Le unioni civili sono diventate legge

ucivLe unioni civili sono diventate legge. La Camera ha approvato con 372 voti favorevoli e 51 contrari il ddl Cirinnà sulle unioni civili. Poche ore prima la stessa aula aveva votato e approvato la questione di fiducia posta dal governo sul testo della legge. Il testo votato oggi, identico, era già stato approvato dal Senato lo scorso 25 febbraio con un voto di fiducia su un maxi-emendamento che riscriveva la legge sulla base dell’accordo trovato tra il Partito Democratico e il Nuovo Centro Destra e con alcune sostanziali modifiche rispetto alla prima versione della legge: erano stati eliminati i riferimenti alla stepchild adoption e all’obbligo di fedeltà. Per il resto la legge sulle unioni civili estende alle coppie dello stesso sesso i diritti previsti dal matrimonio civile. (….)

Il disegno di legge Cirinnà già approvato al Senato (con 173 sì, 71 no e nessuna astensione) prevede l’introduzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e la regolamentazione delle coppie di fatto, sia eterosessuali sia omosessuali. L’unione civile tra persone dello stesso sesso viene istituita come “specifica formazione sociale”. Per contrarla bisogna essere “due persone maggiorenni dello stesso sesso” e bisogna fare una dichiarazione pubblica davanti a un ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni. La dichiarazione viene registrata nell’archivio dello stato civile.

Non possono contrarre unioni civili le persone che sono già sposate o sono parte di un’unione civile con qualcun altro; quelle interdette per infermità mentale; quelle che sono parenti; quelle che sono state condannate in via definitiva per l’omicidio o il tentato omicidio di un precedente coniuge o contraente di unione civile parte; quelle il cui consenso all’unione è stato estorto con violenza o determinato da paura.

L’unione civile è un legame diverso dal matrimonio fra eterosessuali, anche se presenta molti doveri e diritti in comune. Le differenze: non è presente l’obbligo di fedeltà, quello di usare il cognome dell’uomo come cognome comune, l’obbligo di attendere un periodo di separazione da sei mesi a un anno prima di sciogliere l’unione (bastano tre mesi), la possibilità di sciogliere l’unione nel caso che non venga “consumata” e di fare le “pubblicazioni” prima di contrarre l’unione. Non c’è soprattutto la possibilità di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner, la stepchild adoption, prevista nella stesura iniziale della proposta. Nel ddl c’è però scritto che «resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti»: non si impedisce cioè che i giudici si possano pronunciare. Come molte sentenze hanno ultimamente confermato, la legge permette già la stepchild adoption, ma senza alcuna garanzia e solo per quelle coppie che hanno deciso di ricorrere in tribunale.

La seconda parte della legge si occupa di convivenza di fatto tra due persone, sia eterosessuali che omosessuali, che non sono sposate e che potranno stipulare un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali tra di loro: potranno farlo attraverso una scrittura privata o con un atto pubblico che dovrà poi essere registrato da un notaio o da un avvocato e trasmesso al registro anagrafico comunale. I conviventi di fatto avranno gli stessi diritti del coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario, in caso di malattia o ricovero, in caso di morte.

Nel caso di morte di uno dei due conviventi che è anche proprietario della casa comune, il superstite ha il diritto di restare a vivere in quella casa per altri due anni o per il periodo della convivenza se superiore a due anni, comunque non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune vivono i figli minori o i figli disabili del convivente che sopravvive, lo stesso può rimanere nella casa comune per almeno tre anni. Se il convivente che muore è titolare del contratto di affitto della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha la possibilità di succedergli nel contratto. Il diritto alla casa viene meno nel caso di una nuova convivenza con un’altra persona, o in caso di matrimonio o unione civile.

In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice può stabilire il diritto del convivente di ricevere dall’altro gli alimenti se ne avesse bisogno e non fosse in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. La convivenza non dà diritto alla pensione di reversibilità.

