La guerra dei cinque giganti Usa per dominare i nostri consumi

Cinque giganti americani stanno rivoluzionando le nostre abitudini di consumo. L’Europa vuole evitare che questo si traduca in un oligopolio incontrollato, soffocante, distruttivo per i diritti dei consumatori, per il libero mercato, la competizione, l’innovazione. Oggi tocca a Google, domani potranno essere Amazon e Facebook, Apple o Ebay. La posta in gioco è immensa: i consumatori abbandonano velocemente comportamenti consolidati, lo shopping online cresce con prepotenza, in America è già in atto il tramonto dei centri commerciali e tutta la grande distribuzione soffre una crisi profonda. Il rischio del nuovo scenario è che la libertà di scelta del consumatore sia più immaginaria che reale; i nuovi metodi di manipolazione delle nostre scelte sono più subdoli che mai. La decisione europea tenta di costringere uno dei giganti digitali a cambiare strada. Ci riuscirà? A vantaggio di chi?
Google Shopping è uno dei protagonisti più formidabili nel nuovo mondo del consumo. Figlio del motore di ricerca Google, è diventato lo spazio virtuale dove i nostri desideri e i nostri soldi cercano di tradursi in acquisti. Catalogo virtuale di tutto ciò che è in vendita, guida intelligente, promette un accesso rapido, semplificato, in pochi clic e frazioni di secondo percorriamo più “scaffali e vetrine” che in settimane di passeggiate tra grandi magazzini, boutique o ipermercati. È tutto più facile, e siamo grati a chi ha disegnato un mondo così fluido e confortevole. Ma l’inganno c’è. In realtà siamo meno sovrani che mai. Il consumatore è docile preda di un algoritmo che lo guida verso il risultato deciso da altri.
Google Shopping non fa mistero della sua regola principe: ordina i risultati delle nostre ricerche dando priorità agli annunci a pagamento. È una grande macchina di raccolta pubblicitaria e di manipolazione delle scelte di spesa. Applica alla Rete l’antica pratica dei supermercati che si fanno pagare dalle grandi marche per piazzare i loro prodotti negli scaffali più visibili e più accessibili. Ma su Google Shopping quel trucco antico raggiunge una potenza immensamente superiore, è molto più raffinato. L’algoritmo fa scomparire dall’universo online altri servizi specializzati nella spesa comparativa, che offrono cataloghi intelligenti, recensioni, paragoni su qualità- prezzo.
I rivali potenziali, tutto ciò che introduce concorrenza a vantaggio del consumatore, viene relegato “molte pagine” più in là, ben lontano dai nostri sguardi frettolosi. Peggio ancora se usiamo lo smartphone, dove lo spazio è più ridotto e quindi finiamo per accontentarci delle opzioni iniziali.
La magia dell’algoritmo spiega la storia fantastica di Google, che alla sua prima quotazione in Borsa nel 2004 collocò l’azione a un prezzo di 85 dollari e oggi ne vale quasi mille. Con un tesoro di guerra di 172 miliardi di asset, può ben permettersi di pagare la multa europea senza che questo sconquassi il suo bilancio. Più problematico invece sarà mettere le mani nell’algoritmo per aprirlo alla concorrenza. Anche perché nel frattempo i maggiori rivali sviluppano strategie alternative per occupare lo spazio online. Amazon – che da sempre si distingue perché assomiglia più a un grande magazzino virtuale, mentre Google è più “catalogo di annunci” – ha fatto notizia di recente rafforzandosi nella distribuzione di prodotti alimentari freschi con la scalata alla catena salutista Whole Foods. Apple dal canto suo sta investendo sul ruolo di banca o carta di credito con lo smartphone come sistema di pagamento.
I primi a trarre beneficio della sanzione europea su Google dovrebbero essere i siti alternativi specializzati nel “giudizio comparativo”, nel raffronto qualità-prezzo tra prodotti concorrenti. Sono piccoli ma agguerriti, tra questi alcune società inglesi come Foundem e Kelkoo che furono le prime a promuovere azioni legali contro Google Shopping. «Per più di un decennio – ha detto il chief executive di Foundem – il motore di ricerca di Google ha deciso cosa leggiamo, usiamo e compriamo online. Se nessuno interviene a controllarlo, questo guardiano dell’accesso alla Rete non conosce limiti al suo potere». Gli esperti di Bruxelles hanno dimostrato che quando Google Shopping iniziò a manipolare il suo algoritmo per “retrocedere” i concorrenti sempre più lontano dagli occhi dei consumatori, i siti rivali videro sparire dall’80% al 90% dei propri utenti.
L’Europa è ormai la vera protagonista mondiale delle politiche antitrust, dopo che l’America si è arresa allo strapotere oligopolistico dei suoi big. Ora si apre una sfida nuova, in cui le autorità di Bruxelles dovranno vigilare sulle modifiche che Google introdurrà nel suo servizio. Senza trascurare gli altri Padroni della Rete, che con strategie diverse perseguono la stessa occupazione sistematica della nostra attenzione e del nostro potere d’acquisto.

