dai seggi, infatti, ha detto che era scontento dei parlamentari di entrambi i partiti, ma ancora di più dell’amministrazione. Le elezioni di medio termine, in sostanza, si sono trasformate in un referendum su Obama e le sue politiche, e il risultato è stata una netta bocciatura. L’economia in ripresa non è bastata a salvarlo, a fronte delle delusioni per l’incerto lancio della riforma sanitaria, l’occupazione che balbetta, il mancato rinnovo delle leggi sull’immigrazione, il tentativo fallito di limitare la vedita delle armi dopo la strage di Sandy Hook, le crisi internazionali come quella dell’Isis, e persino la gestione dell’emergenza ebola. ……..

 

http://www.lastampa.it/2014/11/05/esteri/midterm-gli-stati-uniti-bocciano-obama-i-repubblicani-conquistano-la-camera-e-il-senato-I1k95cqaMKfc1nng9rvZmL/pagina.html

Usa: paralisi politica un rischio per tutti

midL’ECONOMIA globale è come un aereo a quattro motori di cui però ne funziona uno solo. E ora rischia di spegnersi anch’esso, con le conseguenze che potete immaginare”. Nouriel Roubini, economista della Nyu, guarda con terrore allo stallo politico che deriverebbe dal successo elettorale dei repubblicani: “Sarebbe un grosso problema per l’America e per il mondo”.

Quali sono i quattro motori?
“Cominciamo dai tre in panne. L’Eurozona è sull’orlo della recessione con la Germania che resiste agli appelli per un necessario stimolo alla domanda. Il Giappone non riesce a riprendersi neanche con il quantitative easing dalla sua interminabile crisi. E i Paesi emergenti fronteggiano problemi speculari alle situazioni che li aiutavano: i prezzi delle materie prime a partire dal petrolio sono crollati, la crescita cinese scenderà presto al 5 dal 7%, le monete stanno svalutandosi per gli annunciati rialzi dei tassi americani e la fuga verso il dollaro. Dei Brics, Brasile, Russia e Sudafrica sono già in crisi, Cina e India non rispondono più alle aspettative”.

Il quarto motore è l’America?
“Sì, più la Gran Bretagna: è l’unico sistema mondiale che cresce a livelli più che soddisfacenti, addirittura sopra il potenziale. Ma tutto si può infrangere sui risultati elettorali. La paralisi arriverebbe di fronte a una serie di riforme strutturali che devono essere approvate in fretta”.

Quali sono queste riforme?
“Innanzitutto la revisione di Medicare e Social security, la sanità e la previdenza pubblica che drenano risorse in misura crescente per l’andamento demografico e fra poco saranno insostenibili. Connesso è il problema dell’indebitamento pubblico, che richiede complessi accordi politici bipartisan, che ora saranno tremendamente difficili. Già l’anno scorso il Paese è semifallito, poi si riuscì a trovare un’intesa sui tetti debitori perché i democratici controllavano il Senato, ora non so come andrà a finire. C’è poi da regolamentare l’immigrazione, una delle promesse iniziali di Obama rimaste inevase. Lo scontro è durissimo fra i due partiti per stabilire i flussi, decidere i visti differenziati per i lavoratori a bassa o alta professionalità, controllare l’afflusso di bambini. È una questione sociale ed economica (secondo un recente studio dell’università di Los Angeles regolarizzare gli immigrati aggiunge 1.500 miliardi di dollari in 10 anni al Pil Usa più 5,4 miliardi di tasse, e alza i salari per tutti generando consumi tali da poter creare 7-900mila nuovi posti, ndr ). Non è finita: va rivista la tassazione sulle imprese per porre fine alle diseguaglianze derivanti da tasse più vantaggiose per le rendite al punto da renderle le vere beneficiarie delle misure monetarie, riorganizzata la politica energetica, migliorata l’istruzione perché tanti giovani non hanno le competenze per muoversi nell’economia globalizzata, regolato il potere delle lobby che corrompono il sistema politico, fermati i continui brogli elettorali a livello di distretti, lanciato un piano di infrastrutture che rimetta in piedi il Paese per il quale va creata una banca apposita”.

