Ma l’Italia quanto cresce davvero?

Il numero degli occupati ai massimi da quarant’anni. Il ritmo di crescita più rapido del decennio. Il principale indice di Borsa di Milano lievitato quasi del 19% in dodici mesi e rendimenti dei titoli di Stato fra i più bassi del dopoguerra, mentre il fatturato dell’export nel 2017 aumenta più che in Francia o in Germania. Accanto a tutto questo, dai partiti proposte pensate per un elettorato psicologicamente ancora in recessione: vi leviamo le tasse sulle crocchette per gatti o la tivù di Stato; vi ridiamo la pensione nel pieno delle forze con un assegno intatto; vi garantiamo un sussidio universale o un salario minimo del 15% sopra ai livelli tedeschi.
Ma l’Italia come sta veramente? Quando si guardano i mercati finanziari, o l’economia, il lavoro e gli investimenti, o l’industria del credito, oppure la finanza pubblica, la risposta è sempre la stessa: ambivalente. Se l’obiettivo era la ripresa, è stato ampiamente centrato; se era una convergenza con il resto d’Europa, allora in gran parte sfugge e si allontana anche mentre splende il sole.

Era dal 2009 che l’Italia non vedeva tassi di crescita del reddito nazionale attorno all’1,5%, al punto che ormai un ritmo simile sembra un record; eppure nel 2017 sarà ancora una volta il più basso della zona euro, mentre il ritardo sul resto dell’area molto probabilmente è destinato a restare lo stesso: quasi un punto in meno, come nel 2016. Quanto al lavoro, un milione di posti sono stati aggiunti da quando la ripresa è arrivata in Italia all’inizio del 2014; nel frattempo però il tasso di occupazione – la quota di coloro che lavorano in proporzione a coloro che potrebbero farlo – resta nettamente la più bassa dell’Unione europea dopo la Grecia, staccata anche dalla Spagna. Lo stesso vale poi per i tassi di attività, che includono chi non lavora ma almeno studia: migliorati quasi del 2% in due anni, ma i più bassi in Europa (Grecia inclusa).
Si presta a una doppia lettura anche il volto migliore dell’economia nazionale, l’export. Nel 2017 le vendite all’estero sono salite di circa l’8%, più del commercio mondiale e più che in Francia (5%) e Germania (8%). Una seconda occhiata rivela però che dal 2010 al 2016 la crescita cumulata di fatturato del «made in Italy» (+24%) era rimasta indietro non sono sulla Francia (+ 25%) e la Germania (33%), ma era stata staccata da Spagna (34%) e Portogallo (38%). L’Italia cerca dunque di recuperare terreno, non accumulare vantaggio: impresa resa più complessa dal fatto che il numero di imprese esportatrici resta quasi fermo, non si espande. Sempre la stessa élite di produttori diventa più efficiente, allargando il divario con tutti gli altri. Una delle ragioni è forse in una quota di laureati nel Paese salita dal 12% (2007) a quasi il 16%, pur restando nettamente la più bassa dell’area euro; l’Île-de-France. la regione di Parigi, ha una densità quasi doppia di giovani laureati rispetto alla Lombardia.
Una seconda ragione più transitoria della mancata crescita di scala di tante imprese è negli investimenti che in Italia finalmente salgono, ma restano scarsi: siamo al 17,2% del prodotto lordo nel 2017, mezzo punto sopra ai minimi del 2014 ma ancora ai livelli degli anni orribili 2011-2012; terz’ultimi dopo Grecia e Portogallo. Probabilmente dipende anche dal guado che il sistema bancario non ha ancora varcato del tutto: i crediti in default nei bilanci sono scesi un bel po’ ma, al 14% del portafoglio prestiti, restano (in proporzione) fra i più alti del mondo, mentre la capacità del sistema bancario di coprire queste perdite generando reddito è fra le più basse.

I miglioramenti dell’Italia – innegabili – giustificano la corsa degli indici di Borsa, ma non va letta come un assegno in bianco sul futuro: i prezzi delle azioni in rapporto agli utili restano due punti e mezzo sotto le medie europee. Né sorprende che l’incertezza politica renda lo spread dei titoli di Stato di Roma più alto anche rispetto a Lisbona. Del resto anche il debito pubblico si sta stabilizzando ma, secondo Bruxelles, l’Italia resta fra i rari casi in cui anche nel 2017 sale un po’. Non è insomma il caso di battersi il petto, né di gonfiarlo. Di sicuro il risveglio italiano deve alla ripresa europea più di quanto tanti politici ammettano. Preferiscono le promesse elettorali. Eppure il problema di queste ultime non è che saranno attuate, perché sono troppo strabilianti. È piuttosto che la politica così perde la legittimità di proporre misure più realistiche e meno seducenti dopo, quando magari non basterà più l’Europa a sospingerci.

Federico Fubini

Corriere della Sera, 11 gennaio 2018

http://www.corriere.it/economia/18_gennaio_10/ma-l-italia-quanto-cresce-davvero-fdb93d0a-f649-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

L’economia va meglio? Ecco i numeri del 2017

L’economia dei numeri e quella percepita

Ma alla fine, l’economia italiana nel 2017 è migliorata o no? E i numeri vanno d’accordo con la percezione che ne hanno gli italiani? La contraddizione è riesplosa dopo che l’Istat ha diffuso i numeri più recenti su conti pubblici ed economia: bene il rapporto deficit/pil, inflazione che si risveglia, risparmi che ritornano. Eppure il clima con il quale il Paese sta imboccando l’ultimo miglio della campagna elettorale è ben diverso: crisi, 4 milioni di italiani sulla soglia della povertà, giovani che non hanno un lavoro stabile, pensioni incerte. Insomma, la realtà percepita appare ben diversa. Cerchiamo di mettere a fuoco i numeri che possono tirare un bilancio del 2017.

I conti pubblici migliorano (per la Ue non abbastanza)

L’Istat ha reso noto che il rapporto deficit pil è stato pari al 2,1% nel terzo trimestre dell’anno appena chiuso contro il 2,4% dello stesso periodo del 2016. Si tratterebbe di un sensibile miglioramento dei conti pubblici; se calcolato su base annua il rapporto diventa del 2,3% che secondo l’istituto di statistica è la migliore performance dal 2007 . I dati sul debito pubblico italiano (vale a dire la somma di quanto si è andato accumulando negli anni) sono meno netti. Nel 2017 lo Stato ha dovuto ancora emettere per finanziare il suo funzionamento titoli per poco più di 400 miliardi di euro; secondo il Tesoro questa cifra calerà nel 2018 di circa 20 miliardi. Ma il debito pubblico italiano complessivo italiano fatica a scendere, anzi, nel 2017 ha avuto qualche preoccupante «fiammata» tanto da provocare la chiamata del vicepresidente della UE Katainen: era pari a 2018 miliardi a gennaio, era salito a 2.301 a luglio per poi calare a 2289 a ottobre. E attenzione perché nel 2018 la Bce smetterà progressivamente di acquistare titoli pubblici italiani. La pressione fiscale, infine, è calata a 40,3%, in discesa di pochi decimali.

Su Pil e industria, boom dell’export

Poco prima di Natale il presidente della Bce Mario Draghi ha reso note le cifre sul Pil italiano, che risulta in sensibile crescita: +2,4%; la previsione è che il grafico continuerà a salire anche durante l’anno nuovo raggiungendo il +2,3% . Una forte spinta è venuta dal settore industriale che secondo l’Istat a ottobre stava crescendo a un ritmo del 2,9% annuo. Nicola Nobile economista di Oxford, prevede che a fine anno il dato sarà del 3%, in linea con la velocità di crescita della Francia e superiore a quello della Germania. Non tutta l’economia però è cresciuta; a trarre vantaggio dalla congiuntura sono le imprese votate ai mercati esteri: basti dire che l’export italiano, secondo il rapporto Ice-Prometeia è cresciuto del 7,3% rispetto al 2016 (+25% le vendite sul mercato cinese). Detto questo la ripresa italiana resta complessivamente tra le più deboli dell’area euro e il pil resta ancora di 6-7 rispetto all’inizio della crisi.