 

http://www.ilpost.it/2016/05/11/oggi-voto-unioni-civili-streaming/

 

 

Opinioni e trascrizioni

constatoLa vicenda era scaturita per iniziativa del sindaco di Roma imitato poi da altri primi cittadini: Marino, nel corso di una folkloristica cerimonia in Campidoglio, aveva riconosciuto il legame “nuziale” sancito oltreconfine per 16 coppie romane formate da uomini o da donne. Il Viminale si era subito attivato, invitando l’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, e tutti i colleghi d’Italia nella cui giurisdizione fossero stati compiuti simili riconoscimenti, a disporre l’immediato loro annullamento.

Roma Capitale e le coppie interessate avevano promosso un ricorso al Tar del Lazio, che con sentenza pronunciata in marzo aveva dato ragione al Ministero – il matrimonio è solo tra uomo e donna – accogliendo però sotto il profilo procedurale la prospettazione dei ricorrenti: il prefetto non ha titolo per annullare nessun atto di stato civile, semmai, è competente il tribunale ordinario. Conseguenza pratica: perché questi “matrimoni” venissero dichiarati nulli sarebbe servita l’iniziativa del pubblico ministero. Di qui l’appello del Viminale e del suo rappresentante per Roma al Consiglio di Stato. 

La sentenza è stata pronunciata l’8 ottobre, ma solo ora ne è giunta notizia. Nel merito, il più alto organismo della giustizia amministrativa ha confermato la pronuncia di primo grado: partendo infatti dal dato per cui, a norma del diritto internazionale, «i presupposti di legalità del matrimonio» sono quelli regolati «dalla legge nazionale di ciascun nubendo», ha chiaramente affermato che «prima condizione di validità ed efficacia» per l’Italia è «la diversità di sesso». Analizzando poi quali siano i poteri-doveri dell’ufficiale di stato civile a cui venga chiesta la trascrizione di nozze all’estero i giudici amministrativi hanno ricordato che il Dpr 396/2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile) impone loro l’accertamento degli «elementi» e dei «contenuti» perché l’atto sia valido. Requisito mancante nel caso in esame, perché la stessa norma prevede una «dichiarazione degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e moglie». 

A questo punto, il Consiglio di Stato ha dimostrato come tale inquadramento sia conforme sia alla giurisprudenza della Corte costituzionale sia a quella europea. Quanto alla prima, ha ricordato infatti come la Consulta abbia «già affermato la coerenza dell’omessa omologazione del matrimonio omosessuale a quello eterosessuale», affermando quindi la «costituzionalizzazione» del requisito della diversità di sesso. Quanto alla seconda, ha sottolineato che la Corte europea dei diritti dell’uomo, decidendo di recente su un caso simile, ha chiesto all’Italia «di assicurare una tutela giuridica alle unioni omosessuali» affermando però a chiare lettere che «l’eventuale ammissione» delle nozze gay rientra nella «discrezionalità riservata agli Stati». Nessun obbligo, insomma, ma piena libertà al Parlamento. I massimi giudici amministrativi hanno messo nero su bianco un importante principio: «A fronte della pacifica inconfigurabilità di un diritto al matrimonio omosessuale, resta preclusa all’interprete ogni opzione ermeneutica creativa che conduca all’equiparazione dei matrimoni omosessuali a quelli eterosessuali». Poi hanno lanciato un monito ai giudici del Paese: «Il dibattito politico e culturale in corso in Italia sulle forme e sulle modalità del riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali sconsiglia all’interprete qualsiasi forzatura nella lettura della normativa di riferimento». Infine hanno evidenziato ciò che accadrebbe in caso contrario: «Si finirebbe per ammettere, di fatto, surrettiziamente ed elusivamente il matrimonio omosessuale anche in Italia, tale essendo l’effetto di quello celebrato all’estero tra cittadini italiani».