FEDERICO RAMPINI

La Repubblica, 28 giugno 2017

 

 

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Sigarette: business record, nonostante i divieti

Immaginate un’industria costretta a vendere i suoi prodotti quasi clandestinamente, senza pubblicità, per farli consumare in luoghi appartati, in terrazza o sulla strada. Immaginate che la stessa industria debba pagare risarcimenti da centinaia di miliardi di dollari, che si veda gravare di tasse fra il 40 e l’80% del prezzo, che veda crollare le vendite, svanire i clienti più ambiti, quelli ricchi. Un disastro, quello attraversato, negli ultimi venti anni, dalle multinazionali delle sigarette. Da cui però Big Tobacco è uscito benissimo, fresco, pimpante, in piena salute: non ha mai incassato così tanto, le Borse si contendono le sue azioni e i profitti crescono a vista d’occhio.

Le innovazioni non c’entrano: le sigarette elettroniche o senza combustione sono una quota minima delle vendite. Qui parliamo delle vecchie, tradizionali sigarette. Il loro mistero economico è racchiuso in due dati. Il primo è quello di quante sigarette vengono vendute nel mondo. Circa 5 mila miliardi di “pezzi” nel 2001, saliti a 5 mila 750 miliardi nel 2012, bruscamente scese a 5 mila 500 miliardi negli anni successivi. Ma il fatturato non ne risente: cresce indisturbato da 350 a 700 miliardi di dollari dal 2001 ad oggi. Grazie anche a un brutale processo di concentrazione: le 5 maggiori multinazionali controllavano il 43% delle vendite globali nel 2001, oggi sono all’84%. Per metà, è un affare interno alla Cina: la China National Tobacco è il colosso statale che serve il più grande mercato del mondo. Il resto del mercato si divide fra Philip Morris (Marlboro), Bat (Lucky Strike), Japan Tobacco (Camel), Imperial (Gauloises). Ma la concentrazione non basterebbe: il segreto è nella capacità di comandare i prezzi, compensando il calo delle vendite.
Negli Usa, il numero di sigarette vendute è crollato del 37% negli ultimi 15 anni. Ma la realtà è che gli americani spendono oggi in sigarette più di quanto facciano per bibite e birra: il fatturato è aumentato del 32%. Quasi 100 miliardi di dollari, un settimo del mercato mondiale. La leva è il costo di un pacchetto, raddoppiato rispetto al 2001. E le tasse restano, per gli standard europei, basse. Non bisogna guardare New York, dove siamo ai livelli italiani (76%): l’America è grande e, nella media nazionale, le tasse incidono sul costo di un pacchetto per il 42%.
Risultato? I profitti di Big Tobacco, nel paese che più lo ha perseguito, sono aumentati del 77%. Nello stesso periodo, i prezzi delle sue azioni sono aumentati tre volte di più del resto della Borsa.

MAURIZIO RICCI

La Repubblica, 25 aprile 2017

SFIDA AI COLOSSI WEB

imaANTTRSTSono passati 104 anni da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò Standard Oil colpevole: era un monopolista che abusava della sua posizione dominante. All’epoca il gruppo di John D. Rockefeller gestiva l’80%delle forniture mondiali di petrolio, un po’ come oggi Google gestisce il 90% delle ricerche in rete in Europa, Booking ed Expedia hanno il 75% delle prenotazioni d’albergo su Internet in Italia o Amazon occupa una quota di mercato negli acquisti sul web che, da sola, supera quella dei suoi dodici concorrenti messi insieme.