Disocupazione ferma (e record di precari)

L’indicatore più controverso resta il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia a ottobre era calcolato dall’Istat stabile all’11,2%, comunque l’indice più basso dal 2012. Se si fa il confronto con il 2016, il numero dei posti di lavoro è aumentato di 303.000 unità ma la spinta principale arriva dai contratti a tempo determinato che nel 2017 in Italia hanno raggiunto il record assoluto: 2 milioni e 784 mila unità. Anche in questo caso il panorama del mercato del lavoro è a «macchia di leopardo»: secondo Unioncamere le imprese denunciano difficoltà a reperire figure professionali di alto profilo (fino a uno su cinque) mentre nel segmento di età 15-24 anni la percentuale di disoccupati balza al 35,1%. Il tasso di occupazione complessivo (58,1% della popolazione) resta tra i più bassi della Ue.

Comsumi: «miglioramento, ma fragile»

Tutto questo come si traduce sulla spesa delle famiglie italiane? L’indicatore dei consumi di Confcommercio registrava ad agosto 2017 una crescita dello 0,8% su base annua . Un dato definito «in miglioramento ma fragile». Un’altra fonte, il rapporto Coop-Nomisma prevede per il 2018 un aumento del potere di acquisto delle famiglie dell’1%. Previsione corroborate ieri dall’ottimistico dato comunicato dall’Istat, in base al quale il reddito disponibile per le famiglie è mediamente cresciuto nel 2017 del 2,1%.

Si risveglia l’inflazione (ma non la busta paga)

Negli anni ‘70 e buona parte degli ‘80 lo spauracchio dell’economia italiana era l’inflazione che galoppava in doppia cifra; negli ultimi anni il timore degli economisti era stato di segno opposto, vale a dire che i prezzi si erano completamente raffreddati, «termometro» di una complessiva sfiducia sulle prospettive di crescita. Ora l’istituto di statistica segnala un risveglio dell’inflazione che in Italia toccherà il +1,2%, un dato che mancava da anni. Peccato che l’incidenza sulla busta paga sia ancora impalpabile: Eurostat comunica che nel 2017 lil costo del lavoro in Italia sia lievitato solo dello 0,5%, contro il 2,2 della Germania e l’1,7 della Francia. In fatto di miglioramento delle retribuzioni l’Italia resta il quart’ultimo paese d’Europa (davanti solo a Finlandia, Portogallo e Spagna

Claudio Del Frate

Corriere della Sera, 5 gennaio 2017

http://www.corriere.it/economia/cards/economia-va-meglio-ecco-numeri-2017/economia-numeri-quella-percepita_principale.shtml

l mistero dei salari perduti

  C’è una cosa che accomuna Janet Yellen, Mario Draghi e gli altri colleghi delle banche centrali e non è quella che pensate: non è né l’ombra di una bolla finanziaria, né il trend delle valute. È la stessa preoccupazione che fa il giro degli uffici studi di grandi istituzioni come il Fmi, l’Ocse e la Bce e non è la prospettiva del commercio internazionale. Ci pensano sempre più spesso gli economisti di grido, a Harvard o al Mit, ma non è l’ombra della stagnazione secolare. La sorpresa è che quella preoccupazione è anche il cruccio quotidiano di Jeremy Corbyn e Susanna Camusso.

Il misterio del salario scomparso è il thriller dell’estate ed è ancora in attesa di una soluzione. Mai, nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari. Interi modelli econometrici sono costruiti sul presupposto che, quando l’economia riparte, le imprese assumono, i lavoratori diventano scarsi e, in base alla legge della domanda e dell’offerta, i salari salgono. Ma, questa volta, no: l’economia appare in buona salute di qua e di là dell’Atlantico, la disoccupazione continua a scendere, ma i salari stanno appena a livello dell’inflazione. E non va bene affatto.

Senza la spinta dei salari, l’inflazione non riesce a risalire sopra il 2 per cento e la deflazione resta in agguato. Peggio: il 70 per cento dell’economia moderna è fatto di consumi e se la gente non ha i soldi per comprare, il sistema resta, come Wile Coyote, sospeso nel vuoto. O, come ripete più solennemente Draghi, la ripresa non è in grado di sostenersi da sola. Da un anno, dunque, il dibattito economico mondiale è centrato, neanche fosse un congresso della IV Internazionale, su questo scollamento fra ripresa e salari. L’ultimo Outlook del Fmi dedica un intero capitolo alla questione, per sottolineare che ai capitalisti va sempre più grassa: la quota del lavoro sulla ricchezza nazionale è scesa dal 54 al 50 per cento negli ultimi decenni, un mutamento epocale nel rapporto di forza. I sindacati, lamentano quelli che, una volta, venivano definiti “i cani da guardia del neoliberismo” non sono stati in grado di contrastare due tendenze di fondo. Quelle che vengono subito alla mente: tecnologia e globalizzazione. Insieme sono responsabili dei tre quarti del declino del lavoro sul Pil in paesi come l’Italia e la Germania. La prima pesa, probabilmente, più della seconda: quest’anno le aziende della robotica tedesca aumenteranno il fatturato del 7 per cento e un economista, David Autor, calcola che ogni robot che entra in fabbrica cancella sei posti di lavoro (3 dentro e 3 nell’indotto).
L’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi sviluppati, ha provato ad analizzare come queste due tendenze agiscono concretamente nel mercato del lavoro. Il congelamento dei salari, ormai privi di collegamento con la produttività, è per un terzo il risultato del fatto che i posti di lavoro persi nell’industria manifatturiera vengono rimpiazzati da posti nei servizi, pagati peggio. Per altri due terzi, dalla decimazione che software e tecnologia hanno portato, in generale, in quelli che una volta erano “i buoni posti delle classi medie”: quelle occupazioni a media qualifica (dal contabile alla hostess) che stanno scomparendo sempre più in fretta. Negli ultimi vent’anni questi posti di lavoro sono diminuiti del 10 per cento, mentre sono aumentati quelle a bassa qualifica (pagati peggio) e quelli ad alta qualifica (che però sono pochi).
In Italia, basse e alte qualifiche sono aumentate del 5 per cento. L’effetto, sul mercato del lavoro, è la formazione di un “esercito industriale di riserva”, assai più ampio di quanto dicano le statistiche. Lo nota la Bce di Draghi: il tasso di disoccupazione ufficiale, nell’eurozona, è al 9,5 per cento, ma, se aggiungiamo gli scoraggiati, cioè quelli che non pensano di poter trovare un lavoro adeguato, e quelli che hanno accettato un posto part time, ma lavorerebbero volentieri di più, si arriva ad un impressionante 18 per cento. In Italia, ancora peggio, al 25. A Francoforte, sono tornati a giugno sull’argomento con un nuovo studio che illustra come funziona l’esercito industriale di riserva. In buona sostanza, spiegano le imprese, siamo in grado di “aggiustare” i salari, non tanto di chi è già dipendente, ma dei nuovi assunti.
Insomma, raccontano i ben torniti rapporti di istituzioni al di sopra di ogni sospetto di radicalismo, il monte salari non si muove perché le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso. Il futuro non sembra più confortante. Secondo due noti economisti, David Autor e Lawrence Katz, quel futuro, infatti, è delle aziende Superstar. Sono le imprese di successo, capaci di grande produttività, pochi lavoratori molto qualificati, grandi profitti. Man mano, negli Usa e in Europa, fanno fuori le altre, che hanno più lavoratori, ma sono meno produttive. I loro addetti sono ben pagati, ma sono pochi. La massa complessiva dei salari, quindi, diminuisce. Anche se per Draghi e Yellen è un problema.