Quale di questi problemi ha più influenza sul mondo?
“Tutti indeboliscono l’America. Ma forse quello che interessa più direttamente i partner commerciali è un altro ancora: il probabile stallo nei negoziati sui due trattati commerciali per il libero scambio, uno con la Cina e l’altro con l’Europa, i cosiddetti Tpp e Ttip. Sono già trattative complesse, e il loro successo potrebbe essere addirittura decisivo per il rilancio dei commerci mondiali. Ma con il presidente “zoppo” diventerebbero quasi proibitive”. 

 

http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/04/news/roubini_paralisi_politica_un_rischio_per_tutti_senza_le_riforme_si_fermano_i_mercati-99703976/

https://twitter.com/Nouriel

 

I ricchissimi e i poveri

oxfIl crescente divario tra ricchi e poveri vanifica la lotta alla povertà estrema. È la tesi che emerge dal Rapporto sulla diseguaglianza economica globale di Oxfam, la rete di 17 Ong che lavorano con 3.000 partner in più di 100 paesi del mondo.

Dal 2009, si sottolinea nel rapporto diffuso oggi, il numero di miliardari nel mondo è più che raddoppiato, mentre 805 milioni di persone ancora soffrono la fame. Perfino in Africa, dove nella regione sub-sahariana, accanto a 358 milioni di persone in povertà estrema, prosperano 16 miliardari. Se il continente continuerà a crescere agli attuali ritmi, sottolinea il rapporto, ci vorranno più di 60 anni per portare la povertà al di sotto del 3%, nonostante che Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale – sottolinea ancora Oxfam Italia – si propongano di raggiungere questo obiettivo tra 15 anni.

Il trend descritto nel rapporto continua, tanto che tra il 2013 e il 2014, le 85 persone più ricche al mondo hanno nel loro insieme aumentato il loro patrimonio di 668 milioni di dollari al giorno. Ma per Oxfam la disuguaglianza non stimola la crescita, bensì rappresenta «un ostacolo al benessere dei più. Finché i Governi del mondo non agiranno per contrastarla, la spirale della disuguaglianza continuerà a crescere, con effetti corrosivi sulle istituzioni democratiche, sulle pari opportunità e sulla stabilità globale». 

Nel mondo, si legge ancora nello studio, 7 persone su 10 vivono in Paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è maggiore di 30 anni fa. In India per esempio, dove pur si sono ridotti i livelli di povertà assoluti negli ultimi vent’anni, l’analisi evidenzia che se il governo indiano riuscisse ad arrestare il recente aumento della disuguaglianza nei prossimi cinque anni, salverebbe dalla povertà altri 90 milioni di persone.

Anche in Italia, secondo dati Ocse, da metà degli anni ’80 fino al 2008 la disuguaglianza economica è cresciuta del 33% (dato più alto fra i paesi Ocse, la cui media è del 12%). Al punto che oggi l’1% delle persone più ricche detiene più di quanto posseduto dal 60% della popolazione, mentre dal 2008 a oggi gli italiani in povertà assoluta sono quasi raddoppiati fino ad arrivare a oltre 6 milioni. 

Ma per Oxfam porre l’attenzione sulla crescita della disuguaglianza estrema non significa puntare il dito contro i più ricchi, ma stimolare i leader globali a mettere in atto politiche efficaci per dare ai più poveri maggiori opportunità.

«Dal FMI a Papa Francesco, dal Presidente Obama al World Economic Forum – continua Winnie Byanyma – emerge un sempre maggior consenso al fatto che la disuguaglianza è una sfida cruciale dei nostri tempi e la mancanza di azione è economicamente e socialmente dannosa. Solo l’1,5% delle super-ricchezze basterebbe per garantire istruzione e sanità a tutti i cittadini dei paesi più poveri».