Certe realtà non cambiano mai troppo. Le nuove tecnologie creano quasi sempre monopoli o oligopoli nelle mani di chi inventa un mercato, lo occupa e lo presidia All’epoca era la rivoluzione dei trasporti e dei motori, e Standard Oil usò la sua forza per tarpare le ali a qualunque altro concorrente. Oggi è Internet e la tentazione di chi ne controlla una nicchia, avendone scoperto un nuovo uso, è sempre quella di favorire se stesso e emarginare chiunque altro. Gli imprenditori che provarono a sfidare Standard Oil, o i giornalisti che cercarono di raccontarla, subirono minacce e pestaggi. Poi però nel 1911 la Corte Suprema costrinse il gruppo di Rockefeller a smembrarsi in sette aziende, le «Sette sorelle». Più  di un secolo dopo, i guardiani dell’Antitrust aRoma, aParigi, a Bonn, a Stoccolma o a Bruxelles non rischiano lo stesso trattamento a cui andava incontro chi dispiaceva a Rockefeller…… Ma la sfida ai campioni delle tecnologie è sempre delicata e tutto lascia pensare che questi siano solo gli inizi. Salvo sorprese, il 21 aprile se ne vedrà una nuova tappa quando Booking e Expedia, i due colossi delle prenotazioni alberghiere in rete, dovranno offrire concessioni alle Antitrust di Italia, Francia e Svezia In modo coordinato, le tre autorità ( quella di Roma, guidata da Giovanni Pitruzzella) stanno ottenendo dai due gruppi degli «impegni» in modo da ridurre la pressione che entrambi esercitano sull’economia reale. Si tratta di due colossi le cui holding sono basate negli Stati Uniti. Priceline, che gestisce marchi come Booking.com o Rentalcars.com, fattura oltre 40 miliardi di euro (circa come la pri ma banca italiana), e permette di accedere a mezzo milione di hotel in duecento Paesi. Expedia offre prenotazioni in circa 250 mila alberghi e fattura oltre 30 miliardi. Entrambi sono stati accusati di impedire agli alberghi di praticare prezzi più bassi di quelli offerti sul loro sito (pena l’esclusione dalle liste) e di imporre commissioni di prenotazione mai inferiori al 15%.

Per Paesi che dipendono in buona parte dal turismo, è un onere equivalente a quello del petrolio venduto sovrapprezzo da Rockefeller. Martedì prossimo Italia, Francia e Svezia dovrebbero accettare i «rimedi» offerti daBooking e Expedia, e così chiudere il caso. L’Antitrust tedesca potrebbe invece rifiutare il compromesso e procedere a multare i due gruppi americani.

Comunque finisca, è chiaro fin da ora che si tratta solo di un primo passo. I guardiani dell’Antitrust in tutta Europa raccolgono ormai aziende Google, Booking o Amazon in un acategoria a sé: le chiamano «Over the Top», i gruppi al di sopra di chiunque altro per lapervasività della loro presa sui mercati attraverso Internet. La loro penetrazione a partire dal web sull’economia reale è così efficace che sono in grado di emarginare e soffocare qualunque impresa non digitale che non stia alle loro condizioni. Microsoft cercò di farlo negli anni ’90 e all’inizio di questo secolo, imponendo a tutti i computer montati con il suo sistema operativo ( il 90% di tutti quelli venditi ) anche il lettore audio e video della casa. La Commissione europea la multò per questo, maoggil’aziendafondata da Bill Gates è un’ombra del monopolista che fu. L’innovazione di software come Chrome o Android di Google, iOS di Apple e vari altri l’ha spiazzata e indebolita. Nell’inseguimento fra monopolisti innovatori e regolatori che contrastano i loro abusi, spesso è la trasformazione tecnologica stessa a correre più veloce di chiunque altro.

