Biglietti aerei, il prezzo dipende da un algoritmo

L’intenzione è concedersi una pausa a New York. Partenza il 6 novembre, ritorno otto giorni dopo: 382 euro, tasse incluse, calcola l’app sul telefonino mentre la metropolitana è ferma in una zona periferica di Milano. Pochi minuti dopo si tenta l’acquisto, stavolta dal computer di lavoro, in pieno centro: 421 euro per lo stesso volo, la stessa classe. «Uno potrebbe pensare che intanto qualcun altro ha prenotato, riducendo i sedili liberi a disposizione e incrementando il valore dei biglietti successivi», sintetizza un manager di una grande compagnia aerea europea. «Ma la verità è che l’algoritmo del vettore ha fatto un’analisi più sofisticata: ha notato che il viaggiatore, una volta davanti alla scrivania, si trova in un’area dove il reddito medio è elevato — il centro città — e gli orari sono quelli di ufficio, quindi magari la trasferta è per motivi professionali e a pagare sarebbe l’azienda».

I big data

L’ambito è l’«airline revenue management». Tradotto in modo esplicito: dimmi dove ti colleghi, quando e con quale dispositivo così potrò stabilire il prezzo massimo che riesco a farti pagare. Il tutto grazie ai big data, l’ammasso di informazioni digitali raccolte da ogni tipo di fonte possibile e incrociati tra loro. «È una versione moderna del rivenditore di auto», commenta Rafi Mohammed, noto consulente sulle strategie di prezzo, nell’ultimo numero della rivista Harvard Business Review. Se a quelli bravi «bastano uno sguardo all’abbigliamento, domande sulla residenza e sulla professione e un paio di battute per intuire quanto può spendere al massimo per un veicolo ogni singolo cliente», allo stesso modo funzionano anche gli algoritmi elaborati per conto di alcune compagnie aeree e motori di ricerca dei viaggi.

La «discriminazione»

Mohammed racconta come la discriminazione tariffaria abbia colpito anche lui. «Quando ho usato l’app di Orbitz per un pacchetto vacanza nella Grande Mela mi dava un prezzo, ma quando ho deciso di acquistarlo, da un computer, la cifra era più alta del 6,5%». La società ha spiegato che la variazione dipende dalla fluttuazione tipica della domanda e della risposta. Ma l’esperto ribatte: «A parità di servizio a certi utenti vengono mostrati prezzi diversi dagli altri». Ufficialmente i vettori, grandi e piccoli, smentiscono. Ufficiosamente diversi di loro decidono i prezzi usando i big data per massimizzare il profitto all’interno di una stessa classe di volo. «In una Economy ci sono quindici diverse fasce di prezzo», spiega il manager della compagnia aerea. Così il viaggio da Milano a New York, a parità di sedile, può costare 300 o 900 euro.

Come funziona

La geolocalizzazione dell’utente è una delle voci più importanti: questo tipo di algoritmo, infatti, è così sofisticato che riesce a differenziare il prezzo per l’utente incrociando i dati del suo posizionamento — in centro o in periferia, in città o in campagna, al Nord o al Sud — con le fasce di reddito relative di ogni area. Il dispositivo elettronico è un’altra variabile rilevante: su tablet e smartphone compare un prezzo diverso — di solito più elevato, a parità di località — rispetto al computer. Così come influisce sul costo finale anche il sistema operativo: iOs, di Apple, è considerata appannaggio della fascia medio-alta di una popolazione a differenza di Android, che verrebbe utilizzato di più da chi ha una capacità di spesa inferiore. Poi c’è la questione tempo. Le prenotazioni nei primi cinque giorni della settimana tendono a vedersela con tariffe più elevate: l’algoritmo ipotizza si tratti di trasferta di lavoro. Da venerdì sera a domenica sera la media si abbassa: l’incrocio dei big data immagina che si tratti di un viaggio di piacere o di un’esigenza famigliare.«Bisogna chiedersi a questo punto se questa personalizzazione dei prezzi sia etica — ragiona Mohammed —, anche perché può produrre, senza volerlo, risultati ingiusti».