MAURIZIO RICCI

 

Operai e borghesi escono di scena: ecco come cambiano le classi sociali

’Istat vuole produrre sociologia. Aveva iniziato nel Rapporto dello scorso anno con lo studio dell’avvicendarsi delle generazioni, nel 2017 però l’istituto si è posto un obiettivo più ambizioso: riscrivere e aggiornare la mappa dei principali gruppi nei quali si suddivide la società italiana. Il confronto è con l’elaborazione di Paolo Sylos Labini e con il saggio sulle classi sociali della metà degli anni 70 che classificava i gruppi a partire dai rapporti di produzione, negli anni 90 si sono imposti invece i lavori del sociologo Antonio Schizzerotto imperniati soprattutto sulla professione degli occupati. Ora l’Istat adotta per la classificazione una pluralità di caratteristiche che prendono in considerazione il reddito, l’istruzione, la partecipazione sociale, la posizione nel mercato del lavoro, l’ampiezza della famiglia, la cittadinanza e il luogo di residenza.

Il ruolo della famiglia

Per tutti questi motivi l’esperimento farà discutere animatamente sociologi ed economisti. I gruppi individuati sono nove e vale la pena elencarli per le tante novità che emergono: la classe dirigente, le pensioni d’argento, le famiglie di impiegati, le famiglie degli operai in pensione, le famiglie tradizionali della provincia, i giovani blue-collar, le donne anziane sole e i giovani disoccupati, le famiglie a basso reddito di soli italiani e le famiglie a basso reddito con stranieri.
Gli operai dunque si suddividono in due gruppi per di più «a reddito medio», la piccola borghesia sparisce così come i ceti medi di Sylos Labini, i pensionati da soli (!) danno vita ad altri due gruppi e il peso quantitativo degli impiegati è ragguardevole. Come è facile constatare poi il sostantivo ricorrente è «famiglia», non per una sorta di omaggio alla tradizione culturale italiana ma perché viene individuato come il soggetto che pur nella piena modernità continua a gestire e redistribuire gran parte delle risorse. Assorbendo peraltro al suo interno il conflitto intergenerazionale.
Cominciamo dalla classe operaia che perde la tradizionale identità collettiva che tanto ha contato nella politica del ‘900 e si divide in più gruppi situati però dentro il perimetro delle «famiglie a reddito medio». Le giovani tute blu sono un gruppo formato da poco più di 3 milioni di famiglie e 6,2 milioni di individui, hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano nell’industria, sono spesso coppie senza figli o persone sole, un grado elevato di instabilità coniugale, risiedono prevalentemente nelle regioni settentrionali. Il gruppo delle famiglie degli operai in pensione è molto più corposo (5,8 milioni di nuclei e 10,5 milioni di individui), è presente per lo più nei piccoli centri, ha quasi sempre la casa di proprietà, non ha più i figli conviventi e però dal punto di vista sanitario presenta criticità per eccesso di peso, sedentarietà e consumo di alcol.

A basso reddito

Quali sono invece i gruppi considerati a basso reddito? L’Istat ne individua ben quattro: a) famiglie con stranieri; b) famiglie povere di soli italiani; c) famiglie della provincia; d) anziane sole e giovani disoccupati. In totale fanno più di 8 milioni di nuclei e 22 milioni di individui. È interessante in questo caso sottolineare come la distanza rispetto agli altri gruppi emerga in maniera omogenea non solo se si prendono in considerazione i redditi ma anche la cittadinanza, la residenza territoriale e il (basso) profilo culturale.

Arriviamo alle famiglie che l’Istat definisce «benestanti» e sono formate da tre gruppi: gli impiegati, i pensionati d’argento e la classe dirigente. Il gruppo degli impiegati è consistente (4,6 milioni di famiglie e 12,2 di individui), è localizzato in prevalenza nel Centro-nord, possiede la casa dove abita e si caratterizza per una partecipazione attiva alla vita politica del Paese. Le pensioni d’argento (non privilegiate ma protette dalle favorevoli norme del passato) rimandano a 2,4 milioni di famiglie e per lo più a ex imprenditori ed ex dirigenti non laureati che hanno buoni consumi culturali e un forte impegno sociale.

Le vecchie élite

Infine la classe dirigente (l’Istat ha prudentemente evitato di usare il termine «élite»): ha un reddito del 70% superiore alla media e detiene il 12,2% del reddito totale. Parliamo di 1,8 milioni di famiglie capeggiate per lo più da imprenditori, dirigenti e quadri con titolo universitario che si caratterizzano per una maggiore partecipazione politica/sociale e per un «comportamento culturale pervasivo».
Con l’insieme di questa classificazione l’Istat ha operato una sorta di «seconda lavorazione» dell’enorme quantità di dati che possiede arricchendo sicuramente il dibattito sociologico corrente, anche perché fornisce materiale per una mappatura delle disuguaglianze non monopolizzata dalle sole differenze di reddito e dall’indice di Gini. Ed è sicuramente un passo avanti.

DARIO DI VICO

Corriere della Sera 17 maggio 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_maggio_18/operai-borghesi-escono-scena-istat-millennials-bamboccioni-cd9771b6-3b3a-11e7-935a-b58ef33c02e7.shtml


Rapporto ISTAT

http://www.istat.it/it/archivio/199318


 

Istat: scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia, aumentano le disuguaglianze

Non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la “persona di riferimento” è un anziano, magari pensionato. Nel Rapporto Annuale 2017 l’Istat prova a ricostruire la società italiana e a tracciare i connotati delle nuove classi sociali: molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Da opportunità nascono opportunità: i figli della classe dirigente diventano classe dirigente, i figli dei laureati diventano laureati, gli altri lasciano la scuola giovani. La classe impiegatizia si arricchisce con le attività culturali, le famiglie a basso reddito guardano la tv. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. E nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Le nuove classi sociali. “La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia”, osserva l’Istat. L’istituto però non si limita a prendere atto della disgregazione dei gruppi tradizionali della società italiana, ma ne propone una ricostruzione originale, che suddivide la popolazione (stranieri compresi) in nove nuovi gruppi: i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri, gruppi nei quali è confluita quella che un tempo era la classe operaia; le famiglie di impiegati, di operai in pensione e le famiglie tradizionali della provincia, nei quali confluisce invece la piccola borghesia; un gruppo a basso reddito di anziane sole (le donne vivono di più rispetto agli uomini) e di giovani disoccupati; e infine le pensioni d’argento e la classe dirigente. In questa classificazione incidono vari fattori, il più importante è il reddito. Il gruppo sociale più povero, quello delle famiglie con stranieri, si ferma a una spesa media di 1.697 euro; si arriva poi agli oltre 3.000 delle famiglie di impiegati e delle pensioni d’argento fino alla classe dirigente che supera di poco i 3.800 euro mensili.

Disuguaglianze sempre più cristallizzate. Una divisione nuova della società italiana farebbe pensare a cambiamenti rivoluzionari. In realtà di rivoluzionario in Italia al momento non c’è niente: è una società che cristallizza le differenze, e che da tempo ha bloccato qualunque tipo di ascensore sociale. In effetti funziona quello verso il basso, ma i piani alti sono sempre meno accessibili. Tra le famiglie con minori disponibilità economiche pesano di più le spese destinate al soddisfacimento dei bisogni primari (alimentari e abitazione), mentre in quelle più abbienti, che sono poi anche quelle con un maggiore livello d’istruzione, sale l’incidenza di spese importanti per l’inclusione e la partecipazione sociale, destinate a servizi ricreativi, spettacoli e cultura e a servizi ricettivi e di ristorazione. L’Istat ordina le famiglie per “quinti” di spesa, e il risultato è che gli ultimi due quinti spendono il 62,2% del totale contro poco più del 20% dei primi due.