 

Sfida europea ai colossi web e ora entrano nel mirino i padroni dei viaggi on line

FEDERICO FUBINI Repubblica 16 aprile 2015

 

ALTRI ARTICOLI

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/04/14/news/google_nel_mirino_dell_europa_big_g_rischia_multe_per_6_miliardi_di_dollari-111976874/

http://www.repubblica.it/economia/2014/12/03/news/leuropa_sfida_il_gigante_google-101996347/

Il potere di Google

tytytyUn secolo fa i reporter della muckraking press negli Stati Uniti si guadagnarono il loro nome, copyright Theodore Roosevelt, perché rastrellavano nel fango. Svelavano gli scandali delle grandi aziende. Alcuni svelarono gli abusi da monopolista di John Rockefeller, provocarono la reazione furibonda dell’uomo la cui fortuna valeva qualcosa come 300 miliardi in dollari di oggi, ma alla fine portarono alla scissione della sua Standard Oil in molti pezzi per mano della Corte suprema. Correva l’anno 1911. Oggi niente del genere sarebbe immaginabile. Non c’entra solo il fatto che, ammesso che lo voglia, l’antitrust di Bruxelles non ha i poteri per separare il motore di Google dal resto delle sue attività (come ha chiesto giovedì scorso l’Europarlamento).

Conta anche un altro dettaglio: Google potrebbe accorgersi che un muckraker sta per pubblicare un articolo suoi sui presunti abusi prima ancora che questi lo scriva. Niente permette di sospettare che Google spii chicchessia, ma potrebbe riuscirci se solo lo volesse: è sufficiente incrociare i dati delle ricerche sul web di una persona, se è un utente dei servizi di ricerca del gruppo di Mountain View come accade nel 90% dei casi negli Stati Uniti e nel 68% dei casi in Europa.

Le nuove tecnologie danno ai grandi gruppi della rete il potere di ammassare una quantità fino a ieri inconcepibile di dati su chiunque si rivolga a loro. Questi dati possono essere usati per un gran numero di funzioni commercialiuno raccolgono le preferenze di milioni di clienti, fanno emergere le loro scelte, scavano fino a individuare le abitudini e i comportamenti dei singoli. Non è un privilegio della sola Google. Qualunque azienda multinazionale investe in programmi di software capaci di lavorare sui cosiddetti “Big Data”, i grandi numeri sui consumatori con i quali entra in contatto.

La differenza di Google è che fonde più mestieri in una sola azienda integrata: motore di ricerca che seleziona (anche) i rimandi ai suoi potenziali concorrenti; assistente personale di centinaia di milioni di persone in servizi che vanno dalla ricerca di un luogo, alle informazioni meteo, alla traduzioni di testi, allo scambio di posta; fornitore di contenuti prodotti da altri, ma estratti da Google gratis dalla rete e presentati accanto a inserzioni pubblicitarie che arricchiscono solo il gruppo di Mountain View. In un’era di trasformazioni, Google non è il solo operatore in grado di accumulare una posizione tanto dominante. Amazon lo ha fatto nei libri, e ha cercato di schiacciare la francese Hachette quando ne è stato contestato. Oggi non viviamo una nuova era di robber baron, i “baroni ladri” alla Rockefeller, ma di innovatori illuminati che hanno cambiato le nostre vite in meglio. Questo non conferisce loro il diritto di abusare della propria forza di mercato. Il nuovo commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, non ha il diritto di imporre loro la stessa fine di Standard Oil. Ma (si spera) non dimenticherà le altre armi di cui dispone.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/12/01/news/le_armi_delleuropa_e_il_potere_di_google-101843886/

La guerra del petrolio

frakÉ una partita durissima, giocata a colpi di bluff sui mercati, da cui dipende l’assetto che il mondo del petrolio avrà nei prossimi anni. Gli schieramenti si intersecano e si incrociano, fra vecchi e nuovi protagonisti, con sintonie e scontri inattesi, dove, più che le alleanze di sempre, pesa il diverso impatto, su ognuno degli attori, della guerra dei prezzi in corso. A trarne vantaggio, finora, chi delle guerre del petrolio è stato sempre spettatore impotente: i consumatori, almeno nei paesi in cui — diversamente dall’Italia — il crollo delle quotazioni del greggio si traduce in risparmi alla pompa. Ma le incognite della geopolitica sono un rischio per tutti. E alcune di queste incognite dovrebbero sciogliersi già questa settimana, in un vertice dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, che, dopo parecchio tempo, ritrova il ruolo di snodo decisivo.