Leonard Berberi

Corriere della Sera, 28 ottobre 2017

http://www.corriere.it/cronache/17_ottobre_28/voli-se-algoritmo-ti-alza-19135ce6-bb50-11e7-8ef5-94a13146dc45.shtml

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Sigarette: business record, nonostante i divieti

Immaginate un’industria costretta a vendere i suoi prodotti quasi clandestinamente, senza pubblicità, per farli consumare in luoghi appartati, in terrazza o sulla strada. Immaginate che la stessa industria debba pagare risarcimenti da centinaia di miliardi di dollari, che si veda gravare di tasse fra il 40 e l’80% del prezzo, che veda crollare le vendite, svanire i clienti più ambiti, quelli ricchi. Un disastro, quello attraversato, negli ultimi venti anni, dalle multinazionali delle sigarette. Da cui però Big Tobacco è uscito benissimo, fresco, pimpante, in piena salute: non ha mai incassato così tanto, le Borse si contendono le sue azioni e i profitti crescono a vista d’occhio.

Le innovazioni non c’entrano: le sigarette elettroniche o senza combustione sono una quota minima delle vendite. Qui parliamo delle vecchie, tradizionali sigarette. Il loro mistero economico è racchiuso in due dati. Il primo è quello di quante sigarette vengono vendute nel mondo. Circa 5 mila miliardi di “pezzi” nel 2001, saliti a 5 mila 750 miliardi nel 2012, bruscamente scese a 5 mila 500 miliardi negli anni successivi. Ma il fatturato non ne risente: cresce indisturbato da 350 a 700 miliardi di dollari dal 2001 ad oggi. Grazie anche a un brutale processo di concentrazione: le 5 maggiori multinazionali controllavano il 43% delle vendite globali nel 2001, oggi sono all’84%. Per metà, è un affare interno alla Cina: la China National Tobacco è il colosso statale che serve il più grande mercato del mondo. Il resto del mercato si divide fra Philip Morris (Marlboro), Bat (Lucky Strike), Japan Tobacco (Camel), Imperial (Gauloises). Ma la concentrazione non basterebbe: il segreto è nella capacità di comandare i prezzi, compensando il calo delle vendite.
Negli Usa, il numero di sigarette vendute è crollato del 37% negli ultimi 15 anni. Ma la realtà è che gli americani spendono oggi in sigarette più di quanto facciano per bibite e birra: il fatturato è aumentato del 32%. Quasi 100 miliardi di dollari, un settimo del mercato mondiale. La leva è il costo di un pacchetto, raddoppiato rispetto al 2001. E le tasse restano, per gli standard europei, basse. Non bisogna guardare New York, dove siamo ai livelli italiani (76%): l’America è grande e, nella media nazionale, le tasse incidono sul costo di un pacchetto per il 42%.
Risultato? I profitti di Big Tobacco, nel paese che più lo ha perseguito, sono aumentati del 77%. Nello stesso periodo, i prezzi delle sue azioni sono aumentati tre volte di più del resto della Borsa.

MAURIZIO RICCI

La Repubblica, 25 aprile 2017

Il carbone surclassa oro e diamanti

crbIl 2017 inizia (finanziariamente parlando) con una pessima notizia per la Befana: le consegne di carbone, quest’anno rischiano di costarle un occhio della testa. La colpa è dei mercati delle materie prime che – dopo quattro anni di crisi – le hanno giocato un brutto scherzo: i prezzi sono tornati a salire. Non solo. Invece di correre dietro ai classici metalli preziosi, il mondo – scommettendo sulla ripresa della Cina e sul piano di investimenti infrastrutturali di Donald Trump– ha riscoperto all’improvviso i prodotti industriali meno nobili e più bistrattati. È decollato lo zinco (+60% in dodici mesi), balzato del 30% l’umilissimo stagno, sono cresciuti rame (+16%), alluminio e nickel. Ma la superstar assoluta del 2016 è stato proprio il carbone da coke, quello usato per la siderurgia e per i regali ai monelli del 6 gennaio, che ha surclassato oro e diamanti chiudendo il 2016 con un rialzo delle quotazioni del 300%.
Gli ultimi dodici mesi andranno comunque agli annali come l’anno della riscossa di quasi tutte le materie prime.