E’ soprattutto il reddito a determinare la condizione sociale. Le disuguaglianze in Italia si spiegano soprattutto con il reddito, ed evidentemente con la mancanza di meccanismi di redistribuzione adeguati, a differenza di altri Paesi europei. I redditi da lavoro, spiega l’Istat, spiegano il 64% delle disuguaglianze, però una parte è determinata dai redditi da capitale, non sono solo redditi da lavoro. Le pensioni contribuiscono al 20% della disuguaglianza, e si tratta di un dato in forte crescita dal 2008, anche per via dell’invecchiamento della popolazione (nel 2008 la percentuale si fermava al 12%).

Cresce la deprivazione materiale. Risale l’indicatore di grave deprivazione materiale, che passa all’11,9% dall’11,5% del 2015. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri, con disoccupati, oppure occupazione part-time, specialmente con figli minori. La povertà assoluta riguarda invece 1,6 milioni di persone, il 6,1% delle famiglie che vivono in Italia. Però se si considerano le famiglie, e non gli individui, poiché quelle povere in genere sono famiglie numerose, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più alta, arriva al 7,6% della popolazione.

Il 28,7% a rischio di povertà o esclusione. Sono molte di più le famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale: il 28,7% della popolazione. La quota quasi raddoppia nelle famiglie con almeno un  cittadino straniero.

Occupazione di bassa qualità. L’Istat conferma l’aumento dell’occupazione, anche se sui 22,8 milioni di occupati del 2016 mancano ancora all’appello 333.000 unità nel confronto con il 2008. Inoltre, e questo spiega l’impoverimento di una parte consistente della popolazione, si tratta soprattutto di occupazione nelle professioni non qualificate (l’aumento su base annua è del 2,1%). Diminuiscono operai e artigiani (meno 0,5%). Cresce moltissimo il lavoro part-time, e quello in somministrazione aumenta del 6,4% su base annua. Il lavoro determina l’appartenenza alle “nuove” classi sociali: nella classe dirigente nove occupati su dieci svolgono una professione qualificata.

Crescita concentrata nei servizi. Nel 2016 oltre il 95% della crescita è concentrata nei servizi, settore in cui i livelli occupazionali superano di oltre mezzo milioni quelli del 2008. Prevalgono trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese: l’industria è ancora in arretrato di 387.000 unità rispetto al 2008.

Sono scomparsi i giovani. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso 1,1 milioni di 18-34 anni. Mentre al 1° gennaio 2017 la quota di individui con oltre 65 anni raggiunge il 22%, facendo dell’Italia il Paese più vecchio d’Europa. Nel 2016 si è registrato un nuovo minimo delle nascite, nonostante gli stranieri ,che sono arrivati a poco più di cinque milioni, prevalentemente insediati nel Centro-Nord.

E il 70% vive ancora con i genitori. I giovani sono diminuiti, e nonostante ciò hanno forti difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro. Ecco perchè il 68,1% degli under 35 vive a casa con i genitori, si tratta di 8,6 milioni di individui.

Il 6,5% rinuncia a visite mediche. Il reddito insufficiente influisce anche sulla salute: negli ultimi 12 mesi ha rinunciato a una visita specialistica il 6,5% della popolazione, nel 2008 la quota si fermava al 4%.

Rosaria Amato

La Repubblica, 17 maggio 2017
http://www.repubblica.it/economia/2017/05/17/news/rapporto_istat-165634199/

Se il lavoro va ai robot: un automa vale sei operai

 Chiamiamola la beffa del condizionatore d’aria “made in Usa”. La marca è Carrier, filiale della multinazionale United Technologies. Un caso ormai celebre, che Donald Trump addita come un esempio della sua azione efficace a tutela della classe operaia. A novembre, appena eletto presidente (ma non ancora in carica), Trump si occupa dello “scandalo Carrier”: vogliono chiudere una fabbrica di condizionatori a Indianapolis per trasferirla in Messico, delocalizzando a Sud del confine 800 posti di lavoro. Il presidente-eletto fa fuoco e fiamme, chiama il chief executive dell’azienda. Forse interviene la casa madre, United Technologies, che ha grosse commesse per l’esercito e non vuole inimicarsi il neo-presidente. Sta di fatto che Carrier cede alle pressioni, fa dietrofront: la fabbrica resta sul suolo Usa, nello Stato dell’Indiana. Tripudio di Trump che canta vittoria via Twitter: «Ecco come si difende l’occupazione e l’economia nazionale». Passano i mesi e il caso viene dimenticato. Fino a quando il chief executive Greg Hayes rivela ai sindacati che i 16 milioni di investimento nella sede di Indianapolis vanno tutti in robotica, automazione: «Alla fine ci saranno meno posti di prima. Dobbiamo ridurre i costi, per essere competitivi».
La morale è crudele, la vittoria di Trump si trasforma in boomerang, anche se nel frattempo l’attenzione dei media si è spostata altrove. Ma il problema è generale. L’agenzia Reuters diffonde un’indagine della PwC fra i chief executive americani, secondo cui l’80 per cento delle aziende Usa che vogliono tagliare gli organici hanno l’intenzione di sostituire uomini con robot, computer, intelligenza artificiale. Come dire: oggi l’occupazione umana viene minacciata e distrutta più dall’automazione che dalle delocalizzazioni nei paesi emergenti. L’impatto della robotica rappresenta una sfida diretta alle politiche protezioniste di Trump: rischiano di sbagliare bersaglio. Non che le multinazionali Usa abbiano smesso del tutto di trasferire fabbriche e impieghi in Messico o in Cina. Però non è più quello il motore principale dei risparmi sui costi, dei guadagni di efficienza. Se questo è vero, potrebbe deludere anche la riforma fiscale che Trump vuole dal Congresso, sempre in chiave protezionista: con l’introduzione di una “border tax” che penalizzi le importazioni dall’estero. (Per aggirare le regole del Wto ed evitare rappresaglie c’è chi pensa di costruire la “border tax”, o tassa di confine, in modo che assomigli il più possibile all’Iva europea; l’intento protezionista e discriminatorio resterebbe comunque). Magari riuscirà ad incoraggiare davvero una re-industrializzazione degli Stati Uniti. Ma le nuove fabbriche saranno popolate di computer e robot, con un’occupazione umana ridotta ai minimi termini. Si avvera quella battuta da humour nero che da anni ormai circola fra gli esperti di automazione: «La fabbrica del futuro darà lavoro a un uomo e un cane. L’uomo dovrà nutrire il cane. Il cane dovrà tenere l’uomo a distanza dalle macchine».
Una conferma autorevole arriva da una ricerca appena pubblicata da due economisti: Daren Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology e Pascual Restrepo della Boston University. Ne ha dato conto ieri il New York Times, mettendo in evidenza che Acemoglu e Restrepo hanno rovesciato completamente le conclusioni di un loro studio precedente. L’anno scorso avevano pubblicato una previsione molto ottimista, in base alla quale l’automazione industriale distruggerà posti operai dequalificati, ma li sostituirà con nuove mansioni più specializzate e meglio pagate, dai tecnici informatici agli ingegneri. È lo scenario virtuoso su cui sono basati i manuali di economia dai tempi della rivoluzio- ne industriale inglese di fine Settecento: dando torto a quei “luddisti” che distruggevano fisicamente i primi telai meccanici per difendere i posti di lavoro degli operai tessili. La “distruzione creatrice” del capitalismo, ci è stato insegnato, con l’automazione ci porta verso un mondo migliore: meno fatica fisica, più lavoro intellettuale, più benessere.
La prima ricerca Acemoglu-Restrepo però era basata su proiezioni teoriche. Quando i due economisti si sono immersi in uno studio dal vivo, raccogliendo dati sull’economia reale, le conclusioni si sono ribaltate in modo drammatico. Nel settore manifatturiero l’occupazione distrutta dall’automazione supera di gran lunga quella che viene creata. L’industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l’automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l’automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l’intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 30 marzo 2017

http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/03/30/news/ecco_quanto_pesano_sull_occupazione_un_automa_vale_sei_operai-161757530/