L’innesco è il crollo del prezzo del greggio, colato a picco in meno di sei mesi, da 110 dollari al barile a 80 in Europa e 75 dollari in America, con una decurtazione del 30 per cento. Il motivo è noto: il boom del petrolio da fracking dei pozzi americani, che ormai vale oltre 3 milioni di barili di greggio al giorno, quasi il 3 per cento della produzione mondiale, ha saturato l’offerta mondiale di petrolio, a cominciare da quella americana. Grazie al fracking, gli Usa, storicamente i maggiori acquirenti di greggio sul mercato mondiale, hanno visto le loro importazioni crollare. Quelle dai paesi dell’Opec sono al livello più basso degli ultimi 30 anni. E’ un fenomeno in corso da qualche anno, ma, finora, il suo impatto era stato mascherato dalle difficoltà di altri produttori, come Libia e Nigeria. Negli ultimi mesi, però, i due paesi africani sono tornati a produrre normalmente, mentre le difficoltà dell’economia mondiale hanno tenuto bassa la domanda di petrolio. Il risultato è un surplus di greggio sui mercati e un crollo dei prezzi.
Niente di nuovo. E’ già capitato spesso in questi anni. Quello che pochi si aspettavano è che l’Arabia saudita, la mano decisiva del petrolio mondiale, non facesse quello che ha sempre fatto: tagliare la propria produzione, in modo da ridurre l’offerta e far risalire i prezzi. Riad, invece, non ha battuto ciglio, accettando le quotazioni più basse. Anche qui, nonostante le smentite ufficiali, il motivo è chiaro: mettere fuori mercato il petrolio americano da fracking, che ha costi di produzione alti. Naturalmente, ogni pozzo Usa ha i suoi costi di estrazione: si va da 47 dollari a barile fino a 137, a secondo delle condizioni. Tuttavia, le grandi banche di investimento calcolano un costo medio di estrazione di 75 dollari, che è il prezzo attuale. A queste quotazioni, il 15-20 per cento di quei 3 milioni di barili da fracking è destinato a rimanere nel sottosuolo. In realtà, molti analisti americani sono convinti che i protagonisti del fracking siano in grado di ridurre i propri costi e reggere meglio l’offensiva di Riad. Ma potrebbe non bastare. Il fracking richiede interventi continui sui pozzi, che si esauriscono rapidamente e comportano un ritmo alto di nuove trivellazioni. In una parola, investimenti che, in questo clima di prezzi, potrebbe essere più difficile finanziare. In buona misura, sta già avvenendo.
La scommessa dei sauditi, dunque, è vincente? Non è detto. Gli alfieri americani del fracking non sono i soli ad avere bisogno di quotazioni alte del greggio per far quadrare i conti. I petrolieri di Houston si ritrovano — presumibilmente con qualche disagio — spalla a spalla con gli ayatollah di Teheran, i chavisti di Caracas e gli oligarchi di Mosca. Nella stessa situazione, in realtà, sono quasi tutti i paesi esportatori, dentro e fuori l’Opec, in qualche misura sauditi compresi. Nel caso dei produttori tradizionali, il problema non è il costo di estrazione del greggio, normalmente assai basso. È che i soldi del petrolio servono a far quadrare i bilanci pubblici. Due terzi degli incassi dello Stato nigeriano vengono dal petrolio e, per far quadrare il bilancio pubblico, il grande paese africano avrebbe bisogno di una quotazione del greggio a 128 dollari al barile, altro che 80. Per colmare la differenza, nelle casse pubbliche ci sono solo 40 miliardi di dollari. In una situazione analoga ci sono Libia, Iran, Venezuela. Solo gli emirati del Golfo non hanno queste apprensioni. Gli stessi sauditi avrebbero bisogno di un prezzo più alto dell’attuale, ma hanno i forzieri abbastanza pieni da poter reggere ancora a lungo la guerra dei prezzi. Ma possono reggere anche l’assedio politico che li aspetta, nei prossimi giorni, nelle riunioni di Vienna? Il pallino è nelle loro mani. Nessun altro paese può ridurre in misura significativa la produzione per rianimare i prezzi, perché significherebbe veder affondare la propria spesa pubblica. Solo i sauditi hanno i polmoni finanziari per farlo. Ben sapendo che far risalire i prezzi significherebbe ridare fiato ai concorrenti americani, ma anche i nemici storici dell’Iran sciita e l’assai poco amata Russia di Putin. La geopolitica è materia complessa e nel petrolio non c’è mai solo il petrolio
25 novembre 2014 di MAURIZIO RICCI / La Repubblica