Il petrolio è il simbolo della svolta. A febbraio scorso galleggiava attorno ai 26 dollari al barile, il minimo dal 2003. Poi è successo il miracolo. I litigiosissimi paesi dell’Opec– dopo otto anni di discussioni inconcludenti – si sono accordati per un taglio alla produzione di 1,7 milioni di barili al giorno. E sono riusciti (altro mezzo miracolo) a convincere la Russia e i produttori fuori dal patto ad adeguarsi alla scelta. Appena il mercato ha fiutato l’intesa, l’oro nero ha invertito la rotta, chiudendo il 2016 in rialzo del 57%, la miglior performance dal 2009.
L’esempio del greggio è stato contagioso. E ha trascinato in netto rialzo anche i metalli industriali. Il meccanismo, in fondo, è lo stesso. La domanda – in particolare della Cina – è stata superiore alle previsioni. Mentre i tagli a miniere e impianti estrattivi varati negli ultimi anni di crisi hanno ridotto all’osso l’offerta. Risultato: i prezzi sono schizzati al rialzo e le compagnie minerarie stanno facendo gli straordinari per tener dietro alle richieste. Pechino, per dire, è stata costretta a riaprire a ciclo continuo gli impianti estrattivi di carbone che solo un anno fa funzionavano per legge ad orario ridotto. Chi ha azzeccato la scommessa scommettendo al momento giusto sul settore ha fatto jackpot: la Stanmore, per dire, ha acquistato nel luglio 2015 la miniera di carbone di Isaac Plain, in Australia, per la cifra simbolica di un dollaro dalla brasiliana Vale e dalla giapponese Sumitomo che da mesi cercavano di liberarsi dell’impianto considerato ormai un peso morto. Oggi si mordono le dita, visto che il valore del sito viaggia sui 700 milioni.
L’oro dopo una partenza sprint (+16% tra gennaio e marzo 2016) ha tirato i remi in barca chiudendo l’anno con un +8%, pagando un pedaggio salato al rialzo del dollaro e a quello dei tassi Usa, fattori che tendono a ridurre il suo appeal come bene rifugio.

Il mercato delle materie prime alimentari invece ha viaggiato a due velocità: il grano resta ancora in difficoltà e ha chiuso gli ultimi dodici mesi con un calo dei prezzi del 13%. Male anche il riso ( – 20%) e il cacao, che a causa della sovrapproduzione ha visto le sue quotazioni crollare del 33%, con grande sollievo per il portafoglio dei consumatori seriali di cioccolato. Il 2016, tuttavia, è stato un anno d’oro per le materie prime meno amate dai salutisti: lo zucchero ha rialzato la testa (+ 24%) dopo lunghi anni di crisi in cui ha pagato caro la sua fama di nemico pubblico numero uno del girovita e le tasse sulle bevande gassate. A sorpresa è balzato del 30% pure il prezzo di un altro dei “Most wanted” dai profeti dell’alimentazione corretta: l’olio di palma. Il motivo? La siccità in molte zone produttive che ha penalizzato i raccolti. Ma il suo futuro, con un tempo più clemente e i consumatori che l’hanno messo nel mirino, resta comunque grigio.

Ettore Livini
La Repubblica 3 gennaio 2017

Tagli al petrolio

images3Dopo grandi incertezze, i Paesi produttori riuniti nel cartello Opec hanno trovato l’accordo per un taglio alla produzione di greggio: la sovrabbondanza di oro nero è stata una delle cause del tracollo dei prezzi, che hanno più che dimezzato i loro valori dall’estate del 2014 e stanno faticosamente provando a riprendersi. Dopo le indiscrezioni delle agenzie internazionali, è stato ufficialmente annunciato l’accordo per ridurre di 1,2 milioni di barili al giorno (a quota 32,5 milioni) il quantitativo estratto dai Paesi del cartello, riuniti a Vienna come di consueto. Una notizia che ha messo le ali al greggio, schizzato fino al +8% con il Brent di nuovo in area 50 dollari.

Il patto include la possibilità di aggiungere altri 600mila barili quotidiani di tagli, includendo i Paesi formalmenti esterni all’Opec come la Russia. Metà di questa fetta sarà a carico della Russia, che ha quindi accettato di tagliare l’output di 300 mila barili al giorno, come ha spiegato il presidente dell’Opec, Mohammed Bin Saleh Al-Sada, al termine della riunione. Tra le more, ci sarebbe l’accettazione da parte dell’Arabia Saudita di concedere all’Iran – che dopo l’embargo sta correndo per recuperare il suo ruolo nello scacchiere internazionale – in via eccezionale psosa far salire la sua produzione a circa 3,9 milioni di barili al giorno…..