A due anni dal Jobs Act. Ecco il bilancio di una riforma costata 15 miliardi

ajbactE’ costato 15 miliardi, secondo l’Istat ha creato nell’ultimo anno 439 mila posti di lavoro e ha rivoluzionato le forme di tutela per chi è rimasto senza occupazione. Con l’affievolirsi degli sgravi contributivi, la spinta della riforma sta rallentando, nel 2017 la crescita occupazionale dovrebbe fermarsi allo 0,3 per cento. I licenziamenti sono in aumento. Per far decollare il mercato del lavoro ora si punta sulla produttività
I TICKET
Il governo esulta e parla di 585 mila nuovi posti di lavoro creati dall’insediamento, in buona parte dovuti alla riforma del lavoro che ha concesso forti sgravi contribuitivi alle aziende che assumono e praticamente annullato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori suoi nuovi contratti. Gli ultimi dati Istat registrano 439 mila occupati in più nell’ultimo anno, 109 mila disoccupati in meno e un primo calo anche dei Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano: sono 252 mila in meno rispetto al secondo trimestre 2015 ma rappresentano ancora il 22,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Dati positivi sui quali però, al di là del boom di contratti a tempo indeterminato, pesa anche il minor livello qualitativo del lavoro creato: nel 2015 sono stato venduti 115 milioni di voucher, i buoni per il lavoro occasionale, che nel 2010 erano appena 10 milioni.
I CONTI
Il costo della riforma del lavoro si misura sugli sgravi contributivi riconosciuti alle aziende disposte ad assumere a tempo indeterminato. Una misura che, per il biennio 2015-16, secondo la Uil vale 20 miliardi (15 nel 2015 più 4,3 nel 2016) che al netto degli effetti fiscali (i contributi fiscalizzati non sono deducibili dal costo del lavoro) diventano 15 miliardi (11,7 nel 2015 e 3,3 per 2016). Nel 2016 i vantaggi riconosciuti all’impresa si sono praticamente dimezzati e ciò ha influito sul numeri di contratti firmati. «L’occupazione è aumentata appena qualcosa in più rispetto al Pil e a quanto assicurato da un normale turn over» commenta Guglielmo Loy segretario confederale della Uil. «Valeva la pena di fare scelte più selettive, come avevamo chiesto, premiando di più chi assume donne, giovani e punta al Sud. Con i risparmi si potevano fare più politiche attive e tagliare il cuneo fiscale».
LA NASPI
Il jobs act ha rivoluzionato la rete degli ammortizzatori sociali: è cambiata la cassa integrazione che ora ha requisiti più stringenti e dura di meno (da 36 a 24 mesi); la cassa integrazione in deroga a fine anno cesserà di esistere; i contratti di solidarietà sono rimasti, ma risultano meno convenienti per il lavoratore. Dal maggio 2015 è in vigore la Naspi (che sostituisce la precedente Aspi): può durare fino a ai 24 mesi, per accedervi bastano 13 settimane di contributi versati nei 4 anni precedenti la disoccupazione e un mese di lavoro effettuato nell’ultimo anno. L’assegno è più alto rispetto alla cig, si può arrivare fino ai 1.300 euro, con decalage del 3% al mese dopo i primi tre mesi. Per parasurbordinati e collaboratori, prima non tutelati, ora c’è la Dis-Col. La Cgil è critica: «L’offerta è incongruente rispetto alla gravità del periodo – dice Claudio Treves, segretario generale Nidil – la crisi resta e la copertura si accorcia».
LA CRESCITA
I dati del ministero del Lavoro indicano una tendenza netta: nel secondo trimestre i licenziamenti hanno raggiunto quota 221.186, in aumento del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2015. Calcolare quante di queste cessazioni siano imputabili al Jobs act che – per i nuovi contratti – ha praticamente annullato l’articolo 18, è difficile. Secondo il ministero, il boom di licenziamenti, è dovuto al fatto che «sono diventate pienamente operative le norme per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco». Spiegazione che non convince i sindacati, sicuri che l’aumento sia legato ai maggiori costi che le nuove regole prevedono per le aziende che vogliono usufruire della cassa integrazione. Le aliquote per avere accesso all’ammortizzatore sono aumentate, il costo medio di un lavoratore in “cassa” sale a 80-90 euro al mese. Una ditta in crisi, senza prospettive immediate può decidere di chiudere direttamente il rapporto.
PREVISIONE OCSE
Il futuro del lavoro avanza a ritmo lento, troppo lento. La società di consulenza Prometeia stima uno stop alla crescita occupazionale: nel 2015 ha raggiunto lo 0,8% a fronte di un Pil in crescita dello 0,6. Per il 2016 l’occupazione è stimata al +1 % a fronte di un Pil che sale dello 0,7. Per il 2017, le previsioni saranno ufficializzate la prossima settimana, è calma piatta: l’occupazione aumenterà dello 0,3%. «È poco, ma non c’è il segno meno che tanti temevano con l’affievolirsi dei vantaggi contributivi» commenta Stefania Tomasini, responsabile della ricerca della società di consulenza. «I dati tengono conto della incertezza interna e del difficile quadro internazionale. Fino ad oggi ha pesato sopratutto la decontribuzione, d’ora in poi si capirà quanto ha contato la riforma del lavoro». L’Ocse, per l’Italia del 2017, prevede un tasso di disoccupazione del 10,5 per cento. In diminuzione, ma sempre sopra la media Ue.

Luisa Grion
La Repubblica 13 settembre 2016

La rivoluzione dei negozi con i prodotti made in China

MLe candeline per le torte di compleanno, le mollette per il bucato, i guinzagli per i cani, le spine elettriche, le ciabatte multipresa, gli adattatori, gli stivali di gomma, le grattugie, gli zerbini, le borse per l’acqua calda, le spazzole anti-pelucchi e ovviamente le onnipresenti cover per gli smartphone. L’elenco potrebbe continuare per righe e righe perché si stima che gli oggetti prodotti (ormai) solo dai cinesi siano almeno un centinaio. Basta girare per uno dei megastore asiatici che troneggiano alle porte delle grandi città del Nord Italia — appena 48 ore fa a Padova l’Ingrosso Cina è stato multato per oltre 1 milione di euro — per avere davanti agli occhi un catalogo di prodotti che una volta venivano fabbricati dalle Pmi italiane e oggi vengono dalla Grande Fabbrica del mondo con la scritta «made in Prc». Volendo le merci si possono raggruppare in due categorie: da una parte quelle che i cinesi producono in regime di sostanziale monopolio e dall’altra la fascia bassa di prodotti che l’Italia sforna ancora ma solo nella gamma alta (due esempi su tutti: occhiali da sole e caffettiere). Tra i tanti effetti della globalizzazione c’è anche questa sorta di informale divisione internazionale del lavoro che ha finito per penalizzare più di altri Paesi la piccola industria italiana, dominatrice in passato di questo segmento «povero» di mercato. Del resto quante Pmi italiane sono nate grazie ad operai messisi in proprio replicando pedissequamente i prodotti della casa-madre? Tantissime, una buona parte nell’industria meccanica ma anche nella plastica, nella gomma o nei metalli leggeri.