A Jean Tirole il nobel per l’economia

Il premio Nobel 2014 per l’economia va al professore francese Jean Tirole, 61 anni, direttore della fondazione Jean-Jacques Laffront a Tolosa. È stato premiato per i suoi studi nel campo dell’economia industriale

Il riconoscimento è stato assegnato a Tirole per la sua analisi del potere dei mercati e della loro regolamentazione. «Jean Tirole è uno degli economisti più influenti del nostro tempo», ha sottolineato la Reale Accademia svedese delle scienze insignendo Tirole del Nobel, «in particolare, egli ha reso chiaro come comprendere e regolare le industrie costituite da poche aziende potenti». Tirole riceverà un premio di 8 milioni di corone svedesi, pari a 1,1 milioni di dollari.
Il premio 2014 a Tirole – spiega ancora l’Accademia svedese delle scienze – riguarda «la sua analisi delle forze di mercato e della regolamentazione». Tirole, definito «uno dei più influenti economisti del nostro tempo», «più di ogni altra cosa ha chiarito come capire e regolamentare i settori industriali con poche, potenti imprese dominanti» e i rispettivi «fallimenti dei meccanismi di mercato», come prezzi più alti rispetto a quanto sarebbe motivato dai costi, o la sopravvivenza di imprese improduttive attraverso meccanismi per bloccare l’ingresso di aziende nuove e più produttive, dando risposta a come i governi debbano disciplinare la concorrenza e regolamentare il monopolio, o gestire fusioni e cartelli d’imprese. Le migliori politiche della concorrenza «devono essere attentamente adattate alle condizioni specifiche di ciascun settore industriale», si legge in una nota da Stoccolma. E in una serie di articoli e libri Tirole «ha presentato uno schema generale per progettare queste politiche e applicarle, aiutando i governi a «incoraggiare le imprese potenti a diventare più produttive e, allo stesso tempo, impedirgli di danneggiare la concorrenza e i clienti».

http://www.corriere.it/economia/14_ottobre_13/al-francese-jean-tirole-premio-nobel-dell-economia-ce621580-52c9-11e4-8e37-1a517d63eb63.shtml

 

Dal sito del Premio Nobel

http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economic-sciences/laureates/2014/press.html

Jean Tirole is one of the most influential economists of our time. He has made important theoretical research contributions in a number of areas, but most of all he has clarified how to understand and regulate industries with a few powerful firms.

Many industries are dominated by a small number of large firms or a single monopoly. Left unregulated, such markets often produce socially undesirable results – prices higher than those motivated by costs, or unproductive firms that survive by blocking the entry of new and more productive ones.

From the mid-1980s and onwards, Jean Tirole has breathed new life into research on such market failures. His analysis of firms with market power provides a unified theory with a strong bearing on central policy questions: how should the government deal with mergers or cartels, and how should it regulate monopolies?

Before Tirole, researchers and policymakers sought general principles for all industries. They advocated simple policy rules, such as capping prices for monopolists and prohibiting cooperation between competitors, while permitting cooperation between firms with different positions in the value chain. Tirole showed theoretically that such rules may work well in certain conditions, but do more harm than good in others. Price caps can provide dominant firms with strong motives to reduce costs – a good thing for society – but may also permit excessive profits – a bad thing for society. Cooperation on price setting within a market is usually harmful, but cooperation regarding patent pools can benefit everyone. The merger of a firm and its supplier may encourage innovation, but may also distort competition.

