Se dici schiavitù pensi al passato, invece è ancora presente

aschiaIl termine «schiavitù» evoca immagini del passato, dalla rivolta di Spartaco alla guerra di secessione americana, come se quell’offesa alla dignità umana – così radicale, così inammissibile – fosse ormai un capitolo chiuso, definitivamente sepolto da un processo di maturazione etica ormai diventato senso comune anche all’interno di diverse tradizioni culturali e religiose. Ma è davvero così? È legittimo relegare la schiavitù nel museo dei più orrendi crimini contro l’umanità, come un tema da rievocare soltanto come monito e come motivo di autocompiacimento per il trionfo del progresso? Ebbene, le cose non stanno proprio in questi termini. In realtà la compravendita di esseri umani non è finita nel XIX secolo.
Le donne yazidi catturate dallo Stato islamico sono state comprate e vendute, e lo stesso è probabilmente avvenuto con le giovani sequestrate in Nigeria da Boko Haram. In Africa, come denunciano ong internazionali e coraggiosi attivisti locali, esistono ancora residui di una schiavitù antica. Pensiamo alla Mauritania, dove la schiavitù è stata abolita legalmente solo nel 1981 e criminalizzata ancora più recentemente nel 2007, ma dove si calcola che il 17 per cento della popolazione – gli haratin, discendenti da africani neri – vivano in condizioni di schiavitù ereditaria trasmessa per via matrilineare, soggetti ai beydanes, mauritani berbero-arabi. Una schiavitù che si traduce in veri e propri diritti di proprietà anche se non comporta un palese mercato di compraven-dita, e che viene mantenuta – in presenza di una sostanziale passività degli organismi governativi – dal riferimento all’islam (gli abolizionisti locali vengono accusati di essere apostati e «agenti di Stati Uniti e Israele»). Pesano anche realtà sociali che rendono difficile spezzare i tradizionali rapporti di dipendenza, tanto che gli schiavi liberati spesso rimangono volontariamente in un rapporto con i precedenti padroni simile a quello dei liberti nella tradizione romana. In alcune zone rurali dell’Africa occidentale permane tuttora una peculiare forma di schiavitù, il trokosi, sulla cui base giovani donne vengono forzosamente tenute, per punire le colpe delle rispettive famiglie, in condizioni di «mogli degli dei», prigioniere di preti di culti tradizionali che le usano come serve e, in sostituzione degli dei di cui si qualificano come rappresentanti, concubine.
Sono orrori reali, che meritano di essere combattuti senza remore, e soprattutto senza un perverso riguardo a tradizioni che non meritano certo rispetto, ma che sono fortunatamente in ritirata grazie soprattutto alla lotta che viene condotta, più che da governi spesso dittatoriali e culturalmente reazionari, dalla società civile dei paesi interessati.
Schiavitù non è ogni sfruttamento – nel senso della presenza di condizioni inique rese possibili da un dislivello economico- sociale fra i contraenti di un rapporto di lavoro – ma uno sfruttamento basato non sul semplice squilibrio di potere contrattuale, bensì sull’inesistenza del potere stesso, sulla mancanza totale di libertà e di possibilità di autodeterminazione di un soggetto. Siamo qui di fronte alla più estrema fra le violazioni dell’etica: la trasformazione di un soggetto in oggetto, con l’inversione del principio kantiano secondo cui l’essere umano deve essere trattato «sempre anche come fine, mai solo come mezzo». Esiste certamente un continuum fra sfruttamento e schiavitù, ma non è né legittimo né utile eguagliare i punti estremi di questo continuum, che rivela numerose fasi intermedie.