Gli aspetti singolari dell’intera vicenda sono molti. Innanzitutto la clientela è nella stragrande maggioranza occidentale e possiamo pensare che sia analoga a quella dei discount alimentari. I commessi non parlano quasi mai l’italiano, i lay out dei centri commerciali sono ampli, non c’è però un ordine riconoscibile di esposizione e le merci spesso sono ammassate. In qualche caso i cinesi per evitare furti hanno introdotto tornelli agli ingressi e telecamere nelle grandi superfici, le scale mobili — dove esistono — mostrano la loro età mentre i parcheggi fanno invidia all’Ikea. Spesso i prodotti di cui stiamo parlando non hanno mercato a Pechino o a Chendu, come la grattugia che a noi serve per il parmigiano e nessun cinese amante del tofu (morbido) comprerebbe mai. I connazionali di Xi Jinping producono quasi tutta l’oggettistica e i gadget che troviamo negli alberghi e i kit distribuiti nei convegni. Delle volte capita che a regalare penne biro cinesi sia anche qualche organizzazione che vuole stoppare l’invasione di prodotti asiatici. La posizione di monopolio non viene però utilizzata — come sostengono i classici del business — per alzare i prezzi, anzi.

 

Il costo dei prodotti in discussione non supera mai i 10 euro, la maggior parte è addensata sotto i 5. Il nastro adesivo per pacchi costa un euro, il guinzaglio per Fido costa 2 euro (una ditta italiana si ostina a produrlo ma lo vende a 15 euro), la grattugia 4, un set di forchette/coltelli/cucchiaini 2, un thermos 4, un ombrello a 4, il portamonete 2, la soletta per le scarpe anche 0,90. È il trionfo dell’usa e getta mentre noi celebriamo le virtù dell’economia circolare — dallo spreco al valore — i prodotti cinesi fanno l’inverso perché la spesa è cosi contenuta che si ripaga anche se l’oggetto viene utilizzato una volta solo. E mentre la cultura del commercio occidentale ricerca la massima profilatura del cliente per stanarlo meglio, i cinesi hanno una sola strategia. Abbassare il prezzo. Secondo gli artigiani della Cna l’effetto di questa silenziosa penetrazione è stato devastante perché le Pmi italiane non avevano nessuna chance di competere in quantità e prezzo. Le cererie sono scomparse completamente, stessa sorte per le ombrellerie del Piemonte e della Brianza tranne quelle che sono riuscite a scavarsi una nicchia di qualità, nelle ferramenta i cinesi hanno sfruttato il loro know how nelle biciclette e primeggiano anche nei fuochi d’artificio e nei gadget per le feste. Gli asiatici hanno sfondato anche negli abiti da sposa, sono in grado di venderne uno più che dignitoso a 50 euro (contro prezzi italiani a 1.000 euro). «Ci battono sui materiali perché sono un Paese ricco di materie prime e poi sono in grado di fare le prime lavorazioni a costi della manodopera che per noi sono incredibili» aggiungono alla Cna.

È chiaro che visto da un economista il processo di sostituzione di offerta cinese a produzione italiana è nient’altro che distruzione creativa — nelle province di Padova e Venezia secondo la Cna dal 2009 al 2015 le imprese a titolare italiano sono calate del 12,6% e le cinesi salite del 40,6% — perché ha fatto pulizia di una fascia di aziendine inefficienti e che non avrebbero saputo nemmeno da dove iniziare per innovare. Probabilmente è così ma un tributo all’avanzata asiatica l’Italia l’ha pagato in termini di occupazione. La risposta del nostro associazionismo d’impresa al dilagare delle merci cinesi punta innanzitutto a denunciare l’assenza di standard legali e qualitativi, specie per i giocattoli o i prodotti che vanno a contatto della pelle. «Altroconsumo» ha parlato addirittura di presenza di amianto tra le pareti dei thermos low cost e di recente la Confindustria Ceramica ha allargato l’iniziativa suonando l’allarme per la scadenza dei dazi doganali europei sull’importazione di ceramiche e i rischi di «un nuova invasione di piastrelle cinesi sottocosto». Nessuno però in fondo si illude e pensa che si possa tornare indietro, al massimo si spera di far diga. Di evitare che il monopolio giallo si allarghi.

di Dario Di Vico (ha collaborato Diana Cavalcoli)

Corriere della Sera 31 agosto 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_agosto_31/rivoluzione-negozi-cina-8eb96c86-6ee6-11e6-adac-6265fc60f93f.shtml

Se il lavoro non si ritrova più “Sono undici milioni in Europa”

labbIn Europa più di 22 milioni di persone verrebbero lavorare, ma non gliene viene data la possibilità. Molti di loro, quasi la metà, ci sta provando da oltre un anno, ma senza alcun successo. Si chiama disoccupazione di lungo periodo e, a chi ci capita dentro, fa molto male. Quella di questi anni, coinvolge soprattutto gli uomini, lavoratori “maturi” e figure senza elevati titoli di studio. Ma ora tiene trattenuti nelle morsa anche le figure intermedie, quelli con un’elevata specializzazione e i giovani.

A rilanciare la preoccupazione per la disoccupazione di lungo periodo è il rapporto della Fondazione Bertelsmann Long-term Unemployment in the EU: Trends and Policies. Lo scenario di quel che accade nel Vecchio Continente non è uniforme e vi si sovrappongono aree dove il mercato del lavoro è più dinamico a altre zone dove invece prevale lo stallo determinato dalla Grande Recessione. Nella classifica europea dei paesi più colpiti c’è anche l’Italia, dopo nazioni come Grecia, Spagna e Portogallo.

I segmenti più colpiti. Per lo più, a essere trattenuti nella trappola della disoccupazione di lungo periodo, sono sia i lavoratori con un basso livello di specializzazione (il 41 per cento), sia quelli con un livello di formazione intermedia (41 per cento). Ma nessuno si può ritenere esente da questo rischio e da questa esperienza da cui è sempre più difficile uscire fuori. Tra coloro che non riescono a ritrovare un impiego da oltre dodici mesi, ci sono anche quelli che hanno un elevato livello di specializzazione (il 18 per cento).

La disoccupazione di lungo periodo sta colpendo soprattutto quei lavoratori maturi e quelle persone coinvolte dai processi di ristrutturazione che hanno attraversato un elevato numero di aziende. Fenomeni che hanno coinvolto i settori in declino e le figure la cui presenza tende a scendere sempre più all’interno degli organici aziendali.

I giovani in trappola. Ma non solo lavoratori maturi. Tra coloro che fanno molta fatica a trovare un impiego ci sono anche i giovani. Da soli, gli under 24, rappresentano un sesto dei disoccupati di lungo periodo. Gli autori del rapporto sottolineano come sia allarmante che in paesi severamente colpiti dalla crisi, la disoccupazione di lungo periodo sia divenuto un problema permanente per molti giovani.

Tra le nazioni con i più elevati tassi di disoccupazione di lungo termine tra i giovani, ci sono l’Italia, la Grecia, la Croazia e la Slovacchia. La situazione giovanile è migliore invece in Finlandia, Danimarca e Svezia, dove in ciascuno di questi paesi la quota della disoccupazione degli under 24 non supera il 10 per cento del totale dei senza lavoro.

Poca carriera e poca fiducia. Rimanere senza impiego per molto tempo può avere effetti negativi molto seri sulle prospettive professionali dei giovani e incrementare i rischi di esclusione sociale. Gli autori del rapporto della Fondazione Bertelsmann sottolineano come trascorrere un prolungato periodo senza alcun impiego non solo influisce negativamente in maniera molto decisa sulla qualità della vita e sul benessere psicologico di un giovane, ma anche minaccia in maniera significativa le possibilità di intraprendere percorsi professionali di qualità e salire lungo la scala gerarchica aziendale. Senza contare, per altro, la riduzione di fiducia nelle istituzioni che rischia di colpire intere classi generazionali.