The best regulation or competition policy should therefore be carefully adapted to every industry’s specific conditions. In a series of articles and books, Jean Tirole has presented a general framework for designing such policies and applied it to a number of industries, ranging from telecommunications to banking. Drawing on these new insights, governments can better encourage powerful firms to become more productive and, at the same time, prevent them from harming competitors and customers

America. Gli oligopoli fanno impennare costi e prezzi

airCosa provoca l’aumento delle diseguaglianze? Tra le cause più note ci sono il potere oligarchico dei top manager che si auto-determinano gli stipendi; le politiche fiscali che favoriscono i profitti delle multinazionali e le rendite finanziarie; il declino dei sindacati. Tutto vero, ma gli studiosi Lina Khan della New America Foundation e Sandeep Vaheesan dell’American Antitrust Institute ci ammoniscono a non sottovalutare un’altra concausa: il ritorno dei monopoli.

Il fenomeno è evidente negli Stati Uniti. Nella sanità, per esempio: un business con 2.500 miliardi di dollari di fatturato annuo, i cui costi pesano tremendamente sui bilanci delle famiglie. L’ondata di fusioni tra gruppi ospedalieri privati ha fatto sì che in molte zone d’America chi si ammala ha poca scelta, deve finire per forza nelle mani di un big ospedaliero. E le tariffe vanno sempre più su, contribuendo all’impoverimento della middle class: le cure mediche seguono un trend al rialzo molto superiore all’andamento delle retribuzioni.

Un altro settore è la cable tv, dove in seguito a fusioni e acquisizioni restano in gioco solo quattro colossi (Comcast, At&t, Time Warner, Verizon), e in molte zone d’America la scelta per il consumatore si riduce a uno o due. Risultato: l’ologopolio controlla il 66% del mercato e fissa i prezzi che vuole, le tariffe per l’abbonamento tv, spesso combinato con l’accesso a Internet, dal 2008 ad oggi sono cresciute tre volte più dell’inflazione. Stessa musica nel trasporto aereo, dove sono quattro giganti a spartirsi il 60% del mercato: Delta, Southwest, United, American. Anche qui il potere oligopolistico costa caro al consumatore, i passeggeri hanno subito rincari tariffari fino al 65% per i biglietti aereisulle principali rotte.

Un altro settore è l’agro-business, in particolare il comparto della carne. Le aziende che producono carne in scatola, pollo surgelato, insaccati suini, sono ormai solo quattro: Tyson, Jbs, Cargill e National Beef. Qui le vittime non sono soltanto i consumatori ma anche gli allevatori. Stritolati dall’oligopolio che controlla gli acquisti di carni all’ingrosso, gli agricoltori hanno dovuto accettare una drastica riduzione del 30% sul ricavato dall’allevamento di ogni maiale. Il monopolista impoverisce tutti, fuorché se stesso. I consumatori pagano di più, la qualità peggiora, il potere d’acquisto delle famiglie viene ridotto. E anche i salari. Ho già raccontato l’accordo di cartello tra i big dellaSilicon Valley, che su iniziativa di Steve Jobs decisero di non rubarsi gli ingegneri in modo da non aumentargli lo stipendio. La stessa cosa è accaduta in un settore dalle remunerazioni già basse, il mercato del lavoro per il personale ospedaliero.

A Detroit, ventimila infermiere hanno perso 400 milioni di dollari di stipendio tra il 2002 e il 2006, sotto forma di tagli imposti dal cartello oligopolistico ospedaliero. Chi non accetta i tagli in busta paga resta disoccupato, visto che gli ospedali fanno capo allo stesso padrone. La conclusione che ne traggono i due studiosi americani non è disperante. Anzi, è un invito all’azione. Lina Khan e Sandeep Vaheesan fanno appello all’antica tradizione dell’antitrust negli Stati Uniti. Quella tradizione è stata calpestata e stravolta, da Ronald Reagan in poi. Il potere degli oligopoli arricchisce solo una élite. Lo conferma Goldman Sachs che alla sua clientela più esclusiva raccomanda di investire proprio nei settori blindati da oligopoli, più generosi di profitti per gli azionisti. E’ un’involuzione fabbricata dalla politica, e come tale si può invertire cambiando politica.

 

Federico Rampini, “la Repubblica Affari e Finanza”, 23 giugno 2014