Chiarito ciò, i giudici amministrativi hanno spiegato perché i prefetti possono e devono annullare questo tipo di riconoscimenti, nonostante le vertenze relative allo stato civile siano per legge affidate ai tribunali ordinari. «Tra le materie affidate alla cura del sindaco quale ufficiale di Governo – scrive il Consiglio di Stato – è compresa anche la tenuta dei registri di stato civile». Dunque per queste funzioni il primo cittadino «resta soggetto alle istruzioni impartite dal Ministero dell’interno». E ciò anche nell’ottica di «assicurare l’uniformità di indirizzo su tutto il territorio nazionale», uniformità che «verrebbe vanificata se ogni sindaco potesse decidere autonomamente sulle regole generali di amministrazione della funzione». 

Può dunque un prefetto annullare la trascrizione di un matrimonio omosessuale? Sì, perché le «funzioni di direzione, sostituzione e vigilanza» che la legge assegna ai rappresentanti territoriali del Governo, comprendono anche un «potere di annullamento gerarchico d’ufficio» sugli «atti illegittimi adottati dal sindaco». Purché il contenuto di questi atti, per legge, abbia visto partecipare il primo cittadino «nella sua qualità di ufficiale di Governo». E non di organo locale come lo sono Giunta e Consiglio comunale. Conseguenza di tutto ciò: ogni “matrimonio” gay celebrato all’estero e trascritto in Italia sarà definitivamente annullato. Senza più nessuna possibilità d’appello.

Mario Palmieri

Nozze gay: si torna alla Costituzione

Avvenire 27 ottobre 2015

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/consiglio-di-stato-nozze-gay-contratte-all-estero-non-sono-trascrivibili.aspx

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È SOLO apparentemente un paradosso. Ma la sentenza mette in mora la politica sui diritti civili.

Persino una decisione ispirata da una chiara matrice conservatrice, ha dato atto che sono le Corti europee «ad imporre allo Stato di assicurare una tutela giuridica delle unioni omosessuali ». Come ancora il Consiglio di Stato ha dovuto ricordare «la violazione da parte dello Stato italiano dell’art. 8 della Carta dei diritti dell’Uomo, nella misura in cui (il nostro Paese) non assicura alcuna protezione giuridica alle unione omossessuali».

Se quindi anche una sentenza, come quella dell’altroieri, scritta senza alcun favore per i movimenti omossessuali, deve dar conto dello straordinario ritardo di cui si sta macchiando il nostro sistema sul fronte di basilari diritti civili, allora diventa ineludibile l’obbligo repubblicano del Parlamento di esaminare e definitivamente varare il noto testo di legge che è in questi giorni al suo esame.

Non c’è davvero più spazio per meline e rinvii, tanto più se strumentalmente motivati addirittura sulla negazione di diritti che devono riguardare tutte le unioni, anche quelle tra uomo e donna, come l’adottare il figlio del proprio compagno o della propria compagna di vita. È il capitolo dell’ormai nota stepchild adoption che solo in Italia si vorrebbe impedire con la davvero goffa motivazione che ciò potrebbe in qualche modo incentivare la pratica, che invece resterebbe pacificamente vietata, dei cosiddetti uteri in affitto. È come dire che impediamo la costruzione di automobili e i progressi meccanici perché altrimenti si incentiva la violazione dei limiti di velocità e del codice della strada.

Si tratta all’evidenza di pretesti che qualsivoglia governo responsabile, vi è più se a dichiarata guida riformista, deve respingere senza infingimenti, lasciando stare l’ipocrita scappatoia dei voti segreti o di coscienza. Se si è giunti a ipotizzare questioni di fiducia su controverse riforme elettorali e costituzionali, risulta doverosa una analoga determinazione su un fronte che sta alla base della convivenza civile. Quando anche le sentenze che aderiscono alle ipotesi interpretative più conservative, devono necessariamente rimarcare l’oggettivo ritardo del nostro ordinamento.