La Repubblica 20 giugno 2016

http://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2016/06/20/news/disoccupazione_lungo_periodo_giovani_europa-142421273/?ref=HRLV-6

Fondazione Bertelsmann

https://www.bertelsmann-stiftung.de/en/publications/publication/did/long-term-unemployment-in-the-eu/

 

QUELLA GENERAZIONE DI GIOVANI CHE POTREMMO PERDERE

millnnllss… Le preoccupazioni di questi giorni per il futuro incerto delle pensioni dei millennial e per gli alti tassi di disoccupazione giovanile ci hanno ricordato che in Italia vive una generazione perduta. Ma la lost generation di Hemingway che usciva a pezzi dalla Grande Guerra non c’entra. Oggi in Italia si combatte una guerra del tutto diversa: la contesa generazionale sul lavoro e le risorse (scarse) del sistema di welfare.

I giovani italiani sono una generazione perduta innanzitutto nelle statistiche.
Quelle sulle nascite, di cui abbiamo una solida serie storica che parte dal 1862 (il Regno d’Italia aveva un anno di vita e la capitale era Torino), dicono che nell’ultimo anno sono nati solo 488mila bambini, ovvero il minimo storico da quando disponiamo di dati affidabili (il 1862, appunto). In altri termini, non si sono fatti così pochi figli neanche in tempo di guerra, quando gli uomini stavano al fronte e sulle città cadevano le bombe (ne erano nati 676mila nel 1918, 821mila nel 1945). E siamo precipitati a meno della metà rispetto al picco storico recente (correva l’anno 1964: 1 milione e 35mila nati). Già nel 1972 eravamo scesi sotto la soglia delle 900mila unità, nel 1977 sotto le 800mila, nel 1979 sotto le 700mila, dal 1984 in poi non abbiamo mai recuperato quota 600mila e il 2014 è stato l’ultimo anno sopra i 500mila. La curva delle nascite si piega inesorabilmente nonostante il grande aumento nel corso del tempo della popolazione (ci sono state più persone che potenzialmente potevano fare figli), nonostante i progressi della medicina (le morti al momento del parto sono oggi un evento raro, la medicina riproduttiva consente ormai di fare miracoli), nonostante il contributo della popolazione straniera stabilmente residente nel nostro paese (il tasso di fecondità delle donne immigrate è più elevato di quelle italiane).
È una deriva ineluttabile, si dice: in Occidente va così, ormai. Ma è falso. In paesi a noi molto vicini, ma meno fatalisti di noi, non c’è stata una emorragia di questa portata.
Le coorti di giovani alla base di quella che non ha più alcun senso geometrico chiamare “piramide demografica” non sono così esangui: lì i giovani non sono una specie in via di estinzione. In Italia gli under 30 costituiscono il 29 per cento della popolazione, in Francia superano il 36 per cento, nel Regno Unito sono il 37 per cento. E la Germania, che è stata afflitta come noi da una grave riduzione delle nascite, ha però messo in campo misure efficaci per attrarre giovane capitale umano da altri paesi.
La denatalità, insieme alla senilizzazione della popolazione, definisce i contorni di un fenomeno talmente nuovo che i demografi non dispongono nemmeno di un termine appropriato per nominarlo: qualcuno ora prova con “degiovanimento” (il contrario di ringiovanimento).
I sociologi dei consumi, invece, hanno prima blandito i giovani sezionandoli in tribù e sottocategorie (la generazione Z fino a 20 anni, i millennial fino a 34, analizzati al microscopio rispetto alla generazione X che va dai 35 ai 49 anni, i baby boomer dai 50 ai 64, gli aged oltre i 65), sostenendo che erano loro i big spender e i
trendsetter del mercato. Salvo poi accorgersi che, in realtà, sono gli anziani il vero motore dell’economia, semplicemente in ragione della capacità di spesa legata a redditi sicuri e stabili nel tempo e in ragione della loro ricchezza patrimoniale accumulata negli anni passati.
Prendi l’anno 1951, quando l’Italia preparava il miracolo economico, e il confronto è impietoso. Allora gli italiani erano 47,5 milioni: 14 milioni avevano meno di 18 anni e 13 milioni avevano tra 18 e 34 anni. Oggi, invece, su quasi 61 milioni di abitanti, gli under 18 sono 10 milioni e i giovani di 18-34 anni sono 11 milioni. In sessantacinque anni, mentre la popolazione complessiva aumentava di 13 milioni di unità, abbiamo perso 5,7 milioni di giovani.
Insomma, nell’Italia del miracolo economico i giovani con meno di 35 anni erano il 57 per cento della popolazione, nell’Italia del letargo si sono ristretti al 35 per cento.
Rispetto agli anni ’50, il boom degli ultrasessantacinquenni è dirompente: sono aumentati di 9 milioni. E se nel 1951 i grandi vecchi over 80 erano 622mila, oggi sono poco meno di 4 milioni. Se le persone con più di 90 anni erano solo 28mila, oggi sono 666mila. E se gli oldest old, i centenari, allora erano una rarità (in quell’anno se ne contavano 165 in tutto), adesso sono diventati un esercito di quasi 20mila persone.
Tutti questi dati ci piombano in un bel paradosso. Quello di un mercato del lavoro che tiene alla porta una generazione di giovani che, rispetto a tutte le generazioni che li hanno preceduti, mai prima d’ora sono stati così istruiti (il tasso di laureati tra loro è senza precedenti), mai prima d’ora sono stati così dotati di competenze specifiche possedute in modo pressoché esclusivo (rispetto ai quasi analfabeti digitali più vecchi di loro), mai prima d’ora sono stati così aperti alla globalità (hanno una conoscenza delle lingue straniere, ad esempio, superiore a quella di chiunque altro li ha preceduti).o choosy. Secondo ragione, sono tutti fattori altamente spendibili in termini occupazionali. Ma il mercato del lavoro, invece di approfittarne, per quanto li riguarda ristagna nella dissipazione del capitale umano che non si trasforma in energia lavorativa, scoraggia gli inattivi e i sottoinquadrati, è flagellato da tassi di disoccupazione giovanile che non riescono a scendere a livelli tollerabili malgrado l’introduzione del Jobs act e degli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni.
Il cavallo non beve.
Mentre nella ridotta di Palazzo Chigi ora si studiano ipotesi di flessibilità in uscita e di “staffetta generazionale”, per riacciuffare quei pochi talenti in fuga, nella cronaca il problema sembra ammantato da una coltre retorica che vorrebbe i giovani tutti interessati a un impiego (magari autonomo) nel mondo delle app e startup. Come se fosse vero che tutti i giovani possano trovare lavoro in una iniziativa imprenditoriale nelle piattaforme digitali, che sia creativa e innovativa, magari in grado di rivoluzionare il mondo. Come se non fosse vero che una startup su mille ce la fa e tutte le altre falliscono nel giro di una manciata di mesi.
A voler tirare le somme con onestà, bisogna riconoscere che lo scarso peso demografico dei giovani si traduce automaticamente in una scarsa incidenza politica. Molto prosaicamente, i giovani sono pochi: per questo non contano. Chi rappresenta, poi, i loro interessi? “Rappresentanza” è una parola che, mi rendo conto, rischia di apparire desueta nell’epoca della disintermediazione, in cui uno vale uno e non c’è aggregazione identitaria (men che meno ideologica) che tenga. Però il problema rimane (i pensionati, almeno, hanno in mano la metà delle tessere sindacali, per quello che oggi possono valere).
Se i giovani devono mangiare futuro, come vuole l’assunto biologico, le scelte politiche dovrebbero essere lungimiranti, strategiche, programmatiche, anziché rimanere intrappolate in un presentismo che garantisce consenso. Ma i millennial che hanno diritto al voto sono 11 milioni (e negli ultimi quindici anni sono diminuiti di oltre 17 punti percentuali: 2,3 milioni in meno) rispetto a un corpo elettorale fatto di quasi 50 milioni di persone: numeri bassi da contendersi nel mercato elettorale. Chi scommetterebbe su una componente sociale (elettorale) ridotta al lumicino e che si va ulteriormente eclissando? Così, il cerchio si chiude al punto di partenza: sulle statistiche della generazione perduta. Non si tratta di mettere un cartello in cima allo stivale con su scritto “AAA Cercasi giovani”. Ma almeno non riduciamo la questione a un giovanilistico hashtag (#AAAcercasigiovani).
Massimiliano Valeri
L’autore è direttore generale del Censis
La Repubblica  31 maggio 2016
Il Censis
http://www.censis.it/1