Il discorso si fa in ogni caso molto più grave e inquietante quando ci spostiamo dalla schiavitù «tradizionale» e dai suoi residui alla schiavitù contemporanea. Una schiavitù che non si sviluppa solo in aree arretrate ma che convive benissimo con il nostro mondo, anzi è ad esso pienamente integrato e funziona sulla base di connivenze – nostre connivenze – nemmeno troppo occulte.
Nel mondo contemporaneo, il mondo della globalizzazione, la schiavitù si articola lungo tutta una serie di modalità e fattispecie tutt’altro che misteriose, ma su cui non ci fa comodo soffermarci in quanto ci chiamano in causa non solo configurando una colpa di omissione, ma perché spesso risultiamo essere «utilizzatori finali» di beni e servizi che vengono prodotti da esseri umani in condizioni di sfruttamento schiavistico.
Un’inchiesta del Guardian ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulle condizioni in cui in Qatar si stanno realizzando i preparativi per la Coppa mondiale di calcio che si terrà nel 2022.
Non si tratta certo di una novità per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori immigrati (attualmente 1,2 milioni su una popolazione di soli 2,2 milioni) impiegati negli ultimi anni nel vertiginoso sviluppo edilizio del Qatar. Lavoratori che, come ripetutamente denunciato da varie ong, lavorano continuativamente per oltre otto ore in cantieri dove la temperatura arriva ai 50 gradi centigradi, spesso con un accesso limitato all’acqua. Le conseguenze sono spesso mortali: nell’estate del 2013 si sono registrati 44 decessi di lavoratori nepalesi. Ma come si fa a dire che siamo di fronte a una forma contemporanea di schiavitù e non a un semplice, seppure estremo, sfruttamento? Un dato risulta a questo proposito centrale: il sequestro dei passaporti da parte dei datori di lavoro, che rende i lavoratori immigrati prigionieri di fatto, tanto è vero che si sono ripetutamente registrati casi di richiesta di asilo nelle rispettive ambasciate di lavoratori (nepalesi, filippini, indonesiani) che chiedono protezione e rimpatrio.
Esiste poi una nostra responsabilità, indiretta ma non troppo, rispetto a situazioni esistenti al di là dei nostri confini. In molte parti del mondo meno sviluppato il lavoro si svolge in condizioni che possono essere definite soltanto come schiavistiche, mentre i prodotti di quel sistema schiavistico entrano nella rete di scambi che caratterizza l’economia globale, arrivando a noi come consumatori. Un caso concreto è recentemente emerso grazie a un’inchiesta giornalistica dell’Associated Press, che ha ottenuto per questo un premio Pulitzer: si tratta dell’industria della pesca di molluschi nel Sud-Est asiatico, attività nella quale sono impiegati da parte di industrie indonesiane e thailandesi soprattutto pescatori provenienti dal Myanmar, ingannati con contratti fraudolenti, malpagati o non pagati, sottoposti a condizioni di prigionia e lavoro forzato. Grazie all’inchiesta dell’Ap è risultato evidente che il prodotto di quei lavoratori schiavi viene acquistato soprattutto da parte di grandi catene di distribuzione e finisce sulle tavole dei consumatori occidentali, in particolare americani.
Non manca nella nostra legislazione penale lo strumento per un’efficace repressione. Si tratta dell’articolo 600 del codice penale (nella versione del suo aggiornamento del 2003). Un testo che appare sufficientemente chiaro ma che andrebbe forse inasprito, data la gravità del crimine. Si discute molto, nel nostro paese e altrove, sulla pena dell’ergastolo. Diciamo che finché questa pena sarà prevista gli schiavisti dovrebbero esserne legittimi destinatari.