La Repubblica, 30 novembre 2016

http://www.repubblica.it/economia/2016/11/30/news/accordo_opec_per_il_taglio_alla_produzione_il_petrolio_vola-153168479/

 

Raggiunto al vertice di Vienna l’accordo tra Paesi Opec e non-Opec sui tagli alla produzione di petrolio per riequilibrare il mercato. La riduzione sarà di 558.000 barili al giorno ha detto il ministro del petrolio dell’Iraq, Jabbar Ali Hussein al Luaibi, un livello leggermente inferiore al taglio di 600.000 barili giornalieri previsto in origine.

Mosca, pronti a taglio produzione 300.000 barili – Il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha confermato che Mosca taglierà la propria produzione di petrolio di 300.000 barili al giorno. “Noi abbiamo annunciato i nostri impegni e li confermeremo”, ha detto. ….

Ansa.it 12 dicembre 2016

http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2016/12/10/-petrolioiraqda-paesi-non-opec-taglio-558.000-barili-_ccb2ab9f-92b7-4562-950c-06bac12ff7dd.html

 

Sotto i 30

petrollE’ ormai una rotta catastrofica, un tracollo senza limite. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo sotto i 30 dollari al barile per la prima volta dal 2003.

In sé un minor costo dell’energia sarebbe una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria.

Con la caduta di ieri il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto in una decina di giorni lavorativi dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da un rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Alcuni temono che l’attuale turbolenza sia il “terzo capitolo” della Grande Contrazione: prima ci fu il crac di Wall Street nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Anche se le Borse ieri hanno quasi tutte recuperato un po’ di terreno rispetto alle perdite delle sedute precedenti, i focolai di crisi restano intatti.

Le ragioni del crollo del petrolio non cambiano da settimane. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. E’ una spirale che contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Riad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa. Il Wsj stimava che il 30% delle aziende rischia il default. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori.

Ma ieri la giornata nera del petrolio non è stata negativa per le Borse. Un po’ tutte hanno tirato il fiato dopo un inizio d’anno tremendo. A sostenere un rimbalzo all’insù dei listini azionari ha contribuito la Cina. Ieri la notizia da Pechino e Shanghai era positiva per il resto del mondo: le autorità di governo sono intervenute sui mercati valutari per sostenere il corso della moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ha perfino recuperato un po’ del terreno perso sul dollaro. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la “cinghia di trasmissione” per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Ora la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Il rapporto catastrofista della Royal Bank of Scotland non è l’unico segnale di allarme in Occidente. La banca americana JP Morgan Chase ha consigliato ai clienti di approfittare di qualsiasi rimbalzo delle Borse per vendere. Mentre sul fronte del petrolio la Standard Chartered ha pubblicato previsioni che vedono il barile a 10 dollari.

Federico Rampini

Petrolio sotto i 30 dollari al barile produttori Usa a rischio bancarotta

Repubblica 13 gennaio 2016

 

 

Ecco perché cresciamo troppo poco

ripresa-mercato-auto[1]Nelle relazioni dei convegni si parla soprattutto delle condizioni favorevoli alla ripresa. E si concorda nel descriverle come esogene e pressoché irripetibili e così dicendo si allude ovviamente al basso prezzo del petrolio, agli impegni della Bce e alla svalutazione dell’euro sul dollaro. Terminato il programma del meeting, nei conciliaboli prima dello sciogliete le righe, il focus della discussione però diventa un altro: «Ma perché la nostra ripresa è così debole?». Perché nonostante tutti gli scenari di medio periodo concedano previsioni di bel tempo restiamo appesi all’emissione di questo o quel dato trimestrale o addirittura mensile? Prendete gli ultimi, quelli relativi alla produzione industriale di aprile, ebbene più di qualche economista era disposto a scommettere su un +0,8%, non si sarebbe stupito molto se poi il dato si fosse fermato attorno a +0,5%, ma non si sarebbe mai aspettato il vero responso: -0,3% su marzo. Un dato estremamente negativo perché segna una partenza tutta in salita del secondo trimestre 2015, proprio quello che con un risultato rotondo alla misurazione del Pil di agosto dovrebbe certificare che finalmente la nave va. Con questi presupposti, e pur contando su un rimbalzo tecnico a maggio, non è detto che l’esito sia quello auspicato.