Le cinque incognite

euromigrLe sfide dell’immigrazione, fenomeno inevitabile che va governato al meglio. La ripresa che c’è, ma è troppo debole. Le sanzioni alla Russia che vedono l’Unione divisa. E poi due spettri, Grexit e Brexit, e i timori per ciò che potrebbero scatenare. Ecco i cinque capitoli che minano l’Europa.

 

 

 

GREXIT- LE INCERTEZZE DIETRO AL PIANO

Christine Lagarde, direttore del Fmi, non vuol più sentir pronunciare la parola Grexit, sigla che sintetizza la possibilità di uscita della Grecia dall’Unione. Però allo stesso tempo ammette che «la capacità di Atene di promuovere e rivendicare la proprietà delle misure di cui aveva bisogno è stata sopravvalutata». Dal 2010 a oggi la repubblica ellenica è stata spesso sul punto di lasciare il club di Bruxelles, spontaneamente o buttata fuori dai falchi teutonici. Nell’agosto scorso si è disegnato, a fatica, il piano per riportare il paese e la sua economia sul binario giusto. Oggi siamo ancora qui a parlarne, con la liquidità custodita all’ombra del Partenone che basta a rispettare gli impegni, nazionali e internazionali, sino a giugno. E poi? Serve un accordo per erogare il resto dei miliardi stanziati da Bruxelles con la Bce, soldi che potrebbe arrivare a ore, come no. Se si fallisce, può risaltare tutto. Se si ritarda, potrebbero aversi effetti sul referendum inglese e magari scatenare una bella tempesta sovrana che potrebbe indebolire chi ha più debito. L’Italia, per esempio. Livello di rischio: 5 su 10.

BREXIT- IL PERICOLO SGRETOLAMENTO

Si corre sul filo del rasoio. L’ultimo sondaggio diffuso dal Times sostiene che i «sì all’Europa» e «no all’Europa» sono al 39%, con gli indecisi fotografati al 17%. Finale incerto, più che mai. La macchina pro Ue spiega i pericoli dello star fuori a elettori che voteranno più con la pancia che con la testa. Chi vuole un muro in mezzo alla Manica attacca gli sprechi europei e professa le (dubbie) glorie del ritorno alla piena sovranità nazionale. Il Fmi stima che un voto «contro l’integrazione economica globale rischia di bloccare, se non di invertire, il trend del dopoguerra e rapporti commerciali ancora più aperti». Un rapporto Votewatch sottolinea la schizofrenia britannica, raccontando l’isola come lo stato che ha perso più voti in Consiglio dei ministri, ma anche quello che ha appoggiato il 97% delle decisioni; il socio Ue che ha perso potere negli anni in seno all’Europarlamento, ma che ha guadagnato influenza conquistando poltrone rilevanti. L’ipotesi Brexit sancirebbe la mortalità dell’Ue e creerebbe un precedente. L’unione potrebbe spezzarsi o cambiare forma. Ogni scenario negativo diventerebbe possibile. Livello di rischio: 8 su 10.

ECONOMIA – LA RIPRESA DEBOLE

La ripresa c’è, ma è debole. Troppo debole per cambiare gli umori. Nell’Eurozona i disoccupati restano oltre il 10%, ma se si guardano i giovani, sedici paesi dell’Unione passano il 20, con Grecia e Spagna in area 50, e l’Italia non lontana. Chi non ha, dispera di potersi salvare; chi ha, ha paura di perdere la sicurezza. Il populismo costruisce consensi sulla paura e la paura è merce a buon mercato. «I rischi per l’economia continentale sono al ribasso», ammette la Commissione Ue. Si è incrinata la fiducia, per mancanza di politiche, più che per le politiche adottate. È sparita la leadership, ci si è impiccati ai dogmatismi. Il terrore di sbagliare ha tenuto fermi i governi e le soluzioni, creando spazi per chi gioca contro. La Bce si è sostituita alle capitali e non potrà essere per sempre. Occorrono investimenti e sostegni comuni al ciclo che non scardinino i conti pubblici. Senza risposte, senza più soldi in tasca, senza prospettive, i cittadini si rivolteranno contro l’entità che reputano colpevole di tutto ciò. Non il loro governo, bensì i non meglio precisati «eurocrati di Bruxelles». È più facile anche se fa più male. Livello di rischio: 7 su 10.

MIGRAZIONI – OCCHI PUNTATI SULLA TURCHIA

I flussi dalla Turchia alla Grecia sono calati ai minimi. Ma non quelli verso la mezzaluna e intorno al Mediterraneo. La rotta che congiunge la Libia all’Italia è tornata ad affollarsi. La gente continua a scappare dalle guerre e inseguire un mondo migliore, cioè l’Europa. Dall’inizio dell’anno sono arrivate 179.552 persone, due volte la popolazione di Alessandria. L’Ue deve trovare un modo per controllare l’onda e ridurne il peso. Vuol dire mostrare solidarietà, quindi accoglienza. Vuol dire essere responsabili, dunque rispedire indietro chi non ha diritto di restare, e controllare bene le frontiere. Deve funzionare l’accordo coi turchi, costato 6 miliardi e parecchie concessioni in cambio dello stop ai flussi. Se non va, gli sbarchi riprenderanno copiosi, nella nostra penisola come nelle isole greche. Sarà il fallimento del modulo comunitario, probabilmente sancito in tutte le elezioni che verranno dall’estate in poi. L’insicurezza diffusa anzitutto per ragioni economiche, si materializza nella paura dell’altro e del diverso. Se si andrà troppo oltre, l’Europa annegherà nella sfiducia. Livello di rischio: 8 su 10.

RUSSIA – PAESI DIVISI SULLE SANZIONI

Scadono con giugno le sanzioni russe per la guerra civile in Ucraina. L’Ue ha ritenuto determinante il ruolo di Mosca nel generare le turbolenze che hanno scosso l’ordine nell’ex repubblica sovietica e portato al conflitto nelle sue regioni orientali. Per questo ha inferto allo Zar Putin una serie di sanzioni economiche che hanno fatto male alla Russia, non però senza danneggiare alcuni settori interni, come l’agricoltura. Bisogna decidere se rinnovare la linea dura. La condizione per sospendere le sanzioni è che il pieno rispetto degli accordi di Minsk, con il cessate il fuoco e il ritiro dei russi, cosa che non è ancora successa. Gli europei sono divisi: c’è il fronte del dialogo, più o meno scoperto (comprende l’Italia); e c’è quello del «niet», che abbraccia l’intera blocco centrorientale. Litigio in vista probabile, servirà un compromesso davvero abile. L’esito di un litigio non sarebbe mortale, sebbene le ferite potrebbero essere profonde. In particolare nei Paesi che alla parola «Russia» provano un’incontrollabile pelle d’oca. Livello di rischio: 6 su 10.

Marzo Zatterin

Le cinque incognite che mettono a rischio il futuro dell’Unione europea

La Stampa 20 aprile 2016