Roberto Toscano
La Repubblica, 22 luglio 2016

La generazione rebus dei giovani “Né né”

neetttMa cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza? Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida? L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione. Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane. Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila. Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza. Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «né né»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata. Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perché non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione. Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.

Cosa fanno

In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare. L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari. È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano. È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» . Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità.

Senso di esclusione

I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro». È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia. Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perché non ascolta i bisogni dei giovani». Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità, sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni. Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero. Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.

Una vera tribù

La seconda tribù dei Neet che seppur con qualche approssimazione si può intravedere è quella degli sportivi che a sua volta ospita molte figure, dal frequentatore di palestre al tifoso ultrà. Lo sportivo vive in un mondo in cui i valori della competizione più dura riempiono la giornata e diventano una piccola filosofia di vita. Del resto il mondo dello sport ha giornali, tv, produce lessico, genera meccanismi di solidarietà che creano attorno al nostro Neet un effetto-comunità ed evitano la ghettizzazione. Sia chiaro però: mentre il volontario interpreta tutto nella chiave del «noi», lo sportivo si trova più a suo agio usando la prima persona singolare. Anche loro non si sentono Neet perché hanno una vita attiva e anche solo essere legati a una pratica continuativa, o meglio far parte di un club, aiuta a non sentirsi fantasmi. A Torino è nato negli anni scorsi a cura di Action Aid un programma-pilota di recupero dei Neet  centrato sull’attività sportiva che insegna ad affrontare «vittorie e sconfitte e attraverso lo sport dà la forza per riprendere gli studi o cercare lavoro». Dentro l’ampia tribù troviamo figure diverse: il mistico del fitness, il patito del calcetto, l’atleta tesserato convinto di poter diventare un campione, il tifoso organizzato. È chiaro che a differenza dei volontari queste esperienze non si rivelano professionalizzanti, non aggiungono molto al curriculum. Per finanziare i suoi corsi, attività e tornei il Neet attinge alla paghetta dei genitori (che si chiama così anche nell’era di Facebook) e finisce per prolungare la condizione adolescenziale. È vero che le palestre (in Italia sono 8.500) fanno a gara nell’offrire abbonamenti a prezzi stracciati, mentre nell’ambito del tifo organizzato i gruppi giovanili spesso operano come piccole ditte, ricevono ingaggi per servizi e piccoli lavori che ridistribuiscono al loro interno per finanziare trasferte, ingressi allo stadio e coreografie.

Colpa dell’iperprotezione

Non va nascosto che in qualche caso questo tipo di attività è monitorato dalle Questure, secondo le quali nel tempo si sono create zone grigie (la più alta quota di tifosi sottoposti a provvedimenti restrittivi — il 55% — è nell’età 18-30). È difficile che lo sportivo trovi un lavoro stabile nel settore che lo appassiona (a meno che non sfondi) e quindi più del volontario questa si presta a essere una condizione di passaggio. Ma il rapporto di dipendenza con la famiglia che lo sportivo perpetua è tra i motivi che fanno dire al demografo Alessandro Rosina, nel suo libro dedicato ai Neet, come «l’iperprotezione tende a mantenere immaturi più a lungo i figli, mentre nei Paesi nord-europei la spinta all’autonomia subito dopo i 20 anni porta a confrontarsi prima con la realtà circostante». Risultato: i giovani italiani sono nella maggior parte dei casi «passivamente dipendenti dai genitori» e «disorientati sul proprio futuro».