Forse però più che aggiungere previsioni a previsioni ha senso ragionare su quali siano le cause, o se preferite i tappi, che ostacolano un flusso più regolare di ripresa delle attività e di conseguenza dati più lineari .

Va detto che in materia le opinioni degli economisti divergono ampiamente. Per carità, le diagnosi della «malattia italiana» della crescita lenta concordano su molti fattori, la divergenza è sull’hic et nunc, su quali siano in questo momento le principali ostruzioni. La corrente più ampia sostiene che la ripresa italiana non va a briglia sciolta perché persiste un problema di bassa produttività sia del lavoro sia del capitale. Ci sarebbe bisogno, a tempi brevi, di relazioni industriali più vicine al mercato e quindi di un ampio ciclo di contratti aziendali rivolti a rimettere in asse il lavoro, con la ristrutturazione silenziosa che in questi anni ha comunque cambiato il meccanismo di funzionamento delle aziende sane. Il problema si pone anche sul versante del capitale, che risponde ancora a schemi ingessati e non è in grado, quindi, di interpretare i mutamenti dei cicli economici e le esigenze di sviluppo, che richiedono investimenti sia tradizionali (macchine) sia innovativi (capitale umano e reti). Un capitale poco aperto risulta, secondo questa tesi, il meno congeniale per interpretare al meglio questa fase della crescita e comunque rischia di diventare nel medio periodo un’occlusione.

Se il mea culpa sulla produttività convince una buona parte degli addetti ai lavori, non tutti però sono d’accordo nell’additarlo come il vero tappo di oggi. Una seconda corrente di pensiero propende per mettere sul banco degli imputati l’ampia polarizzazione che si è prodotta durante la Grande Crisi nel sistema delle imprese italiane. In soldoni: abbiamo imprese che macinano utili e programmano addirittura raddoppi del fatturato nei prossimi anni accanto a un numero largamente maggioritario di aziende che rischiano di chiudere e purtroppo, con tutta probabilità, chiuderanno. Questa divaricazione così profonda e drammatica sarebbe la madre di numeri così ballerini e a volte sconcertanti. Il tema della polarizzazione era stato già sottolineato, ad esempio, nelle Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e più in generale si spiega, tra le altre cose, con un ritardo della media delle imprese italiane nello sfruttamento delle tecnologie dell’informatica e della comunicazione. Le indagini in materia danno numeri poco confortanti.

Una terza corrente di pensiero, pur non sottovalutando gli elementi di cui sopra, è portata a puntare il dito sul perdurante ristagno della domanda interna. Non ci sarebbe dunque – sul breve – un problema legato al nostro sistema delle imprese poco produttivo e poco aperto ma la causa della ripresa a singhiozzo è individuata nella mancata (vera) ripartenza dei consumi, che finisce per tarpare le ali alla maggioranza delle aziende, ovvero a quelle che non riescono ad esportare né direttamente né come fornitrici di altre. E fin quando sarà così, sostengono i «domandisti», non si potrà sapere chi ha veramente ragione nell’individuare il tappo, mancherà la controprova.

Le cose dunque stanno così, non si riparte come vorremmo e gli addetti ai lavori non sono unanimi nel trarne valutazioni utili, quantomeno però evitano di ragionare in chiave politicista e ricadere anche loro nel vizio nazionale del Renzi sì/Renzi no. Resta, per concludere, un’annotazione affatto scontata: pur sostenendo – e a me è capitato molte volte – che l’industria italiana è profondamente cambiata e il nuovo paradigma è l’esperienza Luxottica, quando si tratta di dare una spallata al Pil rientra fortunatamente in campo Sua Maestà l’Auto. È vero che il ciclo produttivo dell’automotive è cambiato e oggi la vendita di una vettura porta fatturato a un numero enorme di fornitori di apparecchiature di ogni tipo e ad alto contenuto di elettronica, ma resta la sensazione che il Novecento conti ancora molto nei nostri destini.

Deflazione buona o cattiva?