Del resto anche a diritto vigente esistono pure conclusioni in gran parte diverse da quelle del giudice amministrativo, avendo anche di recente il giudice ordinario (Corte d’Appello di Napoli) ritenuto doverosa la trascrizione di un matrimonio omosessuale celebrato da cittadini francesi trasferitisi in Italia.

Ma altro non è che la ulteriore conferma dell’urgenza che impone alla politica e al legislatore di non tardare un giorno ancora. Non possiamo essere la maglia nera d’Europa, il ridotto medievale di un oltranzismo conservatore che giunge a negare elementari diritti civili; né una sorta di lotteria d’Arlecchino, dove questioni così basilari, risultano affidate al bussolotto della diversa opzione culturale dei giudici che occasionalmente ti trovi di fronte. A volte il legislatore è debordante. Ma altre, quando tace, si macchia di inaccettabile ignavia.

L’IGNAVIA 

GIANLUIGI PELLEGRINO

Repubblica 28 ottobre 2015

 

 

 

 

 

Unioni civili: cosa prevede il ddl

ucivilIL DISEGNO di legge Cirinnà bis è un nuovo disegno di legge che ripropone il testo base adottato dalla commissione Giustizia al Senato nello scorso marzo. Nel capo 1 – le unioni civili – riguarda le sole coppie omosessuali. Nel capo 2 – le convivenze di fatto – ci si riferisce tanto alle coppie etero quanto alle coppie omo.

Tuttavia, il Cirinnà bis recepisce oggi alcune modifiche suggerite dalle audizioni dei costituzionalisti e dal lavoro di elaborazione degli ultimi mesi, tra veti e paletti posti dai centristi cattolici: un modo per aggirare l’opposizione di alcuni senatori in commissione, dove il vecchio ddl era bloccato da mesi tra ostruzionismi e resistenze. Nel nuovo ddl non vi è comunque nessuna apertura al matrimonio egualitario. Con la sua approvazione, le coppie composte da persone dello stesso sesso, qualificate come “specifiche formazioni sociali”, potranno usufruire di un nuovo istituto giuridico di diritto pubblico denominato unione civile.

Quanto ai diritti sociali – e alle polemiche che dividono la maggioranza – stepchild adoption (articolo 5, vale a dire estensione della responsabilità genitoriale sul figlio del partner) e reversibilità della pensione restano previsti, così com’erano. Cosa cambia? Non più un registro ad hoc per le unioni civili visto che le coppie saranno iscritte nell’archivio dello stato civile; soppressi però anche alcuni rimandi agli articoli del codice civile che regolano il matrimonio: i diritti e i doveri delle coppie unite civilmente sono elencati negli articoli 3 e 4 che si riferiscono alla vita familiare e agli obblighi di mutua assistenza e di contribuzione ai bisogni comuni e ai diritti sociali derivanti dalla condizione di coppia. Sono previsti i diritti successori dei coniugi. Le leggi, gli atti aventi forza di legge, i regolamenti e i contratti collettivi, ove si riferiscono al matrimonio e ai coniugi, si applicheranno anche alle parti dell’unione civile.

Nel ddl resta anche il titolo secondo (capo 2) sulla disciplina della convivenza: le coppie di fatto, tanto etero quanto omosessuali, vedranno scritti nero su bianco i loro diritti sanciti dalla giurisprudenza italiana ed europea (senza stepchild adotion né reversibilità delle pensioni): dalla reciproca assistenza (ciascun convivente può designare l’altro con pieni poteri o limitati per le decisioni in materia di salute o in caso di morte) alla permanenza nella casa in cui si vive assieme e successione nel contratto di locazione. Dall’inserimento nelle graduatorie ai diritti nell’attività di impresa.

http://www.repubblica.it/politica/2015/10/14/news/unioni_civili_ecco_il_testo_della_proposta_cirinna_bis-125061446/?ref=HREA-1

Cosa sono le unioni civili

http://www.politicanti.it/unioni-civili-italia-cosa-sono-prevedono-riforma-legge-testo-coppie-1032