Arrangiarsi coi piccoli lavori

La terza tribù di Neet che si può individuare è quella di chi si arrangia con i piccoli lavori. «Non studio ma con le promozioni lavoricchio» dice Anna, torinese. Aggiunge Silvia, una coetanea milanese: «Ho studiato come estetista, ho fatto periodi di stage in centri benessere, ho accudito bambini e ho fatto persino la donna delle pulizie». La ricerca Ghost ci dice che l’80% degli intervistati ha avuto esperienze intermittenti, nella maggior parte dei casi un ingaggio nella ristorazione e nel commercio come cameriere, commessa, fattorino per consegne a domicilio, facchinaggio leggero e volantinaggio, dogsitting. Un 20% ha già fatto l’operaio per brevi periodi. Il 44% sottolinea che l’interruzione del rapporto seppur precario di lavoro è stata subita, loro avrebbero continuato. E infatti ci tengono a smentire che i Neet stiano a vegetare davanti alla tv, i media li presentano come fannulloni e invece «noi ci sbattiamo da mattina a sera, siamo attivi». Nella grande tribù dei lavoretti un comparto importante e per certi versi specializzato è quello femminile L’occupazione prevalente è la babysitter, figura richiestissima, dotata di una propria identità sociale e abituata a fare i conti con il passaparola della reputazione. Nelle grandi città le stesse ragazze fanno anche spesso le hostess, attività più stressante ma pagata tramite i voucher. In definitiva la tribù dei lavoretti entra e esce di continuo dal mercato del lavoro, non riesce a stabilizzare un proprio profilo professionale e stenta a includere nel curriculum la maggior parte delle esperienze. La famiglia rimane sullo sfondo, si comporta come un ammortizzatore sociale nelle fasi di totale inoccupazione, segue con trepidazione il rinvio delle scelte di vita della prole. Nel 55% dei casi i genitori restano decisivi per scegliere il percorso di studio e sono anche il principale veicolo per cercare lavoro grazie alle conoscenze (al 32%, superando Internet al 21% e la consegna del curriculum vitae di persona al 14%). Commenta Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Bisogna distinguere tra lavoro intermittente e un lavoretto che manca di sviluppo professionale, è legato al breve termine e serve solo al guadagno temporaneo. Ai ragazzi per crescere servirebbe una specializzazione orizzontale e una formazione rivolta al digitale e saltando di qua e di là non si ottengono».

I laureati

Una quarta tribù dei Neet è quella dei già laureati, potenzialmente più occupabili ma ingabbiati anche loro. I numeri dicono che su 10 giovani Neet uno è laureato, 5 sono diplomati e 4 hanno al massimo la licenza media. Lo riporta nel suo libro Rosina citando una ricerca Oecd e aggiunge che il rischio di restare nella trappola dell’inattività volontaria è superiore per chi ha basse competenze. I dati dell’ultimo Rapporto Istat dicono che un laureato impiega in media 36 mesi nel trovare lavoro, ma se è in possesso di un titolo umanistico l’attesa è più lunga. Un laureato dunque transita nella condizione di Neet quasi a sua insaputa e finisce per alimentare il mercato delle ripetizioni a studenti più giovani .Su 100 docenti pomeridiani 30 sono per lo più freschi laureati. Il 90% dei ricavi non è dichiarato al Fisco e vale 800 milioni di euro l’anno, secondo stime della Fondazione Einaudi. Un laureato disoccupato è dunque automaticamente un Neet al punto che Ivano Dionigi, ex rettore e ora presidente di Almalaurea, punta l’indice verso il sistema del 3+2, le lauree triennali deboli viste come concausa dell’allargarsi del fenomeno. E i dati gli danno ragione: i laureati disoccupati sono il 20,6% con picchi di oltre il 30% nelle specializzazioni umanistiche.

La trappola del divano

Il minimo comun denominatore delle tribù di cui abbiamo parlato è una sorta di resilienza all’apatia, il tentativo di uscire dalla trappola del divano. Ma nel grande contenitore della disuguaglianza giovanile c’è un girone ancor più svantaggiato. È quello dei Neet endogeni, come li chiamano gli psicologi del lavoro, giovani che non si integrano a prescindere dalle condizioni esterne del mercato del lavoro. Non si sentono adeguati ai ritmi della vita contemporanea, hanno la tendenza ad auto-isolarsi e non emanciparsi dalla famiglia, sono demotivati sul futuro. È lo zoccolo duro dell’apartheid generazionale e le catene che li hanno bloccati rimandano quasi sempre all’eredità negativa del contesto familiare: una storia di immigrazione, un basso livello di scolarizzazione, vivere in territori marginali, genitori disoccupati o anche solo divorziati. Nel mondo che esalta l’innovazione, che registra il trionfo del digitale, che si prepara a governare l’intelligenza artificiale loro rappresentano la più desolata e mal illuminata delle periferie.

Dario Di Vico

Corriere della Sera 10 luglio 2016

http://www.corriere.it/cronache/16_luglio_10/i-giovani-ne-ne-5d836602-4615-11e6-be0f-475f9043ad28.shtml