 

deffUno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della deflazione. Ed è una minaccia grave per la crescita, visto che l’abbassamento generalizzato dei prezzi spinge i consumatori a rimandare gli acquisti in attesa di prezzi più bassi e porta quindi a una riduzione dei consumi, che a loro volta portano a un calo del fatturato e degli investimenti delle aziende, che alla fine sono costrette a licenziare. Da qui meno soldi disponibili per gli acquisti e riparte il giro. Si entra una “spirale deflazionistica”, una situazione in cui la riduzione dei prezzi porta alla stagnazione se va bene, oppure alla recessione. Ed è proprio per evitare che la paura della deflazione possa soffocare la ripresa economica che il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha avviato il Quantitative easing che ha l’obiettivo di far salire i prezzi e tirare l’Eurozona fuori dalla spirale.

L’idea che la deflazione sia strettamente legata, se non la causa, della recessione, è dovuta alla Grande depressione degli anni 30, in cui ci fu un drammatico crollo dei prezzi, della produzione e del pil. Ma le cose non sono andate sempre così, anzi ci sono esempi come la seconda metà dell’800 di lunghi periodi di deflazione accompagnati da sostenuta crescita economica. E che non ci sia alcun legame diretto tra inflazione e crescita economica lo sapeva bene anche l’America rooseveltiana che, appena dopo aver vissuto la Grande depressione, invitava con cartelli pubblicitari i cittadini a combattere l’inflazione: “I prezzi vanno su, la gente compra meno, le imprese chiudono, le persone perdono il lavoro”. In pratica era un avviso del rischio di una “spirale inflazionistica”. “Il punto è che inflazione e la deflazione non sono buone o cattive di per sé – dice al Foglio Giulio Zanella, economista dell’Università di Bologna – La deflazione non necessariamente deve essere una fonte di preoccupazione, perché non tutte le deflazioni sono uguali. Quelle che derivano da uno choc della domanda sono negative, ma quelle che vengono dal lato dell’offerta in realtà sono positive, perché vuol dire che ci sono forze e innovazioni che fanno abbassare i prezzi. Quale sia la natura dell’attuale spinta alla riduzione dei prezzi non si sa, magari è un mix delle due, ma è di questo che bisognerebbe ragionare”….

E’ radicata la visione che la deflazione segnala un deficit di domanda aggregata, che spinge verso il basso contemporaneamente prezzi, redditi e output. Ma la deflazione può anche derivare da un aumento dell’offerta: dal miglioramento della produttività, da una maggiore concorrenza, o da input più economici e più abbondanti come il petrolio. Queste deflazioni dal lato dell’offerta deprimono i prezzi, aumentando al contempo redditi e output”. E’ quello che in molti sostengono stia accadendo adesso, ma soprattutto negli ultimi decenni, per merito della globalizzazione, dell’innovazione tecnologica, di costi di produzione più bassi e più recentemente per il drastico calo del prezzo del petrolio, e che porta un economista come John Cochrane a suggerire di non prestare troppo ascolto agli allarmi contro qualche punto decimale di deflazione, roba che non ha mai fatto male a nessuno: “Relax – ha scritto Cochrane sul Wall Street Journal – Ogni pochi mesi sentiamo parlare di un ‘nuovo grandissimo problema’ da cui i nostri ‘politici’ devono salvarci. Aspettiamo il prossimo”.

In realtà non tutti i politici sono terrorizzati dalla deflazione, c’è chi come il primo ministro britannico David Cameron, in controtendenza rispetto ai suoi colleghi, esulta per l’inflazione scesa allo 0 per cento: “E’ una buona notizia per le famiglie e un segno che il nostro piano di lungo termine sta funzionando”. E Cameron fa bene a gioire visto che il pil britannico cresce a ritmi sostenuti e l’inflazione è tirata giù dal calo globale dei prezzi del petrolio e degli alimenti, mentre la cosiddetta “core inflation” – che esclude alimenti e energia – è in aumento. Anche la Spagna che è in deflazione da diversi mesi vede crescere il pil a livelli alti. Insomma se la deflazione è quella buona, l’economia non può che giovarsene e se le famiglie non consumano, probabilmente non è dovuto al calo dei prezzi. …….

La deflazione, bestia nera dell’Europa. Ma non tutti la temono

di Luciano Capone  Il Foglio 29 Marzo 2015

http://www.ilfoglio.it/economia/2015/03/29/la-deflazione-bestia-nera-europa-ma-non-tutti-la-temono___1-v-127136-rubriche_c305.htm