Tra le raccomandazioni delineate da Oxfam, la necessità che gli Stati promuovano politiche tese a garantire un salario minimo dignitoso, a ridurre il divario tra le retribuzioni di uomini e donne, ad assicurare reti di protezione sociale e accesso a salute e istruzione gratuite per i loro cittadini. L’accesso a servizi essenziali è infatti ritenuto fondamentale per rompere il ciclo della povertà tra le generazioni.

http://www.lastampa.it/2014/10/29/scienza/ambiente/focus/oxfam-il-divario-tra-ricchissimi-e-poveri-vanifica-la-lotta-a-fame-e-miseria-k3NcSvBNWFnAKnRbPrcjJI/pagina.html

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Quello che il Pil non misura

bobkNon riusciamo a sbarazzarcene. Che si parli della ricaduta in recessione che colpisce vaste aree delleurozona, o della performance economica americana ben più vigorosa sotto lamministrazione Obama. Alla fine ci aggrappiamo sempre a un dato. Il Prodotto interno lordo continua a dominare il discorso pubblico sulleconomia. Eppure questo indicatore è screditato da molto tempo. Il premio Nobel Paul Samuelson ne aveva mostrato un aspetto assurdo: con il celebre esempio dei lavori domestici. Il Pil (così come una variante più in uso nel passato, il Prodotto nazionale lordo o Pnl) è un aggregato di transazioni monetarie. Misura beni e servizi prodotti in uneconomia nazionale, purché vengano pagati. Se io sposo la mia domestica- disse Samuelson – automaticamente faccio scendere il Pil. Perché? Finché la domestica viene pagata per fare le pulizie di casa, il suo salario entra nel calcolo del Pil. Se diventa la moglie di Samuelson e continua a fareglistessi lavori domestici, ma ora li fagratis, ecco che il valore economico delle sue fatiche scompare. E la nazione sembra più povera. Unaltra critica, celebre e appassionata, è quella espressa da Bob Kennedy, fratello minore del presidente assassinato. Bob era probabilmente il più fine intellettuale in quella famiglia, un avido lettore, un pensatore originale, con valori e convinzioni progressiste più radicate rispetto a John. Il fratello maggiore da presidente lo volle al suo fianco come ministro della Giustizia. E Bob guidò unoffensiva contro la mafia, che secondo alcune ricostruzioni sarebbe poi stata una mandante degli assassini dei Kennedy. A demolire il Pil (anzi allepoca il Pnl) è dedicato il passaggio-chiave di un discorso che Bob pronuncia alluniversità del Kansas il 18 marzo 1968, tre mesi prima di morire ucciso da Shiran Shiran, mentre fa campagna elettorale per conquistare ala Casa Bianca. Per troppo tempo e in misura eccessiva-dice Bob Kennedyabbiamo sacrificato leccellenza personale e i valori comunitari sullaltare di una mera accumulazione di beni materiali. Il nostro Prodotto nazionale lordo oggi è di oltre 800 miliardi di dollari. In quegli 800 miliardi sono addizionati linquinamento atmosferico, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze che trasportano le vittime delle stragi sulle autostrade. Aggiungiamo al conteggio il valore dei lucchetti delle porte di casa, e delle prigioni dove rinchiudiamo quelli che li hanno scassinati. Addizioniamo la distruzione delle sequoie, lurbanizzazione caotica che distrugge le bellezze naturali. Nel Prodotto nazionale lordo ci sono il napalm (agente chimico defoliante usato nei bombardamenti del Vietnam, ndr), le testate nucleari, i blindati della polizia per combattere le rivolte nelle nostre città. Ci sono dentro le pistole e i pugnali, i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Invece il Prodotto nazionale lordo non calcola la salute dei nostri figli, la qualità della loro istruzione, o la serenità dei loro giochi. Non include la bellezza della poesia o la solidità dei nostri matrimoni, lintelligenza del dibattito pubblico o lonestà dei funzionari dello Stato. Non misura il coraggio né la saggezza né lapprendimento, non misura la carità né la dedizione agli interessi del paese. In sintesi: misura tutto, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci può dire tutto dellAmerica, fuorché la ragione per cui siamo orgogliosi di essere americani. Ora che il mondo è in fiamme su diversi fronti di guerra, e Obama allarga i raid anche sulla Siria, è impossibile non ricordare che la spesa bellica fu determinante per fare uscire lOccidente dalla Grande Depressione degli anni Trenta.  Più del New Deal potè Pearl Harbour

LA LEZIONE DI BOB KENNEDY AL DI LÀ DEL PIL C’È LA REALTA

di Federico Rampini Affari &Finanza

15 settembre 2014